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L'amico Ariberto Villani mi
chiede due righe di prefazione alla sua Guida di Lecco, e poiché ad un
amico che ha percorsa tutta la zona, che ha studiato con amore e
scritto con sagacia, non è lecito dire di no, nemmeno se l'onore che
ci fa è eccessivo, eccomi qui.
Dal lavoro di Ariberto
Villani, salta fuori evidentissima una verità che forse pochi avevano
fin qui rilevato, ma che ad ogni modo giova mettere in evidenza: Lecco
è ora il centro di una vastissima zona: la facilità delle
comunicazioni, la posizione geografica, l'attività della sua
popolazione ne hanno fatto il vero capoluogo; le suddivisioni, gli
artifici amministrativi, le deficienze di chi non ha saputo ancora
dare alla città i caratteri di grande città, potranno ritardare, ma
non impedire l'ascensione sicura di questa borgata, che raccoglie in
sé tutto il fervore di opere della Valtellina, del Lario, delle valli
che gli sono tributarie a destra ed a sinistra, della Brianza, di
buona parte delle terre limitrofe del Bergamasco. Poco importa se i
Lecchesi sono ancora obbligati a cercare gli uffici, le scuole
altrove, poco importa se i Lecchesi non abbiano ancora pensato che
essi non solo devono trarre profitto dall'affluire delle popolazioni
alla loro città, ma che devono anche fornire a queste popolazioni i
comodi e le istituzioni che loro occorrono; scomparirà colla coscienza
della loro grandezza il meschino egoismo che impedì finora la visione
esatta dell'importanza e dei doveri che derivano al capoluogo, e Lecco
raggiungerà quella opulenza che è nei suoi destini.
Ecco perché mi sembra giusto
che l'Autore della Guida si sia spinto su per la Valtellina fino a
Morbegno, giù per la Brianza fino a Como, fino a Milano, per la
Bergamasca fino a Bergamo; io avrei voluto si spingesse anche oltre e
comprendesse tutta la Valtellina e tutte le valli della destra del
Lario, perché anche queste sono, per i loro commerci, terre lecchesi.
Giuseppe Arrigoni, che prima di dedicare la sua attività alla
Valsassina, era stato segretario del Comitato rivoluzionario di Lecco
nel 1848, ed aveva dimorato lungamente ad Olate, tentò nel 1849 di
scrivere le "Memorie storiche della città e del distretto di Lecco".
Il lavoro purtroppo rimase agli inizi, ma nel manoscritto io trovo una
osservazione che è opportuno ricordare in questo posto. Egli dice: "Un
paese che in un mezzo secolo aumenta i suoi abitanti dai 1600 ai 5000,
meraviglioso ed unico esempio ai tempi nostri in Italia; un Territorio
che su 41 chilometro quadro presenta 10 comuni con 13 altri villaggi e
molti casolari, avente più di 12000 anime e che quindi
proporzionalmente supera in popolazione qualunque regione d'Europa; un
distretto che non ha l'eguale in Italia per quantità e varietà
d'industria e di commercio, ben meritano che si conoscano le vicende
politiche..."
Tutto questo se sta a
dimostrare con quanta forza di ascensione Lecco ha intrapresa la sua
marcia, dice anche che Lecco è città nuova e che compiono opera vana
quelli che tentano di nobilitarne i magnanimi lombi frugando nelle più
strane etimologie e nelle più fantastiche leggende. Io non voglio
negare che qui possa esser sorta l'antica Liciniforo o che possa
esservi stato un centro di qualche importanza, ma mi sembrano
stranezze o vacui sfoggi di facile erudizione certe etimologie che
vorrebbero far credere che Lecco fosse senz'altro una città etrusca, o
gallica, o greca. La nobiltà di Lecco deriva da ben altre fonti, da
ben altre forze che non siano l'antichità, i celti, i greci; la
nobiltà di Lecco deriva dal lavoro, dalla operosità dei suoi abitanti,
dalla storia degli ultimi cento anni che ne han fatto un centro di
primo ordine.

Non voglio dire con questo
che non sia interessante sapere che - "sorgeva Lecco primitiva, per
concorde sentenza degli storici, sul Poggio Santo Stefano, occupandone
la sommità e l'occidentale declivio che degrada fino al lago. Un'ampia
insenatura dappiedi, evidente residuo di altra più estesa e
successivamente interrata. si prestava opportuna per l'approdo e il
ricettacolo delle navi. Colle delizioso all' occhio del romantico,
dell'esteta e del naturalista; miserabile piaggia, chi avesse posta la
dimora in sì arida petraia.1"
(1) (A. Orlandi in All’ombra del
Resegone - aprile 1928.)
Voglio dire che la storia desterà sempre in tutti il più vivo
interesse, ma che le narrazioni fantastiche, fatte a base di
supposizioni, non creano titoli di nobiltà e non fanno che richiamarci
alla memoria gli sforzi che in altri tempi si facevano per nobilitare
città o famiglie, facendone risalire le origini a Carlo Magno, agli
eroi della guerra di Troia, o senz'altro ad Adamo ed Eva.
La storia di Lecco rientra
nella storia della regione; quello che c'è di particolare è
sintetizzato dal Manzoni in due periodi: "Lecco, la principale di
quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal
ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago
stesso, quando questo ingrossa; un gran borgo al giorno d'oggi e che
si incammina a diventar città. Al tempo in cui accaddero i fatti che
prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un
castello, e aveva perciò l'onore d'alloggiare un comandante e il
vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli….".
Ora Lecco è una città che ha un grande avvenire.
Ora incomincia la storia di Lecco.
Lecco. Luglio 1928 – VI°
F. MAGNI. Edizioni per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro
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