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OMAGGIO AI BENEFATTORI
dell'Orfanotrofio Seregnese
Parole dette
dal
Sac. Prof. GIUSEPPE MOLTENI
nella Chiesa Prepositurale di
SEREGNO
durante le cerimonie di suffragio
alle vittime del terremoto Calabro - Siculo
*
10 Gennaio 1909
Signori,
Quello che vi ha condotto qui frequenti e devoti in questa occasione
lagrimevole, fu certo un sentimento di cristiana nobiltà.
Lo so bene che le vostre labbra non furono già mute alla
commiserazione ed alla preghiera: così come la vostra mano non fu
pigra al soccorso, quando anche la nostra Seregno volle avere il suo
posto nella mirabile gara di carità che alla notizia fulminea ed
angosciante del terremoto, si accese fra tutti i popoli d'Italia,
anzi del mondo. Eppure era necessaria una solenne e collettiva
manifestazione di solidarietà religiosa per i fratelli sciagurati. E
se ci pare di aver compiuto già il nostro dovere offrendo volentieri
la nostra elemosina, non ci rincresca di offrire anche l'obolo della
carità spirituale; tanto più che a moltissimi quest'obolo di
preghiera e di suffragio, preziosissimo sempre, richiede minore
sacrificio dell'altro. La generosità dipende qui dal nostro buon
volere soltanto e non dalle nostre condizioni economiche.
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Dio grande ed onnipotente! Perché la natura
che è bella, che è santa, che è fattura delle tue mani -
Vidit...... Deus cuncta, quae fecerat: et erant valde bona.....
(GENESI - I. - 31) - ci serba così orrende sorprese? E perché,
con atrocissima audacia, fu uccisa in brevissima ora, la vita
rigogliosa e florida di popolate città opulente, di industriose
borgate vivaci, di ameni villaggi aprici, sorridenti al mare più
azzurro ed al sole più splendido d'Italia? Dunque, quel primato
di bellezza che è pregio incontrastato ed invidiato dell'Italia
nostra, vuol avere un compenso così triste, da renderla il
teatro delle più tragiche e raccapriccianti catastrofi?
Sono misteri della Provvidenza divina! Ma non
così incomprensibili che non permettano ai sinceri credenti ed
agli spiriti ricchi di fede operosa e di intelligente amore, di
indagarne qualche pallido motivo.
Signori,
Coloro che dalla gravità di questa sciagura
italiana, traggono argomento per bestemmiare Iddio, danno prova
di una ignoranza deplorevole, di malafede insigne. |

Al concetto ed alla natura di Dio è essenziale che esso sia in grado
di disporre colla più assoluta libertà delle cose viventi, a quel modo
che egli può trarre dal nulla le meraviglie più eccelse.
Ma Iddio, ricordiamocelo bene, è innanzitutto creatore; però non
distrugge ciò che fa, ma trasformandolo lo migliora; dà al creato
leggi sapienti perché si conservi l'equilibrio morale e materiale dei
mondi, e dal gioco molteplice delle forze libere e brute
dell'universo, nasca finalmente l'armonia: se queste leggi producono,
nel loro corso, delle vittime, il lutto che ne viene è un episodio di
secondaria importanza, di fronte alla necessità suprema dell'ordine
universale. Certo per noi è un disastro immane - e la storia ne
racconta raramente di maggiori, - la morte improvvisa di duecentomila
persone, il crollo di intere città, la turpe fame che minaccia i
popoli sorvissuti, il pianto straziante di mille madri infelicissime,
i gemiti ineffabili di migliaia di infanti, innocenti e buoni; ma che
valgono, quando si voglia ragionare con logica e non col sentimento,
che valgono migliaia e migliaia di vite umane di fronte
all'innumerevole quantità di esseri che dalla creazione alla
consumazione dei secoli, narrano la gloria divina? Che è la durata di
una generazione intera se non un istante fuggevole nella immensurabile
eternità? E se la scienza ci dicesse un giorno che la rovina orrenda
per cui in tanta costernazione è immersa l'anima di ogni italiano, ha
prodotto nelle bollenti viscere di quel caro lembo di patria,
l'equilibrio sufficiente ad assicurare la vita di tutte le generazioni
avvenire, dite, signori, la caduta di Reggio e di Messina non avrà
avuto un giorno sua ragione sapiente e provvidenziale? Chi muore sui
campi di battaglia, col nome della patria sul labbro e nel cuore, per
la salvezza e l'onore della sua terra e dei suoi fratelli d'oggi e di
domani, è degno forse di rimpianto più che di onore? E non potrebbe in
fondo al nostro cordoglio celarsi un sentimento di egoismo? Noi siamo
oggi una parte minima della vita; e perché pretendiamo che vengano per
nostro riguardo sospese le leggi di natura, quando il loro compiersi
può tornare di grande vantaggio a mille generazioni avvenire?
Ah! Signori! Non bestemmiamo Iddio, poiché in suo confronto siamo
troppo misera cosa; non bestemmiamolo noi che al paragone del creato
siamo poveri atomi, che al cospetto dell'umanità di tutti i secoli,
siamo sciocchi pigmei!
D'altra parte, l'esperienza passata e la storia delle regioni oggi
rovinate dalla misteriosa forza indefinibile, inafferrabile,
indomabile, che di sotterra improvvisamente le scuote e le fa
traballare, ammonirono la possibilità di sempre nuovi disastri. Onde
non erano sempre tranquilli i sonni dei nostri fratelli di laggiù,
desti talora di soprassalto dai boati lugubri dei vulcani prossimi,
che fumano e fremono sempre con atteggiamento minaccioso. Eppure, chi
li crederebbe? Quanto maggiori insidie vi nascose la natura, tanto
migliori sorrisi vi ha prodigato! Quella terra, signori, esercita
davvero un fascino irresistibile; la lambisce e bacia un mare
cristallino; il cielo vi è di un terso, imperturbabile zaffiro; sulle
spiagge popolose di cittadine ridenti, fiorisce in folte siepi e
fragra di soavi fragranze l'arancio; vi prospera e vi prodiga fresche,
miti e grate ombre l'ulivo; mille fate, al dire della leggenda,
danzano a sera nell'aere puro e caldo d'estate; e i resti della più
memoranda civiltà antica vi sussurravano voci e storie meravigliose; e
la delicatezza squisita del sangue ellenico, fluiva ancora nelle vene
gagliarde di quei popoli intelligenti.... ora il sangue gentile
inzuppa le pietre degli edifici crollati, e cementa i rottami; i
monumenti dell'antica civiltà che avevano resistito all'insulto dei
secoli, inabissarono; le fate danzanti nei caldi vesperi, l'ulivo,
l'arancio, l'aere azzurro irridono crudelmente al lugubre spettacolo
di desolazione e di morte; e il mare carezzevole ha voluto compiere lo
sterminio inaudito irrompendo furiosamente sulle rive e flagellando le
moribonde città. Eppure quei luoghi si ripopoleranno; e il ricordo
della sciagura impallidirà, e i superstiti e mille altri nuovi venuti
, brancolando sulle macerie, ritorneranno laggiù, si ricostruiranno le
loro case, dimenticando fatalmente il monito solenne della catastrofe.
Ed allora, signori, non è stolto colui che bestemmia la provvidenza?
Ma lasciate anzi che un grave ammonimento ci venga dalle rovine. Che é
mai la vita nostra, se in breve minuto può venire troncata?
Duecentomila morti in venti secondi!... non la sentite, signori, non
la vedete, non vi tocca orribile, non vi fa tremare la verità
amarissima del nostro nulla, che fa capolino, fredda e rigida come uno
spettro, come la morte nera che ne è la prova, fra le cifre spaventose
e le enormi montagne fumanti di stragi di Calabria e di Sicilia?

Così la sciagura dei nostri fratelli è per noi di grande insegnamento.
Nascemmo e viviamo in regioni che il terremoto forse rispetterà; ma
persuadiamoci che la nostra vita anche in mezzo alle più sicure
condizioni materiali, è sempre labile e fugace; che dobbiamo vivere
per un bene superiore e trascendente. Dalle città cadute con orribile
scroscio, non emana soltanto il lezzo dei cadaveri; ma giunge a tutti
i popoli un prezioso richiamo ad una vita migliore. E se la nostra
vita sarà onesta e intessuta di bene, il crollo dei mondi non la
turberà giammai.
Ma un dubbio atroce può affacciarsi alla mente delle anime semplici ed
ingenue. Quale fu la sorte serbata al di là a tanti che furono colti
in un istante dalla strage? Che il letto dei dolci riposi scambiarono
in un istante, nel letto di morte e la camera nunziale convertirono in
tomba, la cassa paterna in un informe mausoleo?
Signori,
Non poniamo limiti alla giustizia di Dio, ma non poniamone neppure
alla sua misericordia.
Una persuasione intima che non so forse trasfondervi ma che sento
irriducibile e possente in me, mi fa crederre che i sepolti dal
terremoto abbiano sperimentato tutti la divina bontà. Vittime ignare
di una forza irresistibile, che nella sua potenza mirabile riprovano
ancora la grandezza e la maestà divina, essi hanno, senza saperlo,
reso testimonianza a questa grandezza e a questa maestà. Furono
vittime di un violento olocausto; perché l'animo loro non ne sarà
rimasto purificato? Non è confortante pensare così? Non è giusto, non
è umano, anzi, non è divino il pensiero che Iddio sia stato indulgente
per la straziante agonia, per la lenta morte di fame e di sete, per le
torture inenarrabili, per l'immensa pietà di tutti i popoli, e i
suffragi del popolo cristiano che sarebbero stati innalzati a lui?
Questo pensiero pertanto vi deve rendere generosi. E se appena la
vostra borsa lo consente, siate larghi nell'offrire aiuto alle
sciagurate terre convulse dal terremoto: o se altro v'è negato di
offrire di più, date almeno le vostre preghiere perché la divina
misericordia grandeggi all'infinito su tanta rovina!
O anime, che il rimorso della colpa rende irrequiete, che il laccio
vizioso intorpidisce e stringe, ecco un mezzo sicuro per assicurarvi
la benevolenza del Signore, il quale perdona molte cose per
un'opera di misericordia; ecco un mezzo per rendervi meritevoli in
vita e in morte della divina bontà. Poiché Iddio è buono, largo e
generoso rimuneratore, e farà compensare dagli Angioli la vostra
carità con misura colma, ripiena, sovrabbondantissima ... mensuram
bonam et confertam et coagitatam et superfluentem dabunt in sinum
vestrum... (S. LUCA VI, 38).
In tal modo la catastrofe che segna di gran lutto
In tal modo la catastrofe che segna di gran lutto le pagine odierne
della storia, non di Calabria sola ma d'Italia, ma del mondo tutto
quanto, suscita in noi più vivo, più pronto e più disinteressato il
sentimento della carità, e le fa trionfare per alcun tempo in mezzo ai
popoli, che vicendevolmente diffidano, alle classi sociali, che
stoltamente si avversano, ai partiti che ignobilmente si combattono,
il gran principio della carità cristiana. Tacciano in quest'ora di
funerea tristezza gli odi e le recriminazioni: davanti all'ecatombe di
duecentomila nostri fratelli, impariamo ad amarci di più, a portarci
un maggior rispetto, a desiderarci e a procurarci miglior bene. Alla
luce di queste dottrine e attraverso a questi riflessi, nessuno sdegno
piccino e fatuo ci occuperà l'animo della lettura di tante orribili e
lagrimate descrizioni; anzi ognuno trarrà dalla grandezza della
sciagura un altrettanto grande impulso a bene fare e a ben vivere, una
forza nobile e sovraumana che ne temprerà contro qualsiasi disgrazia
terrena.

Signori,
L'ultimo nostro pensiero sia ai moltissimi che sepolti sotto le
rovine, sono ancor vivi, ed aspettano una liberazione qualsiasi, o la
luce del sole o la luce del cielo. Affretti il Signore, e preghiamolo
perciò, il compimento dei loro desideri; perché la speranza non li
lasci, perché i volenterosi accorsi in loro aiuto raggiungano il loro
santissimo scopo. E preghiamo perché i generosi giovani, figli della
nostra Seregno, destinati laggiù a compire un patriottico dovere,
possano tutti uscir vivi dalle rabbiose percosse degli edifici
crollanti. Oh! faccia Iddio che il nostro desiderio si avveri, e si
tolgano dalle angosce più sanguinanti i cuori di tante povere madri!
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Signori,
A quel che udii, la vostra carità vuol
soccorrere in modo provvido ed efficace alcuni orfanelli
calabresi, e li vuol crescere qui, sotto le cure vostre generose
e buone. Ebbene, verranno certo verranno presto i piccini
destinati dalla Provvidenza alla nostra bontà: li accoglieremo
bene, non li lasceremo mancar di nulla: taceremo loro le
sventure sofferte, non faremo loro parola della lor patria di
fiamme e di fulmini, inospitale: sicché non ne sentiranno la
nostalgia, e vivranno in mezzo a noi, e diverranno seregnesi, e
attireranno sul nostro paese le benedizioni di Dio. Le buone
madri specialmente li dovranno amare: esse che nell'affetto pei
loro figli, possono misurare la tristezza di un orfano piccino e
amorevole.
Signori, |
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Il tributo di preghiere e di rimpianto che oggi Seregno da alle
vittime del terremoto, segnerà, lo spero e lo auguro, una gloriosa
pagina della storia modesta del nostro borgo, della quale gli Angeli
toglieranno i vostri nomi, e li scriveranno in cielo a caratteri
d'oro.
 Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro
(2009).
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