Gli scritti di Don Giuseppe Molteni

Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro (2009). E' vietata ogni forma di riproduzione per qualsiasi scopo.


 


 

OMAGGIO AI BENEFATTORI
dell'Orfanotrofio Seregnese

Parole dette
dal

Sac. Prof. GIUSEPPE MOLTENI
nella Chiesa Prepositurale di
SEREGNO
durante le cerimonie di suffragio
alle vittime del terremoto Calabro - Siculo

*

10 Gennaio 1909

 

Signori,

Quello che vi ha condotto qui frequenti e devoti in questa occasione lagrimevole, fu certo un sentimento di cristiana nobiltà.

Lo so bene che le vostre labbra non furono già mute alla commiserazione ed alla preghiera: così come la vostra mano non fu pigra al soccorso, quando anche la nostra Seregno volle avere il suo posto nella mirabile gara di carità che alla notizia fulminea ed angosciante del terremoto, si accese fra tutti i popoli d'Italia, anzi del mondo. Eppure era necessaria una solenne e collettiva manifestazione di solidarietà religiosa per i fratelli sciagurati. E se ci pare di aver compiuto già il nostro dovere offrendo volentieri la nostra elemosina, non ci rincresca di offrire anche l'obolo della carità spirituale; tanto più che a moltissimi quest'obolo di preghiera e di suffragio, preziosissimo sempre, richiede minore sacrificio dell'altro. La generosità dipende qui dal nostro buon volere soltanto e non dalle nostre condizioni economiche.

Dio grande ed onnipotente! Perché la natura che è bella, che è santa, che è fattura delle tue mani - Vidit...... Deus cuncta, quae fecerat: et erant valde bona..... (GENESI - I. - 31) - ci serba così orrende sorprese? E perché, con atrocissima audacia, fu uccisa in brevissima ora, la vita rigogliosa e florida di popolate città opulente, di industriose borgate vivaci, di ameni villaggi aprici, sorridenti al mare più azzurro ed al sole più splendido d'Italia? Dunque, quel primato di bellezza che è pregio incontrastato ed invidiato dell'Italia nostra, vuol avere un compenso così triste, da renderla il teatro delle più tragiche e raccapriccianti catastrofi?

Sono misteri della Provvidenza divina! Ma non così incomprensibili che non permettano ai sinceri credenti ed agli spiriti ricchi di fede operosa e di intelligente amore, di indagarne qualche pallido motivo.

Signori,

Coloro che dalla gravità di questa sciagura italiana, traggono argomento per bestemmiare Iddio, danno prova di una ignoranza deplorevole, di malafede insigne.

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Al concetto ed alla natura di Dio è essenziale che esso sia in grado di disporre colla più assoluta libertà delle cose viventi, a quel modo che egli può trarre dal nulla le meraviglie più eccelse.

Ma Iddio, ricordiamocelo bene, è innanzitutto creatore; però non distrugge ciò che fa, ma trasformandolo lo migliora; dà al creato leggi sapienti perché si conservi l'equilibrio morale e materiale dei mondi, e dal gioco molteplice delle forze libere e brute dell'universo, nasca finalmente l'armonia: se queste leggi producono, nel loro corso, delle vittime, il lutto che ne viene è un episodio di secondaria importanza, di fronte alla necessità suprema dell'ordine universale. Certo per noi è un disastro immane - e la storia ne racconta raramente di maggiori, - la morte improvvisa di duecentomila persone, il crollo di intere città, la turpe fame che minaccia i popoli sorvissuti, il pianto straziante di mille madri infelicissime, i gemiti ineffabili di migliaia di infanti, innocenti e buoni; ma che valgono, quando si voglia ragionare con logica e non col sentimento, che valgono migliaia e migliaia di vite umane di fronte all'innumerevole quantità di esseri che dalla creazione alla consumazione dei secoli, narrano la gloria divina? Che è la durata di una generazione intera se non un istante fuggevole nella immensurabile eternità? E se la scienza ci dicesse un giorno che la rovina orrenda per cui in tanta costernazione è immersa l'anima di ogni italiano, ha prodotto nelle bollenti viscere di quel caro lembo di patria, l'equilibrio sufficiente ad assicurare la vita di tutte le generazioni avvenire, dite, signori, la caduta di Reggio e di Messina non avrà avuto un giorno sua ragione sapiente e provvidenziale? Chi muore sui campi di battaglia, col nome della patria sul labbro e nel cuore, per la salvezza e l'onore della sua terra e dei suoi fratelli d'oggi e di domani, è degno forse di rimpianto più che di onore? E non potrebbe in fondo al nostro cordoglio celarsi un sentimento di egoismo? Noi siamo oggi una parte minima della vita; e perché pretendiamo che vengano per nostro riguardo sospese le leggi di natura, quando il loro compiersi può tornare di grande vantaggio a mille generazioni avvenire?

Ah! Signori! Non bestemmiamo Iddio, poiché in suo confronto siamo troppo misera cosa; non bestemmiamolo noi che al paragone del creato siamo poveri atomi, che al cospetto dell'umanità di tutti i secoli, siamo sciocchi pigmei!

D'altra parte, l'esperienza passata e la storia delle regioni oggi rovinate dalla misteriosa forza indefinibile, inafferrabile, indomabile, che di sotterra improvvisamente le scuote e le fa traballare, ammonirono la possibilità di sempre nuovi disastri. Onde non erano sempre tranquilli i sonni dei nostri fratelli di laggiù, desti talora di soprassalto dai boati lugubri dei vulcani prossimi, che fumano e fremono sempre con atteggiamento minaccioso. Eppure, chi li crederebbe? Quanto maggiori insidie vi nascose la natura, tanto migliori sorrisi vi ha prodigato! Quella terra, signori, esercita davvero un fascino irresistibile; la lambisce e bacia un mare cristallino; il cielo vi è di un terso, imperturbabile zaffiro; sulle spiagge popolose di cittadine ridenti, fiorisce in folte siepi e fragra di soavi fragranze l'arancio; vi prospera e vi prodiga fresche, miti e grate ombre l'ulivo; mille fate, al dire della leggenda, danzano a sera nell'aere puro e caldo d'estate; e i resti della più memoranda civiltà antica vi sussurravano voci e storie meravigliose; e la delicatezza squisita del sangue ellenico, fluiva ancora nelle vene gagliarde di quei popoli intelligenti.... ora il sangue gentile inzuppa le pietre degli edifici crollati, e cementa i rottami; i monumenti dell'antica civiltà che avevano resistito all'insulto dei secoli, inabissarono; le fate danzanti nei caldi vesperi, l'ulivo, l'arancio, l'aere azzurro irridono crudelmente al lugubre spettacolo di desolazione e di morte; e il mare carezzevole ha voluto compiere lo sterminio inaudito irrompendo furiosamente sulle rive e flagellando le moribonde città. Eppure quei luoghi si ripopoleranno; e il ricordo della sciagura impallidirà, e i superstiti e mille altri nuovi venuti , brancolando sulle macerie, ritorneranno laggiù, si ricostruiranno le loro case, dimenticando fatalmente il monito solenne della catastrofe. Ed allora, signori, non è stolto colui che bestemmia la provvidenza?

Ma lasciate anzi che un grave ammonimento ci venga dalle rovine. Che é mai la vita nostra, se in breve minuto può venire troncata? Duecentomila morti in venti secondi!... non la sentite, signori, non la vedete, non vi tocca orribile, non vi fa tremare la verità amarissima del nostro nulla, che fa capolino, fredda e rigida come uno spettro, come la morte nera che ne è la prova, fra le cifre spaventose e le enormi montagne fumanti di stragi di Calabria e di Sicilia?

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Così la sciagura dei nostri fratelli è per noi di grande insegnamento. Nascemmo e viviamo in regioni che il terremoto forse rispetterà; ma persuadiamoci che la nostra vita anche in mezzo alle più sicure condizioni materiali, è sempre labile e fugace; che dobbiamo vivere per un bene superiore e trascendente. Dalle città cadute con orribile scroscio, non emana soltanto il lezzo dei cadaveri; ma giunge a tutti i popoli un prezioso richiamo ad una vita migliore. E se la nostra vita sarà onesta e intessuta di bene, il crollo dei mondi non la turberà giammai.

Ma un dubbio atroce può affacciarsi alla mente delle anime semplici ed ingenue. Quale fu la sorte serbata al di là a tanti che furono colti in un istante dalla strage? Che il letto dei dolci riposi scambiarono in un istante, nel letto di morte e la camera nunziale convertirono in tomba, la cassa paterna in un informe mausoleo?

Signori,

Non poniamo limiti alla giustizia di Dio, ma non poniamone neppure alla sua misericordia.

Una persuasione intima che non so forse trasfondervi ma che sento irriducibile e possente in me, mi fa crederre che i sepolti dal terremoto abbiano sperimentato tutti la divina bontà. Vittime ignare di una forza irresistibile, che nella sua potenza mirabile riprovano ancora la grandezza e la maestà divina, essi hanno, senza saperlo, reso testimonianza a questa grandezza e a questa maestà. Furono vittime di un violento olocausto; perché l'animo loro non ne sarà rimasto purificato? Non è confortante pensare così? Non è giusto, non è umano, anzi, non è divino il pensiero che Iddio sia stato indulgente per la straziante agonia, per la lenta morte di fame e di sete, per le torture inenarrabili, per l'immensa pietà di tutti i popoli, e i suffragi del popolo cristiano che sarebbero stati innalzati a lui?

Questo pensiero pertanto vi deve rendere generosi. E se appena la vostra borsa lo consente, siate larghi nell'offrire aiuto alle sciagurate terre convulse dal terremoto: o se altro v'è negato di offrire di più, date almeno le vostre preghiere perché la divina misericordia grandeggi all'infinito su tanta rovina!

O anime, che il rimorso della colpa rende irrequiete, che il laccio vizioso intorpidisce e stringe, ecco un mezzo sicuro per assicurarvi la benevolenza del Signore, il quale perdona molte cose per un'opera di misericordia; ecco un mezzo per rendervi meritevoli in vita e in morte della divina bontà. Poiché Iddio è buono, largo e generoso rimuneratore, e farà compensare dagli Angioli la vostra carità con misura colma, ripiena, sovrabbondantissima ... mensuram bonam et confertam et coagitatam et superfluentem dabunt in sinum vestrum... (S. LUCA VI, 38).

In tal modo la catastrofe che segna di gran lutto

In tal modo la catastrofe che segna di gran lutto le pagine odierne della storia, non di Calabria sola ma d'Italia, ma del mondo tutto quanto, suscita in noi più vivo, più pronto e più disinteressato il sentimento della carità, e le fa trionfare per alcun tempo in mezzo ai popoli, che vicendevolmente diffidano, alle classi sociali, che stoltamente si avversano, ai partiti che ignobilmente si combattono, il gran principio della carità cristiana. Tacciano in quest'ora di funerea tristezza gli odi e le recriminazioni: davanti all'ecatombe di duecentomila nostri fratelli, impariamo ad amarci di più, a portarci un maggior rispetto, a desiderarci e a procurarci miglior bene. Alla luce di queste dottrine e attraverso a questi riflessi, nessuno sdegno piccino e fatuo ci occuperà l'animo della lettura di tante orribili e lagrimate descrizioni; anzi ognuno trarrà dalla grandezza della sciagura un altrettanto grande impulso a bene fare e a ben vivere, una forza nobile e sovraumana che ne temprerà contro qualsiasi disgrazia terrena.

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Signori,

L'ultimo nostro pensiero sia ai moltissimi che sepolti sotto le rovine, sono ancor vivi, ed aspettano una liberazione qualsiasi, o la luce del sole o la luce del cielo. Affretti il Signore, e preghiamolo perciò, il compimento dei loro desideri; perché la speranza non li lasci, perché i volenterosi accorsi in loro aiuto raggiungano il loro santissimo scopo. E preghiamo perché i generosi giovani, figli della nostra Seregno, destinati laggiù a compire un patriottico dovere, possano tutti uscir vivi dalle rabbiose percosse degli edifici crollanti. Oh! faccia Iddio che il nostro desiderio si avveri, e si tolgano dalle angosce più sanguinanti i cuori di tante povere madri!
 

Signori,

A quel che udii, la vostra carità vuol soccorrere in modo provvido ed efficace alcuni orfanelli calabresi, e li vuol crescere qui, sotto le cure vostre generose e buone. Ebbene, verranno certo verranno presto i piccini destinati dalla Provvidenza alla nostra bontà: li accoglieremo bene, non li lasceremo mancar di nulla: taceremo loro le sventure sofferte, non faremo loro parola della lor patria di fiamme e di fulmini, inospitale: sicché non ne sentiranno la nostalgia, e vivranno in mezzo a noi, e diverranno seregnesi, e attireranno sul nostro paese le benedizioni di Dio. Le buone madri specialmente li dovranno amare: esse che nell'affetto pei loro figli, possono misurare la tristezza di un orfano piccino e amorevole.

Signori,

Il tributo di preghiere e di rimpianto che oggi Seregno da alle vittime del terremoto, segnerà, lo spero e lo auguro, una gloriosa pagina della storia modesta del nostro borgo, della quale gli Angeli toglieranno i vostri nomi, e li scriveranno in cielo a caratteri d'oro.

 

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