Gli scritti di Don Giuseppe Molteni

Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro (2009). E' vietata ogni forma di riproduzione per qualsiasi scopo.


 


 

 SAC. PROF. GIUSEPPE MOLTENI
RETTORE DEL COLLEGIO BORROMEO DI PAVIA

DUE NOTE MANZONIANE

- I -

LA FIGURA DI PIETRO FIGLIO DI ALESSANDRO MANZONI

- II -

ALESSANDRO MANZONI E LA CHIESA DI BRUSUGLIO

1928

 

La figura di Pietro figlio di Alessandro Manzoni

In un mio breve lavoro manzoniano, parlando di Pierluigi, il maggiore dei tre figli maschi del Manzoni, dicevo ch'era stato «degno figlio e confidente» del padre1; e altrove, commentando due lettere inedite di Tommaso Grossi allo stesso Pierluigi, affermavo che questi sarebbe divenuto «il fedele amministratore e il collaboratore affezionato» di Alessandro2. Perché queste affermazioni non sembrino avventate o esagerate, perché anzi siano ritenute conformi alla verità, pubblico queste note, alla cui compilazione ho atteso mercé la cortesia di donna Vittoria Manzoni-Brambilla, la maggiore e l'unica figlia superstite di Pierluigi, veneranda per età e per canizie, alla quale cogli auguri schietti di sempre prosperosa longevità, ripeto i più vivi ringraziamenti. Come ho già detto altrove, la egregia gentil donna conserva tuttora un manipolo assai interessante di lettere che grand-papà, come essa ancora chiama il grande nonno, aveva indirizzate al suo babbo Pierluigi, negli anni in cui Alessandro Manzoni, convivendo con la seconda moglie Teresa Borri ved. Stampa sposata nel 1837 e morta nel 186I e col figliastro conte Stefano Stampa, passava il suo tempo o a Milano, nella sua propria casa di via del Morone o nella villa della moglie a Lesa sul Lago Maggiore, facendo soltanto rare comparse a Brusuglio, dove invece Pierluigi aveva il suo domicilio abituale. È noto che donna Giulia, la cui fierezza ed amor proprio erano sensibilissimi, aveva preferito lasciare eredi delle proprietà brusugliesi a lei pervenute per testamento del conte Imbonati, i figli maschi di Alessandro, anziché questo stesso, certo per eludere qualche disposizione fiscale e forse anche per esprimere il proprio cruccio per le seconde nozze del figlio con una donna che a lei non era affatto simpatica. Ad Alessandro però era stato riservato l'usufrutto vitalizio della proprietà materna. Dopo molte vicende non sempre liete per il babbo e Pierluigi, i fratelli minori, Enrico e Filippo, tacitati e compensati nei loro diritti, rinunciarono alla parte loro competente dall'eredità della nonna, della quale pertanto Pierluigi rimase l'unico padrone.

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Essa passò poi nelle mani del sen. Pietro Brambilla, marito di donna Vittoria, per subire, dopo la morte del nuovo proprietario (1900), altre vicende che qui non interessa di accennare.

Alessandro Manzoni quindi, dopo la morte della madre Giulia Beccaria, avvenuta il 7 luglio 1841, impicciato com'era negli affari e sempre incerto e dubitoso in ogni contingenza che importasse qualche disagio o responsabilità finanziaria, e vivendo di solito a Milano o a Lesa, dovette volontieri affidare al figlio, di cui già aveva certamente sperimentato il valore e l'onestà e la pietà filiale, l'amministrazione di tutti i suoi beni paterni (pochi ormai, perché in buona parte già da tempo alienati per la ricostruzione e l'abbellimento della villa di Brusuglio, e consistenti in massima parte nella casa milanese, nella Moietta e in alcuni fondi situati nel Lodigiano) e la cura della tenuta di Brusuglio, delle rendite cioè e delle spese del suo usufrutto vitalizio. S'aggiunga che già sua moglie Enrichetta, nell'ultimo testamento del 17 dicembre 1833, aveva lasciato la sua dote e la sostanza stradotale ai figli, Pietro era ormai maggiorenne alla morte della madre, con riserva dell'usufrutto generale vitalizio al marito3. Anche per ciò Alessandro era in qualche modo vincolato a Pietro.

Ho letto, qualche tempo fa, in un autorevole periodico romano4, che Pietro Manzoni rientrò in casa del padre dopo la morte di donna Teresa, Ciò è vero, ma sotto un certo aspetto. Alla suscettibilità di donna Teresa non poteva essere gradito il soggiorno di Brusuglio che non apparteneva e non doveva appartenere al marito; né farglielo preferire alla dimora di Lesa, ad essa tanto più cara e assai più fresca ed amena della pur comoda villa milanese, risonante, anche nel silenzio del vasto parco, delle grida e del chiasso dei bambini; invece, quando era a Milano, cioè dal novembre alla bella stagione, conviveva col marito nella casa di via del Morone. E Pietro dove poteva più comodamente abitare se non a Brusuglio di cui era comproprietario e dove l'ampiezza e la signorilità e l'arredamento erano più che decorosi? Se, come è giusto, si considera Brusuglio come la dimora più nota dei Manzoni anche per l'amore che ai primi effetti del suo genio egli portava, diremo che piuttosto Alessandro, sposando la Stampa, e finché donna Teresa visse, abbia di proposito e non senza accordi prima colla madre e poi coi figli, abbandonato lui la casa che fu il teatro principale e il più noto della sua maggiore operosità letteraria. Del resto, mentre non era possibile ospitare a Lesa parecchie persone, Alessandro stesso scrivendo a Vittoria le dice che lassù non avrebbe potuto fare più di «qualche fermatina, di qualche giorno» data la «strettezza dell'alloggio»5, a Milano ci si poteva stare e lungamente, in molti. Infatti Pietro ed Enrico, colle loro famiglie, passavano di solito le feste di Natale e di Capodanno col padre e rimanevano con lui alquanti giorni6.

Checchè sia di ciò, «la figura di Pietro Manzoni è quella tipica del gentiluomo lombardo esperto e bonario, accorto e semplice, retto e istruito»7; essa meriterebbe di venire largamente illustrata. E mi duole di non poterlo fare ora con l'agio e l'ampiezza opportuna. Tuttavia dal carteggio manzoniano già noto e da notizie tolte dalle lettere inedite su ricordate si possono mettere insieme non pochi elementi, che con altri riguardanti la vita intima del padre, il suo carattere, la sua attività nel ventennio 1840-1860, gioveranno certo, o non dispiaceranno, a chi si occupa di cose e di persone manzoniane. Pietro era uno di quei nobili proprietari terrieri dallo stampo antico, che mentre non si vergognavano di risiedere in mezzo ai loro contadini e di guidarli, colla parola e coll'esperienza, nella migliore lavorazione dei campi, nei tentativi di nuove proficue culture agricole, nel razionale allevamento dei bozzoli: si dedicavano, nelle molte ore libere dell'inverno, a studi svariati di filologia e di letteratura, di linguistica e di economia, con una competenza più che da dilettante. Contento insomma se le uve nereggiavano tra i pampini e le spiche biondeggiavano nei campi solatii, e insieme fiero di una ricca biblioteca, raccolta con discrezione, buon gusto e sapienza, e arricchita e messa al corrente non tanto per un lusso patrizio quanto per la necessità della sua cultura vasta e dello spirito suo, sitibondo di sapere.

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E non pochi letterati e studiosi, amici di Alessandro, trovavano volentieri, negli otia di Brusuglio e in compagnia di Pietro, coll'ospitalità signorile, la conversazione arguta e la possibilità di dotte dispute e di consultazioni preziose. Altrimenti né il Grossi né il Giusti né altri illustri avrebbero avviato e mantenuto col figlio di Alessandro una corrispondenza cordialissima e spiritosa. È però doveroso aggiungere che a, rendere più amabile la sua vita campestre, Pietro si valse, per non pochi anni, dell'amichevole familiarità del parroco don Paolo Pecchio, così stimato e benvoluto anche dal padre, il quale lo manda spesso a salutare con espressioni assai affettuose.

Brusuglio, villa Imbonati.

Per esempio in una lettera da Lesa del 30 ottobre 1852 a Pietro, Alessandro scrive: «È sempre una consolazione per me, quando ti mando una lettera a Brusuglio, il poterti incaricare di cordialissimi rispetti per un curato che si chiama don Paolo Pecchio...» Don Paolo Pecchio fu parroco di Brusuglio per quasi cinquant'anni, dall'ottobre 1852 all'aprile 1902. Gli è dedicata una semplice lapide nella chiesa parrocchiale, in cui si dice che fu «colto, modesto, pio, caritatevole, amico apprezzato di Alessandro Manzoni...».

Nato nel luglio del 1813, Pietro o Pierluigi Manzoni, che ereditava il nome del nonno paterno, tardo ma giusto riconoscimento di un sacro dovere di pietà filiale, non mai alcun nome di battesimo dovette essere dato con sentimento più virtuoso e più cristiano nota il De Gubernatis, venne educato ed istruito in casa, conforme all'uso delle famiglie patrizie milanesi del tempo, le quali, avvezze a vivere nelle sontuose ville briantee o sui laghi buona parte dell'anno, non volevano aver legami con orari o calendari scolastici. E poi gli insegnanti delle scuole pubbliche puzzavano di austriacantismo. Pietro, come tutti gli altri figli di quell'invidiabile famiglia, aveva forme delicate e modi graziosi, quantunque vivacissimo di carattere. I ritratti che ci rimangono di lui bambino ci dicono quanto fosse gentile8. Si può credere che la mamma Enrichetta e la nonna Giulia Beccaria non indulgessero soltanto al loro grande sentimento materno quando tessevano ai parenti e agli amici l'elogio del piccino. Spigoliamo dal Carteggio di A. Manzoni pubblicato dall'HOEPLI alcune espressioni più significative9. «Si chiamerebbe Pierluigi, ma noi lo chiamiamo Pedrin...». È nato solo da tre giorni, ma donna Giulia afferma che è bellissimo e grassissimo e anche bonissimo. «C'est un fort joli enfant...». «Ha sette mesi, scrive la mamma, felice, ma lo si vede grossir tous le jours et devenir plus intelligent...». Non ostante alcuni gravi disturbi propri dell'età, il piccino «est toujours gai vif... et déjà fort intelligent... » Lo stesso papà, pur così sobrio e riservato, non può non lodare al Fauriel «la santé, la tranquillité et la sagesse» del bimbo, e continua constatando che «est un des enfants plus bien portants que l'on puisse voir». Lo tenne al petto, come fece con quasi tutti i suoi nati, la sua stessa mamma: perciò Pietro crebbe anche più grazioso e delicato. A tre anni, scrive ancora il padre al Fauriel, è «un lutin qui nous vexe et nous charme ».

La nonna che ha per il suo Pedrino una predilezione, gli fa prendere nel primo anniversario della sua nascita, un bel ritratto da regalare alla nuora. A quindici mesi, sono accenni che dimostrano pure quanta concordia affettuosa e serena regnasse in quella famiglia, Pietro cammina nientemeno che «come un lacchè». «Il mio bambino», scrive Enrichetta, «est tout à fait gentil» e benché più delicato ancora di Giulietta, è di una forza e vivacità straordinaria...». Tocca appena due anni e pochi mesi e... «pour son age est bien avancé: parlant très bien, faisant ses observations a temps, sautant par ci par là comme un petit écureuil et resistant à la douleur comme un Hercule», nientedimeno? Pur tuttavia se cresce in grazia e in intelligenza, cresce anche in vivacità. la quale infatti a cinque anni è troppa. La mamma ahimè si lamenta: «Peder est toujours turbulent».

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Appunto a quest'età, data l'intelligenza precoce del ragazzo, la vigile e sapiente Enrichetta ne incomincia la istruzione, che è però limitata a pochi elementi perchè la salute del figliolo si rivela assai cagionevole. «Je ne le fais que lire un peu..., et nous voulons le laisser se bien fortifier avant que de le mettre à l'application». Ha bisogno infatti di aria e di moto, dice la nonna al Fauriel, «car il est comme son père»; ciò però non ne diminuisce l'estrema irrequietezza. Vi condurrò, scrive il babbo allo stesso Fauriel, annunciandogli il 26 di luglio 1819 il suo prossimo viaggio a Parigi, «un indomptable lutin».

Durante il soggiorno parigino del 1819-20, che fu, dal punto di vista della salute, un mezzo guaio per tutta la famiglia, Pietro soffre di tosse, tosse e reumatismi lo affliggeranno spesso, e la delicatezza della sua complessione incomincia a preoccupare un poco i parenti. Da Parigi Pietro, e specialmente dalla conversazione e dalla compagnia del Fauriel, riporta un ricordo gradevolissimo.
 

Lo storico, linguista e critico letterario francese, Charles Claude Fauriel.

«Pietro ti aspetta a Brusuglio a saltare» (Alessandro al Fauriel nell'aprile 1820); «Pierre est bien grandi aussi et est bien fortifté ». Intraprende a nove anni lo studio del francese. Studia e impara, ma la sua calligrafia, la calligrafia di Pedrazzo, come lo chiama il babbo scrivendo a G. Cattaneo nel 1822 è sempre orribile. E il Fauriel parlando al Manzoni del suo prossimo lungo soggiorno a Milano o a Brusuglio, dice di aver scelto Pietro come suo maestro di dialetto milanese. In una lettera, certo la prima in francese che Pietro abbia scritto, coll'aiuto della mamma, e indirizzato allo stesso Fauriel, in Toscana, il 21 dicembre 1824, il ragazzo ringrazia il letterato illustre di aver avuto per lui, a Milano e a Brusuglio... «soins... presque paternels...» e gli abbia fatto apprendere tante «jolies choses». Già egli si sottoscrive come un vecchio amico, poichè è certo che il Fauriel gli è « son plus vrai ami ». Al ricordo della bontà del Fauriel, Pietro... «saute de plaisir» come s'esprime la nonna. Gli studi di Pietro furono certo severi. I genitori non badarono a spese per avere a Brusuglio e a Milano maestri eccellenti e istitutrici straniere cui affidare i figlioli.

Pietro incominciò a imparare il latino colla guida di un signor Bertuzzi, il quale certo gli insegnò anche i primi rudimenti del greco.

Nel suo secondo soggiorno presso i Manzoni, a Brusuglio, il Fauriel si divertiva a tradurre dal greco con Pietro o a far tradurre da lui le favole esopiane10. A tredici anni, nota la nonna al Fauriel, «Pierre étudie beaucoup. Il à continuellement son professeur qui lui donne de la besogne, en grec, en italien, en latin et l'algèbre...». La istruzione delle sorelle è meno vasta; esse hanno professori di francese, di storia e di geografia e di italiano (si sa che per un pezzo fu il Torti il precettore delle signorine Manzoni)11, ma Pietro «en a plusieurs autres». Studia anche l'inglese, ma ora senza molto entusiasmo. Le lezioni sono date o a Brusuglio o a Milano secondo la comodità e le possibilità dei suoi insegnanti; poiché lo studio continuava anche in villa, dove la famiglia si recava appena spiegata la primavera.

I genitori si sforzarono di vincere la delicatezza della complessione di Pietro, mediante quegli esercizi che ora sono detti sportivi. A dodici anni Pietro era assiduo al maneggio: e a chi faceva osservare ch'era troppo presto per quell'età, donna Giulia rispondeva: essere meglio «qu'il sache se tenir a cheval, que de risquer, camme cela lui arrive souvent, de se casser le cou». Per i cavalli e la cavallerizza e poi per la caccia egli nutrì sempre una grande passione: «Pierre a toujours une grande manie pour les chevaux et la chasse, et pour les chevaux sortout il s'en amuse bien, je vous assure...» scrive la sorella Giulietta. Insieme a questi esercizi sani e ricostituenti, Pietro amava darsi al pattinaggio nelle ore mattutine degli inverni milanesi, così come divenne anche eccellente nuotatore. Durante la stagione dei bagni che la famiglia Manzoni passava a Genova, Pietro si sbizzarriva. Il suo papà medesimo era meravigliato dell'agilità e della temerarietà del ragazzo. In una lettera del 6 agosto 1827 Alessandro scrive: «Pietro è un nuotatore consumato; si getta a capo in giù dal battello, e va sotto e torna di sopra come gli pare», sì da meritarsi l'elogio dal barcaiolo che gli era stato precettore e che dice dell'allievo: «E mistro, e o gh'a la carta».

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Pietro ama anche, e moltissimo, viaggiare. A sei anni faceva già l'incomodo e lungo viaggio di Parigi. Di solito il babbo e la mamma lo conducono insieme nelle loro piccole gite o nelle visite lontane, a Pavia da monsignor Tosi, a Cassolo, a Lecco, sui laghi o a Genova, dove solitamente i Manzoni prendevano i bagni di mare, a Finale e a Savona, a Ginevra (col Grossi? nel 1830? 12). Egli è «felice di divertirsi» vedendo cose e paesi nuovi, e così dimostrava gusti nobili e promettenti rivelando sempre più, secondo la nonna «un carattere reflèchi et sensible». Giulietta, quantunque fosse in frequenti liti col fratello che non la lasciava mai tranquilla, scrive di lui al suo padrino a Parigi, nel febbraio 1827, che Pietro «avance beaucoup en tout, au phisique et au moral ».

Le belle doti di Pietro brillarono a Firenze durante la permanenza che Alessandro fece nella capitale toscana nel 1827. Già l'andata in Toscana aveva reso Pietro «joyeux camme un roi». Egli accompagnava sempre il babbo, trepido e timoroso delle sue vertigini, ovunque si recasse, anzi lo «conduceva intorno». Non mancò quindi neppure alla visita che lo scrittore fece al Granduca che accolse amabilmente il padre e il figlio e li trattenne con somma familiarità. E a Firenze Pietro intrecciò con molti, specialmente coi Cioni, una tenera amicizia, simile a quella che già lo legava al Fauriel. Volontieri cede al padre il suo bell'esemplare fiammante dei Promessi Sposi, che aveva avuto in regalo, perchè lo mandi al Cioni e su quello, e non su altra copia sciupata, il bravo medico fiorentino faccia le sue correzioni linguistiche.

Diventato un giovinetto leggiadro e colto, Pietro si fa una buona compagnia di coetanei degni di lui. E li conduce talora anche in casa per divertirsi con loro e per divertire la sorella maggiore e le altre. Appunto il suo panegirico è adesso tessuto non più dalla mamma o dalla nonna, affaccendate dietro gli altri bimbi, ma da Giulia.

È veramente bella questa corrispondenza di amorosi sensi fra Pietro e questa squisita Giulietta, fiera e felice delle brillanti doti del fratello, dal quale doveva però separarsi ben presto, dapprima per andar sposa a Massimo d'Azeglio e poi, seguendo un assai doloroso destino, per morire (20 settembre 1834) di ventisei anni a Brusuglio. Nell'aprile del 1829 Giulietta scrive al Fauriel,.. «mon frère est maintenant un assez beau jeune homme plus grand que son père; il étudie assez et il s'amuse beaucoup; il passe sa vie avec des jeunes gens aussi gais que lui, qui finissent par nous rendre gaies aussi, quelque fois méme malgré nous...». Questa di far strillare le sorelle e i fratellini ed altre simili mariuolerie erano e si capisce, una occupazione alla quale Pietro si dava volentieri...13.

A sedici anni Pietro è ormai «un grand jeune homme» alto due dita piú del padre, sempre allegro, che ride sempre alle spalle altrui, ma «avec tant d'esprit qu'il faut le reprendre eri rient...». É anche bellissimo ed elegantissimo; «le type de la mode». Giulietta appunto per ciò gli perdona tante biricchinate. L'agiatezza in cui la sua famiglia si trovava consentiva a Pietro la vita spensierata; intanto però la sua cultura tecnica agricola e amministrativa veniva allargandosi e consolidandosi. Però la stessa sorella Giulia scrive al Fauriel nell'aprile del 1830: «Mon frère est, je crois, un des plus heureux hommes qu'on puisse rencontrer, il chante et s'amuse du matin au soir, il étudie aussi gaiement qu'un autre s'amuse, et s'amuse en désespéré comme qui fait une vie bien retirée, ce qui certes n'est pas son genie». Un anno dopo Pietro è «grand déjà de toute la tete plus que son père».

L'indole amabile e l'aspetto del bel ragazzo lo rendevano caro anche agli amici del babbo, che non solo lo avevano compagno nelle loro gite ma lo volevano anche ospite nelle loro ville. Nel Carteggio leggiamo infatti le notizie di queste passeggiate, allegre sempre anche quando Alessandro le troncava a mezzo per i suoi soliti malanni. Ma lontano dal babbo o dalla mamma Pietro si immalinconiva. Nel 1829 i Litta di Biumo di Varese lo invitano insistentemente ad andar da loro e a rimaner nella loro villa qualche tempo. Pietro fa il ritroso e il cerimonioso e n'ha i rimproveri del babbo. «Ritratta tutta la tua cerimonia, vergognati e chiedi scusa d'esserti fatto pregare...». E una lettera un po' severa, alla quale tuttavia la sua tenera madre aggiungeva un poscritto per il suo «caro Pietro» che Dio benedica?14.

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La benevolenza di questi valentuomini non sarebbe pienamente giustificata se riconoscessimo in Pietro solo delle belle doti esteriori. Il suo spirito e la sua intelligenza c'entravano pure e molto nella simpatia degli amici per lui. E tra questi c'erano pure uomini di alto valore oltre il Fauriel e gli altri già nominati. Il Grossi, per esempio, pur maggiore di lui di ventitre anni, scherza molto confidenzialmente con Pietropoli, così lo chiama celiando,15; e il Giusti, dopo la conoscenza fatta con Pietro nel 1845, entrò in somma dimestichezza con lui. Nell'archivio domestico di donna Vittoria ci sono due lettere del poeta al nostro Pietro, una da Montecatini (16 ottobre 1845), l'altra da Pescia (del 20 dello stesso mese) assai interessanti. Tra l'altro Giusti facendo un cenno dei propri malanni, di paure e di sogni funesti, dice: «il nome di malato e anca di visionario sento che posso pigliarmelo in pace, ma vorrei scansare quello di corpo uggioso che da qui innanzi comincerebbe a starmi bene...».

Quale sia stata la collaborazione del figlio all'attività letteraria del padre, dirò tra breve. Ma un indizio della cultura di Pietro Manzoni è dato senza dubbio dalla sua ricca biblioteca di Brusuglio, alla cui completezza mi diceva donna Vittoria avere il padre suo contribuito amplissimamente. Lo stesso ordine, la eccellente legatura, la precisione dalle sigle e dalle indicazioni, la proprietà e comodità degli scaffali, la stessa sua ubicazione tranquilla sul giardino ricco di verde e di ombre fanno della bibliotechina uno dei recessi preferiti della bella villa manzoniana. E i libri rispondono ad un eccellente eclettismo, pieno cioè di gravità e di sapienza. Sono racconti classici di viaggi, trattati di filosofia, di storia delle religioni, agricoltura, volgarizzazioni scientifiche, bella letteratura. Non pochi volumi recano dediche affettuose di autori, stampatori, amici. E non manca una varia bibliografia che comprende alte questioni glottologiche e pratici insegnamenti domestici: insomma «tutta roba scelta, tutte opere delle più riputate in varie materie; in ognuna delle quali Pietro era più o meno versato» per riportare le parole del padre suo in lode della biblioteca di don Ferrante. Ma nelle questioni linguistiche, e specialmente nelle strutture lessiche ed etimologiche del dialetto lombardo e di quello celtico e gallico, Piero «era tenuto, e con ragione, per più che un dilettante». Già maturo di anni e pur in mezzo alle preoccupazioni della famiglia, egli si dava a questi studi con passione o li riprendeva con alacrità, Ve lo esortava anche il padre. In una lettera inedita del 13 settembre 1848 gli scriveva da Lesa: «Ti consiglio di rimetterti alle ricerche intorno ai vocaboli celtici. Oltre l'interesse della cosa che ne può uscire, non puoi credere quanto il lavoro aiuti nei tempi angustiosi» nei tempi cioè tanto grigi che passarono dal ritorno del Radeski a Milano, burbanzoso più che mai all'indomani della prima Custoza, sino alla rottura dell'armistizio nel marzo del 1849, e che durarono poi anche dopo. Per questo la libreria di Pietro è ricchissima di dizionari e di lessici di varie lingue. Cito lo SCHREVELII, Lexicon, manuale greco-latino-italiano; LE PELLETTIER, Dictionnaire de la langue bretonne; i tre volumi del BULLET, Memoires sur la langue celtique; i quattro volumi del GIGGEIUS, Thesaurus linguae arabicae; L'EVANS, English and walsh vocabulary; PICTET, De l'affinité des langues celtiques avec le sanscrit; PRYCE, Ancient cornish language; il dizionario anglo-irlandese di O'REILLY'S; il Dictionary of the Gallic language; il PUGHE, A dictionary of the Welsh language: lo STEWART, Gallic Grammar; la grammatica celto-bretone di LE GONIDEC; e parecchi altri lessici di dialetti italiani, come del comasco del MONTI, del SICILIANO del PASQUALINO, ecc. Da tutta questa raccolta di libri argomento che Pietro, superate le prime incertezze, si sia applicato con gran frutto anche allo studio dell'inglese.

La morte angosciosissima dell'angelica e tenera sua madre, Enrichetta Blondel che triste Natale in casa Manzoni fu quello del 1833, quando il fulmine scese a ferire mentre a stornarlo ascendeva la preghiera, rassegnata però, di tutti i familiari:

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Vedi le nostre lagrime
Intendi i nostri gridi,
Il voler nostro interroghi
E a tuo voler decidi16;

e, più le seconde nozze del padre colla Teresa Borri vedova Stampa, seguite tre anni dopo, il 31 gennaio 1837, avevano creato per Pietro una situazione familiare dolorosa. Incominciava presto, a vent'anni, dopo una giovinezza spensierata, a sperimentare i dolori della esistenza umana.

Giulia Beccaria, Alessandro Manzoni, Enrichetta Blondel.

E ciò anche perché la mamma «negli ultimi giorni della sua vita», aveva raccomandato a lui tutti i fratelli e le sorelle minori. Già durante la lunga malattia di lei, il carattere esuberante e un poco riottoso di Pietro si era profondamente trasformato. Le distrazioni giovanili avevano ceduto al dovere della migliore sollecitudine e pietà. «Pierre n'est plus le méme, scriveva la Costanza Arconati al Fariel... La pauvre mire a eu la consolation de le voir aussi assidue, aussi tendre que ses autres enfants...»17. Enrchetta poteva dunque morire tranquilla, sicura della parola avuta dal figlio maggiore.

La promessa fatta in tanto momento e a tanta mamma, la quale moriva nelle sue braccia e in quelle di Massimo d'Azeglio18, non poteva essere trascurata. Pietro aveva dovuto ricordare questa raccomandazione e questo impegno in qualche momento doloroso e «tremendo» per i suoi pupilli, forse durante qualche contrasto con la matrigna19 che avrebbe voluto far prevalere le sue idee e la sua autorità in special modo sulle figliastre. A diminuire il più presto l'occasione di penose discussioni, le figlie del Manzoni o si allontanarono dalla casa paterna andando presto spose, Sofia al marchese Ludovico Trotti nella primavera del 1838, e Cristina al nobile Cristoforo Baroggi nel maggio dell'anno seguente; oppure furono lasciate o, appena fu possibile, collocate in collegio, come la Vittoria che invece di tornare a casa dall'Istituto delle Dame Inglesi di miss Cosway di Lodi passava in quello della Visitazione di Milano, e la piccola Matilde che raggiungeva, di otto anni appena, la maggiore sorella nell'educandato medesimo. Donna Teresa prima dell'infelice maternità del 1845, godeva buona salute. Conoscendo la vita e sapendo reggere una casa, non poteva, almeno per i primi anni rimanervi subordinata nè alla suocera che pure non era donna facile a curvare la fronte specialmente ad una estranea né ai figliastri. Ma la Stampa non ebbe neppur bisogno di contrastare alla Giulia Beccaria il dominio del focolare, che ottenne subito, e come dicevo mantenne per parecchio tempo, «per il semplice effetto dell'amor coniugale, manifestatosi fortissimo sin dal principio e che fece vivere in piena concordia il Manzoni con donna Teresa sotto parecchi aspetti da lui dissimile». Sicché specialmente a Milano donna Teresa incominciò a regnare, per qualche anno, senza opposizioni. Il primo posto, ormai spettava più a lei che alla suocera20.

In un ambiente assai turbato o,almeno, molto diverso da quello di un tempo, quando Enrichetta era veramente l'angelo della famiglia, Vittorina, lontana e triste, sospirava di possedere «un ramoscello colto nel viale di Brusuglio, dove aveva passati degli anni tanto belli nella sua infanzia, e dei tanto tristi dopo»21, né Pietro né gli altri fratelli, a malgrado della tenerezza del padre, dovettero trovare molta pace. Alla fine del 1840 Pietro supera una fiera meningite22. La sorella Vittoria, uscita dal collegio per assistere la Cristina Baroggi che moriva il 27 maggio del 1841, e per prestare le ultime cure alla nonna Giulia che spegnevasi il 7 luglio dello stesso anno, non rimaneva presso la famiglia, ma si recava a Verano poco lungi da Carate nell'amena Brianza, ospite dell'altra sorella maggiore, Sofia Trotti. Quali i motivi di questa decisione che faceva preferire alla pia e delicata giovinetta la ospitalità del cognato alla sua stessa casa paterna? Certo il secondo matrimonio del padre e la simpatia che per lei aveva concepito il fratellastro conte Stefano, il cui sentimento essa non si sentiva affatto di ricambiare23. A Verano Matilde si trovava benissimo e trascorse tanti giorni così dolci che il ricordo ne durò per sempre. Ma nel marzo del 1845 anche Sofia Trotti moriva; e Matilde, già affranta per la devota ma faticosa assistenza prestata alla sorella, cadeva anch'essa ammalata sì gravemente da rendersi necessaria la sua sollecita partenza per il mite clima di Toscana. Là, come è noto, sposava il 26 settembre del 1846 G. Battista Giorgini, e formava con questo la stupenda famiglia che conosciamo dagli epistolari e dalle memorie manzoniane. Pietro aveva dovuto lasciar partire la sorella con grande dolore. Probabilmente, anzi, lui stesso, non ostante fosse stato vagheggiato il pensiero che Matilde rimanesse a Verano a «fare da mamma» agli «angeletti» figli di Lodovico24, l'aveva esortata ad allontanarsi. Più triste e più penosa al cuore di Pietro la sorte dell'ultimo fiore di casa Manzoni, di Matilde cioè, che uscita di collegio nel 1846, intristiva nella vuota casa paterna25, e che ammalatasi fieramente di quel male che doveva, dopo dieci anni di inutili cure, portarla alla tomba, superata una lunga convalescenza presso il fratello Enrico nell'allegro paesello brianteo di Renate, andava nel luglio 1847 a raggiungere la sorella a Massarosa e a esserne ospite amata e confortata non solo da lei ma da tutti i Giorgini.

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Quanta consolazione venisse alle minori sorelle lontane dalla protezione e dall'affetto di Pietro, si può con sicurezza argomentare dalle lettere di Vittoria e di Matilde. Cito qualche frase particolarmente espressiva: «Più vado avanti, e più conosco che tesoro di fratello ho in te. Pensa che cos'è per una povera creatura che ha perduto tutto quello che ho perduto io, il pensiero di avere ancora al mondo un essere come te, che mi ama, mi protegge, mi capisce... Mio caro Pietro, tu mi hai detto in un momento tremendo che la nostra povera madre ci aveva raccomandato tutti a te negli ultimi giorni della sua vita: non ti son rimaste che due sorelline, povero Pietro, e tu hai concentrato su di loro tutte le cure e tutte le dimostrazioni di un affetto più paterno che fraterno»26. Vittoria quasi sembra ingelosirsi della famiglia che Pietro vuol formarsi, perché teme che dal pensiero di una donna tutta sua Pietro sarebbe stato tanto distratto da dimenticare le sorelle. E ai 10 di febbraio 1846 gli scriveva appunto così : «Ti supplico in nome di nostra madre, che questo passo che stai per fare non ti allontani in nessun modo dalla tua Vittorina che ti ama più che un fratello, che ha troppo bisogno di te, che non saprebbe rinunziare alla più piccola parte della tua affezione. Non vorrei mai, a nessun costo, esserti cagione del più lieve sacrifizio, ma dimmi che se le circostanze mi costringeranno di venire a te, ti troverò quello che sei stato sempre». A quella preghiera Pietro rispose certo in termini più che affettuosi, perché pochi giorni dopo, ai 16 del mese, Vittoria replicava: «Mio carissimo, mio ottimo Pietro! dovrei essere un po' meno commossa per poterti esprimere che cosa mi ha fatto provare la tua lettera! Oh mio Pietro, tu forse non immagini che immenso conforto è per me il pensiero di appartenerti e di esserti cara. Questa certezza mi dà un senso di riposo e di tranquillità, come può provarlo un bambino che si rifugia nelle braccia di sua madre»27. La fiducia e la confidenza di Vittoria nella bontà e nella saviezza del fratello sono piene. Commossa e lusingata dal sentimento squisito che le dimostra G. B. Giorgini, e già vagheggiando un dolce e nobile sogno d'amore, Vittoria apre il suo animo, racconta le sue speranze, descrive la sua dolcezza a Pietro prima che al padre... «Ho bisogno dei tuoi consigli, della tua assistenza; ricordati da chi ti sono stata affidata: confido in te». E pare che Pietro, impressionato dal carattere troppo espansivo e fantastico della sorella, l'abbia prudentemente ammonita a non fidarsi troppo della sua fantasia, cioè a non romanticizzare alla Lamartine, il poeta di moda allora. E Vittorina s'affretta ad assicuramelo ampiamente28. Tali lettere sono una prova della delicatezza tenera e forte con cui Pietro vigilava alle sorti delle sue dilette.
 

Il parco di villa Imbonati a Brusuglio.

Certamente nella casa di Brusuglio Pietro doveva trovarsi molto a suo agio. Donna Giulia che non aveva mai ceduto a nessuno la proprietà lasciatale dall'Imbonati, testava, morendo, come ho detto, in favore dei figli di Alessandro, lasciando però quest'ultimo usufruttuario a vita e onerandolo di alcuni legati verso le figlie superstiti. Donna Teresa non dovette essere molto contenta di queste disposizioni che, pur giustificate da ragioni fiscali, erano probabilmente state suggerite dall'avversione di donna Giulia per lei. Dall'epistolario dello Sforza e dalle altre corrispondenze manzoniane, risulta che dopo il 1841 donna Teresa anche più raramente soggiornò a Brusuglio, preferendo la sua villeggiatura di Lesa.

Alessandro quando si recava dai figli, vi rimaneva per lo più solo. La qual preferenza per Lesa divenne più decisa dopo la grave malattia della gentildonna del 184529. Ciononostante le relazioni di Pietro col padre dovettero mantenersi sempre cordiali. Era anche nell'interesse di entrambi. E del resto, Pietro, se occorreva, recavasi a Lesa a conferire col babbo intorno agli affari comuni e ne era sempre ben accolto. Nel 1840 è lui che si adopera, dietro incarico di papà, di cercare in Milano un alloggio al Gonin30; è Pietro che tratta, nel 1841, col Montgrand di Marsiglia la questione della versione in francese dei Promessi Sposi31. Quando la matrigna si ammala, nel 1845, Pietro deve interrompere il soggiorno in Toscana, tanto gradito32, per affrettarsi a Milano. Di questi rapporti cordiali si vedranno molte altre prove in questo stesso lavoro.

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All'ultimo di gennaio del 1846, a trentatré anni, ben chiarita la sua posizione col babbo e la matrigna, Pietro conduce in moglie Giovannina Visconti, alquanto più giovane di lui, doveva sorvivergli tredici anni (1822-1886), e l'impalmava nella chiesa di S. Fedele. Qual fosse questa donna che doveva essere la sua compagna affezionata e devota, possiamo sapere e dall'affetto dimostratole sempre dal suocero, corre risulta dal carteggio manzoniano tuttora inedito, e dalle affettuose espressioni della cognata Vittoria. «Ricordati, mio Pietro, così la sorella in una lettera del 10 febbraio 184633), che tutto ciò che è tuo è anche mio : la tua Giovannina è dunque una mia sorella. Io l'ho sempre amata e stimata molto e per quello che ho sempre sentito dire di lei, e perché ti era cara e perché tu eri caro a lei; una persona che ti ha saputo apprezzare al di sopra di tutti, e che ha saputo conservare il prezioso tesoro delle tue affezioni». La sorella cede solo a Giovannina il diritto di amarlo più di lei. «Non mi par vero che questo possa darsi, eppure desidero che la tua Giovannina ti ami più della tua Vittoria».

Pietro visse così nella quiete operosa di Brusuglio e nell'amministrazione dei beni paterni, alternando il lavoro collo studio, sino al 28 aprile 1873. Moriva infatti sessantenne poche settimane prima del padre, spentosi il 22 maggio dello stesso anno. Dal suo matrimonio erano nati quattro figli, Vittoria nel 1846, andata sposa al senatore nobile Pietro Brambilla, e ancora «l'unica vivente custode di quella che fu la povera casa Manzoni», come scriveva la zia Vittoria nelle sue memorie34; Giulia, nata nel 1848, maritata poi Costantini; Lorenzo, nato nel 1852 e Alessandra venuta al mondo due anni dopo.

Le norme di una vita igienica e «la libertade agreste avrebbero certo assicurata a Pietro una maggiore longevità, se la delicatezza della complessione di tutti i figli di Alessandro non avesse avuto ragione e della regolarità della vita e degli esercizi fisici ai quali aveva Pietro educato le sue forze. Nel 1872 soffre di una grave «artritide»35; ma la sua morte fu cagionata da un cancro che lo condusse inesorabilmente alla tomba dopo grandi sofferenze.

Dal 1861, dalla morte cioè di donna Teresa, la famiglia di Pietro divenne quella di Alessandro. E la bella fotografia pubblicata nel volume terzo di quel delizioso Manzoni intimo dell'Hoepli (p. 192) ci mostra Alessandro nella bella fiorente cerchia familiare del suo figlio prediletto.

Si può chiedere quali siano stati i sentimenti religiosi di Pietro. Testimoni oculari e auricolari assicurano ch'egli serbò intatta la fede e viva la pietà, conforme all'educazione avuta dalla nonna e dai genitori, e alla concezione squisitamente pia della vita professata e celebrata dal padre. Anche nell'epistolario manzoniano inedito ci sono poche ma sicure prove di ciò; le vedremo. Delle lettere già note ricordo solo un periodo di Matilde, l'infelice sorella malata, indirizzata al suo amatissimo Pietro il 25 novembre del 1855: «Ti prego, conduci in Cappellina la tua Giulia e la tua Vittoria e fa dir loro un'Ave Maria per la povera zia Matilde ai piedi di quell'altare davanti al quale la nostra Nonna mi conduceva sempre a pregare la SS. Vergine»36.

L'archivio domestico di casa Manzoni a Brusuglio è ormai ridotto ad assai poca cosa. La parte migliore è costituita da circa centocinquanta lettere di Alessandro a Pietro, delle quali molte sono senza data, scritte da Lesa o da Milano e indirizzate quasi sempre a Brusuglio. Una di esse, quella inviata a Pietro ospite dei Litta a Biumo di Varese, essendo probabilmente del 1829, è già pubblicata nel secondo volume del Carteggio di Alessandro Manzoni, stampato dall'Hoepli: qualche altra cosuccia è stata messa in luce anche da me37.

Oltre a queste lettere ci sono pochi ricordi familiari, un ritratto del Dupré donato al Manzoni nel 1864, cartellini con richiami a citazioni e a spunti per la storia della Rivoluzione francese, biglietti gentili del Cousin, di Verdi, Cialdini, Lafayette che si rivela entusiasta ammiratore di donna Giulia Beccaria, della duchessa Teresa Ravaschieri-Fieschi, nata Filangeri «vissuta sempre», come essa stessa protesta, nel «culto» di Alessandro. Tutto questo interessante materiale vedrà certo la luce a suo tempo e a suo luogo per opera degli illustri scrittori ed editori già tanto benemeriti degli studi manzoniani. Qui ne dà qualche saggio, col consenso di donna Vittoria Brambilla per lumeggiare il più possibile la figura del padre suo e la sua multiforme e bella attività spesa in gran parte per il grande Alessandro.

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Dal carteggio inedito risulta anzitutto il tenero affetto che Alessandro nutre per i figli, anche se è distratto dalla seconda moglie o lontano. Naturalmente a Pietro il padre dimostra una tenerezza particolare ed esprime molto spesso il desiderio di stare con lui: «Io sto bene: e vedo con piacere avvicinarsi il giorno che ci riunirà per qualche tempo» (s. d.); «abbraccia per me Giovannina e i bimbi... di te non parlo» (s. d.); «mi consola l'immaginarti tra poco a Verano ma mi consola di più l'immaginarmi tra non molto con te...» (s. d.) «Non ti venga mai in testa di rammentarti al tuo aff.mo padre» (s. d.). La salute della nuora travagliata da qualche difficile maternità preoccupa vivamente Alessandro: «Voglia il Signore esaudire le nostre preghiere per il pronto sollievo della povera e cara Giovannina... Aspetto con ansietà le notizie... Dio vi benedica tutti, come ne Io prega dal fondo del core il tuo aff.mo babbo» (s. d.). Pietro lo informa anche delle piccole vicende della famiglia, e Alessandro coglie spesso l'occasione di una breve risposta per assurgere a considerazioni nobilissime e delicate. Saputo che la casa di Pietro è stata rallegrata dalla nascita di un bimbo, Renzo, venuto al mondo nell'agosto 1852, il padre scrive: «Desiderare dei figlioli in ogni tempo è una cosa ordinaria per chi non n'ha veruno; a un bon marito nascono tutti desiderati, almeno da qualche mese; quando poi si sentono vagire, e si prendono tra le braccia, pare un'ingiustizia e una crudeltà il non averli desiderati sempre...» (27 agosto 1852)38.

Allontanatosi da Milano e da Brusuglio per la recente morte della madre donna Giulia, Alessandro scrive nell'agosto del 1841 a Pietro che è a Milano coi fratelli e i cognati: «Si valetis bene est, ma se qualcheduno di voi me lo fa sapere sarà anche bene. Abbraccia per me Enrico, Filippo, Cristoforo, Lodovico, Sofia e Vittoria, se son tornati; manda i miei abbracci a Matilde se non la vedi tu». Oh! come sente tuttavia la nostalgia di Brusuglio! Quante volte vorrebbe passare qualche giorno «tra le gioconde distrazioni di Brusuglio!». Pietro gli diviene «sempre più caro» (29 ottobre 1846); lo abbraccia «con quell'affetto che, se potesse alterarsi, non sarebbe che per diventar più vivo» (27 settembre 1847); e abbrevia le sue lettere, perché la speranza di poter far presto una lunga chiacchierata con l'amato figlio gli «fa lasciare nella penna tante e tante cose»; lo abbraccia come può «cioè col cuore ma di cuore» (27 ottobre 1847); «con minor piacere ma con lo stesso core di quando lo aveva avuto vicino» (s. d.).

Specialmente nella lunga permanenza fatta a Lesa, dalla metà del 1848 alla fine dell'anno 1850, quando a Milano infierivano la reazione e la vendetta dell'Austria desiderosa di lavare il disonore delle Cinque giornate, le ansie di Alessandro sono gravi. Il lungo silenzio di Pietro lo fa pensar male: lo mette in grandi inquietudini. «Temo sempre della tua salute o di qualche altra disgrazia» (25 dicembre 1848). Aveva già tanto sofferto per la sorte del figlio Filippo che preso ostaggio dagli austriaci in quelle memorande giornate, era vissuto in prigionia sino al giugno ed aveva sempre ragione di temere le rappresaglie del fisco che si vendicava, con enormi imposizioni, del patriottismo dei milanesi. «Ma dimmi, Pietro, cos'è questo silenzio?... termino col dirti: scrivi: coll'abbracciarti e poi dirti ancora: scrivi» (22 gennaio 1850). Spera di tornar presto a Milano per abbracciare i suoi cari non «col core» ma «colle braccia»; «t'aspetto, t'aspetto, t'aspetto!», conclude una lettera del 2 aprile dello stesso anno. Ma nel dubbio più che fondato che questa consolazione gli sarà differita, propone addirittura che Pietro cerchi una casa sul Lago Maggiore per passarvi le vacanze estive (31 maggio 1850). Più tardi, preannunciando il suo ritorno a Milano, afferma: «Non posso dire di abbandonare volontieri questa amena solitudine; ma non posso nemmeno dimenticare i beni del ritorno, e tra questi, il grandissimo d'abbracciarti presto e di vederti presto. Intanto scrivi, benedetto figliolo d'un benedetto padre» (23 agosto 1850). Certo Pietro non impugnava volontieri la penna. Alessandro perciò scriveva a Vittoria Giorgini nel gennaio 1851 che se Pietro fosse andato avanti com'era avviato in fatto di lettere, avrebbe superato il babbo39. «Non prendere pretesto, o briccone carissimo, la mia prossima partenza per non scrivermi più... Nella speranza di abbracciarti presto davvero, t'abbraccio in idea» (12 settembre 1850). E ancora: «non ostante la malleveria del proverbio, un così lungo silenzio principia a inquietarmi, potendo essere cagionato dal desiderio di risparmiarmi inquietudini non necessarie... aspetto subito una tua lettera» (17settembre 1851).

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Del resto è sempre tenero e affettuoso, desiderosissimo delle bone nove di tutti i suoi cari. Riconosce che le sue lettere sono un po' affrettate: «questi periodi a singhiozzi non valgono le chiacchierate di Milano e di Brusuglio» (8 agosto 1853); si rallegra del bel tempo perché così potrà passare qualche lieta giornata con Pietro nell' amata villa (15 ottobre 1856). «Mi par di sentirti dire: «Povero papà? Già sono cose a cui non potrebbe portar rimedio, lasciamogli dunque godere la campagna in pace. Ora è appunto il pensare che ci possa essere qualcosa di questo tristo genere che, da qualche tempo, non me la lascia godere. Scrivimi dunque quello che c'è di novo, sia buono, sia tristo» (9 settembre 1857).

Pietro lo ragguaglia fedelmente delle cose liete e grame della famiglia : ma le brutte notizie le dà dosate con prudenza pietosa. Di solito anche gli altri familiari, se hanno qualche doloroso annuncio per il babbo, ne incaricano Pietro. Così le risposte di Alessandro sono allegre o malinconiche secondo le circostanze: «Delle tristissime cose forse le penose questioni familiari, di cui ti ho parlato nell'ultima mia non ti parlo. Aspetto con ansietà dolorosa che tu me ne parli. Abbraccia per me Giovannina e le due care innocenti (le bimbe Vittoria e Giulia ) che principiano la vita tra i guai, ma senza patirli...» ( 2 dicembre 1849). Altra volta invece le lettere di Pietro lo mettono di buon umore anche in mezzo ai fastidi che gli editori gli procurano e nella schiavitù in cui gli stampatori lo tengono stretto: «Dio ti renda la consolazione che ho avuto. E vo' a tavola con l'appetito che mi dà la buona notizia» (9 novembre 1851).

Alessandro non vuole che la sua pigrizia o lentezza a scrivere lettere o comunque a prendere in mano la penna, sia contagiosa, anche se è qualche volta giustificata da pressanti occupazioni. «Non aspettarti da me altro che lettere asciuttissime, dice il 29 novembre 1849, perché non è finito questo benedetto lavoro. Avrei altro e altro a dirti, ma R. (Redaelli) e S. (Stella) mi premono più di te», Cionostante egli vuole da Pietro lettere lunghe... «Sai che se allo scrivere vo' a rilento, al leggere ho una prontezza mirabile» (27 settembre 1847).

Appunto la sua imperdonabile pigrizia a scriver lettere, gli mette nella penna frasi piene di spirito: «O Pietro, degno figlio di un tanto padre, tu hai dunque il granchio alle mani quanto lui anzi più di lui quando si tratta di scriver lettere? Pensa ch'io ne vo' creditore con te, che è tutto dire. Ma per quanto le desideri, desidero ancor più che tu scriva a Bista. Sai che hai da fare? Scrivimi che gli hai scritto, e avrà preso due piccioni a una fava» (18 settembre 1847). Pietro lo scusi colla signora Emilia Luti: «Alla signora Emilia le mie scuse (che temo e spero non saranno l'ultime) della mia invincibile pigrizia a menar le mani sulla carta da lettera» (27 ottobre 1847).

Nel gennaio del 1849, quando tutte le orecchie sono tese anche alle più insignificanti notizie, per la riapertura delle ostilità tra Austria e Piemonte... pure il Manzoni, esule volontario a Lesa, è ansioso di sapere... «Scrivimi subito una lettera lunga se un Manzoni è capace di questo miracolo. Costi ne sapete più di noi». Mandando a salutare gli altri due figli che convivono ancora con Pietro: «Enrico mi ha scritto, soggiunge, ma Filippo patrizza troppo». E altrove: «Aspetto tua lettera e spero di potertene scrivere anch'io una un po' più da cristiano. Ora non posso tenere la penna in mano tanto è cresciuta la mia pigrizia morbosa» (9 novembre 1849). La ripugnanza alla corrispondenza non veniva, come si sa, da vera e propria pigrizia, ma dalla difficoltà di trovare prontamente la forma adatta ad esprimere ciò ch'egli intendeva: «Non puoi sapere a che segno sia arrivata la mia malattia (o monomania) antiepistolare. Il solo pensiero d'avere una lettera che, non essendo positivamente necessaria, non si presenta con una forma immediata, e richiesta direttamente dalla cosa, basta per tenermi sospeso per molti giorni, senza poter fare né quella né altro. Io trovo bellissimo il tuo desiderio, tu trova, se non giusta, almeno compatibile, la mia scusa» (30 ottobre 1852).

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Ma sappiamo che anche Pietro, in ciò «patrizzava». «pigrizia gentilizia» scrivegli il padre, consolandosene come può. Quando Pietro protestava il contrario, Alessandro ribatteva: «... mi spiace d'essermi da tanto tempo lasciata cadere di mano la prima pietra da poterti buttare » (30 giugno 1856).

Se gli avveniva di scrivere lettere contro il suo genio, Alessandro si scusa con disinvoltura e fa dell'umorismo: «Questa lettera è tanto sciammannata da dover chiedere scusa anche a un figlio. Sappi dunque che la scrivo nel tempo che avrei dovuto prendere un par d'once d'olio di ricino. Dirai che, come sostituto di un purgante, è tollerabile» (31 agosto 1849). Perché gli fosse il più possibile risparmiato lo sforzo, pregava Pietro di non rispedirgli le lettere che provenivano da lontano o non affrancate o di carattere ignoto; le lettere insomma della gente che aveva quel «buon tempo che mancava» a lui (12 ottobre 1853).

Quando si agitano controversie o ci sono degli affari tra il padre e il figlio, Pietro è l'intermediario fidato. Nell'epistolario inedito si rivela la tenerezza del Manzoni anche per gli altri figli dei quali egli avvertiva la penosa situazione. Pietro è di solito incaricato degli abbracci e dei saluti per tutti. «Ho buone nuove di Filippo: io non ho altro che pregarti di fargli (sic) un bacio affettuosissimo in mio nome» (27 settembre 1848). Specialmente il ricordo di Vittoria e di Matilde è pungente e vivo. Le «bone nove» sono tosto con premura comunicate a Pietro perché questi ne dia notizia agli altri. «È inutile dirti che Bista ti prega di parteciparlo (si tratta dell'annuncio della nascita della Luisina) ai fratelli e alle cognate» 40). Le nuove della guarigione di Matilde, o piuttosto della «sua non malattia» (9 agosto 1847); dei felici esami di Filippo (6 settembre 1847) che è in particolare assai raccomandato al fratello maggiore; della salute degli altri, sono chieste o trasmesse a Pietro. Riceve lettere confortanti dalla Toscana, o ascolta le novelle portate dal canonico Sbragia? le comunica tosto a Pietro. Matilde sta benino: e Vittoria sta meno male, per quanto sofferente; «sicché felice com'è, con quel marito e con quella famiglia, c'è qualcosa che ci fa dire anche per lei: povera Vittoria?» (s. d). Vittoria ha ragione di dirsi «beata» con Bista: e i Giorgini per l'amorevolezze paterne e fraterne che usano a Matilde «siano benedetti».

Talvolta trascrive per il figlio i biglietti che riceve. Il 23 ottobre 1855 manda a Pietro copia di una letterina di Matilde in cui questa, tra l'altro, dice: «... sono abbastanza contenta della mia salute; mangio e dormo bene; monto le scale da me, e potrei proprio dire di star benino, se non continuasse questa tosse ostinata che mi dà noia, massime la mattina». Povera Matilde ! così affezionata al babbo e al fratello e costretta a viverne sempre lontana!

Nell'agosto-settembre 1852 Alessandro, accompagnato da Pietro, si reca a Consigliano di Genova per assistere alle nozze della nipotina Rina d'Azeglio, degna figlia della indimenticabile Giulietta; e per proseguire poi per Pisa, Massarosa e Siena dai Giorgini. Ebbene egli scrive al figlio che non solo prepari una certa somma per «la pensione indeterminata ma troppo doverosa» di Matilde, ospite della sorella, ma che porti seco un «libretto di devozione, legato in rosa, su cui è scritto: A ma chère fille Victorine, di mano della sua angelica madre». E gli ricorda con precisione dove si trovi: «nello scaffale piccolo dello studio, accanto all'armadio»41.

Così la sua fantasia si riposa tanto volontieri, benché non senza profonda tristezza, nei luoghi già rallegrati dalla presenza sua e dei bimbi cari. Brusuglio e Verano specialmente. «A quel caro e così caramente abitato Verano porterai abbracci per me quanto possano essere i tuoi e almeno altrettanto stretti» (7 ottobre senza anno, da Lesa). Ho detto che i rapporti tra Pietro e la matrigna Teresa, dissipate le gravi nubi che di quando in quando, nei primi anni specialmente, oscuravano l'orizzonte, dovettero diventare cordiali. Abbiamo di ciò una prova ancora in questo epistolario inedito. In un biglietto senza data, pare del 1840-41, Alessandro scrive da Cassolo a Pietro che da Brusuglio si reca, per i suoi affari, assai spesso a Milano: «Vedi mia moglie, se puoi, per portarmi sue nove di vista». E quasi sempre chiudendo le sue lettere dà le notizie e aggiunge i saluti degli Stampa, in termine più affettuosi che complimentosi. «Teresa ti si ricorda; così Stefano»; «Teresa e Stefano ti dicono tante cose»; «Teresa ti saluterebbe cordialmente se non dormisse saporitamente» (29 ottobre 1846). Gli incarichi di cui Alessandro prega il figlio per i bisogni veri o immaginari di Teresa, sono non pochi.

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Donna Teresa a Milano ha notizie che il figlio Stefano, villeggiante a Lesa, è incomodato: si turba e vuoi partir subito. E il marito scrive a Brusuglio: «mia moglie non si può tenere dal correre a Lesa... Sono riuscito a determinarla di partire col tuo legnetto coperto e ti prego di mandarmelo... si farà condurre coi cavalli della Moietta42 fino a Sesto e di là prenderà il vapore... Pogliaghi il noto medico di fiducia di A. Manzoni, assicura che l'incomodo è passeggero e di nessuna gravità, così Rossari e io che quantunque non medici, crediamo, in un caso simile, di poter sentenziare con sicurezza. Ma l'inquietudine non ha orecchi». Pietro ha fatto sapere al padre che i fichi di Brusuglio sono, quest'anno, eccellenti; ebbene: «Leggendo quello che mi dici dei fichi, risponde da Lesa il babbo, mi sono rammentato di Catone il Censore... e ho pensato che da Cartagine a Roma per acqua e da Milano a Stresa per terra, la proporzione ci può stare. Qui si scarseggia di frutta. Mandami dunque un paniere di fichi, imballati come troverai meglio. Non sarà l'impresa più ardita del secolo...» (s. d.). «Teresa mi raccomanda di parlarti della mortificazione che ha avuto nel sentire che hai dovuto fare una gita a Milano quasi apposta per ragione delle sue commissioni. Ma alla mortificazione prevale la riconoscenza e alla riconoscenza la cordialità » (27 ottobre 1847).

Tra l'altro, il 18 luglio 1850, Pietro, che si accinge a far una breve visita al padre sul Lago Maggiore, è pregato di portare un panattone di tre o quattro libbre per «la colazione di Teresa, la quale oltre un'ostinata inappetenza, è anche ridotta dallo stato dei suoi denti a non poter mettere nel caffè della mattina, altro che un'indigesta midolla di pane. Ad Arona, con mia sorpresa, non se ne fa altro che per il Natale...». E accenna talora alle sofferenze e alle suggestioni della moglie, che, solita a rimanere a Lesa sino ad autunno assai inoltrato, teme che il brutto tempo di settembre non l'obblighi a rimandare troppo a lungo la sua partenza e di dover poi viaggiare col freddo e la pioggia. E poiché essa si ostina a dirsi ancora «tanto malata», Alessandro si confida col figlio: «... A me però pare di vedere un piccolo ma vero miglioramento, e sono grazie al cielo, esente da quei timori; ma la decisione dipende naturalmente da chi soffre» (22 settembre 1854). Allontanandosi, nel settembre 1852, da Lesa per recarsi a Cornigliano di Genova, Alessandro prega il figlio di lasciar lassù i cavalli della Moietta « perché mia moglie possa fare qualche trottata preziosa per la sua salute».

Quando tornano da Lesa il babbo e la matrigna, Pietro deve affrettarsi a Milano «per far preparare spazzato e spolverato l'appartamento, inclusa la camera» di donna Teresa (s. d.), o perché le camere siano
«riscaldate e il desinare lesto» cioè pronto43, affinché non accada di dover «mangiar pessimamente dopo di aver aspettato» a lungo come era accaduto qualche volta. Per maggiore garanzia, Alessandro dà la lista delle vivande: «un fritto, un lesso, un umido con qualche erba, di preferenza spinaci alla milanese» (12 settembre 1850); «... del frutto, del manzo, dell'umido e degli spinaci,..» (20 novembre 1855). Restava però sempre convenuto che Pietro rimanesse a Milano ad attenderlo ed a desinare con lui.

Anche le relazioni di Pietro col fratellastro Stefano Stampa, se nei primi anni del secondo matrimonio di Alessandro non furono buone, divennero coll'andar del tempo abbastanza cordiali. Certo Pietro consultava lo Stampa anche in questioni delicate e gravi: «Stefano è prudentissimo, gli scrive il babbo: puoi confidar tutto con sicurezza anche se argomento dolorosissimo».

Aveva ragione Alessandro di scrivere al figlio: «So che ti dò grand'incomodo ma so quanto tu sei pronto a sostenerne con me» (s. d.).

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Se Pietro si sobbarcava volontieri, per compiacere il padre, a sbrigare commissioni per la matrigna, accettava con maggiore prontezza e soddisfaceva con più religioso scrupolo alle incombenze particolari che il babbo gli affidava, per la gestione dei beni di Brusuglio e degli altri propri di lui e per tutto quanto al babbo poteva occorrere. Si vedrà come l'aiuto del figlio non consistesse solo in servigi materiali; per ora tocchiamo argomenti meno gravi. Pietro deve occuparsi dei passaporti e della loro rinnovazione perché Alessandro possa rimanere fuori del confine lombardo-veneto senza dar sospetto o provocare rappresaglie; deve stornare la minaccia di multe che l'Austria vuol far pagare a quanti cittadini si distinsero nelle Cinque Giornate milanesi; deve inviare oggi «l'acqua di Boario»44 per lo stomaco; domani «una di quelle pezze impegolate» che si applicano alle parti dolenti per la lombaggine, pezze che si vendono «alla speziaria dei Fatebenefratelli»; oppure «tre oncie di magnesia calcinata divise in quattro cartine»; pacchi di cioccolata di varie libbra; boette del suo tabacco preferito; «un trabiccolo, o non so come chiamarlo, per distendere sopra asciugamani o altra biancheria» affatto liscio, di platano; oppure, da Brusuglio, dove la cantina era di solito ben fornita, dodici bottiglie di Valpolicella, ma presto perché «ieri si rimase in casa senza vino e oggi n'ho chiesto una bottiglia a Sogni»45 (s. d.). Oltre ai fichi Brusuglio dava anche buone castagne, un frutto di cui Alessandro era non poco ghiotto.
 

Ebbene le castagne comparivano spesso sulla mensa di Milano e di Lesa, quantunque, nel novembre 1852, ricordandosi di quelle mangiate qualche mese prima in Toscana dove i Giorgini facevano addirittura la cura delle ballotte per ingrassare46, Alessandro scrivesse al figlio: «Devo confessare a comune disdoro, che le castagne brusugliesi hanno fatto una povera figura al paragone delle rimembranze di quelle di Montignoso e all'attualità di quelle di Serbillano! Sono inferiori di sapore, e credo che dipenda dall'essere venute in terra ghiaiosa..., Desidero sapere se ce ne sono molte e anche di quelle dette di Venegono».

Particolare interno di villa Imbonati a Brusuglio.

Pietro deve pensare alla coltivazione dei bozzoli, che erano, col frumento in colonia parziaria, parte cospicua delle rendite padronali, alla vendita dei prodotti, alle assicurazioni contro gli incendi, che nelle case coloniche di Brusuglio scoppiavano frequentissimi ed erano talvolta disastrosi, sicchè Alessandro poteva dire di essi: «pare proprio che abbiano una predilezione per noi», alla riparazione e alla rifabbrica delle case rustiche, alla revisione annuale dei patti colonici; al pagamento di certi debiti; alla fattura delle commissioni o all'esazione dei crediti. Pietro paghi con «marenghini» i medici Pogliaghi, Ricciardelli e il chirurgo Invernizzi, per le loro prestazioni (11 agosto 1849); acquisti, a saldo di credito dal commerciante O., tanto panno da farne «un tabarro, quattro pantaloni, un soprabito, un paletot, ecc.» (s. d.).

Le rendite di Brusuglio, non sempre sicure e abbondanti per l'incerto volgere dell'annate, dovevano servire ai legati, venivano assottigliate dal pagamento degli interessi per la non avvenuta adempienza dei primi o da altri gravi obblighi come quello per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale del villaggio47. Il treno di casa Manzoni era piuttosto dispendioso e Alessandro spesso si trovava in basse acque48. Per respirare o sistemare impegni ancora pendenti, alienava or questa or quella proprietà ereditata già dal padre. Discorrendo con Pietro della sperata vendita a buone condizioni di certi fondi nel Lodigiano, si rallegrava dell'affare quasi toccasse il cielo con un dito. Credeva in tal modo di «cavarne da dare ai figli il legato, a tutti l'eredità materna» (2 aprile 1850)49. La sorte dei bozzoli, la loro cultura, il buon esito della campagna, la scarsità delle raccolte lo interessano evidentemente in sommo grado. Se il bollettino dei bozzoli supera le sue speranze, invita Pietro a ringraziarne il Signore (28 giugno 1856); attende «con ansietà» notizie in proposito; tenta ed esperimenta lui stesso, nella villa di Lesa, nuove culture, in un berretto di carta che chiamava «l'officina del suo esperimento» facendosi all'uopo aiutare anche dalle donne di servizio (16,28 giugno 1850). E con ragione, perché certi anni, come lui diceva, i bozzoli entravano nella sua economia come il Pater noster; rappresentavano cioè il modo di avere il pane quotidiano.

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È noto che nelle cose agricole Alessandro era assai istruito50. La biblioteca di Brusuglio è ricchissima di opere di argomento rurale. Pietro deve soddisfare ai desideri del padre e inviargli a Lesa or l'uno or l'altro trattato, i volumi del DE CANDOLLE, il Bon Jardinier, il Traité de la vigne del LENOIR, la Riproduzione vegetale del GALLESE. Alessandro ama in proposito anche farla da maestro. «Ho avuto dal signor Meda un chilogrammo di semi di cupressus disticha e sarà bene spedirli al più presto. Ti prego quindi di portare il Bon Jardinier o se hai alla mano qualche libro che faccia al caso per ricavarne le istruzioni da mandare a Bista per la prima cultura» (s. d.).

Nei casi più importanti di affari grossi, di comparse giudiziarie, di liti con librai, inquilini, truffatori, la presenza, il consiglio, l'aiuto di Pietro diventano indispensabili. Alessandro, prima di dare una risposta decisiva, avrebbe «piacere» anzi «assoluto bisogno» di parlarne con lui. Non lo risparmia. Egli per suo conto ha pensato e riflettuto, ma non ne ha mai «le coeur net». «Vieni dunque domattina, presto... e non rifiutarti di far questa, con altre cose, a gloria di Dio per trovare un merito al mondo di là e, se questo sarà utile per te, anche una ricompensa in questo mondo: a ogni modo una benedizione del cielo su di te e i tuoi figli».(s.d.).

Prima di accettare un invito di riguardo bisogna che si concerti col figlio. «Tu sai purtroppo come i miei nervi non mi permettono di prendere delle decisioni per l'indomani. E se mi risolvessi a partire potresti accompagnarmi? e a buon conto puoi venire qui immediatamente per desinare con me e aiutare la mia risoluzione?» (s. d.). Quando deve presentarsi in Pretura o comparire in Tribunale, se non c'è Pietro che lo conduce o che lo consiglia non ci va... Non che egli non sapesse o non volesse prendere delle deliberazioni; era la attuazione dei suoi propositi che gli riesciva difficoltosa. Giustamente il Giorgini scriveva di lui51: «... egli è ben chiaro e ben fermo nelle sue idee e nei suoi propositi» e lo dimostrò in più di un'occasione, anche vecchio ottantenne, quando, vincendo tutte le opposizioni e i pareri degli amici e dei parenti, di Pietro e di Massimo, degli Arconati, dello Sclopis e del suo stesso medico e quasi all'insaputa dei familiari, si recò da Milano a Torino per votare il trasferimento della capitale a Firenze (dicembre 1864). Ma se lo spirito era pronto, la carne era inferma. Aveva poi tanta paura di viaggiare scomodamente e solo, anche per piccoli viaggi!: A malincuore ricorreva, nei viaggi lunghi, al «ripiego noiosissimo» delle poste: si faceva servire dal suo Moietta. «Pietro mio, ti ringrazio d'avermi dette le cose come sono, e non ti ringrazio di meno, dei commenti consolanti che ci hai aggiunti. Con tutto ciò, portato come sono allo scoraggiamento, sarei venuto oggi a Brusuglio per vedere come stanno le cose dalla tua lettera in poi se la difficoltà (nulla in sé ma grande per il tuo povero convulsionario padre) di trovare un mezzo che mi convenisse non mi avesse trattenuto» (s. d.). E forse a proposito di qualche seduta al Senato (o all'Istituto Lombardo di scienze e lettere?) si riferisce un biglietto (s.d.) indirizzato sempre a Pietro: «Per evitare la seduta pubblica, se non basta la fede di convulsionario, mi farò fare quella di balbettone. A ogni modo non ci va', dovessi inchiodarmi a letto».

Tuttavia questi malanni non impedivano ad Alessandro di lavorare. Ha lunghi periodi di forzata inerzia; ma appena può si riprende, specialmente quando c'è lo stimolo di qualche impegno assunto. Per ciò gli editori gli stavano, come si dice, alle costole e lo tempestavano di richieste e di sollecitatorie. Alessandro talvolta scrive: «il lavoro è per me una gran distrazione», ma tal'altra soggiunge: «vo tentando di rimettermi a scrivere, ma non posso non accorgermi che nel tempo che è diminuita l'abitudine, è cresciuta l'età. Bel compenso?» conclude; «ad ogni modo l'ozio mi era diventato insopportabile». Il soggiorno quasi coatto di Lesa, durato circa due anni, fu di particolare attività od «oziosità letteraria», come diceva lui. La revisione e la ristampa di tutte le sue opere assorbivano completamente il tempo in cui sentiva la voglia di lavorare. «Sono accanito al lavoro e ci sguazzo (sic) dentro. Spero di finire e di poter fare il dialogo» (13 settembre 1848). «Non aspettarti da me altro che lettere asciuttissime» (29 novembre 1849) «finchè non è finito questo benedetto lavoro. Avrei altro e altro a dirti, ma R. e S. (certo Redaelli e Stella) mi premono più di te». Anzi ha in mente altri lavori, perché al Redaelli che voleva l'esclusiva di stampar le sue opere edite ed inedite, egli oppone un rifiuto: «La frase che abbraccia anche il futuro è troppo illimitata»: il Redaelli stampi pure i lavori già noti, « quelli che potessi fare in seguito, se Dio mi lascia vita e testa, no».

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S'avvicina la fine del volontario esilio; e scrivendone con gioia a Pietro il 23 settembre 1850, lo previene così: «Vengo con l'intenzione di buttarmi al lavoro e di starvi dentro finché Dio mi lascia vita e testa. Anche qui è stata per me una gran consolazione o almeno una gran distrazione»52.

Però non sempre riusciva a superarsi: «Non dire al Redaelli che per molti giorni non c'è stato verso che potessi scrivere nemmeno un verso» (20settembre1851). E allora gli editori non gli davano tregua. «Sono veramente castigato di aver preso un impegno ed ella mia lentezza in gran parte involontaria». Pietro, al solito, deve farla da factotum: «dammi, secondo il solito,consiglio e opera» (8 novembre 1853). Si ripromette tuttavia di accontentare al più presto i suoi editori impazienti...«così avrò realizzato in me il simbolo del letterato, cioè una rozza che corre sotto la frusta dell'editore». Firmandosi in calce «il tuo affezionatissimo babbo», aggiunge queste parole «...e servitore veramente devotissimo e umilissimo degli stampatori e librai, per mia colpa Però)» (9 novembre1845).

Appunto nelle molte liti in cui Alessandro si trovò impicciato per le edizioni clandestine o le contraffazioni delle sue opere, Pietro è spesso, con altri valentuomini devoti al Manzoni il braccio destro del padre. Cosicché più di una volta, come si è detto, deve trottare a Lesa per discutere e concludere. Giustamente si merita dal padre uno speciale cenno di compatimento e di ringraziamento di tutto quanto fa per lui «colle mani e coi piedi» (4 novembre 1852).

In talune occasioni familiari, Pietro diviene indispensabile. Per esempio quando si tratta di far lunghi viaggi o per assistere al matrimonio di Rina d' Azeglio col marchese Ricci di Macerata (settembre 1852), o per visitare Matilde e Vittoria in Toscana o per accompagnare il padre alle sedute al Senato torinese. Allora Pietro deve provvedere ad ogni bisogno: pensare ai passaporti, alle valigie, ai regali, alle lettere di cambio, alla cambiale per la pensione della sorella malata, agli abiti, a tutto quanto insomma poteva essere necessario. A proposito delle nozze di Rina, il 6 di settembre 1852 Alessandro scrive al figlio che partendo il sabato 11 da Lesa, avrebbe desinato a Mortara, e si sarebbe potuto poi «decidere per la strada se convenga fermarsi la notte ad Alessandria o a Novi, ovvero tirare avanti». Ma due giorni dopo avendo «riflettuto» che sarebbe stato difficile ascoltare la Messa il giorno di domenica, mettendosi in viaggio il sabato, decide di partire nel di festivo per arrivare a Genova il lunedì. A Lesa infatti si celebrava una Messa verso le cinque del mattino: «Sarà più comodo il partire che l'arrivare in un tal giorno, perché si può esser sicuri della Messa». Pietro non dimentichi di portar seco «un vecchio e cencioso surtout pesante, se mai facesse freddo a Genova. Una cravatta bianca la comprerò a Genova o me ne presterai una delle tue se ne hai ». Desidera infatti di spender poco: «Sai se desidero di fare la più rigorosa economia». A Genova poi sarebbero scesi all'albergo delle Quattro Nazioni, del quale i Manzoni erano vecchi clienti. E si diffonde anche con Pietro nel tessere l'elogio dello sposo: «da Massimo stesso e da altri53 mi viene dipinto come dotato di eccellenti qualità d'ingegno e di core...».

Ma l'aiuto che il figlio prestavagli non riguardava solo affari e faccende domestiche: era anche di natura più elevata. Pietro coi soliti amici dà mano efficacemente al padre nella revisione e nella ristampa delle sue opere, nelle correzioni delle bozze, nel precisare le fonti e le citazioni e, come ho già detto, nel districare la matassa delle liti per le contraffazioni e la stampa abusiva. Anche per l'edizione principe dei Promessi Sposi quella illustrata dal Gonin - Pietro aveva avuto il suo da fare. Sorvegliare la stampa e la tiratura dei legni errati; abboccarsi con G. e R. (cioè Gonin e Redaelli); «invigilare la buona esecuzione, e per le vignette e per i caratteri»; osservare che certi passi siano levati, che l'ortografia sia esatta. Le bozze di stampa dei suoi lavori, quando Alessandro è a Lesa, sono per lo più corrette da Pietro insieme con Achille Mauri o con altri. Se infatti la «correzione si fa esattamente col visto tuo e di Mauri, il quale avendo la pratica della mia ortografia attuale, potrà anche aggiungerne qualcheduna che mi sia scappata, si può stampare senza mandarmi di nuovo le prove». «Se tu e Mauri aveste qualche dubbio serio, scrivimi per la Posta. Meno un tal caso desidero proprio che la cosa vada spiccia» (7 settembre i1847). «Avrò caro che mi si mandino le tavolette di mano in mano che saran fatte, per poter presto proseguire il lavoro mio. Raccomando a buon conto la sollecitudine e raccomando pure che la patina sia un pochettino più carica, in modo che la superficie venga tutta bianca» (s. d.). Se Gaetano Cattaneo fu, sino alla morte, il bibliotecario braidense del Manzoni54, Pietro lo era per la bibliotechina di Milano e di Brusuglio e lo divenne poi anche per Brera. Ora Alessandro trascrive un passo di Cicerone perché Pietro verifichi l'esattezza della citazione: ut illuc redeat onde discessit orario55 e gli suggerisce insieme come e dove, valendosi dell'Index totius latinitatis, fare le opportune ricerche; ora, mentre lavora intorno al Sistema che fonda la morale sull'utilità56, avendo bisogno della precisa trascrizione di un passo del Bentham, Traité de legislation civile et penale, e non fidandosi della copia che ne aveva fatta don Giovanni Ghianda57, prega il figlio di fargli il desiderato servizio: «Ecco Pietro a Brera a verificar la cosa e a copiare se è il caso» (lettere del 13, 19 agosto 1852) e aggiunge quasi a segnalare meglio il brano, una sentenza del filosofo inglese: «le parole juste, injuste, moral , immoral, bon, mauvais, non intese nel senso di utile o di dannoso non corrispondono che a concetti confusi e incoerenti».

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Ma a queste affermazioni, colla solita arguzia, fa seguire un breve commento: «Sai che non è cosa nova nè assurda il desiderare che chi le dice grosse le dica spiattellatamente». Una. volta chiede le opere del Tasso, o la Méthode de la langue latine, o il Traité de législation del Comte, o la Correspondence d'économie politique che segue il Cours d'Economie politique del Say; o i frammenti quae extant di Ennio, le Noctes Atticae di A. Gellio, le Saturnalia di Macrobio. Altra volta Pietro deve trascrivere e controllare squarci dei Tiraboschi o del Castelvetro; vocaboli del Lessico del Forcellini; i titoli delle tragedie «deperdite» di Livio Andronico, Nevio, Pacuvio; frasi del discorso tenuto dal Vergniaud in casa Roland la vigilia del regicidio, ecc58. Pietro riassume, copia, invia e non è dal babbo risparmiato. «Pietro mio, stavo per dire che ti chiedo scusa della noia che ti dò per la mia oziosità letteraria; ma penso che ti farei dispiacere. Di ringraziartene me lo permetterai» (7 gennaio1850).

In particolare la cultura di Pietro è, dirò così, adoperata dal padre, quando si tratta di questioni linguistiche dialettali o provenzali o celtiche, per cui il figlio di Alessandro Manzoni aveva speciale inclinazione. Già si è detto che a questi studi severi il babbo stesso lo aveva esortato, consigliandolo di rimettersi «alle ricerche intorno ai vocaboli celtici» (13 settembre 1848). Perciò Alessandro ama discutere con Pietro le affinità e le derivazioni di modi di dire dialettali lombardi con altri dialetti stranieri e antichi. Vogliamo qualche saggio di queste dispute? Secondo i due dotti disserenti la frase lombarda «dà el föi di gatt» a qualcuno, che vale mettere in fuga a furie di busse, sarebbe affine al celtico phoedigatt, che significa press' a poco la stessa cosa: «gabà, gabba» cioè gabbare nel senso di ingannare scherzevolmente, sarebbe dal celtico gab, goab, burla, scherzo; «slepa», schiaffo, dall'inglese slap; «sbragalà», sbraitare, da bragal, onde bragaldier, bragalon chiassone; «bastard», bastardo, da baiddard, ecc., ecc. Alla versione del proverbio volgare « quel che no va in soela va in tomera », tradotto, credo, una prima volta dal Cherubini «quel che non va in la giunta entra nella derrata», Pietro sostituisce «quel che non va nel manico, va nel canestro».

A proposito di alcuni versi del poeta provenzale Mouskes che deve riportare...

et me pris à la vraie histoire.
jouste la quelle je mesis...59

Alessandro domanda a Pietro se la versione che dà di quel je mesis « misi in carta » è giusta o no (13 settembre 1848)60. L'ausilio di Pietro sarà prezioso nella revisione del dizionario milanese-toscano del Cherubini, che il Manzoni, con altri filologi amici, tra questi il Cioni e il Borghi, aveva avviato da tanti anni61 e voleva condurre felicemente a termine. «Mi dovrai aiutare, quando sarò a Milano». Egli propone intanto qualche quesito da risolvere. Per esempio vorrebbe sapere da Pietro quale sia la differenza precisa tra bicc e boca, due vocaboli della parlata milanese. Il primo, secondo Alessandro, significherebbe «il tronco di un albero tra il pedale e l'impalcatura, tanto se forma parte di un albero in piedi e vivo, quanto se n'è separato e a terra»; il secondo designerebbe soltanto «quei tronchi scorticati che vengono per il Naviglio, dal Lago Maggiore, da dove portano anche il nome...». Così intorno al vocabolo dialettale del pisello «Nella mia carta c'è un foglio scritto da Cherubini, nel quale ci dev'essere un buon numero di voci volgari di pisello»: orbene Pietro «confronti, se è a tempo, la mia aggiunta (di altri vocaboli) con quello» e unisca i nomi dimenticati e corregga l'ortografia degli altri se c'è bisogno62.

Tali piccoli dotti servizi Pietro non rendeva soltanto al babbo; la sua cultura era nota e proficua anche agli amici. Il Giorgini gli chiede notizie e giudizi su cose di lingua e di letteratura; così il prof. Vicenzo de Wit, dotto rosminiano, che stava rifacendo il Lessico latino dei Porcellini, che si valse della erudizione di Pietro per qualche non facile etimologia onomastica lombarda.

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Fu già visto quanto cordiali ringraziamenti e complimenti rivolgesse il padre al figlio per l'aiuto che ne riceveva nelle sue «oziosità letterarie»; merita però speciale menzione una confidenza particolare che, in premio della sua diligenza pia e sollecita, Alessandro fa a Pietro in una lettera del 17 ottobre 1847, che fissa definitivamente la data dell'ultimo tentativo poetico del grande genio lombardo: «... ti darò, ma a te solissimo, una notizia domestico-letteraria, cioè che ho tentato di aggiungere un inno ai cinque per arrivare alla mezza dozzina. Spero di portarne a Milano più della metà, avendone già fatto più di un, terzo. Ora non potrei più dare addietro perché il fatto mi stimola a finire: ma come sarà? Non lo stamperà senza più di un visto. Intanto sta attento a quel solissimo che è in senso stretto ed esclude anche il cenno più generale...». E' l'inno in onore dei «Santi» o «Contemplativi» o «Contemplatori» del quale conosciamo, attraverso la copia fattane da donna Teresa, i frammenti, e che doveva sviluppare principalmente il motivo:

a che giovin gli avari
tesor di lusinghe virtù63.

Perché il magnifico inno non fu condotto a termine, nonostante il sincero proposito del poeta? La ragione fu da Alessandro stesso confessata a Luisa Colet in una lettera scritta alla poetessa francese nel 1860: si era accorto «que ce n'était plus la poésie qui venait me cercher, mais moi qui m'essouflais à courir après elle»64. Dato ciò, e conforme a quanto il Manzoni diceva di essere solito fare, di attendere cioè l'ispirazione a bocca aperta, l'inno rimase interrotto per sempre.

Una delle più forti ragioni che trattenevano il Manzoni nella villa di Lesa, era la vicinanza del Rosmini, che soggiornava a Stresa, poche miglia lontano. Le lettere inedite del Manzoni nulla possono aggiungere a quanto già è noto dopo la pubblicazione dello Stresiane e lo studio del Bonola e di altri, circa la cordialità dei rapporti tra il filosofo e il poeta : però lo confermano con nuovi preziosi argomenti. Non ha «fretta di abbandonare quel bel paese e Rosmini», scriveva65 ai suoi cari lontani. «Ti ho detto che Rosmini è qui, così a Pietro nell'ottobre 1849, ... ebbi iersera la gran consolazione d'abbracciarlo nel suo passaggio... e quella di sentire da lui ottime notizie di Vittoria, di Matilde, di Bista e della nipotina, coi quali passò una giornata a Massarosa»66. Per procurare spesso a sè il piacere della conversazione col Manzoni e al Manzoni quello della sua compagnia e dei suoi discorsi, il Rosmini mandava la sua carrozza a Lesa per prendere l'amico. «Ho sempre la consolazione di vedere Rosmini quasi ogni giorno. Tutto è vanità, meno la carrozza, diceva S. Filippo Neri67. Che fortuna per me che Rosmini l'abbia! Vedo in lui un grand'esempio del come si possono serbare intattissimi i sentimenti e le massime intorno all'ossequio, anche essendo toccati personalmente e sul vivo...» (2 aprile 1850). Nel settembre dello stesso anno desidera che Pietro gli mandi la seconda e ultima parte, già stampata, del dialogo sull'Invenzione per mostrarla all'amico, il quale aveva solo letto il manoscritto del lavoro. Al filosofo il Manzoni non aveva «naturalmente comunicato in manoscritto la parte che tratta di lui. Ora che è un fait accompli, se vuol gridare, gridi»68 (12 settembre 1850).

Quando Rosmini non ebbe più nemmeno la vanità della carrozza, fu il Manzoni che se ne procurò il piacere; «... ho ogni tanto la consolazione di veder Rosmini, non così spesso però come altra volta perché non ha più i cavalli. Mi tornerebbe molto ma molto comodo di aver qui un par di cavalli della Moietta non ho mai desiderato di poter dire a mia volontà : dite che attacchino, come ora» (20 settembre 1851). E Pietro compiacente manda subito la desiderata pariglia. Infatti il 26 del seguente ottobre, Alessandro, ringraziandolo della sua attenzione, affermava che i cavalli della Moietta permettendogli la frequente trottata a Stresa aiutavano a renderlo sempre migliore «per il corpo e per lo spirito».

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Il filosofo, Antonio Rosmini.

Senza di essi si sarebbe trovato nella dura alternativa o «di veder di rado il carissimo grand'uomo, avendolo così vicino, o di dover spendere spesso una diecina di lire» cioè, allora, una somma non indifferente per il suo bilancio. Talvolta chiede a Pietro dei libri da prestare al Rosmini «contento di poter rendere un piccolo servizio a chi gli fa tanti favori» (2 novembre 1852). Nell'agosto del 1853 Alessandro va «quasi ogni giorno a Stresa. Sai quale delizioso episodio sia questo per me». L' Hayez che faceva al Rosmini in quell'anno il ritratto, «il quale dicono che riuscirà bellissimo, cosa del resto a aspettarsi»69, era ospite degli Stampa a Lesa. Quando arrivarono a Milano le prime notizie «dolorose e inquietanti» sullo stato grave del Rosmini, Alessandro non si dà pace; è impaziente di partire per Stresa: «vorrei partire per là al più presto, cioè doman l'altro»; invita Pietro a mandargli «il legno che può attaccarsi con due cavalli» e a venire a Milano ad abbracciarlo prima della partenza. Nel viaggio però lo accompagnerà Stefano. E conclude «preghiamo perché Dio ci voglia conservare l'uomo impareggiabile». Il Rosmini moriva poche settimane dopo il 1° di luglio 1855 , nelle braccia dell'amico.
 

I discorsi tenuti da quei due supremi intelletti, come li chiamò Contardo Ferrini, che non esitò anzi a proclamarli «i più grandi dell'evo moderno»70 dovevano riferirsi meno a questioni politiche che a problemi religiosi. Poiché anche nelle sue lettere familiari e intime il Manzoni raramente accenna ai fatti politici del suo tempo, contento di servire la causa dell'indipendenza il più e il meglio che poteva, colla mirabile sua penna. Pur tuttavia qualche accenno assai significativo non manca, sufficiente a capire qual fosse il pensiero dello scrittore. Come, per usare una efficacissima similitudine manzoniana dei Promessi Sposi, «in una botte vecchia un vino molto giovane... gorgoglia e ribolle... e trapela tra doga e doga e gocciola di qua e di là, tanto che uno può assaggiarlo e dire a un dipresso che vino è» (cap. XI).  Se interpreto bene una frase di una lettera del 25 dicembre 1849, il Manzoni esprime il convincimento che i suoi contadini siano contenti ch'egli si trovi «foera di oecc » cioè, io credo, lontano dall'occhiuta polizia politica austriaca. Sappiamo quanto desiderasse precise notizie di quel che accadeva a Milano e in Lombardia all'indomani dei tristi fatti del '49. All'apertura delle ostilità della guerra del '59, il Manzoni quasi settantaquattrenne venne condotto nella villa di Torricella in Brianza, ospite di amici. Di là l'8 di giugno scrive a Pietro: «Speravo di vederti... quando s'era creduto, troppo presto, che le strade fossero affatto sgombre.

L'accademico e giurista, Contardo Ferrini.

La tua carissima lettera poi mi diede un'altra ragione, e questa molto bella, del tuo fermarti a Milano, cioè l'aver tu avuto la tua parte nell'aiuto prestato ai nostri benefattori feriti» cioè ai franco-piemontesi, dopo la battaglia di Magenta. «Aspetto... senza ansietà ma con quella premura che ti puoi immaginare, notizie della guerra». Fatto senatore del nuovo regno nel febbraio dell'anno appresso, si reca a Torino per prestare il giuramento di rito e dare il suo voto alle leggi patriottiche presentate in quell'occasione all'approvazione dell'alto consesso. Dalla capitale scrive a Pietro: «Non ho potuto giurare che stamane perché ier l'altro c'era seduta pubblica e ieri era festa. Oggi ci sono stati molti discorsi di maniera che si può sperare che la votazione si farà domani. Aspetterò dunque, per poter mettere anch'io la mia palla nel bossolo, giacché non parrebbe cosa conveniente il partir prima. Sperò di poter partire lunedì, ma non ne sono sicuro. Se metti nella soprascritta Senatore del Regno, risparmierai l'affrancatura». Manzoni era ospite a Torino degli Arconati, nel palazzo Rorà in via Arci-vescovado71.

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Più alti e profondi i discorsi e le discussioni intorno a cose filosofiche e religiose. Se mirabile era nel Manzoni la fantasia, straordinariamente acuto era il ragionamento. Nelle lettere inedite da me vedute nessuna questione filosofica è accennata, così come non si tocca nessun argomento religioso speciale. Ma la pietà del Manzoni, la sincerità e fortezza della fede, la rettitudine scrupolosa, la rassegnazione alla volontà di Dio nell'avversa fortuna, la sua bontà umana raggiano vivide qua e là anche in questi scritti. Il sentimento che anima i principali personaggi del suo romanzo o della tragedia e che fa delle sue opere d'arte una splendida apologia religiosa è sincero e consaputo anche nelle relazioni familiari.

Non sapendo talora come ringraziare Pietro di tutto quello che fa per lui con sì premurosa sollecitudine, gli scrive: «Non ho altro conforto che di dirti che se queste cose, con tutte l'altre, le fai non solo per me ma soprattutto per Dio, come credo, torneranno in tante benedizioni sopra di te e sopra la tua famiglia» (27 settembre 1851).

Questo pensiero di Dio predomina nei momenti più affettuosi e nei più cordiali commiati. «Io invoco dal più vivo del core sopra di te e della famigliola le benedizioni di Dio» (28 gennaio 1850). «Dio confermi la benedizione che ti dà di core» (s. d.). Informa Pietro che egli è per pochi giorni a Cassolnovo: e la lettera, che consta di due righe soltanto, si chiude così: «Cette lettre, n'étant à aucune autre fin, je prie Dieu (ma davvero non come si fa per lo più nelle lettere che finiscono così) qu'il vous ait en sa sainte garde» (24 settembre 1853). Il 49 fu un anno disgraziato per la Patria, per la sua famiglia, per le sue finanze private? Ebbene «preghiamo il Cielo che ci dia un anno veramente novo; però fiat voluntas di Chi ne sa più di noi» (25 dicembre 1849). Di solito affida alla Provvidenza le sorti dell'annate e il buon esito delle culture e la ringrazia dei buoni successi. L' incrollabile fede della sua Lucia rende anche a lui tollerabili anzi preziose le stesse sciagure domestiche. Sappiamo dalle lettere del d'Azeglio, dell'Arconati e di altri testimoni oculari quanta forza attingesse il Manzoni da questo suo sentimento pur nelle circostanze più dolorose della sua vita. Ecco qui una prova che anche nella vecchiaia egli pone l'unico conforto delle sue sofferenze nel pensiero di Dio e dell'al di là: «Prego il Signore che mi dia la disposizione di ricevere tutto ciò che mi può venire da quella parte72 e da qualunque altra come un suo dono, cioè come un mezzo di prepararmi a comparire davanti a Lui con qualche patimento sofferto bene. Perché alle ragioni naturali e care che ho di desiderare la tua venuta73 se ne debbono aggiungere di così crudeli? Perché Dio vuole così. Risposta più bella e più lieta di qualunque altra (non c'è), se il core sa trovarla più che soddisfacente come la ragione è costretta a trovarla». È la serena fiducia che animerà il suo Rosmini sul letto di morte: «Sono nelle mani di Dio, dunque sto bene. È un tristo mondaccio, mi dici; di' piuttosto tristissimo. Pensiamo che l'unico mezzo per renderlo passabile e più, è di proporsi a essere felici davvero e per sempre» (12 ottobre 1853). E rallegrandosi col figlio Pietro che il suo bimbo Renzo sia nato il 26 agosto, giorno di S. Alessandro, cioè del suo santo titolare, soggiunge: «Piaccia al Cielo che l'imiti meglio del nonno?» (27 agosto 1852). Ha invece buone nuove della campagna che promette bene? «...ringraziamo il Signore e preghiamolo per il compimento» (s. d.).

Queste espressioni confidenziali il babbo non avrebbe certo scritte a Pietro se il pensiero e il cuore del figlio non fossero stati conformi ai suoi. Dalle frasi paterne vengono così anche più lumeggiati il carattere e la pietà di Pietro Manzoni.

Pur vivissimo appare dalle lettere inedite il senso scrupoloso di giustizia che presiede ad ogni atto di Alessandro, alla cui dignitosa coscienza e netta, anche un picciol fallo era amaro morso! Scongiura Pietro di assicurarlo il più presto possibile intorno alla sorte di un volume del Chateaubriand per sapere se si trovi o no presso di lui, afflnché «possa dirlo di averlo dato a Giulini, il quale in pienissima buona fede ha protestato il contrario». Essendosi lo Stella inquietato col Redaelli per la lentezza a consegnare materia per la stampa, Alessandro confessa onestamente a Pietro... di essere lui, non Readelli in colpa...: «... questa circostanza, parola detta e sasso tirato non fu più suo, non dev'essere dissimulata quand'anche fosse possibile il farlo». Riferendosi ad un prossimo accomodamento coi suoi contraffattori accomodamento che pareva dovesse essere al Manzoni non infruttuoso, ricorda a Pietro... «... è giusto che Redaelli sia a parte dell'indennizzo, se c'è e se anche non ha stretto diritto» (26 giugno 1850).

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Quando l'occasione gli si presenta, Alessandro mostra coi fatti il suo buon cuore. Il parroco di Brusuglio, don Domenico Merlini, mi assicurava che i vecchi coloni di Alessandro gli avevano attestato che i padroni, nella revisione biennale dei patti agrari, condonavano ad essi i debiti se risultavano in obbligo verso di loro. Chi conobbe quali fossero le abitudini dei proprietari, e peggio dei cosiddetti fittabili per l'assenteismo rurale dei primi, in tali circostanze, giudica sommamente umano e benefico il modo di procedere dei Manzoni.

Il tempo si mantiene al bello? Ne ringrazia la Provvidenza pensando principalmente ai contadini, che possono senza disagio, anzi con grande vantaggio, attendere tempestivamente ai loro lavori.

In considerazione di qualche guaio sopravvenuto alla sua portinaia di Milano, Alessandro consiglia Pietro di diminuirle la pigione. Accennando ad altre disgrazie, si esprime così: «... è uno dei casi di dividere il pane col prossimo: e la continuazione di una carità così doverosa spero che chiamerà la benedizione del cielo sui nostri progetti» (8 marzo 1850).

É una bontà squisita ma non mai disgiunta dall'umorismo manzoniano. Appunto per finire riporterò un periodo di una lettera inedita indirizzata, senza data dell'anno, da Lesa, a Pietro il 21 settembre: «Portami, se hai a Milano, il volume del Tasso che contiene il discorso sul Poema Epico74 perché lavoro qui accanitamente al mio, sul romanzo storico, ma con la certezza di rimanere anche questa volta, un pauvre jeune homme incompris. Portami pure le forme delle mie scarpe (che salto! se è un salto?) e l'orologio, ecc., ecc.». La scarsa simpatia che il Manzoni aveva per l'infelice Torquato gli detta anche nella corrispondenza intima, frasi un po' troppo aspre, anzi un poco ingiuste, per quanto temperate dal basso concetto che egli aveva anche di se stesso.

Dopo la morte di donna Teresa, Alessandro, come è noto, si riunì stabilmente alla famigliola di Pietro. L'ultimo decennio della veneranda senilità del poeta fu dunque allietato dalla compagnia del figlio prediletto e dall'amabilità graziosa e affettuosa dei nipoti. Cessa perciò ogni corrispondenza con Pietro, mentre s'intensifica la domestica consuetudine. E donna Vittoria diceva certo il vero quando mi raccontava che nell'ultimo mese di vita, ignaro della morte del figlio Pietro, il suo grand-papà, ogni giorno, ogni ora, con passo malfermo e voce singhiozzante lo cercava di camera in camera e lo chiamava insistentemente Pierre! Pierre! non sapendo come spiegare e giustificare la sua assenza e il furtivo ma frequente lagrimare della nuora e dei nipoti... Desolato insomma, sconcertato «come il povero cieco che avesse perduto il suo bastone».

L'esser stato fino alla morte, degno figlio di tanto padre e l'avere posseduto molta dell' «umana probitade» paterna, è la ragione principalissima per cui ogni buon manzoniano ama di vedere riflessa sulla figura di Pietro qualche raggio della luce del genio di Alessandro Manzoni.

NOTE

1) V. Il «Réglement» spirituale di Enrichetta Blondel-Manzoni. Milano, 1925, P. 7
2) V. Due lettere inedite di Tommaso Grossi a Pietro, figlio di Alessandro Manzoni, in Archivio Storico Lombardo. A. LIII, fasc. IV.
3)V. il testo del documento pubblicato da A. Guidi: Enrichetta Manzoni-Blondel. Legnano, 1926-27, p. 107.
4) Civiltà Cattolica, numero del 15 marzo 1924, p. 438.
5) Cfr. Scherillo-Gallavresi: Manzoni Intimo, Milano, 1923. II, p. 6.
6) Cfr. M. I. cit., II, LIII
7) V. Due lettere, ecc., 1. cit.
8) V. in M. I., I.
9) Non citiamo il luogo preciso delle frasi. Il lettore può confrontarle col testo del Carteggio seguendo gli indici alfabetici dei due volumi.

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10) Due lettere inedite, cit.
11) V. M. I., I, p. 12.
12) V. Carteggio, II, n. 652, 653.
13) V. anche Due lettere inedite, cit., p. 6.
14) V. Carteggio, II, n. 602.
15) V. Due lettere inedite, etc.
16) Il Natale del 1833, frammento; v. Tutte le opere di A. Manzoni per merito di G. Lesca. Firenze, 1923, p. 830.
17) V. Guidi, o. c., Appendice V, p. 108.
18) V. M. I., I, p. 27, 40.
19) Così mi pare di poter comprendere le parole della Matilde Manzoni al fratello Pietro, nella lettera del 6 giugno 1845, da Pisa, dove la dolce e mite sorella, gli ricorda in termini tanto affettuosi: «Mio caro Pietro, tu mi hai detto in un momento tremendo che la nostra povera madre ci aveva raccomandati tutti a te. ecc.»  D. M. I., I, 4o.
20) La prefazione del Gallavresi al vol. III di M. I.
21) V. M. I., I, p. 70.
22) V. Sforza, Epistolario di A. M., II, 223, 225, 226.
23) V. M. I., I, p. 33 e ss.
24) V. M. I., I, p. 72.
25) M. I., I, 71.
26) M. I., I. P. 39-40 cit.
27) M. L. I, p. 57-58.
28) M. L, I, p. 59 e ss.
29) P. e. nel 1858, Alessandro, appena guarito di una lunga malattia, fa un lungo soggiorno a Brusuglio, mentre Teresa rimane a Milano. V. M. I., III, p. 145 e ss. Nel 1854 essendo scoppiato il colera ad Arona, donna Teresa ritardò la sua andata a Lesa, ma rimase a Milano.
30) Sforza. Epist. II, n. 224.
31) Sforza, Epist.. II. n. 232.
32) M. I., I, 43.
33) M. I., I, p.57
34) M. I., I. p. 16o.
35) M. I., II. p. 232.
36) M. I., I, p. 205
37) Il «Réglement» spirituale di Enrichetta Blondel-Manzoni e le due lettere del Grossi, citate.
38) A questo proposito si ricordi l'episodio narrato da C. Cantù e riferito dal Guidi, o. c., p, 65,
39) M. I., II. 76.
40) M. L, II, XIX.
41) Il Manzoni parla spesso con compassione della sua memoria che invece doveva essere forte e precisa. Specialmente la collocazione di libri nelle sue bibliotechine è ben fissa e chiara nella mente.., «L'esemplare è nello scaffale a sinistra del cammino (sic) (cioè di chi ci è seduto davanti), sull'estremità che tocca l'armadio»...: «... è nello scaffale tra il cammino (sic) e l'armadio. Ha sulla scatola i tre titoli in tre cartelline divise..».
42) Cascinale presso Milano, di proprietà Manzoni, il cui fittabile aveva l'obbligo ogni anno di servire molte giornate con due cavalli il proprietario: ultimi avanzi delle corvate e degli appendizzi dei patti colonici, ora pressoché aboliti. Con questo nome però si designa quando la cascina, quando l'affittuario.
43) V. M. I., III, n. LXIII.
44) Di Casino Boario?
45) Il rag. Antonio Sogni, che teneva la contabilità di casa Manzoni ed era pigionale di Alessandro nella casa di via Morone.
46) V. M. I., I. p. 110; ibid. 94.
47) V. il lavoro: A. M. e la Chiesa di Brusuglio, in questo stesso volume.
48) V. M. I., I-II, passim.
49) Cfr. su questa vendita anche M. I., II, 74, V. Ie disposizioni testamentarie di Enrichetta nel volumetto cit. del Guidi, p. 102 e ss.
50) Sul Manzoni agronomo v. oltre a molte sue lettere, Sforza, Epist. II, n. 346 e le note.

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51) V. M. I.,II., p. 254.
52) È una frase che Alessandro Manzoni ripete altra volta. V. M. I., II, XCI.
53) Tra questi il conte Sclopis di Torino. Il matrimonio combinato da L. C. Farini, si celebrò il 15 settembre.
54) A proposito di G. Cattaneo (1771-1841) impiegato alla Zecca, fondatore e prima conservatore del Museo numismatica di Milano e incaricato anche di altri lavori all'Accademia e alle altre raccolte scientifiche di Brera, Alessandro scrive in una lettera del 21 settembre 1841 probabilmente dolendosi della sua morte: «Il sentimento pubblico per la disgrazia del povero Cattaneo me l'aspettavo: ma mi ha fatto gran consolazione l'esserne certo positivamente». Della stesso Cattaneo trovo nell'Archivio di questo mio alma Collegio Borromeo di Pavia (Cartella Statuti, ecc.) una lettera del 29 gennaio 1841 diretta al conte Vitaliano Borromeo, consigliere intimo, ciambellano di S. M. I. R. A., ecc., ecc., patrono del collegio stesso che si trovava per ragioni di salute a Napoli (al cui balsamico Liete il Cattaneo augura l'onore di avere stabilmente rinfrancata la salute del Conte), nella quale dopo aver raccomandato un suo nipote omonimo perché venisse dal patrono nominato fra gli alunni del collegio medesimo, scrive: «Qui le teste sono anche di troppo occupate dalle proposizioni che si stanno agitando presso questo nuovo Istituto, pel complemento delle 40 piazze che lo devono costituire. Questo prova che il nastro pubblico non ha nulla d'importante onde occupare la sua attenzione! Io mi sono trovato nel novero di quelli della prima nomina di S. M.; ma con mio dispiacere fra quei membri ai quali non è toccata la misera pensione di Fior. 400. Ciò vuoi dire ch'io sono condannato a dover sempre faticare senza aver mai altro compenso, dopo 38 anni di servigi allo Stato, che il solo modicissimo onorario assegnatomi da oltre 30 anni. Così mi tocca da quasi 39 anni a lavorare (gratis) per l'accademia; così per altri 20 anni (gratis) pel Museo dei Fossili, ecc. Le dico in verità che se avessi potuto dispensarmi, come lo poté fare il mio amico Manzoni (con vero cordoglio di tutto il corpo, il quale perde così il più bel nome. di cui poteva andar glorioso in faccia all'Europa) io non avrei esitato a farlo. Ma nella mia posizione mi convenne piegare il capo e rimanere nel numero degli altri miei colleghi. Ora si stanno mettendo insieme, dal corpo già sedente all'Istituto, altri nomi da proporsi a S. M. per riempire gli scanni non per anco occupati...». Si tratta, evidentemente del desiderio del governo austriaco che il Manzoni fosse incluso nei soci dell'Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. In proposito il Manzoni si è deciso più tardi... V. Sforza, Epistolario di A. M.. vol. II, n. 227.
55) Il passo è nel Dialogo dell'Invenzione. V. Tutte le opere di A. M. a cura di G. Lesca, edizione Barbera, Firenze, 1923, p. 905.
56) E' l'Appendice al cap. III delle Osservazioni sulla Morale Cattolica; le citazioni del Bentham qui accennate sono a pagg. 202, 212 dell'edizione Barbera cit.
57) Il noto precettore dei figli di Pietro, morto poi prefetto di S. Celso, sacerdote di varia dottrina letteraria e religiosa. Lasciò, tra l'altro, un volume di pregevoli discorsi.
58) L'episodio serve al Manzoni nel Dialogo dell'Invenzione: v. Tutte le opere, citate, p.902.
59) Sono nel trattatello del «Romanzo Storico, ecc.» ; v. Tutte le opere, ecc.. Cit., pag. 849.
60) Se questa data è precisa, bisogna dire the Pietro si sia scordato della domanda del babbo, perché nel settembre 1850 questi, scrivendo a Stefano Stampa soggiunge: «Vedendo Pietro digli, se fosse a tempo, di mettere la traduzione sicura al provenzale je mesis, di cui gli avevo scritto. Se però non se ne potesse far niente non sarebbe poco male... ». V. M. I., III, 178.
61) V. Carteggio, II, pag. 404. e ibid., n. 2; pag. 497 e ss.
62) Di questi sinonimi volgari il M. parla anche nella Lettera a G. Carena: v. Tutte le opere, ecc.. id., p. 219.
63) V. Tutte le opere, ecc., p. 830; e ibid. n. I.
64) V. Sforza, Epist. A. M., II, n. 370.
65) V. M. I., II, XXXIX.
66) V. M. I.. I. p. 105 e passim. le lettere che parlano del soggiorno del Rosmini a Massarosa e delle prove di mirabile perspicacia date dalla Luisina Singolare quella del «diario».
67) V. anche M. I., II, XXXVI, p. 59, ecc.
68) Da qualche frase di questa lettera si può rilevare l'umiltà del Rosmini e la delicatezza del Manzoni a suo riguardo.
69) V. anche M. I., II, 119.
70) V. C. Ferrini, Pensieri, ecc. Milano, 1927, p. 36.
71) Una lettera press'a poco uguale è quella diretta allo Stampa il 7 giugno 1860. V. M. I., III, p. 188, XIII.
72) Probabilmente si riferisce ad amarezze familiari.
73) Il Manzoni era, in questo tempo, tuttora a Lesa. La lettera è del 14 settembre 1850
74
) È il discorso primo dell'Arte poetica e in particolare sopra il poema eroico, ricordato spesso dal Manzoni. V. Tutte le opere, ecc., p. 855 e ss.

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Alessandro Manzoni e la chiesa di Brusuglio

Il Manzoni, rispondendo ai 22 di settembre del 1830, al rev. Reidhaar, parroco di Losanna, che col beneplacito e gli incoraggiamenti dell'I.R. Governo austriaco si trovava allora a Milano per raccogliere offerte destinate all'erezione di una chiesa cattolica nella sua città, rifiutava di concorrere all'impresa che non doveva riuscirgli molto simpatica, raccomandata, com'era, dall'abborrito governo perché già impegnato nel miglior modo a un'opera consimile a Brusuglio, cioè «all'intera riedificazione della chiesa del villaggio laddove» aveva egli «l'onore di scrivere»1 Nell'accorata lettera dell'8 di gennaio 1851, inviata da Milano alla figlia Matilde, ospite in Pisa della sorella maggiore Vittoria Giorgini, dolendosi di non essere stato questa volta puntuale nello spedirle la somma convenuta per la sua pensione, a propria scusa, oltre ai disagi finanziari di quell'anno, accennava allo stesso impegno assunto per l'erezione della nuova Chiesa: «Colla fine dell'anno in cui siamo entrati, cesserà la sopratassa per la fabbrica della Chiesa parrocchiale di Brusuglio, che per nove anni mi è costata dalle tre fino alle cinque mila lire. E la più forte è stata nell'anno ora scaduto, che sai quale anno fu »2.

L'accenno allo stesso argomento in due lettere scritte a tanta distanza di tempo, ha punto la mia curiosità di sapere come mai per la fabbrica della Chiesa di Brusuglio, che non doveva essere, alla fine, il Duomo di Milano, ci sian voluti tanti anni e tante sollecitazioni. Ho frugato nell'Archivio parrocchiale del villaggio ed in quello dell'Arcivescovado milanese. Nulla di interessante mi fu dato di trovare in quest'ultimo; invece nelle poche e modeste buste del primo, messe a mia disposizione dal parroco Don Domenico Merlini colto e gentile al quale sono grato di questa e di molte altre cortesie rinvenni qualche centinaio di note, memorie e minute di lettere che permettono di ricostruire le vicende della Chiesa che al Manzoni fu tanto cara. La storia di essa non sarebbe degna certo di speciale considerazione, nonostante le sue curiose vicende durate per circa trent'anni, se i nomi di Alessandro Manzoni, di sua madre donna Giulia Beccaria e del figlio Pietro non vi fossero spesse volte intrecciati. Quando si tratta del nostro Grande, niente deve andar perduto.
A meglio conoscerne la vita e la figura anche nei particolari.

«a arbusta iuvant... humilesque myricae».

L'antica parrocchiale di Brusuglio sorgeva su un piccolo tratto della superficie ora occupata dalla piazza prospiciente la nuova, verso ponente. Lunga m. 14,10, compresi l'altare e un coretto rettilineo dietro il ciborio di complessivi m. 5,40, larga m. 6,85, alta m. 5,20, appoggiavasi a mezzogiorno alle case coloniche della prebenda e riceveva luce da due finestrelle rettangolari, l'una aperta nel muro di tramontana, l'altra praticata nella parete di ponente. Da questa parte si trovava anche l'unica porta d'ingresso, che metteva in una piazzetta, sulla quale, a soffocare il piccolo luogo sacro, incombeva la grossa mole di un'antica casa Trotti. Niente più vasta dunque di uno stanzone, con le pareti squallide, il soffitto di legno ormai corroso, il pavimento rotto qua e là da buche, essa usurpava piuttosto il nome di Chiesa. Dal 1800 era in condizioni pietosissime. Perciò la necessità di costruirne una nuova si era affacciata da un pezzo al parroco e ai terrieri di Brusuglio, anche prima che donna Giulia e il Manzoni eleggessero di soggiornare nel tranquillo villaggio. Ma... e i denari? Il principale proprietario del luogo, o primo deputato all'estimo, che doveva naturalmente sostenere la spesa maggiore della fabbrica, era il conte Imbonati che... di chiese vecchie o nuove non aveva certo voglia di impacciarsi. Neppure la madre del Manzoni, entrata in possesso nel marzo 1805 dei beni del conte (già a lei legati con testamento del 25 ottobre 1795) vivendo a Parigi, se non nello sfarzo e nel lusso, in ogni agiatezza e comodità, non pensava certo, nei primi anni della sua sconsolata solitudine, di occuparsene. Si sarebbe anzi volentieri disfatta con una buona vendita di tutta la proprietà di Brusuglio, per la quale non nutrì mai predilezione alcuna. Ma dopo che in essa e in Alessandro fu compiuta quella mutatio dexterae Eccelsi che sappiamo, il proposito di innalzare un nuovo tempio cominciò ad avvicinarsi alla sua attuazione, almeno nella speranza dei buoni rustici.

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Nel 1817 il popolo di Brusuglio «col consenso dei suoi compadroni » decideva infatti di por mano alla pia intrapresa. Non potendo servirsi (durante la fabbrica) della chiesa antica, che dovevasi ampliare o abbattere per dal luogo al nuovo edificio, il parroco chiese ed ottenne dalla «graziosità del signor Alessandro Manzoni un luogo altre volte oratorio per celebrarvi interinalmente le sacre funzioni». Questo luogo era una cappellina campestre situata a levante del villaggio, dedicata a S. Stefano, che, dalla nobile famiglia Bassi di Milano, era passata, attraverso il patrimonio Imbonati, in proprietà di donna Giulia Beccaria. Ma poiché da un pezzo era stata lasciata in abbandono, ora è un magazzino di cianfrusaglie, abbisognava di alcune riparazioni, alle quali il Manzoni stesso si obbligava di provvedere, e di essere ribenedetta secondo la liturgia. Al sacro rito, dal vicario generale mons. Sozzi, con rescritto del 19 settembre 1817, veniva delegato il prevosto di Bruzzano. Pure nonostante l'unanimità della decisione e a malgrado dello slancio con cui il popolo animato dai suoi compadroni aveva incominciato «ad ammassare sulla pubblica piazza quantità di materiali disposti per incominciare la concertata impresa» non si fece nulla né allora né poi, e per un pezzo. Perché? «La prudenza » nota il parroco D. Luigi Rollandi in un promemoria dal quale tolgo queste ed altre notizie3 «non permette di riferire le varie storiche versioni». Perciò sarebbe indiscrezione la nostra di volerne sapere di più. Ma... e il materiale ammassato sulla piazzetta? «Dopo di essere per qualche tempo esposto alle intemperie, fu tolto dalla piazza, né si seppe poi dove fosse andato a finire». Non certo disperso sui muriccioli, come i libri di Don Ferrante.

Tuttavia senza venir meno alla prudenza raccomandata da D. Rollandi, possiamo ritenere che l'impresa sia andata a monte per la mancata concordia dei principali proprietari da una parte e per la differenza tra le loro vedute e quelle del parroco D. Agostino Brambilla dall'altra. Neppure tutte le difficoltà della nuova fabbrica e specialmente le finanziarie erano state valutate con giudizio o potevano superarsi con facilità. Quel 1817 era il terzo anno della raccolta scarsa; la siccità aveva danneggiato la campagna e, colla carestia, aveva infierito il tifo petecchiale4. La miseria delle popolazioni rurali e lo scarso reddito dei terreni non spronavano né ricchi né poveri a far gravi sacrifici, neppure per costruire chiese. Donna Giulia poi era sempre del parere di vendere quelle case e quei campi5. Perciò fino dalla morte del Brambilla, avvenuta nel 1830, non si parlò più della devota impresa. A buon conto Alessandro aveva fatto preparare nell'interno della sua villa la graziosa e degna cappellina, che ancor oggi si ammira e che il Tosi, da tre mesi circa divenuto vescovo di Pavia, benediceva il 19 agosto 18326.

Ma appena il successore del Brambilla, che fu il sopranominato D. Rollandi, ebbe preso possesso del suo ufficio, 18 marzo 1830, le pratiche per la nuova chiesa si ripresero. «Fin dal mio primo installamento mi si protestava dai compadroni e dai deputati che non si attendeva altro che la venuta di un nuovo curato per mettere in esecuzione il progetto di una nuova Chiesa stato fino allora in sospeso».

E le intenzioni comuni dovevano essere davvero buone e serie, se il Manzoni, il 22 settembre dello stesso anno, scriveva al parroco di Losanna la lettera che abbiamo riferita. In quali condizioni poi la Chiesa, già malconcia nel 1817, si trovasse nel 1830, ce lo dice lo stesso Rollandi: «trovai una chiesa che non era facile trovarne un'altra che potesse reggere al di lei confronto».

Il nuovo parroco, che non mancava di accortezza e di energia, batté, come si dice, il ferro intanto ch'era caldo, tentando in ispecial modo di assicurare all'iniziativa il concorso finanziario dei compadroni parrocchiani, perché ben poco avrebbero potuto dare i coloni, i quali, col vecchio sistema del patto agrario in natura, scomparso appena da pochi lustri
dall'alto Milanese, erano cronicamente indebitati coi proprietari. Al più si sarebbe ottenuto da loro qualche prestazione d'opre. L'estimo del piccolo comune era di circa 16.600 scudi, una metà dei quali apparteneva alla Beccaria Manzoni; il resto, in gran parte, andava distribuito tra la casa Luigi Radice e la prebenda parrocchiale. Gli altri quattro estimati contavano per ben poca cosa: erano piccoli proprietari e di «tenuissima possidenza», che tenevano case in affitto dai due maggiori possidenti e che, per sbarcare il lunario, oltre a lavorare il campicello proprio, avevan dovuto prendere in colonia delle terre o dalla Manzoni o dal Radice, ai quali pertanto erano «soggetti per ossequio o per interesse». Quindi dei tre deputati ai quali era affidata l'amministrazione del piccolo comune, uno era eletto dalla Beccaria-Manzoni, il secondo dalla casa Radice, il terzo dagli altri minori estimati. Ma quest'ultimo non poteva che rimaner neutro di fronte ai più grossi litiganti, Il proverbio : «Chi comanda paga », é vero; ma è verissima anche la sua reciproca: «Chi paga ha diritto di comandare». Perciò, toccando ai due principali deputati il maggior onere della spesa, non potevano negarsi ad essi l'onore e il diritto di proporre i disegni e i preventivi. Donna Giulia fa preparare un progetto da un ing. Tanzi; Luigi Radice lo fa apprestare da un ing. Gallardi. Ciascun progettista propone la fabbrica di un nuovo tempio ab imis, trascurando la catapecchia in rovina; e naturalmente ognuno di essi, nel calcolo delle spese e nell'ubicazione dell'edificio, asseconda la preferenza del rispettivo mandante e tien conto dei particolari interessi dell'uno o dell'altro. Perciò cominciano subito i dispareri.

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«Stimolati i predetti signori dalle reiterate suppliche... convinti dalla necessità di provvedere alla Chiesa, ed incalzati anche dalle lagnanze dei loro coloni, hanno fatto a vicenda diversi progetti in via privata, ma tutti andarono falliti per difetto di accordo fra le uniche due parti più influenti e componenti la rappresentanza amministrativa del comune». Per conciliare gli opposti e contrastanti interessi tentò il parroco una specie di compromesso, e propose di affidare ogni pratica a un terzo architetto che fu Giacomo Moraglia.

Il 24 marzo 1832, erano stati necessari due anni ,il Rollandi poteva scrivere al Radice che donna Giulia «aveva assentito il Moraglia» e «aveva accolto con particolare soddisfazione il pensiero di si bella scelta in cui riponeva fin d ora la piena di lei fiducia». L'affare dunque si incamminava sotto buoni auspici. E il Moraglia, dopo il necessario sopralluogo, presentava le sue proposte, che il 6 settembre 1832 donna Giulia approvava.

Forse per conciliare l'una e l'altra parte in causa, il Moraglia abbandonò l'idea di erigere un nuovo tempio in luogo diverso dalla vecchia chiesina, e presentò un progetto d'ingrandimento di questa. Al piano tecnico era stato unito anche il finanziario. Ma su l'uno e su l'altro ogni parte interessata cominciò a sollevare obiezioni. Così discutendo, il tempo passava; tanto più che i lavori non potevano incominciare senza che fosse pronta una congrua somma. Questa doveva essere messa insieme da una speciale sovrimposta annuale gettata sull'estimo per un certo numero di anni. Ma non potendo la fabbrica, una volta iniziata, subire lunghe interruzioni, era necessario ricorrere a un grosso prestito, il quale sarebbe stato gradatamente ammortizzato dall'amministrazione comunale cogli annui proventi dello straordinario contributo. L'esame e le discussioni del piano tecnico e finanziario portarono le cose per le lunghe. Venne così il 1833 che fu un anno di sciagure gravi per la famiglia Manzoni. Tra le altre la malferma salute di donna Giulia d'Azeglio, le ansie continue e durate a lungo cagionate dall'estrema delicatezza della figliola di questa, Alessandrina o Rina la Biroli, come la chiamava il padre Massimo7, nata il 10 gennaio 1833, l'inasprirsi delle prolungate sofferenze della moglie di Alessandro, Enrichetta, che soccombeva infatti il 25 dicembre... Ce n'era abbastanza perché donna Giulia, così tenera e sensibile, così attaccata alla nuora, alla nipote e alla bisnipotina, si lasciasse tutta assorbire dalle cure familiari e non pensasse ad altro; anzi si chiudesse in un muto indicibile dolore. «Henriette est très mal» scriveva la marchesa Costanza Arconati a miss Clarcke nel dicembre di quell'anno8, «faites vous idée de la désolation de toute la famille». «Cest la pauvre madame Giulia qui est la plus triste à voir... Elle ne se raisonne point... elle n'a ni calme ni force: la douleur la subjugue entiérement,.. cest elle qui fait vraiment pitié...». «La pauvre d. Giulia est incapable de penser à rien; c'est la plus accablée». Tanto strazio doveva esacerbarsi anche più nel settembre 1834, quando la primogenita di Alessandro, la dolcissima Giulia Claudia d'Azeglio, che per il nome e il vincolo spirituale contratto con il Fauriel ricordava alla vecchia dama l'irrevocabile soggiorno del divin Paris, moriva anch'essa e andava a raggiungere la madre, lasciando la Rinetta di diciotto mesi alla cura della nonna settantenne. Il dolore e la fierezza della quale dovevano poi ricevere una nuova offesa dal contegno di Massimo d'Azeglio e dalle sue affrettate e sconvenienti seconde nozze con la Maumary Blondel.

Il presentarsi in questi frangenti a donna Giulia, che non era un carattere da prendersi in confidenza, e il sollecitarla che, come primo estimato del comune, si assumesse finalmente l impegno di far attuare il progetto Moraglia, non pareva discreto neppure al Rollandi. La Beccaria anzi aveva già lasciato senza risposta un invito analogo dell'I.R. Commissario Distrettuale, del 20 gennaio 1833. Il Parroco lasciò correre qualche anno. «Circostanze particolari della famiglia Manzoni e gravi assai, imposero al parroco e alla fabbriceria di soprassedere». Ma nel 1835, cessate le ragioni che consigliavano di attendere, pare a lui che si possa riprendere il filo delle antiche pratiche; poiché, infine, si trattava «di un affare della massima importanza e necessità» che non ammetteva «ragionevole dilazione». Ne andavano di mezzo, non appena «il decoro del divin culto», ma anche la stessa «pubblica sicurezza», perché la Chiesa decrepita oramai «minacciava di cadere» e aveva dovuto essere «puntellata».

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Già l'anno innanzi il Rollandi aveva cercato di preparare le cose con lodevole accorgimento. Nell'autunno del 1834 aveva infierito a Brusuglio, come altrove, il tifo petecchiale, seguito poi dal vaiolo detto «ravaglione». Ma mentre nei paesi vicini il contagio era andato cessando con una certa rapidità, nel paesello manzoniano persisteva in modo inesplicabile. Il parroco attribuì anche all'insalubrità della Chiesa, «luogo di pubbliche adunanze», la ostinazione dei morbo, e profittando delle ripetute ispezioni del medico provinciale dr. Vandoni, lo invitò a redigere un rapporto sulle condizioni igieniche del luogo sacro. Anche questo doveva servire a strappare dai renitenti deputati risoluzioni radicali.

Il Vandoni fece la sua relazione alla competente autorità, la quale «insinuò» alla deputazione locale di invitare il parroco a sospendere le sacre funzioni. Don Rollandi, che si attendeva tutt'altro riscontro alle sue rimostranze, rispose non senza fierezza che per sospendere il culto gli era necessario un ordine perentorio; non potere in coscienza «senz'esporsi all'umiliante cimento d'esser tacciato pastore pusillanime o inoperoso» accogliere un semplice invito: tutt'al più si sarebbe rassegnato ad abbreviare le funzioni più lunghe. Nel 1835 dunque, come dicevo, con un memoriale del 15 maggio, il parroco torna apertamente alla carica, presso la deputazione, ricordando gli obblighi da essa già assunti, e stimolandola «affinché seguendo il nobile esempio di altre filantropiche rappresentanze comunali dei vicini circondari» promova o la riparazione dell'antica chiesina o la costruzione di una nuova. L'interesse religioso e materiale del popolo doveva finalmente prevalere sulle particolari controversie dei due signori. Si esumasse il progetto Moraglia, affidato alla custodia della Beccaria e lo si eseguisse una buona volta.

Ma il progetto Moraglia, sul quale sembrava che tre anni prima si fosse raccolto il consenso comune, ora non piace più. «La deputazione è sempre discordante», lamenta il parroco; non viene a nessuna «decisione amichevole neppure per via verbale», nonostante i ripetuti tentativi fatti da lui e dai fabbriceri. Bisogna ricorrere di nuovo all'intervento dell'autorità governativa. A ciò è diretta una istanza del 15 luglio 1835, dove sono ripetuti e ribaditi i motivi che reclamano un'urgente soluzione della controversia: «La Chiesa è angustissima in confronto alla cresciuta popolazione (come lo è per se stessa)». Brusuglio quell'anno contava 530 «individui»; «inoltre è insalubrissima per mancanza di libera ventilazione e per notevole umidità, e come tale giudicata dal sig. medico provinciale nel 1834... (allorchè... in Brusuglio... e non si sa per quale riflesso, infuriò la febbre petecchiale...) e minacciante rovina», ragione per cui doveva essere continuamente «puntellata». La soffitta poi «costrutta d'asse e mal sicura ed a strati marcita» aveva il tetto in cattivissimo stato, cosicché le cadenti piogge discendevano nell'interno della Chiesa; anzi d'inverno la cosa, per le nevi, andava ancor peggio». Insomma era un pericolo alla vita dei devoti, come era stato riconosciuto da una «visita fatta dai periti, il cui dettaglio giaceva ozioso da qualche tempo nell'archivio della Deputazione comunale».

L'I. R. Commissario provocò la Deputazione a rispondere. Infatti ai 7 di settembre 1835, con più disinvoltura che zelo gli amministratori comunali osservano che, conoscendo pur bene la necessità dell'allungamento della Chiesa, stanno prendendo gli opportuni concerti. «Le angustie però dei limiti fra i quali si può eseguire tale allungamento sono la causa che tiene in forse la Deputazione stessa sull'ampliazione della Chiesa esistente o sulla costruzione di una nuova».

Questa risposta aveva evidentemente lo scopo di tenere a bada parroco e fabbricai e di menare, come suol dirsi, il can per l'aia. Il parroco è certissimo che passeranno inutilmente altri anni... «L'adozione di un progetto qualunque di provvedimento... non si realizzerà giammai fra le due parti componenti la deputazione sempre dissenziente su questo rapporto, per convenienze personali, per diversità d'opinione e interesse locale», qualora non intervenga «la saviezza dell'eccelso governo» e non s'adopri «se crede degno dell'alto suo ministero che occupa, a toglier il disaccordo costante dei predetti signori deputati». I quali nota amaramente il parroco, non si fanno cattivo sangue leticando nei convocati; tutt'altro! essi sono venuti nella determinazione di non occuparsi di proposito «dell'affare» per non disgustarsi a vicenda. Cosi la Chiesa era sempre di là da venire. E perché « le sorti dei fervidi voti del parroco» e dei fabbricieri, ch'erano pure i voti espressi dalla buona popolazione di Brusuglio volgessero in meglio e si evitasse un «pubblico disastro», il governo era scongiurato di prendere esso stesso ogni più sollecita decisione.

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L'I. e R. Governo «in vista delle allegate ragioni, obbligò nuovamente la Deputazione ad intendersi per l'adozione di qualche progetto. In forza di che essa fu indotta a dare un nuovo incarico all'architetto Moraglia perché concretasse un disegno atto a soddisfarla». Il Moraglia, «stante sempre le divergenze di opinione tra i membri della Deputazione» non voleva più saperne; solo a malincuore acconsenti, certo per un riguardo ai Manzoni, a riprendere la direzione della faccenda. Tuttavia neppur questa volta cera molta fretta. Il 23 maggio 1837 Si raccoglie, insieme col Moraglia, il convocato per decidere se o no si debba costruire una nuova Chiesa e su quale area e si delibera di por mano a un edificio apposito, essendo la vecchia chiesa una catapecchia miserabile9; si ridà al Moraglia l'incarico di preparare dei nuovi disegni. L'architetto ne traccia due: non piacciono e finiscono a far compagnia al primo; acconsente a prepararne un quarto, elaborato con pazienza e tenuto conto di tutte le osservazioni, le critiche, le preferenze dei comunisti, allegandovi anche parecchie norme per un conveniente capitolato d’appalto dei lavori.

Il card. Gairuck, arcivescovo di Milano, venuto in visita pastorale nella Pieve di Bruzzano l'estate del 1838, volle dare una capatina anche a Brusuglio: ma rimase penosamente sorpreso per l'indecente stato della Chiesa parrocchiale; «ed esclamò in presenza del pubblico accorso ch'esso non ne vide mai una simile»; si disse anzi che, affacciatosi alla porta della Chiesa, ne sia tosto retrocesso, protestando contro tanta «deformità...». Egli «presto si ritirò perché non reggeva il suo animo a soffermarvi il piede!...» Indi «recatosi a far visita al primo estimato del Comune (cioè a donna Giulia) molto e caldamente le raccomandò di provvedervi». Alle esortazioni «del Porporato visitatore, la dama, madre del celebre letterato, scambiolli (sic) lusinghiera promessa di occuparsene seriamente»; cosicché il cardinale si congedò assai soddisfatto10.

In tal modo si sperava che dopo l'approvazione da parte dell'ufficio commissariale del progetto del Moraglia11, accordata il dicembre 1838, la deputazione si ponesse all'opra e pensasse a metter mano al petto e alla borsa.

L'attesa è vana e le speranze comuni sono nuovamente frustrate. Il Magistrato torna a sollecitare il 19 di febbraio 1839 : è inutile; il parroco protesta con termini vivaci: l'autorità, senz'altri complimenti o giro di parole inutili, prenda «qualche misura efficace...»; «la popolazione va demoralizzandosi», le mene dei deputati sono «interminabili», le tergiversazioni «vergognose» ; «il pubblico si maraviglia di si strana commedia ...» «il mio silenzio sarebbe un delitto di connivenza». D. Rollandi è del parere che il commissario distrettuale, persona di provata «abilità» e di «ottimo carattere decisamente cattolico, era allora un sig. Bicchierai , ritorni alla carica e insista per amor del Cielo e di Brusuglio. Infatti nuove missive e nuove diffide il 25 di aprile... Solo il 28 maggio la Deputazione sembra giungere a qualche conclusione; ma è ancora una presa in giro...! «Esaminato il progetto statole accompagnato» dal Commissario distret-tuale, «esaminati tutti gli atti di perizia, descrizione del capitolato», ecc. essa scrive che «nulla trova da eccepire»; tuttavia avrebbe «divisato d'introdurre una variazione». Invece che da tramontana a mezzodì la Deputazione è del parere che la nuova chiesa sia costruita da levante a ponente. «Così presenterebbe in modo più acconcio la sua facciata rivolta pressoché sulla mezzaria della contrada interna alla quale darebbe maggior decoro». Superficie, costo, disegno rimangano pure quelli di prima; salvo che «in luogo di occupare parte del cortile e del giardino della prebenda parrocchiale e parte del brolo Manzoni» si risparmierebbe il suolo di detta prebenda... e si collocherebbe tutta sul terreno «della lodata casa Manzoni, previa la distruzione e successiva ricostruzione di un tratto di muro che cinge il giardino pure Manzoni». «La dama proprietaria, signora donna Giulia Beccaria ved. Manzoni, sempre intenta al maggior bene dei comunisti ha dichiarato, salvi i corrispondenti compensi (comunque gliene derivi gran sacrificio) di nulla eccepire in contrario».

La proposta variazione che era in se stessa abbastanza ragionevole e che forse non doveva dispiacere neppure al parroco, preoccupato che la nuova Chiesa sorgesse senza pregiudizio di reddito beneficiale, parve al Biccherai un furbesco tentativo di ulteriori temporeggiamenti; perciò l'11 di giugno 1839 protesta che « non si può altrimenti ritenere in tale renuenza, che un indecente disprezzo agli eccitamenti della autorità». E «non potendosi più oltre tollerare una simile mancanza in un oggetto che nei giusti principi deve vivamente interessare le provvide cure dell'autorità locale», egli ancora una volta ingiunge alla Deputazione di «voler rassegnare tutti gli atti» riguardanti la fabbrica «entro il termine di giorni dieci» diffidandola «che trascorso infruttuosamente detto termine» ne sarebbe dato «informativo rapporto alla superiorità» e si sarebbe provocato «anche una visita d'ufficio in luogo e a carico del comune».

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Nessuna notizia nell'archivietto di Brusuglio della risposta di donna Giulia alle intimazioni del sig. Commissario; ma certo essa poteva affermare in coscienza di avere fatto e di essere per fare tutto quello che dal suo canto le toccava; invece il signor Giosuè Radice, figlio ed erede del Luigi Radice che già conosciamo, riaffaccia tutte le antiche obbiezioni e tenta di mandare in aria anche gli accordi di massima già presi. Mette conto di riassumere le novelle critiche che egli fa al progetto Manzoni-Moraglia. La Chiesa viene collocata fuori dell'abitato, in luogo incomodo e la sua costruzione occuperà una strada di accesso ai fondi di esso Radice, strada che bisognerà bene aprire altrimenti; dove, nel progetto non si dice. L'esecuzione del progetto Manzoni-Moraglia importa la demolizione non solo della vecchia Chiesa, ma anche di qualche caseggiato colonico di proprietà del beneficio parrocchiale, che bisognerà indennizzare rifacendo la casa a spese del comune, il quale ci rimetterà non meno di 7000 lire austriache. Miglior partito sarebbe lasciar tutto in piedi e vender la catapecchia per quel che vale; se ne guadagnerebbe molto di più che mettendo all'incanto i materiali della demolizione12. Ancora, nel disegno in parola, si deve abbattere un pezzo del muro di cinta del giardino Manzoni per ricostruirlo alcuni metri dentro il giardino stesso: tutte queste rovine e rifacimenti sono progettati per dare alla nuova Chiesa una piazza conveniente. E allora, giacché l'edificio deve innalzarsi ai margini del villaggio, lo si eriga venti o trenta braccia più in là, verso oriente: ci sarà ugualmente spazio bastevole per la piazza senza che sia necessario distruggere e riedificare chechessia. La nuova Chiesa verrà a costare L. 40.000 austriache, e più, senza le decorazioni e senza il campanile... Una somma troppo grossa in confronto delle poche risorse locali e del piccolo estimo comunale. Le spese non indispensabili debbono dunque essere risparmiate. Ci sono terreni appartenenti alla prebenda che offrono maggiori comodità del luogo prescelto; p. es. sarebbe decisione assai opportuna se la Chiesa si costruisse presso la strada comunale della ComasineIla, dove essa sarebbe più in vista, più vicina al maggior nucleo di abitazioni e non esporrebbe alla necessità di buttar giù e di rimettere in piedi muri e case.

La ostinazione del Radice avrebbe riportata la questione allo stato di un trentennio prima se, per disposizione del Commissario, non fosse intervenuto d'ufficio lo stesso ingegnere provinciale F. Bellotti. Questi tuttavia «durò molta fatica per conciliare le parti dissenzienti». Ciò avvenne nei convocati 14 novembre 1839 e 25 gennaio 1840, nei quali si prese definitivamente atto non solo del disegno ma anche della spesa occorrente, preventivata dal Moraglia in L. 47.139.

Lo studio dei mezzi per far fronte al non leggero fabbisogno occupò la Deputazione per altri lunghi mesi. Intanto la vecchia chiesetta andava rovinandosi sempre più e l'impresa della nuova fabbrica diveniva la favola del popolino dei paesi vicini13.

Don Rollandi assisteva sdegnato al continuo, inesorabile deperire dell'edificio sacro. «Questa Chiesa, scriveva nel già ricordato memorandum, senza esagerare e a comune consentimento assomiglia a quell'abbiettissimo ricovero ove ebbe principio la nostra Santa Religione, per cui invalse il proverbio qui nel contorno che Nostro Signore è nato in una stalla e i terrieri di Brusuglio ve Io mantengono tuttora». Ma sì! dove procurarsi il denaro sufficiente per dar tosto mano ai lavori e proseguirli fino a buon punto? La Deputazione di Brusuglio che non poteva in una volta sola sobbarcarsi al grave peso, sperava di ottenere un prestito gratuito dalla Commissione centrale di Beneficenza, amministratrice della Cassa di Risparmio di Milano, la quale negli anni addietro aveva in tal modo beneficato molti comuni per metterli nella possibilità di compiere, in tempi di disoccupazione e di carestia, opere di pubblico interesse. Si rivolse pertanto a lei e chiese un mutuo di L. 20.000. Ne ebbe solo 6000, nonostante le vivissime ripetute insistenze. Il 20 febbraio 1840, in un Convocato che doveva esser decisivo, i deputati istigati dal Radice, invece di andar essi incontro alla spesa, risolvono di fare un altro tentativo, perché le restanti 14.000 lire vengano concesse dal Fondo di Beneficenza di mezzo milione, costituito già dai proventi dell'addizionale di un centesimo sopra ogni scudo d'estimo della Lombardia, determinata con decreto del governatore Conte di Saurau, il 1 4 maggio 1817, e riconfermata dalla sovrana delibera del io settembre 1818. Esso era una riserva utilissima nei più gravi pubblici bisogni. Soltanto nel caso che si fosse risposto negativamente anche a quest'ultima domanda, i deputati si sarebbero indotti a studiare il modo di raccogliere direttamente, sui loro redditi, il capitale necessario14.

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Ma l' I. R. Governo, al cui parere la petizione dei Brusugliesi era stata sottoposta, con lettera n. 4005 del 10 novembre 1840, non riconosceva «le opere di fabbrica parziale, di riparazioni e costruzioni di Chiese e simili» tra quelle al cui compimento dovevano destinarsi i capitali del fondo. Il quale era stato raccolto per sovvenire «danneggiati per siccità o per altri disastri» straordinari e impreveduti «o per la costruzione di opere stradali di riconosciuta pubblica utilità o costruzione di cimiteri»15. I deputati, non attendano altri aiuti dalle pubbliche istituzioni di beneficenza, ma escogitino altri mezzi per mettere insieme il denaro occorrente.

La Manzoni era pronta o si diceva pronta; gli altri estimati dispostissimi a sobbarcarsi ai sacrifici necessari; ma il Radice, ch'era, come si disse, divenuto il primo deputato all'estimo per quegli anni, a cui perciò spettava l'iniziativa dei provvedimenti onerosi, era riluttante a prendere una decisione purchessia.

Un nuovo piccolo incidente viene a gravare la situazione. I primi del mese di gennaio dell'anno seguente 1841 cade con straordinaria abbondanza la neve. Il tetto della chiesina minaccia di non reggere al peso; il parroco dà l'allarme alla Deputazione con lettera del giorno 7. La Deputazione risponde il io esprimendo il proprio disappunto per il guaio minacciato, ma nello stesso tempo dichiarando di non saper provvedere. C'è ancora quel famoso oratorio di S. Stefano, di proprietà di donna Giulia, che in caso di bisogno può bene essere adoperato; il parroco, finché il pericolo non cessi, si valga di quello per le sacre funzioni; donna Giulia gliela concederà volentieri. Il Rollandi dovette, a malincuore, acconciarsi anche a questo ripiego. Ma la lettera in cui egli domanda alla Beccaria la facoltà di servirsi della cappellina, e che viene riportata in appendice16, testimonia chiaramente la buona volontà della madre di Alessandro di soddisfare al bisogno dei Brusugliesi di una chiesa più degna e più capace. Ma forse don Rollandi diffidava anche di essa: almeno non la trovava così energica e decisa come era necessario dimostrarsi, specialmente di fronte all'ambiguità capziosa del Radice, In realtà l'instancabile sacerdote dava un colpo al cerchio e uno alla botte. Il 28 di gennaio egli insisteva presso il solito I. R. Commissario del primo distretto perché nel prossimo Convocato comunale di Brusuglio, stabilito per il mese seguente, egli stesso, d'ufficio, ponesse all'ordine del giorno la proposta del contributo percentuale sull'estimo per far fronte alle spese del nuovo tempio... Tante lungaggini non sono certo un segno di rispetto neppure per il sig. Commissario. «Ci va del suo onore, sig. Commissario, osserva il prete, se non spinge la renitente Deputazione a dichiararsi in campo aperto e in faccia al pubblico che ne è altamente scandolezzato da siffatta procedura irrisoria verso l'autorità...». «La ill.ma signora donna Giulia Beccaria-Manzoni si è costantemente pronunciata in faccia ai suoi terrieri, per mezzo del suo fattore, ed anche di bocca propria, che Ella fece già (per la nuova Chiesa da farsi), dei generosi sacrifici, e che é attualmente decisa da parte sua a favorire l'impresa dell'opera in ogni miglior modo. Dunque vedasi un può (sic) se in campo aperto smentisce le sue proteste...». Anche « il sig. Radice disse esserne disposto dispostissimo a caricare l'estimo sino dove può arrivare». Che si tarda a concretare qualche proposta definitiva? Il Bicchierai risponde che quanto il parroco vuole da lui esorbita dalla sua competenza. Già «in altri convocati tenutisi espressamente per l oggetto della nuova Chiesa si perdettero sempre più ore in inconcludenti discussioni... Ora tratterebbesi di sottoporre al Convocato come crede di sostenere la spesa che certamente dev'essere caricata sull'estimo; cioè, se mediante prestito a interesse, per quale somma, ed in quanti anni restituibile; oppure, se con immediata sovrimposta, ed il riparto della medesima»; ma appunto «simili proposizioni vogliono essere fatte dalla Deputazione, come quella che per legge ha l'iniziativa degli oggetti da trattarsi nei convocati»; né spetta a lui o al suo aggiunto di provocare una deliberazione al riguardo. Miglior partito sarebbe, nel caso, che il parroco facesse quanto aveva già in animo di fare: un istanza in regola al viceré e al card. Arcivescovo... Don Rollandi non se lo fece dire due volte. Andati a vuoto gli ultimi reiterati eccitamenti anche verbali. «visto che la Deputazione non si risolve mai, o prende delle deliberazioni inconcludenti, il 12 marzo 1841 invia il suo memorandum all'Arciduca Ranieri, informando contemporaneamente anche il card. arcivescovo Gaisruck perché colla sua parola conforti presso l'autorità governativa la sua petizione. A malgrado del tempo e delle promesse la Deputazione di Brusuglio non aveva seriamente studiato un piano finanziario «onde supplire al bisogno». Il parroco, avendo motivo fondato «che essa non si sarebbe mai decisa di sua volontà» e colle buone, e «d'altronde vedendo a malincuore il giusto malcontento del suo popolo, il quale, come esposto a pericolo in Chiesa, ne mormora di questa irregolare condotta dei suoi immediati amministratori che si ritirano ancora dalle formali e dirette promesse»; né potendo rinunziare di aderire alla pacifica insinuazione dello stesso popolo «che lo spingeva a rivolgere i di Lui ragionevoli reclami alla pietà ed inalterabile giustizia» di S. A. I. e R., scongiurava l'arciduca «di assumere con impegno e al più presto cognizione» dei fatti lamentati, e di emanare «un saggio provvedimento» che valesse «a tranquillizzare l'animo esasperato di un popolo indebitamente deluso, (e che se non ne fosse stato impedito le tante volte avrebbe già da tanto tempo atterrata l'esistente chiesa) e così ovviare un pericolo sempre crescente a danno» dei buoni e fedeli sudditi di Brusuglio. I quali «favorevolmente ascoltati dal benefico animo» di Sua Altezza, «non avrebbero mancato di raddoppiare le loro divote preci all'Altissimo » perché conservasse al Principe « giorni longamente felici, non che quelli della degnissima sua famiglia». Alla quale, naturalmente, si gloriavano di protestare la più illimitata affezione ed il più profondo e sincero ossequio17.

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La condotta di donna Giulia nella spinosa e lunga questione parrà anche più giustamente scusabile se si riflette alla politica ambigua del Radice, alle difficoltà economiche che nel progetto Moraglia si dovevano superare, con maggior sacrificio suo che degli altri comunisti, e alle speciali condizioni psicologiche di essa in quegli ultimi anni di vita. La madre di Alessandro, ancor vegeta e attiva nonostante l'età avanzata, aveva dovuto cedere il posto nel pensiero e nelle sollecitudini del figlio alla novella nuora, donna Teresa Borri. Assai irritava e accresceva il suo geloso riserbo il contegno di questo che, pro bono pacis e per la vivezza del suo amore per Teresa, manifestatosi fortissimo fin da principio, dava piuttosto ragione alla Borri e faceva chiaramente comprendere che a questa doveva ormai spettare la direzione almeno della sua casa particolare. E d'altra parte sappiamo che Alessandro, sposata la Teresa Borri, si astenne dal soggiornare a Brusuglio. Donna Giulia, che in un cinquantennio d'incontrastato dominio sera avvezzata a comandare a bacchetta su tutti quanti la circondavano, aveva accolto con amarezza la nuova condizione di cose e a fatica vi si era rassegnata. Ma il suo animo turbato, quantunque senza giuste ragioni, non si disponeva certo a trattare con alacrità e buon volere e spirito di sacrificio l'annosa questione che al parroco e al popolo premeva di definire. Oltrecciò la dolorosa convenienza di affidare ad altre famiglie o a istituti lontani la cura dei nipoti, figli di Enrichetta Blondel che non potevano tutti allevarsi a Brusuglio, le assillanti premure per essi, le rinnovate preoccupazioni per la salute di qualcuno (Sofia Manzoni, moglie a Lodovico Trotti, moriva il 27 di maggio 1841) spiegano e giustificano assai, a mio credere, il mancato decisivo interesse di donna Giulia alla fabbrica della nuova chiesa, che infine anche ad essa stava molto a cuore.

Dopo la morte della vecchia signora, spirata quasi ottantenne il 7 di luglio di questo stesso anno 1841 18) l'eterno affare prende tosto una piega decisamente favorevole. Don Alessandro, l'usufruttuario vitalizio di tutti i beni brusugliesi, è desideroso di venire a una rapida conclusione per la quale è disposto a ogni possibile sacrificio. Tutti i compensi che donna Giulia esigeva per la cessione di parte del giardino, per la ricostruzione del muro di cinta che doveva abbattersi, onde dare «alla nuova chiesa un conveniente prospetto», furono da lui ben presto e volentieri rinunciati.

Alla spesa preventivata dal Moraglia si ritenne di poter fare fronte specialmente col gettito annuale di una sovrimposta che, decisa in massima nel convocato del 23 agosto 1841, fu poi in concreto stabilita in cent. 24 su ogni scudo d'estimo, per dodici anni. Per iniziare i lavori doveva bastare un mutuo concluso a buona condizione con qualche benefico privato, rimborsabile a lente rate annuali. Altri quattro mesi furono assorbiti nei molti andirivieni che la deliberazione del 23 agosto dové fare a Milano per i corridoi burocratici del Governo; alla fine, il 17 dicembre 1841, ogni progetto, ogni piano e preventivo veniva restituito alla deputazione brusugliese19.

Tutto quell'anno 1842 Si bussa a denari e si raccolgono materiali mercé il volontario e disinteressato lavoro dei coloni. Ma il generoso e ricco signore che presti al comune di Brusuglio una somma bastevole ad un sicuro avviamento e a un rapido compimento dei lavori non si trova. Il povero D. Rollandi è disperato; ma il suo zelo non basta, come non basta tutta la generosità del Manzoni; si è sempre lontani dalla cifra necessaria per assicurare, non solo il principio, ma la continuazione dell'opera sino al suo compimento. Finalmente la Provvidenza fu in parte trovata in una buona signora di Cormanno, Amabilia Cereda, che il 26 agosto 1843, annuendo alle preghiere del Rollandi, «di sovvenire al comune di Brusuglio, per dodici anni, un capitale somma di austriache L. 6000 sotto l'annuo interesse del tre per cento», comunica di essere pronta a versare la somma «due mesi dopo che la rappresentanza comunale sia debitamente autorizzata a contrarre simile mutuo passivo». Questa generosa benefattrice fece anche più che prestare il denaro a condizioni così miti; non riebbe mai un soldo né d'interesse né di capitale.

Ma neppure queste L. 6000, benché aggiunte alle altrettante già avute dalla Cassa di Risparmio qualche anno prima e accresciute dal gettito della sovrimposta dell'anno 1842, erano giudicate sufficienti per l'inizio dei lavori e la loro rapida prosecuzione. Gli esperimenti d'asta per l'appalto della fabbrica andavano deserti, sia per le condizioni sfavorevoli di pagamento, distribuito in troppe annualità, sia perché il costo dei materiali e della mano d'opera era stato calcolato dal Moraglia, tre anni prima, quando i materiali e gli operai erano a miglior mercato.

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Pare al Rollandi che la Deputazione possa assumere direttamente, in economia, l'esecuzione dei lavori. Se ciò non convenisse ai deputati, già assorbiti dai loro affari privati, vedessero di fare qualche nuovo sacrificio, anticipando una parte della somma che avrebbero poi dovuto contribuire per effetto della sovrimposta; o riducendo il termine del sovraccarico coll'aumentare la percentuale annua su ogni scudo d'estimo, Interviene in aiuto del parroco il commissario Bicchierai che il 5 ottobre 1842 con foglio n. 3181 invita la deputazione a stabilire «un più corto rateo del pagamento... onde pervenire a poter con effetto appaltare le opere di costruzione della nuova Chiesa» e nello stesso tempo richiede all'architetto «se e quale aumento fosse ragionevole di portare alla perizia...». La Deputazione fa lo gnorri specialmente per opera del signor Radice, in questi anni ridivenutone il presidente; quindi nuove lagnanze del parroco, nuove «rappresentanze» sue al Governo, nuovi inviti e ordini da parte di questo. Il Rollandi anzi protesta vivamente:
I°, perché le somme raccolte dal gettito della sovrimposta degli anni 1842-43 si lasciano inoperose presso l'esattore del comune, il quale non vi corrisponde alcun interesse;
II°, perché il sig. Radice non versa regolarmente il contributo fissato sui suoi scudi d'estimo (L. 1600) protestando che pagherà quando la fabbrica sarà veramente incominciata.
Questo sig. Radice, lamenta il parroco in una lettera al Consigliere Aulico e Delegato Provinciale di Milano, del 3 maggio 1843, è sempre stato poco premuroso di agevolare il progetto della costruzione della nuova Chiesa, il quale forse non sarebbe riuscito se il medesimo fosse stato capo della Deputazione allorché ventilossi il medesimo... Ma per buona sorte in quel longhissimo tratto di tempo che stette in pendenza vi dominò sempre come primo estimato il chiarissimo d. Alessandro Manzoni e ora invece la cosa é passata sotto gli auspici poco, se non sinceramente benevoli, del precitato20. sig. Radice»

Le giuste querele del parroco ebbero qualche buon effetto. Il mese di novembre 1843 erano L. 7842 che l'esattore custodiva per conto del comune di Brusuglio. La deputazione, invitata a collocarle a frutto, era del parere di «impiegarle» al Monte di Pietà al 3 %; ma il Bicchierai ingiunse l'acquisto di una cartella dell'I.R. Monte Lombardo-Veneto.

Intanto era stato stabilito di ridurre le rate di pagamento della sovrimposta da dodici anni a nove, e di elevarlo da 24 a 30 centesimi sopra ogni scudo d'estimo; in modo che nel 1851 la soprattassa cessasse. Ma in seguito, per altre spese che furono previste assolutamente necessarie, la costruzione del campanile, la decorazione, la suppellettile, gli altari, l'addizionale fu continuata fino al 185521.

In tal modo le disponibilità aumentavano. Circa la metà della spesa preventivata era stata messa insieme mediante i mutui, le contribuzioni straordinarie, le offerte grosse e piccole22 che il parroco andava raccogliendo ostiatim, munito della commendatizia arcivescovile, presso pie e facoltose persone. Nel febbraio 1844, si trovò anche un volonteroso capomastro, Giuseppe Bonetti di Milano, che si accollò l'impresa edificatrice. E proprio alle feste di Pasqua di quest'anno l'edificio fu incominciato. C erano voluti circa trent'anni di laboriosa incubazione.

La vecchia chiesina, che impediva il libero transito dell'unica via del villaggio al luogo dove la chiesa nuova doveva sorgere, venne abbattuta. Don Rollandi, rendendo in una lettera del 22 marzo 1814 testimonianza delle grandi benemerenze che don Alessandro si era acquistato per l'adempimento dei voti comuni23, gli domandava di poter profittare di quell'antico oratorio già graziosamente concesso allo stesso scopo nel 1817 e nel 1835. Al che, naturalmente, il Manzoni ben volentieri annui.

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Il tracciato delle fondamenta che veniva delineandosi sul terreno fece avvertito il parroco di un piccolo danno per la progettata costruzione della nuova canonica, la quale non avrebbe potuto avere «un'area quadrata» come egli desiderava. Pertanto lui stesso, questa volta, sollecitò il Radice a sospendere i lavori, perché «la nuova chiesa si erigesse più in là (verso levante) del sito ultimamente fissato». Il Manzoni acconsentì, nonostante gli si domandasse un nuovo tratto di giardino, desideroso «di accontentare anche in ciò il pubblico che vedeva più volentieri una più ampia piazza» e di soddisfare ai desideri del parroco; ma l'altro non volle assolutamente saperne, non ostante le insistenti preghiere del sacerdote e l'assicurazione con cui questi preveniva l'ostinato compadrone che un giorno si sarebbe trovato contento di avere ceduto...: «diverso, che non credo, la sua determinazione sarà imparzialmente giudicata dai presenti e dai posteri, a cui è e sarà nota la generosità di Manzoni». Il sacerdote giunse a proibire ad un muratore che stava demolendo una parete della vecchia chiesa, che continuasse il lavoro. Il Radice, ch'era tuttavia il primo deputato, non gli diede retta e tenne duro; e il 23 marzo rispondeva al parroco con una lettera assai vivace, non tacendo la grandissima sorpresa per l'inaspettata domanda, tanto più che il Rollandi sapeva bene e da un pezzo dove la nuova chiesa sarebbe sorta. Temendo poi che dall'atto impreveduto di lui sarebbe derivata la sospensione dei lavori ormai incominciati, minaccia al prete la protesta dei danni e la responsabilità delle conseguenze di un'eventuale interruzione. Ma il sacerdote insistette; e mise di mezzo l'autorità del prevosto di Bruzzano, che riuscì a placare il Radice ed a ottenere al parroco piena soddisfazione24.

In fin dei conti il sacrificio era tutto sostenuto dalla casa Manzoni. A questa l'infaticabile curato richiese un ultimo favore. Con lettera del 12 aprile 1844 proponeva «che il coro venisse allargato di once 18 di braccio milanese» perché «l'abside riuscisse più comoda, più ampia e meglio rispondente all'edificio». Anche stavolta il dono del terreno doveva farsi dal Manzoni; e il Rollandi si raccomandava ai buoni uffici del figlio Pietro perché il tratto di terreno necessario per la variazione da lui proposta venisse graziosamente concesso. La lettera é una riprova del favore di Alessandro per la pia intrapresa25. Ma la conferma maggiore di tutte le benemerenze del grande uomo verso la chiesa del suo Brusuglio sta nella lettera con cui parroco e fabbriceri accolgono il 19 maggio 1845 (quando i muri della chiesa dovevano essere ormai abbastanza alti dal suolo) la domanda fatta da Alessandro di una speciale porticina a lui riservata, che dal giardino mettesse direttamente nella chiesa.
 

Così, senza uscire dal parco né attraversare la piazza, egli avrebbe potuto in qualunque momento recarsi nel luogo sacro a pregare. L'istanza del Manzoni venne, come d'uso, presentata e commendata dal parroco e dai fabbriceri all'autorità dell'Ordinario diocesano; il quale, non so perché, tardava fino al 14 luglio 1847 a concedere il privilegio, che il Manzoni aveva dovuto richiedere una seconda volta26. Nel giugno 1846 la fabbrica era ormai condotta a termine, se non completamente finita. Le opere di perfezionamento e di decorazione (ricordate nella nota 21 a) si compirono in questo e nel seguente anno, finché nell'ottobre 1847 l'altar maggiore veniva benedetto e la nuova chiesa cominciava ad essere officiata in modo regolare.

Ad ornare le pareti disadorne del nuovo tempio «onde vestire i campi troppo nudi di esso», data «l'impotenza assoluta in cui si trovavano tanto la deputazione, che aveva fatto già immenso sacrificio per la fabbrica, quanto la Fabbriceria, che aveva già impiegato moltissimo denaro per procurare quegli arredi e mobili necessari onde attivare il decoroso esercizio del divino cattolico culto», furono domandati ed ottenuti dalla R. Accademia di Belle Arti e per essa dal f, f. di presidente, Felice Bellotti, autorizzato dall' I. R. Delegazione Provinciale, cinque quadri appartenenti alle gallerie della Pinacoteca Braidense. In tal modo la chiesa «costrutta... con ingenti spese e generoso sacrificio di pochi proprietari» diveniva anche più «interessante alla pietà dei terrieri contadini».

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L'ammontare complessivo delle spese sali a L. 52.000; una cifra più che rispettabile in sé stessa, in quel tempo e per Brusuglio; tanto più cospicua quanto maggiore era stata la generosità di Alessandro nel concedere gratuitamente tutto il terreno necessario. E vero dunque che la nuova chiesa di Brusuglio si può ben dire la chiesa di Alessandro Manzoni, non appena perché nella devota cappellina di sinistra dedicata a S. Vincenzo27, alla quale egli liberamente accedeva dal suo giardino, pregò per tanti anni col suo abituale fervore, destando l'ammirazione e l'edificazione dei suoi contadini; ma anche per i grandi sacrifici da lui sostenuti per vederla sorgere «bella ed elegante», non indegna insomma di quei riti solenni e misteriosi che avevano nell'anima di lui tanta eco di squisita poesia28.

DOCUMENTI

I°. 12 gennaio 1841. Lettera del parroco don Rollandi a donna Giulia Beccaria (minuta nell'Archivio Parrocchiale di Brusuglio).

Ill.ma signora donna Giulia Beccaria Manzoni.
Prevengo V. S. Ill.ma, che a tenore della mia scritta in data 7 corrente mese la Deputazione di Brusuglio ammise, che essendo il detto tetto della Chiesa Parrocchiale in cattivo stato vi sarebbe pericolo di rovina, ed anche a danno della vita del popolo, attesa pure l'incessante neve che la stagione ci regala in misura esorbitante. Altronde la stessa Deputazione mi fece sapere con foglio dell'11 che fin adesso non sapendo a quali mezzi attenersi onde prevenire qualche deplorabile disgrazia, mi suggerì opportunamente di chiedere a V. S. l'oratorio pel disimpegno delle funzioni pubbliche del divino culto. Annuendo a siffatto progetto (per pura necessità e in via provvisoria) mi rivolgo a Lei per averne il permesso di servirmene dell'oratorio, e per tutto quel tempo, che durerà il bisogno, e non di più, atteso che deve costarmi grande incomodo, massimo in questa stagione e grave pure deve costare al popolo; perché l'Oratorio è più piccolo della Chiesa parrocchiale e manca di sagrestia; tanto angusto ed umile è quel sito che è quasi inservibile alluso che se ne dovrebbe fare per collocarvi gli arredi necessari.
La chiestami licenza prestami la opportunità di appellarmi alla religiosa e filantropica sua pietà, alla quale pure fida il popolo le sue speranze, e mediante la quale sperasi di giungere al bramato scopo, cioè l'avere al più presto incominciamento la costruzione della nuova Chiesa. L appello non è fatto da me nè dal popolo per vano complimento, ma per convincimento e persuasione d animo. A me ed al popolo sono pure presenti i di Lei sforzi e generosi sacrifici, che ha già fatti a quest'ora, ed è derisa fortemente a compierne la misura ed a ricevere per la Divina rimunerazione del vero merito, tutte le benedizioni ch'Ella può desiderare. Sotto migliori auspici io credo d'avere incominciato l'anno, e spero vederne il miglior esito, e sortirne ai miei, ed altrui desideri, il più consolante evento. Chiudo il mio foglio pregandola dei miei rispettosi complimenti e sinceri auguri a tutta la rispettabile di Lei famiglia ed in particolar modo al degnissimo di Lei figlio, don Alessandro. Gradisca pure che col miglior cuore Le offra la mia servitù e la mia sincera considerazione, mentre, ecc., ecc.

II°. 22 marzo 1844. Lettera del parroco don Rollandi ad Alessandro Manzoni.

Egregio ed Ill.mo signor don Alessandro Manzoni, Mercoledì mi rallegrai nel Signore. Per il segnalato beneficio di sua Provvidenza, ed in particolare pel generoso concorso e sacrificio che Vostra Signoria si compiacque di fare, sono finalmente per compiersi i caldi, e religiosi voti di cotesti buoni terrieri, i quali a brevi giorni vedranno a sorgere dal suolo di sua proprietà le fondamenta del nuovo tempio parrocchiale.
M'immagino che tutti allora si consoleranno nella speranza di vederlo prestamente costrutto e consacrato al culto di Dio e della gran Vergine Madre e del Santo Titolare, ed i più giovani segneranno lieti la fortunata epoca di sì bella impresa, e la tramanderanno ai tardi loro nipoti, che riconoscenti benediranno la memoria di coloro che vi cooperarono. Mercoledì stesso mi venne superiormente ingiunto di cessare dopo le prossime due feste, dall'esercizio delle sacre funzioni in questa mia vecchia e rovinata chiesa; perciò volentieri ricorro alla religiosa pietà di Vostra Signoria chi si compiaccia permettermi di esercitarle (l'esercizio di esse) nell'Oratorio di suo particolare diritto, e finché vi sarà il bisogno.
In attenzione di un grazioso suo riscontro le anticipo i miei sinceri ringraziamenti : ed in pari tempo sono lietissimo di protestarmi con profondo ossequio di Vostra Signoria Ill. ma devoto servo.
Don DIONIGI ROLLANDI, parroco di Brusuglio.

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III°. 12 aprile 1844. Lettera di don Rollandi a don Pietro Manzoni.

Ill. mo e gentilissimo signor don Pietro Manzoni. Mi trovo in dovere di sottoporre all'assennato di Lei giudizio, che dai pratici intelligenti, massime del ceto mio, è stato rilevato, che l'attuale Ellitica (sic) del Coro (salvo errore nei vocaboli) è alquanto limitata, e a meglio dire angusta, e salvo sempre che possa essere giusta in disegno architettonico; perciò essendo io pure del parere di questi, unisco anche le mie più ossequiose preghiere, acciacchi Vostra Signoria prenda in considerazione la cosa, e qualora la trovi, come mi lusingo, ragionevole, si compiaccia di rendere più generoso e compiuto il sacrificio della di Lei proprietà annuendo che sia allar-gato il Coro almeno per once 18 del nostro Braccio milanese. Perdoni la mia libertà che osa anche in questa bisogna di rivolgersi alla di Lei innata bontà, poiché omettendo ciò crederei di incorrere la taccia di codardo, o di pusillanime. Colgo intanto anche questa occasione per attestarle con profondo e sincero ossequio la mia viva riconoscenza, e distinta considerazione, con cui ho l'onore di protestarmi...
PS. La mia rispettosa preghiera è diretta a Lei come parte tanto, e tantissimo interessata in questa impresa; ben inteso però che ella si compiaccia di sottoporla al Degnissimo Genitore e l'accompagni, come spero, del suo favorevole suffragio che non manca mai quando Io riconosca degno e decoroso alla bella fama del suo illustre Casato.
Si compiacerà poi di fare all'Egregio di Lei signor Padre i miei rispettosissimi complimenti.
Di Vostra Signoria Ill.ma devotissimo Servidore Prete DIONIGI ROLLANDI, parroco.
Brusuglio, il giorno 12 aprile 1884.

IV°. 19 maggio 1845. Lettera al Vicario Generale della diocesi.

Noi sottoscritti Parroco e fabbriceri di questa Chiesa Parrocchiale di Brusuglio, avuto considerazione non solo delle ingenti spese sostenute dall'illustrissima Casa Manzoni per l'erezione e le molte spese addizionali di questa Chiesa nuova Parrocchiale, ma specialmente al generoso dono da essa fatto della totalità dell'area sulla quale la detta chiesa venne eretta nei giardini attinenti alla villa di sua proprietà; al dono per l'altro spazio di giardino ceduto senza compenso alcuni, ed anzi con grave spesa per l'atterramento e la costruzione di lungo tratto di muro, all'oggetto di dare alla chiesa stessa un conveniente prospetto; in vista della preziosa cessione di un suo oratorio privato per l'esercizio del culto durante tutto il tempo dell'erezione della nuova chiesa, e questo pure con viva spesa d'adattamento onde renderlo più degno, nonché degli altri danni ed incomodi sostenuti dalla detta Casa, perché fosse condotta a buon termine l'impresa, acconsentiamo che la suddetta Casa Manzoni abbia ad avere l'ingresso privato nella Cappella laterale a tramontana, e precisamente sporgente nel giardino attinente alla propria villa, per mezzo dell'apertura già ivi esistente e riconosciuta nel tipo (disegno) di detta chiesa, e questa all'oggetto di poter assistere quotidianamente alle funzioni e pubbliche preghiere, uniformandosi però, ecc., ecc.

V°. 14 luglio 1847. Lettera della Curia Arcivescovile ( numero 368-2) al parroco di Brusuglio.

Molto rev. Signore, L'Ill.mo cav. Alessandro Manzoni ci ha fatto domanda 29) del privilegio per sé e tutta la sua famiglia e dipendenza di un ingresso privato a cotesta nuova Chiesa Parrocchiale, la cui erezione debbesi in gran parte alla religiosa sua generosità. Abbiamo veduto con piacere appoggiata la di lui istanza dall'assenso di Vostra Signoria, nonché di codesta fabbriceria, le quali rendendo gloriosa testimonianza al distinto merito che quell'illustre si è procacciato su questa popolazione, esternarono il vivo desiderio di perpetuare la riconoscenza colla concessione del privilegio in discorso. A questo non abbiamo nessuna difficoltà, epperò, ecc., ecc. Affezionatissimo
GIUSEPPE RUSCA, Vicario Generale Capitolare.
Milano, dal Palazzo Arcivescovile Iì 1 4 luglio 1 847.

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NOTE

1) V. Sforza-Gallavresi: Carteggio di Alessandro Manzoni, cit., II, n. 659-660.
2) Allude certo il Manzoni alle gravi rappresaglie fiscali decretate dal Governo austriaco, fatto più tirannico e arrogante dalle vittorie di Custoza e di Novara, Molte «imposizioni straordinarie» gli avevano portato via «i quattro quinti dell'entrata». Cera stata anche la minaccia di una speciale multa di guerra o prestito forzoso, dalla quale il Manzoni, per l'aiuto di buoni amici che consigliavano in queste pratiche il figlio Pietro, cui il babbo, esule volontario in Piemonte, a Lesa, sul Lago Maggiore, aveva affidato l'amministrazione anche del suo patrimonio, poté liberarsi a fatica. (Vedi ScheriIlo: Manzoni Intimo, cit., II, XXXI-XXXII-XXXIII). Anche l'anno 1848 era stato disastroso. Oltre alle contribuzioni «pagate di buona voglia ai nostri» e «quelle pagate per la maledetta forza ai tedeschi» un un incendio a Brusuglio aveva distrutto molte case coloniche con un danno di 60.000 Lire; i bozzoli erano stati di scarso valore; La siccità aveva rovinato i raccolti... Insomma si era ridotto quasi gnudo bruco. Non aveva neppure i denari per fare un viaggio in Toscana a trovarvi la figlia malata. La fortuna economica del Manzoni potrebbe essere un capitolo interessante della sua biografia. Ma in mezzo alle molte e insistenti disgrazie e dissesti risalta sempre la serenità religiosa del suo animo e della sua fede incrollabile nella Provvidenza. V. anche Carteggio cit. II. 541.
3) Ha la data dei 12 marzo 1841, e venne indirizzato, come diremo, al viceré austriaco, per ottenere il suo intervento nella eterna questione della nuova chiesa, i cui lavori non incominciavano mai. Di altre proteste e suppliche, sempre sulla questione dell'erigenda Chiesa, esistono varie minute nell'archivio della piccola parrocchia. Nessuno pretenderà che le carte che mi hanno servito a redigere quest'articolo, abbiano, nel povero e semplicissimo archivio brusugliese, un catalogo ed una collocazione qualsisiano. Io le ho raccolte disponendole in ordine cronologico, in una busta speciale «Chiesa di Brusuglio - Manzoni». Le frasi riportate fra le virgolette sono tolte dall'uno o dall'altro documento dell'archivio medesimo.
4) Appunto per far fronte ai gravi bisogni specialmente della campagna, venne fondata nel 1816 la Commissione Centrale di Beneficenza, dalla quale ebbe poi vita la Cassa Centrale di Risparmio, aperta nel 1823. V. la pubblicazione Per il primo Centenario della Commissione Centrale di Beneficenza, Milano, 1916.
5) V. Carteggio cit. I, 220 e pag. 435 nota I.
6) V. Carteggio cit. II, 329 e la nota a pag. 730 lettera 336 a
7) Andata poi in sposa al Marchese Matteo Ricci di Macerata. V. la prima parte di questo volume.
8) V. G. Gallavresi: Fonti sconosciute o poco note per la biografia di Alessandro Manzoni, in «Archivio Storico Lombardo» Anno 35° , fasc. XVIII e Manzoni intimo, cit. I, 22.
9) E interessante la lettera con cui E. Terzaghi, a nome del Commissario del primo Distretto, alla cui giurisdizione apparteneva Brusuglio, informa il parroco del prossimo raccogliersi di questo convocato, perché essa dimostra come D. Pietro Manzoni, il primogenito di Alessandro, anche subito dopo il secondo matrimonio del padre con la Teresa Borri ved.. Stampa, celebratosi nel gennaio 1837, e prima ancora che morisse la nonna, così tenace nel comandare, amministrasse i beni di Brusuglio e vivesse in campagna. «... Col pregiatissimo sig. architetto e coll'onorevole sig. D. Pietro Manzoni si è, per mezzo dello scrivente, determinata la giornata di martedì, 23 corrente, per effettuare la riunione per deliberare intorno alla scelta per l'area della nuova Chiesa. Il fattore di casa Manzoni (ch'era un Leopoldo Maderno) deve far avvertiti il sig. Radice e chi crederà meglio necessario il med.mo sig. don Pietro d'intervenire per tale deliberazione...» . Anche un'altra lettera del parroco don Rollandi, in data 11 febbraio 1840 sempre per l'affare della chiesa è indirizzata a don Pietro Manzoni.
10) Il faceto Cardinale venne certo accolto con piacere da donna Giulia. Il Gaisruck nutriva molta stima per il Manzoni al quale fece anche qualche grazioso favore. Così gli permise di tenere presso di sé e per parecchi mesi l'incartamento del processo fatto per ordine del cardinale Federigo contro la monaca di Monza e G. P. Osio, appartenente all'archivio arcivescovile. V. Achille Locatelli-Milesi: La signora di Monza netta realtà, Treves, 1924.
11) Architetto di fama, specializzatosi nella costruzione di chiese. Studiò nelle Accademie di Milano e di Roma e godè molta stima presso i suoi contemporanei. V. Delle arti del diacono e degli artisti nette provincie di Lombardia dal 1771 al 1862. Memoria di A. Caimi, Milano, 1862.
12) Infatti una nota dell'Archivio ci fa sapere che della demolizione si poté cavare ben poco. Solo certi ferramenti e usci poterono essere rivenduti, con un introito di circa 190 Lire milanesi.
13) Forse a ciò si riferisce la frase: va a Brùsù! ... che ancora oggi i contadini dell'Alto Milanese rivolgono a qualche seccatore importuno o a un buono a nulla che faccia a loro perdere tempo e parole.
14) Certo a questa deliberazione che ritardava ancora di alcuni mesi ogni definitivo procedimento si riferisce la protesta del parroco contenuta in una lettera del 21 febbraio 1841 a don Pietro Manzoni, nella quale il zelante sacerdote, lodando come eccellente un progetto di esso Manzoni presentato nell'adunanza e che il Radice con scaltrezza maliziosa, era riuscito a mandare a monte, si scaglia contro quest'ultimo, diventato per quel giro danni, il primo deputato, e che, con finzioni e sottigliezze si sottraeva dal compimento di un grande dovere. Don Rollandi spera che lo svegliato talento e il deciso... buon volere a di don Pietro in questo affare, riesca a far uscire dalla «difesa sua trincea» una preda sì preziosa.

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15) V. la citata pubblicazione «Per il primo centenario della Commissione Centrale di Beneficenza», pag. 31 e segg.
16) Vedi documento I nell'Appendice.
17) Di questo memoriale, già da noi ricordato e che ci ha dato già qualche notiziola interessante, sono nell'archivio di Brusuglio parecchie minute o abbozzi, dove si leggono rilievi assai curiosi che nella copia, dirò così, ufficiale, non compaiono. Così il parroco dice che in Brusuglio «nulla avvi di ragguardevole che il gaio ed elegante Palazzo o Villa, proprietà della Ill.ma signora donna Giulia Beccaria vedova Manzoni, madre del celebre Manzoni, autore notissimo dei Promessi Sposi»; e nulla «di peggiore che la piccolissima Chiesa parrocchiale che situata a poca distanza dal predetto palazzo, fa orrido contrasto alla di lui bella prospettiva. Essa Chiesa è orrida quanto mai si può dire... tanto essendo la di lei bruttezza e originalmente unica nel suo genere di Casa di Dio». Toltine «l'augustissimo Sacramento dell'altare e gli emblemi sacri è rozzissima stalla». La facciata «é ridicola e deformissima»..., «tutti i passeggeri crollano la testa e la deridono in veggendola al di fuori e stupiscono come si permetta il culto divino in essa». «Il suolo non è mai stato ripristinato da che esiste, e le poche lapidi sepolcrali tengono in sesto i mattoni che di mano in mano hanno sostituito i cosunti (sic)...» « e si ha questo di strano, ai giorni nostri, che in chiesa non se (sic) sicuri e quando piove l'acque pluviali discendono ad innaffiare il suolo come avesse bisogno d'esser inumidito e rinfrescato anche nel centro dell'inverno...» «Per cui vi regna un puzzo di sepoltura ed una umidità impossibile...» Il povero curato esclama con Giobbe: «O vos omnes qui transitis per viam aspicite et videte si est Ecclesia similis sicut ista quae immerito fert nomen hoc». Il «torrino» che regge le tre campanelle «é al disotto del conduttore del fumo che serve di focolare alla cucina del parroco... Oh oggetto veramente arciromanzesco !... si vede che Iddio è grande infinitamente, perchè sa e vuole stare visibilmente sotto vela anche nei luoghi in cui non vi si farebbero ricoverare quei nobili e generosi corsieri di cui gli uomini agiati tanto si gloriano di possedere e si gloriano di farli stanziare in istalle magnifiche e per nulla da parsi al confronto della ignobilissima casa di Dio che esiste in questo misero luogo».
18) Era nata il 21 luglio 1862.
19) Per chi amasse di mettere in confronto la sollecitudine della burocrazia austriaca del 1841 e la nostra del 1928, e sapere la procedura ufficiale che tali pratiche allora dovevano seguire, riferisco il decorso compiuto dalla deliberazione su riferita, quale è descritto in una breve nota conservata nell'Archivio di Brusuglio. «Addì 23 agosto 1841. Nel convocato legale di detto giorno furono votati all'unanimità i mezzi per far fronte alla spesa della Chiesa parrocchiale per la nuova costruzione a norma del disegno Moraglia architetto. Nel giorno 26 detto il signor Commissario Distrettuale spedì il risultato del convocato alla Regia Delegazione. sotto il N. 2609. La Regia Delegazione spedì al Governo il predetto risultato nel giorno 4 settembre N. 24311-2738, III. Il Governo mandò il plico delle carte alla Contabilità Centrale il giorno 8 settembre sotto il N. 30702-5236.Il giorno 14 settembre la Contabilità ricevette il plico per il voto economico e tecnico. La Contabilità sotto il N. 24499 mandò il suo voto alla Congregazione Centrale il giorno 11 ottobre - ed erano già cominciate le ferie di vacanze. Qui assunse il N. 2997-1068. Passò qui l affare alla sezione prima per esaminare il voto della contabilità sotto il N. 3128-1050. Sul finire delle vacanze l'affare fu accollato al signor marchese Zanetti Mantovano e deputato a riferire in seduta. Alla prima seduta non era pronto ancora: e fu tenuta il 4 novembre. Si differì quindi fino al 2 dicembre e l'affare fu approvato a pieni voti. Il giorno 13 detto fu trasmesso al Governo per l'approvazione sotto il N. 3128-1050, e il giorno 17 detto fu approvato all'unanimità». Si accennano anche alle benemerenze del segretario Giacomo Casati e di un cavalier Giovanni Orleris che divenne poi un bene-fattore della nuova chiesa, i quali si adoperarono perché la pratica avesse un sollecito disbrigo. L'Orleris anzi, in una lettera del 14 dicembre 1841. avvisa il Parroco il quale attendeva impaziente. «che le pratiche degli uffici pubblici e da chi ha premura vogliono essere spinte fino all'importunità».
20) Si fa spesso, nei convocati comunali e nella corrispondenza tra le autorità amministrative, un poco di confusione. Qui il primo estimato è ritenuto Alessandro mentre realmente era sua madre donna Giulia, proprietaria della villa e dei fondi di Brusuglio: poi dopo la morte della Beccaria in atti e lettere conservati nell'archivio parrocchiale di Brusuglio - 22 marzo 1844, 23 marzo 1844, ecc., il primo deputato comunale è ritenuto ancora Alessandro, il quale è non il proprietario ma l'usufruttuario della proprietà materna, passata in eredità ai suoi figli. Si capisce che viene in qualche caso considerato il principale e più noto personaggio della famiglia, poiché in altro documento, il primo deputato o estimato del villaggio è donna Giulia fino alla sua morte e quindi Pierluigi che nel 1866 è anzi Sindaco del comune. V. Manzoni intimo, II.
21) Ciò risulta da una supplica del parroco don Rollandi. 28 giugno 1846 all'I.R. Subeconomo del Distretto primo, per avere il suo consenso all'impiego della somma di L. 2000 austriache appartenenti alla sua Chiesa e deposte presso la Cassa di Risparmio. Urgevano il compimento di alcune opere indispensabili quali «il Castello delle campane (già in costruzione), la Cantoria, il pulpito, lo stallo del Presbiterio, i cancelli di ferro, almeno alla balaustra dell'altar maggiore, gli acqua santini alle rispettive porte d'ingresso, le tende alle finestre, i braccialetti di ferro per sostegno delle lampade, il Battistero... le Panche», e l'acquisto di tante suppellettili e arredi sacri di cui la Chiesa era mancante affatto, come «Padiglioni, Pagli e Paramenti e l'inargentatura dei Busti e Candellieri», ecc. «a tali opere», osserva il parroco, «non si possono mettere a carico dell'estimo» stante che porta già l'onerosissimo sopracarico di cent. 30 per ogni scudo e da protrarsi fina al futuro anno 1855 per le opere addizionali già in corso». Per conciliare questa notizia con quanto il Manzoni asseriva nella citata lettera dell'8 gennaio 1851 alla figlia Matilde, che cioè nel 1851 sarebbe cessata la sopratassa, come egli la chiamava, bisogna dire che o don Alessandro, mantenendo inalterata la durata novennale della sovrimposta, abbia acconsentito ad aumentarla (infatti egli era estimato per 8000 scudi, perciò avrebbe dovuto contribuire con L. 2400 e non per una somma dalle 3 alle 5000 Lire) mentre gli altri estimati accettavano di prolungare il contributo per altri quattro anni: o che il termine del 1855, riferito dal parroco, sia errato, in luogo di 1851. Sulle condizioni non floride in cui trovavasi il Manzoni in questi anni vedi anche quanto scrive al Giorgini. a proposito della dote assegnata alla figlia Vittoria, in Manzoni intimo, cit. II. XII, e in questa stessa pubblicazione, parte I. Riferendosi alle urgenti necessità in cui si trovava la «sua povera sposa», il parroco don Rollandi invocava soccorso dallarcivescovo Romilli, con lettera del 29 dicembre 1847. L'Arcivescovo infatti lo ascoltava benevolmente, inviandogli un sussidio e concedendogli di pitoccare ostiatim in parrocchia e fuori.

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22) Tra queste da ricordare anche quella del parroco don Rollandi di L. 1000 milanesi, ragguagliate (il 16 febbraio 1 84 7) a 937 Lire austriache. Per chi s'interessa di cambi, dirò che L. 500 milanesi, il 27 aprile dello stesso anno, equivalevano a L. 416,50: la stessa somma, il 28 luglio, a L. 416, 75. Queste due offerte da L. 500 ciascuna furono dell'arcivescovo Card. Gaisruck , che anzi in morte (1847) legava alla Chiesa di Brusuglio 16 pezzi doro da venti franchi.
23) Vedi documento n. II in appendice.
24) Infatti la nuova Canonica venne costruendosi insieme alla Chiesa e costò, disegnata dal Moraglia, circa L. 26.000.
25) Vedi documento III in appendice.
26) Ambedue queste lettere, cioè l'approvazione e la commendatizia del parroco e dei fabbricieri e il rescritto del Vicario diocesano capitolare, mons. Rusca, non ancora mons. Romilli, successo al Gaisruck nell'Arcivescovado, aveva fatto in Milano il suo ingresso, avvenuto il giorno 8 di settembre, in mezzo a straordinarie dimostrazioni d'italianità che provocarono la ferocia austriaca dell'arciduca Ernesto, del governatore Spaur e del capo di polizia Bolza, sfogatasi sanguinariamente sulla folla inerme io ho pubblicate nella Rassegna Nazionale, giugno 1924, in fine dell'articolo «La conversione di A. Manzoni, ecc.». Le riporto anche qui perché completano la breve documentazione del presente articolo. Sono i documenti IV e V in appendice.
27) Venne in seguito decorosamente ampliata per la generosità di donna Vittoria Manzoni in Brambilla.
28) La chiesa è in sobrio stile classico, un po' guasto dalle decorazioni policrome geometriche troppo compassate e fredde, con tre navate. Le laterali sono occupate dalle cappelle e da ripostigli. lunga 31 M. all'esterno, 28 1/2 all'interno. La volta si innalza dal pavimento di 16 metri. Dei quadri che la ornano i due dell'altar maggiore, di ignoto autore e di qualche pregio, furono donati dalla famiglia Manzoni: gli altri prestati dalla Pinacoteca di Brera. Notevole l'altare maggiore col ciborio e l'altare di buon marmo. La cappellina che serviva ai Manzoni è la prima a sinistra dell'ingresso.
29) Questa domanda non fu possibile trovare nell'Archivio Arcivescovile di Milano.

 

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Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro (2009). E' vietata ogni forma di riproduzione per qualsiasi scopo.


 


 


 


 

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