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SAC. PROF. GIUSEPPE MOLTENI
RETTORE DEL COLLEGIO BORROMEO DI PAVIA
DUE NOTE MANZONIANE
- I -
LA FIGURA DI PIETRO FIGLIO DI ALESSANDRO MANZONI
- II -
ALESSANDRO MANZONI E LA CHIESA DI BRUSUGLIO
1928
La figura di Pietro figlio di Alessandro Manzoni
In un mio breve lavoro manzoniano, parlando di Pierluigi, il maggiore
dei tre figli maschi del Manzoni, dicevo ch'era stato «degno figlio e
confidente» del padre1; e altrove,
commentando due lettere inedite di Tommaso Grossi allo stesso
Pierluigi, affermavo che questi sarebbe divenuto «il fedele
amministratore e il collaboratore affezionato» di Alessandro2.
Perché queste affermazioni non sembrino avventate o esagerate, perché
anzi siano ritenute conformi alla verità, pubblico queste note, alla
cui compilazione ho atteso mercé la cortesia di donna Vittoria
Manzoni-Brambilla, la maggiore e l'unica figlia superstite di
Pierluigi, veneranda per età e per canizie, alla quale cogli auguri
schietti di sempre prosperosa longevità, ripeto i più vivi
ringraziamenti. Come ho già detto altrove, la egregia gentil donna
conserva tuttora un manipolo assai interessante di lettere che
grand-papà, come essa ancora chiama il grande nonno, aveva
indirizzate al suo babbo Pierluigi, negli anni in cui Alessandro
Manzoni, convivendo con la seconda moglie Teresa Borri ved. Stampa
sposata nel 1837 e morta nel 186I e col figliastro conte Stefano
Stampa, passava il suo tempo o a Milano, nella sua propria casa di via
del Morone o nella villa della moglie a Lesa sul Lago Maggiore,
facendo soltanto rare comparse a Brusuglio, dove invece Pierluigi
aveva il suo domicilio abituale. È noto che donna Giulia, la cui
fierezza ed amor proprio erano sensibilissimi, aveva preferito
lasciare eredi delle proprietà brusugliesi a lei pervenute per
testamento del conte Imbonati, i figli maschi di Alessandro, anziché
questo stesso, certo per eludere qualche disposizione fiscale e forse
anche per esprimere il proprio cruccio per le seconde nozze del figlio
con una donna che a lei non era affatto simpatica. Ad Alessandro però
era stato riservato l'usufrutto vitalizio della proprietà materna.
Dopo molte vicende non sempre liete per il babbo e Pierluigi, i
fratelli minori, Enrico e Filippo, tacitati e compensati nei loro
diritti, rinunciarono alla parte loro competente dall'eredità della
nonna, della quale pertanto Pierluigi rimase l'unico padrone.

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Essa passò poi nelle mani del sen. Pietro
Brambilla, marito di donna Vittoria, per subire, dopo la morte
del nuovo proprietario (1900), altre vicende che qui non
interessa di accennare.
Alessandro Manzoni quindi, dopo la morte
della madre Giulia Beccaria, avvenuta il 7 luglio 1841,
impicciato com'era negli affari e sempre incerto e dubitoso in
ogni contingenza che importasse qualche disagio o responsabilità
finanziaria, e vivendo di solito a Milano o a Lesa, dovette
volontieri affidare al figlio, di cui già aveva certamente
sperimentato il valore e l'onestà e la pietà filiale,
l'amministrazione di tutti i suoi beni paterni (pochi ormai,
perché in buona parte già da tempo alienati per la ricostruzione
e l'abbellimento della villa di Brusuglio, e consistenti in
massima parte nella casa milanese, nella Moietta e in alcuni
fondi situati nel Lodigiano) e la cura della tenuta di Brusuglio,
delle rendite cioè e delle spese del suo usufrutto vitalizio.
S'aggiunga che già sua moglie Enrichetta, nell'ultimo testamento
del 17 dicembre 1833, aveva lasciato la sua dote e la sostanza
stradotale ai figli, Pietro era ormai maggiorenne alla morte
della madre, con riserva dell'usufrutto generale vitalizio al
marito3. Anche per ciò
Alessandro era in qualche modo vincolato a Pietro. |
Ho letto, qualche tempo fa, in un autorevole
periodico romano4, che Pietro
Manzoni rientrò in casa del padre dopo la morte di donna Teresa, Ciò
è vero, ma sotto un certo aspetto. Alla suscettibilità di donna
Teresa non poteva essere gradito il soggiorno di Brusuglio che non
apparteneva e non doveva appartenere al marito; né farglielo
preferire alla dimora di Lesa, ad essa tanto più cara e assai più
fresca ed amena della pur comoda villa milanese, risonante, anche
nel silenzio del vasto parco, delle grida e del chiasso dei bambini;
invece, quando era a Milano, cioè dal novembre alla bella stagione,
conviveva col marito nella casa di via del Morone. E Pietro dove
poteva più comodamente abitare se non a Brusuglio di cui era
comproprietario e dove l'ampiezza e la signorilità e l'arredamento
erano più che decorosi? Se, come è giusto, si considera Brusuglio
come la dimora più nota dei Manzoni anche per l'amore che ai primi
effetti del suo genio egli portava, diremo che piuttosto Alessandro,
sposando la Stampa, e finché donna Teresa visse, abbia di proposito
e non senza accordi prima colla madre e poi coi figli, abbandonato
lui la casa che fu il teatro principale e il più noto della sua
maggiore operosità letteraria. Del resto, mentre non era possibile
ospitare a Lesa parecchie persone, Alessandro stesso scrivendo a
Vittoria le dice che lassù non avrebbe potuto fare più di «qualche
fermatina, di qualche giorno» data la «strettezza dell'alloggio»5,
a Milano ci si poteva stare e lungamente, in molti. Infatti Pietro
ed Enrico, colle loro famiglie, passavano di solito le feste di
Natale e di Capodanno col padre e rimanevano con lui alquanti giorni6.
Checchè sia di ciò, «la figura di Pietro Manzoni
è quella tipica del gentiluomo lombardo esperto e bonario, accorto e
semplice, retto e istruito»7; essa
meriterebbe di venire largamente illustrata. E mi duole di non
poterlo fare ora con l'agio e l'ampiezza opportuna. Tuttavia dal
carteggio manzoniano già noto e da notizie tolte dalle lettere
inedite su ricordate si possono mettere insieme non pochi elementi,
che con altri riguardanti la vita intima del padre, il suo
carattere, la sua attività nel ventennio 1840-1860, gioveranno
certo, o non dispiaceranno, a chi si occupa di cose e di persone
manzoniane. Pietro era uno di quei nobili proprietari terrieri dallo
stampo antico, che mentre non si vergognavano di risiedere in mezzo
ai loro contadini e di guidarli, colla parola e coll'esperienza,
nella migliore lavorazione dei campi, nei tentativi di nuove
proficue culture agricole, nel razionale allevamento dei bozzoli: si
dedicavano, nelle molte ore libere dell'inverno, a studi svariati di
filologia e di letteratura, di linguistica e di economia, con una
competenza più che da dilettante. Contento insomma se le uve
nereggiavano tra i pampini e le spiche biondeggiavano nei campi
solatii, e insieme fiero di una ricca biblioteca, raccolta con
discrezione, buon gusto e sapienza, e arricchita e messa al corrente
non tanto per un lusso patrizio quanto per la necessità della sua
cultura vasta e dello spirito suo, sitibondo di sapere.

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E non pochi letterati e studiosi, amici di
Alessandro, trovavano volentieri, negli otia di Brusuglio e in
compagnia di Pietro, coll'ospitalità signorile, la conversazione
arguta e la possibilità di dotte dispute e di consultazioni
preziose. Altrimenti né il Grossi né il Giusti né altri illustri
avrebbero avviato e mantenuto col figlio di Alessandro una
corrispondenza cordialissima e spiritosa. È però doveroso
aggiungere che a, rendere più amabile la sua vita campestre,
Pietro si valse, per non pochi anni, dell'amichevole familiarità
del parroco don Paolo Pecchio, così stimato e benvoluto anche
dal padre, il quale lo manda spesso a salutare con espressioni
assai affettuose. |
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| Brusuglio,
villa Imbonati. |
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Per esempio in una lettera da Lesa del 30 ottobre
1852 a Pietro, Alessandro scrive: «È sempre una consolazione per me,
quando ti mando una lettera a Brusuglio, il poterti incaricare di
cordialissimi rispetti per un curato che si chiama don Paolo Pecchio...»
Don Paolo Pecchio fu parroco di Brusuglio per quasi cinquant'anni,
dall'ottobre 1852 all'aprile 1902. Gli è dedicata una semplice
lapide nella chiesa parrocchiale, in cui si dice che fu «colto,
modesto, pio, caritatevole, amico apprezzato di Alessandro
Manzoni...».
Nato nel luglio del 1813, Pietro o Pierluigi
Manzoni, che ereditava il nome del nonno paterno, tardo ma giusto
riconoscimento di un sacro dovere di pietà filiale, non mai alcun
nome di battesimo dovette essere dato con sentimento più virtuoso e
più cristiano nota il De Gubernatis, venne educato ed istruito in
casa, conforme all'uso delle famiglie patrizie milanesi del tempo,
le quali, avvezze a vivere nelle sontuose ville briantee o sui laghi
buona parte dell'anno, non volevano aver legami con orari o
calendari scolastici. E poi gli insegnanti delle scuole pubbliche
puzzavano di austriacantismo. Pietro, come tutti gli altri figli di
quell'invidiabile famiglia, aveva forme delicate e modi graziosi,
quantunque vivacissimo di carattere. I ritratti che ci rimangono di
lui bambino ci dicono quanto fosse gentile8.
Si può credere che la mamma Enrichetta e la nonna Giulia Beccaria
non indulgessero soltanto al loro grande sentimento materno quando
tessevano ai parenti e agli amici l'elogio del piccino. Spigoliamo
dal Carteggio di A. Manzoni pubblicato dall'HOEPLI alcune
espressioni più significative9. «Si
chiamerebbe Pierluigi, ma noi lo chiamiamo Pedrin...». È nato solo
da tre giorni, ma donna Giulia afferma che è bellissimo e
grassissimo e anche bonissimo. «C'est un fort joli enfant...». «Ha
sette mesi, scrive la mamma, felice, ma lo si vede grossir tous le
jours et devenir plus intelligent...». Non ostante alcuni gravi
disturbi propri dell'età, il piccino «est toujours gai vif... et
déjà fort intelligent... » Lo stesso papà, pur così sobrio e
riservato, non può non lodare al Fauriel «la santé, la tranquillité
et la sagesse» del bimbo, e continua constatando che «est un des
enfants plus bien portants que l'on puisse voir». Lo tenne al petto,
come fece con quasi tutti i suoi nati, la sua stessa mamma: perciò
Pietro crebbe anche più grazioso e delicato. A tre anni, scrive
ancora il padre al Fauriel, è «un lutin qui nous vexe et nous charme
».
La nonna che ha per il suo Pedrino una
predilezione, gli fa prendere nel primo anniversario della sua
nascita, un bel ritratto da regalare alla nuora. A quindici mesi,
sono accenni che dimostrano pure quanta concordia affettuosa e
serena regnasse in quella famiglia, Pietro cammina nientemeno che
«come un lacchè». «Il mio bambino», scrive Enrichetta, «est tout à
fait gentil» e benché più delicato ancora di Giulietta, è di una
forza e vivacità straordinaria...». Tocca appena due anni e pochi
mesi e... «pour son age est bien avancé: parlant très bien, faisant
ses observations a temps, sautant par ci par là comme un petit
écureuil et resistant à la douleur comme un Hercule», nientedimeno?
Pur tuttavia se cresce in grazia e in intelligenza, cresce anche in
vivacità. la quale infatti a cinque anni è troppa. La mamma ahimè si
lamenta: «Peder est toujours turbulent».

Appunto a quest'età, data l'intelligenza precoce
del ragazzo, la vigile e sapiente Enrichetta ne incomincia la
istruzione, che è però limitata a pochi elementi perchè la salute
del figliolo si rivela assai cagionevole. «Je ne le fais que lire un
peu..., et nous voulons le laisser se bien fortifier avant que de le
mettre à l'application». Ha bisogno infatti di aria e di moto, dice
la nonna al Fauriel, «car il est comme son père»; ciò però non ne
diminuisce l'estrema irrequietezza. Vi condurrò, scrive il babbo
allo stesso Fauriel, annunciandogli il 26 di luglio 1819 il suo
prossimo viaggio a Parigi, «un indomptable lutin».
Durante il soggiorno parigino del 1819-20, che
fu, dal punto di vista della salute, un mezzo guaio per tutta la
famiglia, Pietro soffre di tosse, tosse e reumatismi lo
affliggeranno spesso, e la delicatezza della sua complessione
incomincia a preoccupare un poco i parenti. Da Parigi Pietro, e
specialmente dalla conversazione e dalla compagnia del Fauriel,
riporta un ricordo gradevolissimo.
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Lo storico,
linguista e critico letterario francese, Charles Claude
Fauriel. |
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«Pietro ti aspetta a Brusuglio a saltare»
(Alessandro al Fauriel nell'aprile 1820); «Pierre est bien
grandi aussi et est bien fortifté ». Intraprende a nove anni lo
studio del francese. Studia e impara, ma la sua calligrafia, la
calligrafia di Pedrazzo, come lo chiama il babbo scrivendo a G.
Cattaneo nel 1822 è sempre orribile. E il Fauriel parlando al
Manzoni del suo prossimo lungo soggiorno a Milano o a Brusuglio,
dice di aver scelto Pietro come suo maestro di dialetto
milanese. In una lettera, certo la prima in francese che Pietro
abbia scritto, coll'aiuto della mamma, e indirizzato allo stesso
Fauriel, in Toscana, il 21 dicembre 1824, il ragazzo ringrazia
il letterato illustre di aver avuto per lui, a Milano e a
Brusuglio... «soins... presque paternels...» e gli abbia fatto
apprendere tante «jolies choses». Già egli si sottoscrive come
un vecchio amico, poichè è certo che il Fauriel gli è « son plus
vrai ami ». Al ricordo della bontà del Fauriel, Pietro... «saute
de plaisir» come s'esprime la nonna. Gli studi di Pietro furono
certo severi. I genitori non badarono a spese per avere a
Brusuglio e a Milano maestri eccellenti e istitutrici straniere
cui affidare i figlioli. |
Pietro incominciò a imparare il latino colla
guida di un signor Bertuzzi, il quale certo gli insegnò anche i
primi rudimenti del greco. Nel suo secondo
soggiorno presso i Manzoni, a Brusuglio, il Fauriel si divertiva a
tradurre dal greco con Pietro o a far tradurre da lui le favole
esopiane10. A tredici anni, nota la
nonna al Fauriel, «Pierre étudie beaucoup. Il à continuellement son
professeur qui lui donne de la besogne, en grec, en italien, en
latin et l'algèbre...». La istruzione delle sorelle è meno vasta;
esse hanno professori di francese, di storia e di geografia e di
italiano (si sa che per un pezzo fu il Torti il precettore delle
signorine Manzoni)11, ma Pietro «en
a plusieurs autres». Studia anche l'inglese, ma ora senza molto
entusiasmo. Le lezioni sono date o a Brusuglio o a Milano secondo la
comodità e le possibilità dei suoi insegnanti; poiché lo studio
continuava anche in villa, dove la famiglia si recava appena
spiegata la primavera. I genitori si sforzarono di
vincere la delicatezza della complessione di Pietro, mediante quegli
esercizi che ora sono detti sportivi. A dodici anni Pietro era
assiduo al maneggio: e a chi faceva osservare ch'era troppo presto
per quell'età, donna Giulia rispondeva: essere meglio «qu'il sache
se tenir a cheval, que de risquer, camme cela lui arrive souvent, de
se casser le cou». Per i cavalli e la cavallerizza e poi per la
caccia egli nutrì sempre una grande passione: «Pierre a toujours une
grande manie pour les chevaux et la chasse, et pour les chevaux
sortout il s'en amuse bien, je vous assure...» scrive la sorella
Giulietta. Insieme a questi esercizi sani e ricostituenti, Pietro
amava darsi al pattinaggio nelle ore mattutine degli inverni
milanesi, così come divenne anche eccellente nuotatore. Durante la
stagione dei bagni che la famiglia Manzoni passava a Genova, Pietro
si sbizzarriva. Il suo papà medesimo era meravigliato dell'agilità e
della temerarietà del ragazzo. In una lettera del 6 agosto 1827
Alessandro scrive: «Pietro è un nuotatore consumato; si getta a capo
in giù dal battello, e va sotto e torna di sopra come gli pare», sì
da meritarsi l'elogio dal barcaiolo che gli era stato precettore e
che dice dell'allievo: «E mistro, e o gh'a la carta».

Pietro ama anche, e moltissimo, viaggiare. A sei anni faceva già
l'incomodo e lungo viaggio di Parigi. Di solito il babbo e la mamma
lo conducono insieme nelle loro piccole gite o nelle visite lontane,
a Pavia da monsignor Tosi, a Cassolo, a Lecco, sui laghi o a Genova,
dove solitamente i Manzoni prendevano i bagni di mare, a Finale e a
Savona, a Ginevra (col Grossi? nel 1830? 12). Egli è «felice di
divertirsi» vedendo cose e paesi nuovi, e così dimostrava gusti
nobili e promettenti rivelando sempre più, secondo la nonna «un
carattere reflèchi et sensible». Giulietta, quantunque fosse in
frequenti liti col fratello che non la lasciava mai tranquilla,
scrive di lui al suo padrino a Parigi, nel febbraio 1827, che Pietro
«avance beaucoup en tout, au phisique et au moral ».
Le belle doti di Pietro brillarono a Firenze durante la permanenza
che Alessandro fece nella capitale toscana nel 1827. Già l'andata in
Toscana aveva reso Pietro «joyeux camme un roi». Egli accompagnava
sempre il babbo, trepido e timoroso delle sue vertigini, ovunque si
recasse, anzi lo «conduceva intorno». Non mancò quindi neppure alla
visita che lo scrittore fece al Granduca che accolse amabilmente il
padre e il figlio e li trattenne con somma familiarità. E a Firenze
Pietro intrecciò con molti, specialmente coi Cioni, una tenera
amicizia, simile a quella che già lo legava al Fauriel. Volontieri
cede al padre il suo bell'esemplare fiammante dei Promessi Sposi,
che aveva avuto in regalo, perchè lo mandi al Cioni e su quello, e
non su altra copia sciupata, il bravo medico fiorentino faccia le
sue correzioni linguistiche. Diventato un
giovinetto leggiadro e colto, Pietro si fa una buona compagnia di
coetanei degni di lui. E li conduce talora anche in casa per
divertirsi con loro e per divertire la sorella maggiore e le altre.
Appunto il suo panegirico è adesso tessuto non più dalla mamma o
dalla nonna, affaccendate dietro gli altri bimbi, ma da Giulia.
È veramente bella questa corrispondenza di amorosi sensi fra Pietro
e questa squisita Giulietta, fiera e felice delle brillanti doti del
fratello, dal quale doveva però separarsi ben presto, dapprima per
andar sposa a Massimo d'Azeglio e poi, seguendo un assai doloroso
destino, per morire (20 settembre 1834) di ventisei anni a Brusuglio.
Nell'aprile del 1829 Giulietta scrive al Fauriel,.. «mon frère est
maintenant un assez beau jeune homme plus grand que son père; il
étudie assez et il s'amuse beaucoup; il passe sa vie avec des jeunes
gens aussi gais que lui, qui finissent par nous rendre gaies aussi,
quelque fois méme malgré nous...». Questa di far strillare le
sorelle e i fratellini ed altre simili mariuolerie erano e si
capisce, una occupazione alla quale Pietro si dava volentieri...13.
A sedici anni Pietro è ormai «un grand jeune homme» alto due dita
piú del padre, sempre allegro, che ride sempre alle spalle altrui,
ma «avec tant d'esprit qu'il faut le reprendre eri rient...». É
anche bellissimo ed elegantissimo; «le type de la mode». Giulietta
appunto per ciò gli perdona tante biricchinate. L'agiatezza in cui
la sua famiglia si trovava consentiva a Pietro la vita spensierata;
intanto però la sua cultura tecnica agricola e amministrativa veniva
allargandosi e consolidandosi. Però la stessa sorella Giulia scrive
al Fauriel nell'aprile del 1830: «Mon frère est, je crois, un des
plus heureux hommes qu'on puisse rencontrer, il chante et s'amuse du
matin au soir, il étudie aussi gaiement qu'un autre s'amuse, et s'amuse
en désespéré comme qui fait une vie bien retirée, ce qui certes
n'est pas son genie». Un anno dopo Pietro è «grand déjà de toute la
tete plus que son père». L'indole amabile e
l'aspetto del bel ragazzo lo rendevano caro anche agli amici del
babbo, che non solo lo avevano compagno nelle loro gite ma lo
volevano anche ospite nelle loro ville. Nel Carteggio leggiamo
infatti le notizie di queste passeggiate, allegre sempre anche
quando Alessandro le troncava a mezzo per i suoi soliti malanni. Ma
lontano dal babbo o dalla mamma Pietro si immalinconiva. Nel 1829 i
Litta di Biumo di Varese lo invitano insistentemente ad andar da
loro e a rimaner nella loro villa qualche tempo. Pietro fa il
ritroso e il cerimonioso e n'ha i rimproveri del babbo. «Ritratta
tutta la tua cerimonia, vergognati e chiedi scusa d'esserti fatto
pregare...». E una lettera un po' severa, alla quale tuttavia la sua
tenera madre aggiungeva un poscritto per il suo «caro Pietro» che
Dio benedica?14.

La benevolenza di questi valentuomini non sarebbe pienamente
giustificata se riconoscessimo in Pietro solo delle belle doti
esteriori. Il suo spirito e la sua intelligenza c'entravano pure e
molto nella simpatia degli amici per lui. E tra questi c'erano pure
uomini di alto valore oltre il Fauriel e gli altri già nominati. Il
Grossi, per esempio, pur maggiore di lui di ventitre anni, scherza
molto confidenzialmente con Pietropoli, così lo chiama celiando,15;
e il Giusti, dopo la conoscenza fatta con Pietro nel 1845, entrò in
somma dimestichezza con lui. Nell'archivio domestico di donna
Vittoria ci sono due lettere del poeta al nostro Pietro, una da
Montecatini (16 ottobre 1845), l'altra da Pescia (del 20 dello
stesso mese) assai interessanti. Tra l'altro Giusti facendo un cenno
dei propri malanni, di paure e di sogni funesti, dice: «il nome di
malato e anca di visionario sento che posso pigliarmelo in pace, ma
vorrei scansare quello di corpo uggioso che da qui innanzi
comincerebbe a starmi bene...». Quale sia stata la
collaborazione del figlio all'attività letteraria del padre, dirò
tra breve. Ma un indizio della cultura di Pietro Manzoni è dato
senza dubbio dalla sua ricca biblioteca di Brusuglio, alla cui
completezza mi diceva donna Vittoria avere il padre suo contribuito
amplissimamente. Lo stesso ordine, la eccellente legatura, la
precisione dalle sigle e dalle indicazioni, la proprietà e comodità
degli scaffali, la stessa sua ubicazione tranquilla sul giardino
ricco di verde e di ombre fanno della bibliotechina uno dei recessi
preferiti della bella villa manzoniana. E i libri rispondono ad un
eccellente eclettismo, pieno cioè di gravità e di sapienza. Sono
racconti classici di viaggi, trattati di filosofia, di storia delle
religioni, agricoltura, volgarizzazioni scientifiche, bella
letteratura. Non pochi volumi recano dediche affettuose di autori,
stampatori, amici. E non manca una varia bibliografia che comprende
alte questioni glottologiche e pratici insegnamenti domestici:
insomma «tutta roba scelta, tutte opere delle più riputate in varie
materie; in ognuna delle quali Pietro era più o meno versato» per
riportare le parole del padre suo in lode della biblioteca di don
Ferrante. Ma nelle questioni linguistiche, e specialmente nelle
strutture lessiche ed etimologiche del dialetto lombardo e di quello
celtico e gallico, Piero «era tenuto, e con ragione, per più che un
dilettante». Già maturo di anni e pur in mezzo alle preoccupazioni
della famiglia, egli si dava a questi studi con passione o li
riprendeva con alacrità, Ve lo esortava anche il padre. In una
lettera inedita del 13 settembre 1848 gli scriveva da Lesa: «Ti
consiglio di rimetterti alle ricerche intorno ai vocaboli celtici.
Oltre l'interesse della cosa che ne può uscire, non puoi credere
quanto il lavoro aiuti nei tempi angustiosi» nei tempi cioè tanto
grigi che passarono dal ritorno del Radeski a Milano, burbanzoso più
che mai all'indomani della prima Custoza, sino alla rottura
dell'armistizio nel marzo del 1849, e che durarono poi anche dopo.
Per questo la libreria di Pietro è ricchissima di dizionari e di
lessici di varie lingue. Cito lo SCHREVELII, Lexicon, manuale
greco-latino-italiano; LE PELLETTIER, Dictionnaire de la langue
bretonne; i tre volumi del BULLET, Memoires sur la langue celtique;
i quattro volumi del GIGGEIUS, Thesaurus linguae arabicae; L'EVANS,
English and walsh vocabulary; PICTET, De l'affinité des langues
celtiques avec le sanscrit; PRYCE, Ancient cornish language; il
dizionario anglo-irlandese di O'REILLY'S; il Dictionary of the
Gallic language; il PUGHE, A dictionary of the Welsh language: lo
STEWART, Gallic Grammar; la grammatica celto-bretone di LE GONIDEC;
e parecchi altri lessici di dialetti italiani, come del comasco del
MONTI, del SICILIANO del PASQUALINO, ecc. Da tutta questa raccolta
di libri argomento che Pietro, superate le prime incertezze, si sia
applicato con gran frutto anche allo studio dell'inglese.
La morte angosciosissima dell'angelica e tenera sua madre,
Enrichetta Blondel che triste Natale in casa Manzoni fu quello del
1833, quando il fulmine scese a ferire mentre a stornarlo ascendeva
la preghiera, rassegnata però, di tutti i familiari:
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Vedi le nostre lagrime
Intendi i nostri gridi,
Il voler nostro interroghi
E a tuo voler decidi16;
e, più le seconde nozze del padre colla
Teresa Borri vedova Stampa, seguite tre anni dopo, il 31 gennaio
1837, avevano creato per Pietro una situazione familiare
dolorosa. Incominciava presto, a vent'anni, dopo una giovinezza
spensierata, a sperimentare i dolori della esistenza umana. |
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Giulia
Beccaria, Alessandro Manzoni, Enrichetta Blondel. |
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E ciò anche perché la mamma «negli ultimi giorni
della sua vita», aveva raccomandato a lui tutti i fratelli e le
sorelle minori. Già durante la lunga malattia di lei, il carattere
esuberante e un poco riottoso di Pietro si era profondamente
trasformato. Le distrazioni giovanili avevano ceduto al dovere della
migliore sollecitudine e pietà. «Pierre n'est plus le méme, scriveva
la Costanza Arconati al Fariel... La pauvre mire a eu la consolation
de le voir aussi assidue, aussi tendre que ses autres enfants...»17.
Enrchetta poteva dunque morire tranquilla, sicura della parola avuta
dal figlio maggiore. La promessa fatta in tanto
momento e a tanta mamma, la quale moriva nelle sue braccia e in
quelle di Massimo d'Azeglio18, non
poteva essere trascurata. Pietro aveva dovuto ricordare questa
raccomandazione e questo impegno in qualche momento doloroso e
«tremendo» per i suoi pupilli, forse durante qualche contrasto con
la matrigna19 che avrebbe voluto
far prevalere le sue idee e la sua autorità in special modo sulle
figliastre. A diminuire il più presto l'occasione di penose
discussioni, le figlie del Manzoni o si allontanarono dalla casa
paterna andando presto spose, Sofia al marchese Ludovico Trotti
nella primavera del 1838, e Cristina al nobile Cristoforo Baroggi
nel maggio dell'anno seguente; oppure furono lasciate o, appena fu
possibile, collocate in collegio, come la Vittoria che invece di
tornare a casa dall'Istituto delle Dame Inglesi di miss Cosway di
Lodi passava in quello della Visitazione di Milano, e la piccola
Matilde che raggiungeva, di otto anni appena, la maggiore sorella
nell'educandato medesimo. Donna Teresa prima dell'infelice maternità
del 1845, godeva buona salute. Conoscendo la vita e sapendo reggere
una casa, non poteva, almeno per i primi anni rimanervi subordinata
nè alla suocera che pure non era donna facile a curvare la fronte
specialmente ad una estranea né ai figliastri. Ma la Stampa non ebbe
neppur bisogno di contrastare alla Giulia Beccaria il dominio del
focolare, che ottenne subito, e come dicevo mantenne per parecchio
tempo, «per il semplice effetto dell'amor coniugale, manifestatosi
fortissimo sin dal principio e che fece vivere in piena concordia il
Manzoni con donna Teresa sotto parecchi aspetti da lui dissimile».
Sicché specialmente a Milano donna Teresa incominciò a regnare, per
qualche anno, senza opposizioni. Il primo posto, ormai spettava più
a lei che alla suocera20.
In un ambiente assai turbato o,almeno, molto diverso da quello di un
tempo, quando Enrichetta era veramente l'angelo della famiglia,
Vittorina, lontana e triste, sospirava di possedere «un ramoscello
colto nel viale di Brusuglio, dove aveva passati degli anni tanto
belli nella sua infanzia, e dei tanto tristi dopo»21,
né Pietro né gli altri fratelli, a malgrado della tenerezza del
padre, dovettero trovare molta pace. Alla fine del 1840 Pietro
supera una fiera meningite22. La
sorella Vittoria, uscita dal collegio per assistere la Cristina
Baroggi che moriva il 27 maggio del 1841, e per prestare le ultime
cure alla nonna Giulia che spegnevasi il 7 luglio dello stesso anno,
non rimaneva presso la famiglia, ma si recava a Verano poco lungi da
Carate nell'amena Brianza, ospite dell'altra sorella maggiore, Sofia
Trotti. Quali i motivi di questa decisione che faceva preferire alla
pia e delicata giovinetta la ospitalità del cognato alla sua stessa
casa paterna? Certo il secondo matrimonio del padre e la simpatia
che per lei aveva concepito il fratellastro conte Stefano, il cui
sentimento essa non si sentiva affatto di ricambiare23.
A Verano Matilde si trovava benissimo e trascorse tanti giorni così
dolci che il ricordo ne durò per sempre. Ma nel marzo del 1845 anche
Sofia Trotti moriva; e Matilde, già affranta per la devota ma
faticosa assistenza prestata alla sorella, cadeva anch'essa ammalata
sì gravemente da rendersi necessaria la sua sollecita partenza per
il mite clima di Toscana. Là, come è noto, sposava il 26 settembre
del 1846 G. Battista Giorgini, e formava con questo la stupenda
famiglia che conosciamo dagli epistolari e dalle memorie manzoniane.
Pietro aveva dovuto lasciar partire la sorella con grande dolore.
Probabilmente, anzi, lui stesso, non ostante fosse stato vagheggiato
il pensiero che Matilde rimanesse a Verano a «fare da mamma» agli «angeletti»
figli di Lodovico24, l'aveva
esortata ad allontanarsi. Più triste e più penosa al cuore di Pietro
la sorte dell'ultimo fiore di casa Manzoni, di Matilde cioè, che
uscita di collegio nel 1846, intristiva nella vuota casa paterna25,
e che ammalatasi fieramente di quel male che doveva, dopo dieci anni
di inutili cure, portarla alla tomba, superata una lunga
convalescenza presso il fratello Enrico nell'allegro paesello
brianteo di Renate, andava nel luglio 1847 a raggiungere la sorella
a Massarosa e a esserne ospite amata e confortata non solo da lei ma
da tutti i Giorgini.

Quanta consolazione venisse alle minori sorelle lontane dalla
protezione e dall'affetto di Pietro, si può con sicurezza
argomentare dalle lettere di Vittoria e di Matilde. Cito qualche
frase particolarmente espressiva: «Più vado avanti, e più conosco
che tesoro di fratello ho in te. Pensa che cos'è per una povera
creatura che ha perduto tutto quello che ho perduto io, il pensiero
di avere ancora al mondo un essere come te, che mi ama, mi protegge,
mi capisce... Mio caro Pietro, tu mi hai detto in un momento
tremendo che la nostra povera madre ci aveva raccomandato tutti a te
negli ultimi giorni della sua vita: non ti son rimaste che due
sorelline, povero Pietro, e tu hai concentrato su di loro tutte le
cure e tutte le dimostrazioni di un affetto più paterno che
fraterno»26. Vittoria quasi sembra
ingelosirsi della famiglia che Pietro vuol formarsi, perché teme che
dal pensiero di una donna tutta sua Pietro sarebbe stato tanto
distratto da dimenticare le sorelle. E ai 10 di febbraio 1846 gli
scriveva appunto così : «Ti supplico in nome di nostra madre, che
questo passo che stai per fare non ti allontani in nessun modo dalla
tua Vittorina che ti ama più che un fratello, che ha troppo bisogno
di te, che non saprebbe rinunziare alla più piccola parte della tua
affezione. Non vorrei mai, a nessun costo, esserti cagione del più
lieve sacrifizio, ma dimmi che se le circostanze mi costringeranno
di venire a te, ti troverò quello che sei stato sempre». A quella
preghiera Pietro rispose certo in termini più che affettuosi, perché
pochi giorni dopo, ai 16 del mese, Vittoria replicava: «Mio
carissimo, mio ottimo Pietro! dovrei essere un po' meno commossa per
poterti esprimere che cosa mi ha fatto provare la tua lettera! Oh
mio Pietro, tu forse non immagini che immenso conforto è per me il
pensiero di appartenerti e di esserti cara. Questa certezza mi dà un
senso di riposo e di tranquillità, come può provarlo un bambino che
si rifugia nelle braccia di sua madre»27.
La fiducia e la confidenza di Vittoria nella bontà e nella saviezza
del fratello sono piene. Commossa e lusingata dal sentimento
squisito che le dimostra G. B. Giorgini, e già vagheggiando un dolce
e nobile sogno d'amore, Vittoria apre il suo animo, racconta le sue
speranze, descrive la sua dolcezza a Pietro prima che al padre...
«Ho bisogno dei tuoi consigli, della tua assistenza; ricordati da
chi ti sono stata affidata: confido in te». E pare che Pietro,
impressionato dal carattere troppo espansivo e fantastico della
sorella, l'abbia prudentemente ammonita a non fidarsi troppo della
sua fantasia, cioè a non romanticizzare alla Lamartine, il poeta di
moda allora. E Vittorina s'affretta ad assicuramelo ampiamente28.
Tali lettere sono una prova della delicatezza tenera e forte con cui
Pietro vigilava alle sorti delle sue dilette.
|
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| Il parco di villa Imbonati
a Brusuglio. |
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Certamente nella casa di Brusuglio Pietro doveva trovarsi molto a
suo agio. Donna Giulia che non aveva mai ceduto a nessuno la
proprietà lasciatale dall'Imbonati, testava, morendo, come ho detto,
in favore dei figli di Alessandro, lasciando però quest'ultimo
usufruttuario a vita e onerandolo di alcuni legati verso le
figlie superstiti. Donna Teresa non dovette essere molto
contenta di queste disposizioni che, pur giustificate da ragioni
fiscali, erano probabilmente state suggerite dall'avversione di
donna Giulia per lei. Dall'epistolario dello Sforza e dalle altre corrispondenze
manzoniane, risulta che dopo il 1841 donna Teresa anche più
raramente soggiornò a Brusuglio, preferendo la sua villeggiatura di
Lesa. |
Alessandro quando si recava dai figli, vi rimaneva per lo più
solo. La qual preferenza per Lesa divenne più decisa dopo la grave
malattia della gentildonna del 184529.
Ciononostante le relazioni di Pietro col padre dovettero mantenersi
sempre cordiali. Era anche nell'interesse di entrambi. E del resto,
Pietro, se occorreva, recavasi a Lesa a conferire col babbo intorno
agli affari comuni e ne era sempre ben accolto.
Nel 1840 è lui che si adopera, dietro incarico di papà, di cercare
in Milano un alloggio al Gonin30; è
Pietro che tratta, nel 1841, col Montgrand di Marsiglia la questione
della versione in francese dei Promessi Sposi31.
Quando la matrigna si ammala, nel 1845, Pietro deve interrompere il
soggiorno in Toscana, tanto gradito32,
per affrettarsi a Milano. Di questi rapporti cordiali si vedranno
molte altre prove in questo stesso lavoro.

All'ultimo di gennaio del 1846, a trentatré anni, ben chiarita la
sua posizione col babbo e la matrigna, Pietro conduce in moglie
Giovannina Visconti, alquanto più giovane di lui, doveva sorvivergli
tredici anni (1822-1886), e l'impalmava nella chiesa di S. Fedele.
Qual fosse questa donna che doveva essere la sua compagna
affezionata e devota, possiamo sapere e dall'affetto dimostratole
sempre dal suocero, corre risulta dal carteggio manzoniano tuttora
inedito, e dalle affettuose espressioni della cognata Vittoria.
«Ricordati, mio Pietro, così la sorella in una lettera del 10
febbraio 184633), che tutto ciò che è tuo è anche mio : la tua
Giovannina è dunque una mia sorella. Io l'ho sempre amata e stimata
molto e per quello che ho sempre sentito dire di lei, e perché ti
era cara e perché tu eri caro a lei; una persona che ti ha saputo
apprezzare al di sopra di tutti, e che ha saputo conservare il
prezioso tesoro delle tue affezioni». La sorella cede solo a
Giovannina il diritto di amarlo più di lei. «Non mi par vero che
questo possa darsi, eppure desidero che la tua Giovannina ti ami più
della tua Vittoria».
Pietro visse così nella quiete operosa di
Brusuglio e nell'amministrazione dei beni paterni, alternando il
lavoro collo studio, sino al 28 aprile 1873. Moriva infatti
sessantenne poche settimane prima del padre, spentosi il 22 maggio
dello stesso anno. Dal suo matrimonio erano nati quattro figli,
Vittoria nel 1846, andata sposa al senatore nobile Pietro Brambilla,
e ancora «l'unica vivente custode di quella che fu la povera casa
Manzoni», come scriveva la zia Vittoria nelle sue memorie34;
Giulia, nata nel 1848, maritata poi Costantini; Lorenzo, nato nel
1852 e Alessandra venuta al mondo due anni dopo.
Le norme di una vita igienica e «la libertade
agreste avrebbero certo assicurata a Pietro una maggiore longevità,
se la delicatezza della complessione di tutti i figli di Alessandro
non avesse avuto ragione e della regolarità della vita e degli
esercizi fisici ai quali aveva Pietro educato le sue forze. Nel 1872
soffre di una grave «artritide»35;
ma la sua morte fu cagionata da un cancro che lo condusse
inesorabilmente alla tomba dopo grandi sofferenze.
Dal 1861, dalla morte cioè di donna Teresa, la famiglia di Pietro
divenne quella di Alessandro. E la bella fotografia pubblicata nel
volume terzo di quel delizioso Manzoni intimo dell'Hoepli (p. 192)
ci mostra Alessandro nella bella fiorente cerchia familiare del suo
figlio prediletto. Si può chiedere quali siano
stati i sentimenti religiosi di Pietro. Testimoni oculari e
auricolari assicurano ch'egli serbò intatta la fede e viva la pietà,
conforme all'educazione avuta dalla nonna e dai genitori, e alla
concezione squisitamente pia della vita professata e celebrata dal
padre. Anche nell'epistolario manzoniano inedito ci sono poche ma
sicure prove di ciò; le vedremo. Delle lettere già note ricordo solo
un periodo di Matilde, l'infelice sorella malata, indirizzata al suo
amatissimo Pietro il 25 novembre del 1855: «Ti prego, conduci in
Cappellina la tua Giulia e la tua Vittoria e fa dir loro un'Ave
Maria per la povera zia Matilde ai piedi di quell'altare davanti al
quale la nostra Nonna mi conduceva sempre a pregare la SS. Vergine»36.
L'archivio domestico di casa Manzoni a Brusuglio è ormai ridotto ad
assai poca cosa. La parte migliore è costituita da circa
centocinquanta lettere di Alessandro a Pietro, delle quali molte
sono senza data, scritte da Lesa o da Milano e indirizzate quasi
sempre a Brusuglio. Una di esse, quella inviata a Pietro ospite dei
Litta a Biumo di Varese, essendo probabilmente del 1829, è già
pubblicata nel secondo volume del Carteggio di Alessandro Manzoni,
stampato dall'Hoepli: qualche altra cosuccia è stata messa in luce
anche da me37.
Oltre a queste lettere ci sono pochi ricordi familiari, un ritratto
del Dupré donato al Manzoni nel 1864, cartellini con richiami a
citazioni e a spunti per la storia della Rivoluzione francese,
biglietti gentili del Cousin, di Verdi, Cialdini, Lafayette che si
rivela entusiasta ammiratore di donna Giulia Beccaria, della
duchessa Teresa Ravaschieri-Fieschi, nata Filangeri «vissuta
sempre», come essa stessa protesta, nel «culto» di Alessandro. Tutto
questo interessante materiale vedrà certo la luce a suo tempo e a
suo luogo per opera degli illustri scrittori ed editori già tanto
benemeriti degli studi manzoniani. Qui ne dà qualche saggio, col
consenso di donna Vittoria Brambilla per lumeggiare il più possibile
la figura del padre suo e la sua multiforme e bella attività spesa
in gran parte per il grande Alessandro.

Dal carteggio inedito risulta anzitutto il tenero affetto che
Alessandro nutre per i figli, anche se è distratto dalla seconda
moglie o lontano. Naturalmente a Pietro il padre dimostra una
tenerezza particolare ed esprime molto spesso il desiderio di stare
con lui: «Io sto bene: e vedo con piacere avvicinarsi il giorno che
ci riunirà per qualche tempo» (s. d.); «abbraccia per me Giovannina
e i bimbi... di te non parlo» (s. d.); «mi consola l'immaginarti tra
poco a Verano ma mi consola di più l'immaginarmi tra non molto con
te...» (s. d.) «Non ti venga mai in testa di rammentarti al tuo
aff.mo padre» (s. d.). La salute della nuora travagliata da qualche
difficile maternità preoccupa vivamente Alessandro: «Voglia il
Signore esaudire le nostre preghiere per il pronto sollievo della
povera e cara Giovannina... Aspetto con ansietà le notizie... Dio vi
benedica tutti, come ne Io prega dal fondo del core il tuo aff.mo
babbo» (s. d.). Pietro lo informa anche delle piccole vicende della
famiglia, e Alessandro coglie spesso l'occasione di una breve
risposta per assurgere a considerazioni nobilissime e delicate.
Saputo che la casa di Pietro è stata rallegrata dalla nascita di un
bimbo, Renzo, venuto al mondo nell'agosto 1852, il padre scrive:
«Desiderare dei figlioli in ogni tempo è una cosa ordinaria per chi
non n'ha veruno; a un bon marito nascono tutti desiderati, almeno da
qualche mese; quando poi si sentono vagire, e si prendono tra le
braccia, pare un'ingiustizia e una crudeltà il non averli desiderati
sempre...» (27 agosto 1852)38.
Allontanatosi da Milano e da Brusuglio per la recente morte della
madre donna Giulia, Alessandro scrive nell'agosto del 1841 a Pietro
che è a Milano coi fratelli e i cognati: «Si valetis bene est, ma se
qualcheduno di voi me lo fa sapere sarà anche bene. Abbraccia per me
Enrico, Filippo, Cristoforo, Lodovico, Sofia e Vittoria, se son
tornati; manda i miei abbracci a Matilde se non la vedi tu». Oh!
come sente tuttavia la nostalgia di Brusuglio! Quante volte vorrebbe
passare qualche giorno «tra le gioconde distrazioni di Brusuglio!».
Pietro gli diviene «sempre più caro» (29 ottobre 1846); lo abbraccia
«con quell'affetto che, se potesse alterarsi, non sarebbe che per
diventar più vivo» (27 settembre 1847); e abbrevia le sue lettere,
perché la speranza di poter far presto una lunga chiacchierata con
l'amato figlio gli «fa lasciare nella penna tante e tante cose»; lo
abbraccia come può «cioè col cuore ma di cuore» (27 ottobre 1847);
«con minor piacere ma con lo stesso core di quando lo aveva avuto
vicino» (s. d.). Specialmente nella lunga
permanenza fatta a Lesa, dalla metà del 1848 alla fine dell'anno
1850, quando a Milano infierivano la reazione e la vendetta
dell'Austria desiderosa di lavare il disonore delle Cinque giornate,
le ansie di Alessandro sono gravi. Il lungo silenzio di Pietro lo fa
pensar male: lo mette in grandi inquietudini. «Temo sempre della tua
salute o di qualche altra disgrazia» (25 dicembre 1848). Aveva già
tanto sofferto per la sorte del figlio Filippo che preso ostaggio
dagli austriaci in quelle memorande giornate, era vissuto in
prigionia sino al giugno ed aveva sempre ragione di temere le
rappresaglie del fisco che si vendicava, con enormi imposizioni, del
patriottismo dei milanesi. «Ma dimmi, Pietro, cos'è questo
silenzio?... termino col dirti: scrivi: coll'abbracciarti e poi
dirti ancora: scrivi» (22 gennaio 1850). Spera di tornar presto a
Milano per abbracciare i suoi cari non «col core» ma «colle
braccia»; «t'aspetto, t'aspetto, t'aspetto!», conclude una lettera
del 2 aprile dello stesso anno. Ma nel dubbio più che fondato che
questa consolazione gli sarà differita, propone addirittura che
Pietro cerchi una casa sul Lago Maggiore per passarvi le vacanze
estive (31 maggio 1850). Più tardi, preannunciando il suo ritorno a
Milano, afferma: «Non posso dire di abbandonare volontieri questa
amena solitudine; ma non posso nemmeno dimenticare i beni del
ritorno, e tra questi, il grandissimo d'abbracciarti presto e di
vederti presto. Intanto scrivi, benedetto figliolo d'un benedetto
padre» (23 agosto 1850). Certo Pietro non impugnava volontieri la
penna. Alessandro perciò scriveva a Vittoria Giorgini nel gennaio
1851 che se Pietro fosse andato avanti com'era avviato in fatto di
lettere, avrebbe superato il babbo39.
«Non prendere pretesto, o briccone carissimo, la mia prossima
partenza per non scrivermi più... Nella speranza di abbracciarti
presto davvero, t'abbraccio in idea» (12 settembre 1850). E ancora:
«non ostante la malleveria del proverbio, un così lungo silenzio
principia a inquietarmi, potendo essere cagionato dal desiderio di
risparmiarmi inquietudini non necessarie... aspetto subito una tua
lettera» (17settembre 1851).

Del resto è sempre tenero e affettuoso, desiderosissimo delle bone
nove di tutti i suoi cari. Riconosce che le sue lettere sono un po'
affrettate: «questi periodi a singhiozzi non valgono le
chiacchierate di Milano e di Brusuglio» (8 agosto 1853); si rallegra
del bel tempo perché così potrà passare qualche lieta giornata con
Pietro nell' amata villa (15 ottobre 1856). «Mi par di sentirti
dire: «Povero papà? Già sono cose a cui non potrebbe portar rimedio,
lasciamogli dunque godere la campagna in pace. Ora è appunto il
pensare che ci possa essere qualcosa di questo tristo genere che, da
qualche tempo, non me la lascia godere. Scrivimi dunque quello che
c'è di novo, sia buono, sia tristo» (9 settembre 1857).
Pietro lo ragguaglia fedelmente delle cose liete e grame della
famiglia : ma le brutte notizie le dà dosate con prudenza pietosa.
Di solito anche gli altri familiari, se hanno qualche doloroso
annuncio per il babbo, ne incaricano Pietro. Così le risposte di
Alessandro sono allegre o malinconiche secondo le circostanze:
«Delle tristissime cose forse le penose questioni familiari, di cui
ti ho parlato nell'ultima mia non ti parlo. Aspetto con ansietà
dolorosa che tu me ne parli. Abbraccia per me Giovannina e le due
care innocenti (le bimbe Vittoria e Giulia ) che principiano la vita
tra i guai, ma senza patirli...» ( 2 dicembre 1849). Altra volta
invece le lettere di Pietro lo mettono di buon umore anche in mezzo
ai fastidi che gli editori gli procurano e nella schiavitù in cui
gli stampatori lo tengono stretto: «Dio ti renda la consolazione che
ho avuto. E vo' a tavola con l'appetito che mi dà la buona notizia»
(9 novembre 1851). Alessandro non vuole che la sua
pigrizia o lentezza a scrivere lettere o comunque a prendere in mano
la penna, sia contagiosa, anche se è qualche volta giustificata da
pressanti occupazioni. «Non aspettarti da me altro che lettere
asciuttissime, dice il 29 novembre 1849, perché non è finito questo
benedetto lavoro. Avrei altro e altro a dirti, ma R. (Redaelli) e S.
(Stella) mi premono più di te», Cionostante egli vuole da Pietro
lettere lunghe... «Sai che se allo scrivere vo' a rilento, al
leggere ho una prontezza mirabile» (27 settembre 1847).
Appunto la sua imperdonabile pigrizia a scriver
lettere, gli mette nella penna frasi piene di spirito: «O Pietro,
degno figlio di un tanto padre, tu hai dunque il granchio alle mani
quanto lui anzi più di lui quando si tratta di scriver lettere?
Pensa ch'io ne vo' creditore con te, che è tutto dire. Ma per quanto
le desideri, desidero ancor più che tu scriva a Bista. Sai che hai
da fare? Scrivimi che gli hai scritto, e avrà preso due piccioni a
una fava» (18 settembre 1847). Pietro lo scusi colla signora Emilia
Luti: «Alla signora Emilia le mie scuse (che temo e spero non
saranno l'ultime) della mia invincibile pigrizia a menar le mani
sulla carta da lettera» (27 ottobre 1847). Nel
gennaio del 1849, quando tutte le orecchie sono tese anche alle più
insignificanti notizie, per la riapertura delle ostilità tra Austria
e Piemonte... pure il Manzoni, esule volontario a Lesa, è ansioso di
sapere... «Scrivimi subito una lettera lunga se un Manzoni è capace
di questo miracolo. Costi ne sapete più di noi». Mandando a salutare
gli altri due figli che convivono ancora con Pietro: «Enrico mi ha
scritto, soggiunge, ma Filippo patrizza troppo». E altrove: «Aspetto
tua lettera e spero di potertene scrivere anch'io una un po' più da
cristiano. Ora non posso tenere la penna in mano tanto è cresciuta
la mia pigrizia morbosa» (9 novembre 1849). La ripugnanza alla
corrispondenza non veniva, come si sa, da vera e propria pigrizia,
ma dalla difficoltà di trovare prontamente la forma adatta ad
esprimere ciò ch'egli intendeva: «Non puoi sapere a che segno sia
arrivata la mia malattia (o monomania) antiepistolare. Il solo
pensiero d'avere una lettera che, non essendo positivamente
necessaria, non si presenta con una forma immediata, e richiesta
direttamente dalla cosa, basta per tenermi sospeso per molti giorni,
senza poter fare né quella né altro. Io trovo bellissimo il tuo
desiderio, tu trova, se non giusta, almeno compatibile, la mia
scusa» (30 ottobre 1852).

Ma sappiamo che anche Pietro, in ciò «patrizzava». «pigrizia
gentilizia» scrivegli il padre, consolandosene come può. Quando
Pietro protestava il contrario, Alessandro ribatteva: «... mi spiace
d'essermi da tanto tempo lasciata cadere di mano la prima pietra da
poterti buttare » (30 giugno 1856).
Se gli avveniva di scrivere lettere contro il suo
genio, Alessandro si scusa con disinvoltura e fa dell'umorismo:
«Questa lettera è tanto sciammannata da dover chiedere scusa anche a
un figlio. Sappi dunque che la scrivo nel tempo che avrei dovuto
prendere un par d'once d'olio di ricino. Dirai che, come sostituto
di un purgante, è tollerabile» (31 agosto 1849). Perché gli fosse il
più possibile risparmiato lo sforzo, pregava Pietro di non
rispedirgli le lettere che provenivano da lontano o non affrancate o
di carattere ignoto; le lettere insomma della gente che aveva quel
«buon tempo che mancava» a lui (12 ottobre 1853).
Quando si agitano controversie o ci sono degli affari tra il padre e
il figlio, Pietro è l'intermediario fidato. Nell'epistolario inedito
si rivela la tenerezza del Manzoni anche per gli altri figli dei
quali egli avvertiva la penosa situazione. Pietro è di solito
incaricato degli abbracci e dei saluti per tutti. «Ho buone nuove di
Filippo: io non ho altro che pregarti di fargli (sic) un bacio
affettuosissimo in mio nome» (27 settembre 1848). Specialmente il
ricordo di Vittoria e di Matilde è pungente e vivo. Le «bone nove»
sono tosto con premura comunicate a Pietro perché questi ne dia
notizia agli altri. «È inutile dirti che Bista ti prega di
parteciparlo (si tratta dell'annuncio della nascita della Luisina)
ai fratelli e alle cognate» 40). Le nuove della guarigione di
Matilde, o piuttosto della «sua non malattia» (9 agosto 1847); dei
felici esami di Filippo (6 settembre 1847) che è in particolare
assai raccomandato al fratello maggiore; della salute degli altri,
sono chieste o trasmesse a Pietro. Riceve lettere confortanti dalla
Toscana, o ascolta le novelle portate dal canonico Sbragia? le
comunica tosto a Pietro. Matilde sta benino: e Vittoria sta meno
male, per quanto sofferente; «sicché felice com'è, con quel marito e
con quella famiglia, c'è qualcosa che ci fa dire anche per lei:
povera Vittoria?» (s. d). Vittoria ha ragione di dirsi «beata» con
Bista: e i Giorgini per l'amorevolezze paterne e fraterne che usano
a Matilde «siano benedetti». Talvolta trascrive
per il figlio i biglietti che riceve. Il 23 ottobre 1855 manda a
Pietro copia di una letterina di Matilde in cui questa, tra l'altro,
dice: «... sono abbastanza contenta della mia salute; mangio e dormo
bene; monto le scale da me, e potrei proprio dire di star benino, se
non continuasse questa tosse ostinata che mi dà noia, massime la
mattina». Povera Matilde ! così affezionata al babbo e al fratello e
costretta a viverne sempre lontana!
Nell'agosto-settembre 1852 Alessandro, accompagnato da Pietro, si
reca a Consigliano di Genova per assistere alle nozze della nipotina
Rina d'Azeglio, degna figlia della indimenticabile Giulietta; e per
proseguire poi per Pisa, Massarosa e Siena dai Giorgini. Ebbene egli
scrive al figlio che non solo prepari una certa somma per «la
pensione indeterminata ma troppo doverosa» di Matilde, ospite della
sorella, ma che porti seco un «libretto di devozione, legato in
rosa, su cui è scritto: A ma chère fille Victorine, di mano della
sua angelica madre». E gli ricorda con precisione dove si trovi:
«nello scaffale piccolo dello studio, accanto all'armadio»41.
Così la sua fantasia si riposa tanto volontieri, benché non senza
profonda tristezza, nei luoghi già rallegrati dalla presenza sua e
dei bimbi cari. Brusuglio e Verano specialmente. «A quel caro e così
caramente abitato Verano porterai abbracci per me quanto possano
essere i tuoi e almeno altrettanto stretti» (7 ottobre senza anno,
da Lesa). Ho detto che i rapporti tra Pietro e la matrigna Teresa,
dissipate le gravi nubi che di quando in quando, nei primi anni
specialmente, oscuravano l'orizzonte, dovettero diventare cordiali.
Abbiamo di ciò una prova ancora in questo epistolario inedito. In un
biglietto senza data, pare del 1840-41, Alessandro scrive da Cassolo
a Pietro che da Brusuglio si reca, per i suoi affari, assai spesso a
Milano: «Vedi mia moglie, se puoi, per portarmi sue nove di vista».
E quasi sempre chiudendo le sue lettere dà le notizie e aggiunge i
saluti degli Stampa, in termine più affettuosi che complimentosi.
«Teresa ti si ricorda; così Stefano»; «Teresa e Stefano ti dicono
tante cose»; «Teresa ti saluterebbe cordialmente se non dormisse
saporitamente» (29 ottobre 1846). Gli incarichi di cui Alessandro
prega il figlio per i bisogni veri o immaginari di Teresa, sono non
pochi.

Donna Teresa a Milano ha notizie che il figlio Stefano, villeggiante
a Lesa, è incomodato: si turba e vuoi partir subito. E il marito
scrive a Brusuglio: «mia moglie non si può tenere dal correre a
Lesa... Sono riuscito a determinarla di partire col tuo legnetto
coperto e ti prego di mandarmelo... si farà condurre coi cavalli
della Moietta42 fino a Sesto e di
là prenderà il vapore... Pogliaghi il noto medico di fiducia di A.
Manzoni, assicura che l'incomodo è passeggero e di nessuna gravità,
così Rossari e io che quantunque non medici, crediamo, in un caso
simile, di poter sentenziare con sicurezza. Ma l'inquietudine non ha
orecchi». Pietro ha fatto sapere al padre che i fichi di Brusuglio
sono, quest'anno, eccellenti; ebbene: «Leggendo quello che mi dici
dei fichi, risponde da Lesa il babbo, mi sono rammentato di Catone
il Censore... e ho pensato che da Cartagine a Roma per acqua e da
Milano a Stresa per terra, la proporzione ci può stare. Qui si
scarseggia di frutta. Mandami dunque un paniere di fichi, imballati
come troverai meglio. Non sarà l'impresa più ardita del secolo...»
(s. d.). «Teresa mi raccomanda di parlarti della mortificazione che
ha avuto nel sentire che hai dovuto fare una gita a Milano quasi
apposta per ragione delle sue commissioni. Ma alla mortificazione
prevale la riconoscenza e alla riconoscenza la cordialità » (27
ottobre 1847). Tra l'altro, il 18 luglio 1850,
Pietro, che si accinge a far una breve visita al padre sul Lago
Maggiore, è pregato di portare un panattone di tre o quattro libbre
per «la colazione di Teresa, la quale oltre un'ostinata inappetenza,
è anche ridotta dallo stato dei suoi denti a non poter mettere nel
caffè della mattina, altro che un'indigesta midolla di pane. Ad
Arona, con mia sorpresa, non se ne fa altro che per il Natale...». E
accenna talora alle sofferenze e alle suggestioni della moglie, che,
solita a rimanere a Lesa sino ad autunno assai inoltrato, teme che
il brutto tempo di settembre non l'obblighi a rimandare troppo a
lungo la sua partenza e di dover poi viaggiare col freddo e la
pioggia. E poiché essa si ostina a dirsi ancora «tanto malata»,
Alessandro si confida col figlio: «... A me però pare di vedere un
piccolo ma vero miglioramento, e sono grazie al cielo, esente da
quei timori; ma la decisione dipende naturalmente da chi soffre» (22
settembre 1854). Allontanandosi, nel settembre 1852, da Lesa per
recarsi a Cornigliano di Genova, Alessandro prega il figlio di
lasciar lassù i cavalli della Moietta « perché mia moglie possa fare
qualche trottata preziosa per la sua salute».
Quando tornano da Lesa il babbo e la matrigna, Pietro deve
affrettarsi a Milano «per far preparare spazzato e spolverato
l'appartamento, inclusa la camera» di donna Teresa (s. d.), o perché
le camere siano
«riscaldate e il desinare lesto» cioè pronto43,
affinché non accada di dover «mangiar pessimamente dopo di aver
aspettato» a lungo come era accaduto qualche volta. Per maggiore
garanzia, Alessandro dà la lista delle vivande: «un fritto, un
lesso, un umido con qualche erba, di preferenza spinaci alla
milanese» (12 settembre 1850); «... del frutto, del manzo,
dell'umido e degli spinaci,..» (20 novembre 1855). Restava però
sempre convenuto che Pietro rimanesse a Milano ad attenderlo ed a
desinare con lui. Anche le relazioni di Pietro col
fratellastro Stefano Stampa, se nei primi anni del secondo
matrimonio di Alessandro non furono buone, divennero coll'andar del
tempo abbastanza cordiali. Certo Pietro consultava lo Stampa anche
in questioni delicate e gravi: «Stefano è prudentissimo, gli scrive
il babbo: puoi confidar tutto con sicurezza anche se argomento
dolorosissimo». Aveva ragione Alessandro di
scrivere al figlio: «So che ti dò grand'incomodo ma so quanto tu sei
pronto a sostenerne con me» (s. d.).

Se Pietro si sobbarcava volontieri, per compiacere il padre, a
sbrigare commissioni per la matrigna, accettava con maggiore
prontezza e soddisfaceva con più religioso scrupolo alle incombenze
particolari che il babbo gli affidava, per la gestione dei beni di
Brusuglio e degli altri propri di lui e per tutto quanto al babbo
poteva occorrere. Si vedrà come l'aiuto del figlio non consistesse
solo in servigi materiali; per ora tocchiamo argomenti meno gravi.
Pietro deve occuparsi dei passaporti e della loro rinnovazione
perché Alessandro possa rimanere fuori del confine lombardo-veneto
senza dar sospetto o provocare rappresaglie; deve stornare la
minaccia di multe che l'Austria vuol far pagare a quanti cittadini
si distinsero nelle Cinque Giornate milanesi; deve inviare oggi
«l'acqua di Boario»44 per lo
stomaco; domani «una di quelle pezze impegolate» che si applicano
alle parti dolenti per la lombaggine, pezze che si vendono «alla
speziaria dei Fatebenefratelli»; oppure «tre oncie di magnesia
calcinata divise in quattro cartine»; pacchi di cioccolata di varie
libbra; boette del suo tabacco preferito; «un trabiccolo, o non so
come chiamarlo, per distendere sopra asciugamani o altra biancheria»
affatto liscio, di platano; oppure, da Brusuglio, dove la cantina
era di solito ben fornita, dodici bottiglie di Valpolicella, ma
presto perché «ieri si rimase in casa senza vino e oggi n'ho chiesto
una bottiglia a Sogni»45 (s. d.).
Oltre ai fichi Brusuglio dava anche buone castagne, un frutto di cui
Alessandro era non poco ghiotto.
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Ebbene le castagne comparivano spesso sulla
mensa di Milano e di Lesa, quantunque, nel novembre 1852,
ricordandosi di quelle mangiate qualche mese prima in Toscana
dove i Giorgini facevano addirittura la cura delle ballotte per
ingrassare46, Alessandro scrivesse
al figlio: «Devo confessare a comune disdoro, che le castagne
brusugliesi hanno fatto una povera figura al paragone delle
rimembranze di quelle di Montignoso e all'attualità di quelle di
Serbillano! Sono inferiori di sapore, e credo che dipenda
dall'essere venute in terra ghiaiosa..., Desidero sapere se ce ne
sono molte e anche di quelle dette di Venegono». |
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| Particolare
interno di villa Imbonati a Brusuglio. |
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Pietro deve pensare alla coltivazione dei bozzoli, che erano, col
frumento in colonia parziaria, parte cospicua delle rendite
padronali, alla vendita dei prodotti, alle assicurazioni contro gli
incendi, che nelle case coloniche di Brusuglio scoppiavano
frequentissimi ed erano talvolta disastrosi, sicchè Alessandro
poteva dire di essi: «pare proprio che abbiano una predilezione per
noi», alla riparazione e alla rifabbrica delle case rustiche, alla
revisione annuale dei patti colonici; al pagamento di certi debiti;
alla fattura delle commissioni o all'esazione dei crediti. Pietro
paghi con «marenghini» i medici Pogliaghi, Ricciardelli e il
chirurgo Invernizzi, per le loro prestazioni (11 agosto 1849);
acquisti, a saldo di credito dal commerciante O., tanto panno da
farne «un tabarro, quattro pantaloni, un soprabito, un paletot,
ecc.» (s. d.). Le rendite di Brusuglio, non sempre
sicure e abbondanti per l'incerto volgere dell'annate, dovevano
servire ai legati, venivano assottigliate dal pagamento degli
interessi per la non avvenuta adempienza dei primi o da altri gravi
obblighi come quello per la costruzione della nuova chiesa
parrocchiale del villaggio47. Il
treno di casa Manzoni era piuttosto dispendioso e Alessandro spesso
si trovava in basse acque48. Per
respirare o sistemare impegni ancora pendenti, alienava or questa or
quella proprietà ereditata già dal padre. Discorrendo con Pietro
della sperata vendita a buone condizioni di certi fondi nel
Lodigiano, si rallegrava dell'affare quasi toccasse il cielo con un
dito. Credeva in tal modo di «cavarne da dare ai figli il legato, a
tutti l'eredità materna» (2 aprile 1850)49. La sorte dei bozzoli,
la loro cultura, il buon esito della campagna, la scarsità delle
raccolte lo interessano evidentemente in sommo grado. Se il
bollettino dei bozzoli supera le sue speranze, invita Pietro a
ringraziarne il Signore (28 giugno 1856); attende «con ansietà»
notizie in proposito; tenta ed esperimenta lui stesso, nella villa
di Lesa, nuove culture, in un berretto di carta che chiamava
«l'officina del suo esperimento» facendosi all'uopo aiutare anche
dalle donne di servizio (16,28 giugno 1850). E con ragione, perché
certi anni, come lui diceva, i bozzoli entravano nella sua economia
come il Pater noster; rappresentavano cioè il modo di avere
il pane quotidiano.

È noto che nelle cose agricole Alessandro era assai istruito50.
La biblioteca di Brusuglio è ricchissima di opere di argomento
rurale. Pietro deve soddisfare ai desideri del padre e inviargli a
Lesa or l'uno or l'altro trattato, i volumi del DE CANDOLLE, il Bon
Jardinier, il Traité de la vigne del LENOIR, la Riproduzione
vegetale del GALLESE. Alessandro ama in proposito anche farla da
maestro. «Ho avuto dal signor Meda un chilogrammo di semi di
cupressus disticha e sarà bene spedirli al più presto. Ti prego
quindi di portare il Bon Jardinier o se hai alla mano qualche libro
che faccia al caso per ricavarne le istruzioni da mandare a Bista
per la prima cultura» (s. d.). Nei casi più
importanti di affari grossi, di comparse giudiziarie, di liti con
librai, inquilini, truffatori, la presenza, il consiglio, l'aiuto di
Pietro diventano indispensabili. Alessandro, prima di dare una
risposta decisiva, avrebbe «piacere» anzi «assoluto bisogno» di
parlarne con lui. Non lo risparmia. Egli per suo conto ha pensato e
riflettuto, ma non ne ha mai «le coeur net». «Vieni dunque
domattina, presto... e non rifiutarti di far questa, con altre cose,
a gloria di Dio per trovare un merito al mondo di là e, se questo
sarà utile per te, anche una ricompensa in questo mondo: a ogni modo
una benedizione del cielo su di te e i tuoi figli».(s.d.).
Prima di accettare un invito di riguardo bisogna che si concerti col
figlio. «Tu sai purtroppo come i miei nervi non mi permettono di
prendere delle decisioni per l'indomani. E se mi risolvessi a
partire potresti accompagnarmi? e a buon conto puoi venire qui
immediatamente per desinare con me e aiutare la mia risoluzione?»
(s. d.). Quando deve presentarsi in Pretura o comparire in
Tribunale, se non c'è Pietro che lo conduce o che lo consiglia non
ci va... Non che egli non sapesse o non volesse prendere delle
deliberazioni; era la attuazione dei suoi propositi che gli riesciva
difficoltosa. Giustamente il Giorgini scriveva di lui51:
«... egli è ben chiaro e ben fermo nelle sue idee e nei suoi
propositi» e lo dimostrò in più di un'occasione, anche vecchio
ottantenne, quando, vincendo tutte le opposizioni e i pareri degli
amici e dei parenti, di Pietro e di Massimo, degli Arconati, dello
Sclopis e del suo stesso medico e quasi all'insaputa dei familiari,
si recò da Milano a Torino per votare il trasferimento della
capitale a Firenze (dicembre 1864). Ma se lo spirito era pronto, la
carne era inferma. Aveva poi tanta paura di viaggiare scomodamente e
solo, anche per piccoli viaggi!: A malincuore ricorreva, nei viaggi
lunghi, al «ripiego noiosissimo» delle poste: si faceva servire dal
suo Moietta. «Pietro mio, ti ringrazio d'avermi dette le cose come
sono, e non ti ringrazio di meno, dei commenti consolanti che ci hai
aggiunti. Con tutto ciò, portato come sono allo scoraggiamento,
sarei venuto oggi a Brusuglio per vedere come stanno le cose dalla
tua lettera in poi se la difficoltà (nulla in sé ma grande per il
tuo povero convulsionario padre) di trovare un mezzo che mi
convenisse non mi avesse trattenuto» (s. d.). E forse a proposito di
qualche seduta al Senato (o all'Istituto Lombardo di scienze e
lettere?) si riferisce un biglietto (s.d.) indirizzato sempre a
Pietro: «Per evitare la seduta pubblica, se non basta la fede di
convulsionario, mi farò fare quella di balbettone. A ogni modo non
ci va', dovessi inchiodarmi a letto». Tuttavia
questi malanni non impedivano ad Alessandro di lavorare. Ha lunghi
periodi di forzata inerzia; ma appena può si riprende, specialmente
quando c'è lo stimolo di qualche impegno assunto. Per ciò gli
editori gli stavano, come si dice, alle costole e lo tempestavano di
richieste e di sollecitatorie. Alessandro talvolta scrive: «il
lavoro è per me una gran distrazione», ma tal'altra soggiunge: «vo
tentando di rimettermi a scrivere, ma non posso non accorgermi che
nel tempo che è diminuita l'abitudine, è cresciuta l'età. Bel
compenso?» conclude; «ad ogni modo l'ozio mi era diventato
insopportabile». Il soggiorno quasi coatto di Lesa, durato circa due
anni, fu di particolare attività od «oziosità letteraria», come
diceva lui. La revisione e la ristampa di tutte le sue opere
assorbivano completamente il tempo in cui sentiva la voglia di
lavorare. «Sono accanito al lavoro e ci sguazzo (sic) dentro. Spero
di finire e di poter fare il dialogo» (13 settembre 1848). «Non
aspettarti da me altro che lettere asciuttissime» (29 novembre 1849)
«finchè non è finito questo benedetto lavoro. Avrei altro e altro a
dirti, ma R. e S. (certo Redaelli e Stella) mi premono più di te».
Anzi ha in mente altri lavori, perché al Redaelli che voleva
l'esclusiva di stampar le sue opere edite ed inedite, egli oppone un
rifiuto: «La frase che abbraccia anche il futuro è troppo
illimitata»: il Redaelli stampi pure i lavori già noti, « quelli
che potessi fare in seguito, se Dio mi lascia vita e testa, no».

S'avvicina la fine del volontario esilio; e scrivendone con gioia a
Pietro il 23 settembre 1850, lo previene così: «Vengo con
l'intenzione di buttarmi al lavoro e di starvi dentro finché Dio mi
lascia vita e testa. Anche qui è stata per me una gran consolazione
o almeno una gran distrazione»52.
Però non sempre riusciva a superarsi: «Non dire al Redaelli che per
molti giorni non c'è stato verso che potessi scrivere nemmeno un
verso» (20settembre1851). E allora gli editori non gli davano
tregua. «Sono veramente castigato di aver preso un impegno ed ella
mia lentezza in gran parte involontaria». Pietro, al solito, deve
farla da factotum: «dammi, secondo il solito,consiglio e opera» (8
novembre 1853). Si ripromette tuttavia di accontentare al più presto
i suoi editori impazienti...«così avrò realizzato in me il simbolo
del letterato, cioè una rozza che corre sotto la frusta
dell'editore». Firmandosi in calce «il tuo affezionatissimo babbo»,
aggiunge queste parole «...e servitore veramente devotissimo e
umilissimo degli stampatori e librai, per mia colpa Però)» (9
novembre1845). Appunto nelle molte liti in cui
Alessandro si trovò impicciato per le edizioni clandestine o le
contraffazioni delle sue opere, Pietro è spesso, con altri
valentuomini devoti al Manzoni il braccio destro del padre. Cosicché
più di una volta, come si è detto, deve trottare a Lesa per
discutere e concludere. Giustamente si merita dal padre uno speciale
cenno di compatimento e di ringraziamento di tutto quanto fa per lui
«colle mani e coi piedi» (4 novembre 1852). In
talune occasioni familiari, Pietro diviene indispensabile. Per
esempio quando si tratta di far lunghi viaggi o per assistere al
matrimonio di Rina d' Azeglio col marchese Ricci di Macerata
(settembre 1852), o per visitare Matilde e Vittoria in Toscana o per
accompagnare il padre alle sedute al Senato torinese. Allora Pietro
deve provvedere ad ogni bisogno: pensare ai passaporti, alle
valigie, ai regali, alle lettere di cambio, alla cambiale per la
pensione della sorella malata, agli abiti, a tutto quanto insomma
poteva essere necessario. A proposito delle nozze di Rina, il 6 di
settembre 1852 Alessandro scrive al figlio che partendo il sabato 11
da Lesa, avrebbe desinato a Mortara, e si sarebbe potuto poi
«decidere per la strada se convenga fermarsi la notte ad Alessandria
o a Novi, ovvero tirare avanti». Ma due giorni dopo avendo
«riflettuto» che sarebbe stato difficile ascoltare la Messa il
giorno di domenica, mettendosi in viaggio il sabato, decide di
partire nel di festivo per arrivare a Genova il lunedì. A Lesa
infatti si celebrava una Messa verso le cinque del mattino: «Sarà
più comodo il partire che l'arrivare in un tal giorno, perché si può
esser sicuri della Messa». Pietro non dimentichi di portar seco «un
vecchio e cencioso surtout pesante, se mai facesse freddo a Genova.
Una cravatta bianca la comprerò a Genova o me ne presterai una delle
tue se ne hai ». Desidera infatti di spender poco: «Sai se desidero
di fare la più rigorosa economia». A Genova poi sarebbero scesi
all'albergo delle Quattro Nazioni, del quale i Manzoni erano vecchi
clienti. E si diffonde anche con Pietro nel tessere l'elogio dello
sposo: «da Massimo stesso e da altri53
mi viene dipinto come dotato di eccellenti qualità d'ingegno e di
core...». Ma l'aiuto che il figlio prestavagli non
riguardava solo affari e faccende domestiche: era anche di natura
più elevata. Pietro coi soliti amici dà mano efficacemente al padre
nella revisione e nella ristampa delle sue opere, nelle correzioni
delle bozze, nel precisare le fonti e le citazioni e, come ho già
detto, nel districare la matassa delle liti per le contraffazioni e
la stampa abusiva. Anche per l'edizione principe dei Promessi Sposi
quella illustrata dal Gonin - Pietro aveva avuto il suo da fare.
Sorvegliare la stampa e la tiratura dei legni errati; abboccarsi con
G. e R. (cioè Gonin e Redaelli); «invigilare la buona esecuzione, e
per le vignette e per i caratteri»; osservare che certi passi siano
levati, che l'ortografia sia esatta. Le bozze di stampa dei suoi
lavori, quando Alessandro è a Lesa, sono per lo più corrette da
Pietro insieme con Achille Mauri o con altri. Se infatti la
«correzione si fa esattamente col visto tuo e di Mauri, il quale
avendo la pratica della mia ortografia attuale, potrà anche
aggiungerne qualcheduna che mi sia scappata, si può stampare senza
mandarmi di nuovo le prove». «Se tu e Mauri aveste qualche dubbio
serio, scrivimi per la Posta. Meno un tal caso desidero proprio che
la cosa vada spiccia» (7 settembre i1847). «Avrò caro che mi si
mandino le tavolette di mano in mano che saran fatte, per poter
presto proseguire il lavoro mio. Raccomando a buon conto la
sollecitudine e raccomando pure che la patina sia un pochettino più
carica, in modo che la superficie venga tutta bianca» (s. d.). Se
Gaetano Cattaneo fu, sino alla morte, il bibliotecario braidense del
Manzoni54, Pietro lo era per la
bibliotechina di Milano e di Brusuglio e lo divenne poi anche per
Brera. Ora Alessandro trascrive un passo di Cicerone perché Pietro
verifichi l'esattezza della citazione: ut illuc redeat onde
discessit orario55 e gli
suggerisce insieme come e dove, valendosi dell'Index totius
latinitatis, fare le opportune ricerche; ora, mentre lavora
intorno al Sistema che fonda la morale sull'utilità56,
avendo bisogno della precisa trascrizione di un passo del Bentham,
Traité de legislation civile et penale, e non fidandosi della
copia che ne aveva fatta don Giovanni Ghianda57,
prega il figlio di fargli il desiderato servizio: «Ecco Pietro a
Brera a verificar la cosa e a copiare se è il caso» (lettere del 13,
19 agosto 1852) e aggiunge quasi a segnalare meglio il brano, una
sentenza del filosofo inglese: «le parole juste, injuste, moral ,
immoral, bon, mauvais, non intese nel senso di utile o di
dannoso non corrispondono che a concetti confusi e incoerenti».

Ma a queste affermazioni, colla solita arguzia, fa seguire un breve
commento: «Sai che non è cosa nova nè assurda il desiderare che chi
le dice grosse le dica spiattellatamente». Una. volta chiede le
opere del Tasso, o la Méthode de la langue latine, o il
Traité de législation del Comte, o la Correspondence
d'économie politique che segue il Cours d'Economie politique
del Say; o i frammenti quae extant di Ennio, le Noctes
Atticae di A. Gellio, le Saturnalia di Macrobio. Altra
volta Pietro deve trascrivere e controllare squarci dei Tiraboschi o
del Castelvetro; vocaboli del Lessico del Forcellini; i titoli delle
tragedie «deperdite» di Livio Andronico, Nevio, Pacuvio; frasi del
discorso tenuto dal Vergniaud in casa Roland la vigilia del
regicidio, ecc58. Pietro riassume,
copia, invia e non è dal babbo risparmiato. «Pietro mio, stavo per
dire che ti chiedo scusa della noia che ti dò per la mia oziosità
letteraria; ma penso che ti farei dispiacere. Di ringraziartene me
lo permetterai» (7 gennaio1850). In particolare la
cultura di Pietro è, dirò così, adoperata dal padre, quando si
tratta di questioni linguistiche dialettali o provenzali o celtiche,
per cui il figlio di Alessandro Manzoni aveva speciale inclinazione.
Già si è detto che a questi studi severi il babbo stesso lo aveva
esortato, consigliandolo di rimettersi «alle ricerche intorno ai
vocaboli celtici» (13 settembre 1848). Perciò Alessandro ama
discutere con Pietro le affinità e le derivazioni di modi di dire
dialettali lombardi con altri dialetti stranieri e antichi. Vogliamo
qualche saggio di queste dispute? Secondo i due dotti disserenti la
frase lombarda «dà el föi di gatt» a qualcuno, che vale
mettere in fuga a furie di busse, sarebbe affine al celtico
phoedigatt, che significa press' a poco la stessa cosa: «gabà,
gabba» cioè gabbare nel senso di ingannare scherzevolmente,
sarebbe dal celtico gab, goab, burla, scherzo; «slepa»,
schiaffo, dall'inglese slap; «sbragalà», sbraitare, da
bragal, onde bragaldier, bragalon chiassone; «bastard»,
bastardo, da baiddard, ecc., ecc. Alla versione del proverbio
volgare « quel che no va in soela va in tomera », tradotto, credo,
una prima volta dal Cherubini «quel che non va in la giunta entra
nella derrata», Pietro sostituisce «quel che non va nel manico, va
nel canestro». A proposito di alcuni versi del
poeta provenzale Mouskes che deve riportare... et
me pris à la vraie histoire.
jouste la quelle je mesis...59
Alessandro domanda a Pietro se la versione che dà di quel je mesis «
misi in carta » è giusta o no (13 settembre 1848)60.
L'ausilio di Pietro sarà prezioso nella revisione del dizionario
milanese-toscano del Cherubini, che il Manzoni, con altri filologi
amici, tra questi il Cioni e il Borghi, aveva avviato da tanti anni61
e voleva condurre felicemente a termine. «Mi dovrai aiutare, quando
sarò a Milano». Egli propone intanto qualche quesito da risolvere.
Per esempio vorrebbe sapere da Pietro quale sia la differenza
precisa tra bicc e boca, due vocaboli della parlata milanese. Il
primo, secondo Alessandro, significherebbe «il tronco di un albero
tra il pedale e l'impalcatura, tanto se forma parte di un albero in
piedi e vivo, quanto se n'è separato e a terra»; il secondo
designerebbe soltanto «quei tronchi scorticati che vengono per il
Naviglio, dal Lago Maggiore, da dove portano anche il nome...». Così
intorno al vocabolo dialettale del pisello «Nella mia carta c'è un
foglio scritto da Cherubini, nel quale ci dev'essere un buon numero
di voci volgari di pisello»: orbene Pietro «confronti, se è a tempo,
la mia aggiunta (di altri vocaboli) con quello» e unisca i nomi
dimenticati e corregga l'ortografia degli altri se c'è bisogno62.
Tali piccoli dotti servizi Pietro non rendeva soltanto al babbo; la
sua cultura era nota e proficua anche agli amici. Il Giorgini gli
chiede notizie e giudizi su cose di lingua e di letteratura; così il
prof. Vicenzo de Wit, dotto rosminiano, che stava rifacendo il
Lessico latino dei Porcellini, che si valse della erudizione di
Pietro per qualche non facile etimologia onomastica lombarda.

Fu già visto quanto cordiali ringraziamenti e complimenti rivolgesse
il padre al figlio per l'aiuto che ne riceveva nelle sue «oziosità
letterarie»; merita però speciale menzione una confidenza
particolare che, in premio della sua diligenza pia e sollecita,
Alessandro fa a Pietro in una lettera del 17 ottobre 1847, che fissa
definitivamente la data dell'ultimo tentativo poetico del grande
genio lombardo: «... ti darò, ma a te solissimo, una notizia
domestico-letteraria, cioè che ho tentato di aggiungere un inno ai
cinque per arrivare alla mezza dozzina. Spero di portarne a Milano
più della metà, avendone già fatto più di un, terzo. Ora non potrei
più dare addietro perché il fatto mi stimola a finire: ma come sarà?
Non lo stamperà senza più di un visto. Intanto sta attento a quel
solissimo che è in senso stretto ed esclude anche il cenno più
generale...». E' l'inno in onore dei «Santi» o «Contemplativi» o
«Contemplatori» del quale conosciamo, attraverso la copia fattane da
donna Teresa, i frammenti, e che doveva sviluppare principalmente il
motivo: a che giovin gli avari
tesor di lusinghe virtù63.
Perché il magnifico inno non fu condotto a termine, nonostante il
sincero proposito del poeta? La ragione fu da Alessandro stesso
confessata a Luisa Colet in una lettera scritta alla poetessa
francese nel 1860: si era accorto «que ce n'était plus la poésie qui
venait me cercher, mais moi qui m'essouflais à courir après elle»64.
Dato ciò, e conforme a quanto il Manzoni diceva di essere solito
fare, di attendere cioè l'ispirazione a bocca aperta, l'inno rimase
interrotto per sempre. Una delle più forti ragioni
che trattenevano il Manzoni nella villa di Lesa, era la vicinanza
del Rosmini, che soggiornava a Stresa, poche miglia lontano. Le
lettere inedite del Manzoni nulla possono aggiungere a quanto già è
noto dopo la pubblicazione dello Stresiane e lo studio del Bonola e
di altri, circa la cordialità dei rapporti tra il filosofo e il
poeta : però lo confermano con nuovi preziosi argomenti. Non ha
«fretta di abbandonare quel bel paese e Rosmini», scriveva65
ai suoi cari lontani. «Ti ho detto che Rosmini è qui, così a Pietro
nell'ottobre 1849, ... ebbi iersera la gran consolazione
d'abbracciarlo nel suo passaggio... e quella di sentire da lui
ottime notizie di Vittoria, di Matilde, di Bista e della nipotina,
coi quali passò una giornata a Massarosa»66.
Per procurare spesso a sè il piacere della conversazione col Manzoni
e al Manzoni quello della sua compagnia e dei suoi discorsi, il
Rosmini mandava la sua carrozza a Lesa per prendere l'amico. «Ho
sempre la consolazione di vedere Rosmini quasi ogni giorno. Tutto è
vanità, meno la carrozza, diceva S. Filippo Neri67.
Che fortuna per me che Rosmini l'abbia! Vedo in lui un grand'esempio
del come si possono serbare intattissimi i sentimenti e le massime
intorno all'ossequio, anche essendo toccati personalmente e sul
vivo...» (2 aprile 1850). Nel settembre dello stesso anno desidera
che Pietro gli mandi la seconda e ultima parte, già stampata, del
dialogo sull'Invenzione per mostrarla all'amico, il quale aveva solo
letto il manoscritto del lavoro. Al filosofo il Manzoni non aveva
«naturalmente comunicato in manoscritto la parte che tratta di lui.
Ora che è un fait accompli, se vuol gridare, gridi»68
(12 settembre 1850). Quando Rosmini non ebbe più
nemmeno la vanità della carrozza, fu il Manzoni che se ne procurò il
piacere; «... ho ogni tanto la consolazione di veder Rosmini, non
così spesso però come altra volta perché non ha più i cavalli. Mi
tornerebbe molto ma molto comodo di aver qui un par di cavalli della
Moietta non ho mai desiderato di poter dire a mia volontà : dite che
attacchino, come ora» (20 settembre 1851). E Pietro compiacente
manda subito la desiderata pariglia. Infatti il 26 del seguente
ottobre, Alessandro, ringraziandolo della sua attenzione, affermava
che i cavalli della Moietta permettendogli la frequente trottata a
Stresa aiutavano a renderlo sempre migliore «per il corpo e per lo
spirito».

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| Il filosofo,
Antonio Rosmini. |
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Senza di essi si sarebbe trovato nella dura
alternativa o «di veder di rado il carissimo grand'uomo,
avendolo così vicino, o di dover spendere spesso una diecina di
lire» cioè, allora, una somma non indifferente per il suo
bilancio. Talvolta chiede a Pietro dei libri da prestare al
Rosmini «contento di poter rendere un piccolo servizio a chi gli
fa tanti favori» (2 novembre 1852). Nell'agosto del 1853
Alessandro va «quasi ogni giorno a Stresa. Sai quale delizioso
episodio sia questo per me». L' Hayez che faceva al Rosmini in
quell'anno il ritratto, «il quale dicono che riuscirà
bellissimo, cosa del resto a aspettarsi»69,
era ospite degli Stampa a Lesa. Quando arrivarono a Milano le
prime notizie «dolorose e inquietanti» sullo stato grave del
Rosmini, Alessandro non si dà pace; è impaziente di partire per
Stresa: «vorrei partire per là al più presto, cioè doman
l'altro»; invita Pietro a mandargli «il legno che può attaccarsi
con due cavalli» e a venire a Milano ad abbracciarlo prima della
partenza. Nel viaggio però lo accompagnerà Stefano. E conclude
«preghiamo perché Dio ci voglia conservare l'uomo
impareggiabile». Il Rosmini moriva poche settimane dopo il 1° di
luglio 1855 , nelle braccia dell'amico.
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I discorsi tenuti da quei due supremi
intelletti, come li chiamò Contardo Ferrini, che non esitò anzi
a proclamarli «i più grandi dell'evo moderno»70
dovevano riferirsi meno a questioni politiche che a problemi
religiosi. Poiché anche nelle sue lettere familiari e intime il
Manzoni raramente accenna ai fatti politici del suo tempo,
contento di servire la causa dell'indipendenza il più e il
meglio che poteva, colla mirabile sua penna. Pur tuttavia
qualche accenno assai significativo non manca, sufficiente a
capire qual fosse il pensiero dello scrittore. Come, per usare
una efficacissima similitudine manzoniana dei Promessi Sposi,
«in una botte vecchia un vino molto giovane... gorgoglia e
ribolle... e trapela tra doga e doga e gocciola di qua e di là,
tanto che uno può assaggiarlo e dire a un dipresso che vino è»
(cap. XI). Se interpreto bene una frase di una lettera del
25 dicembre 1849, il Manzoni esprime il convincimento che i suoi
contadini siano contenti ch'egli si trovi «foera di oecc
» cioè, io credo, lontano dall'occhiuta polizia politica
austriaca. Sappiamo quanto desiderasse precise notizie di quel
che accadeva a Milano e in Lombardia all'indomani dei tristi
fatti del '49. All'apertura delle ostilità della guerra del '59,
il Manzoni quasi settantaquattrenne venne condotto nella villa
di Torricella in Brianza, ospite di amici. Di là l'8 di giugno
scrive a Pietro: «Speravo di vederti... quando s'era creduto,
troppo presto, che le strade fossero affatto sgombre. |
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L'accademico e giurista, Contardo Ferrini. |
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La tua carissima lettera poi mi diede un'altra
ragione, e questa molto bella, del tuo fermarti a Milano, cioè
l'aver tu avuto la tua parte nell'aiuto prestato ai nostri
benefattori feriti» cioè ai franco-piemontesi, dopo la battaglia di
Magenta. «Aspetto... senza ansietà ma con quella premura che ti puoi
immaginare, notizie della guerra». Fatto senatore del nuovo regno
nel febbraio dell'anno appresso, si reca a Torino per prestare il
giuramento di rito e dare il suo voto alle leggi patriottiche
presentate in quell'occasione all'approvazione dell'alto consesso.
Dalla capitale scrive a Pietro: «Non ho potuto giurare che stamane
perché ier l'altro c'era seduta pubblica e ieri era festa. Oggi ci
sono stati molti discorsi di maniera che si può sperare che la
votazione si farà domani. Aspetterò dunque, per poter mettere
anch'io la mia palla nel bossolo, giacché non parrebbe cosa
conveniente il partir prima. Sperò di poter partire lunedì, ma non
ne sono sicuro. Se metti nella soprascritta Senatore del Regno,
risparmierai l'affrancatura». Manzoni era ospite a Torino degli
Arconati, nel palazzo Rorà in via Arci-vescovado71.

Più alti e profondi i discorsi e le discussioni intorno a cose
filosofiche e religiose. Se mirabile era nel Manzoni la fantasia,
straordinariamente acuto era il ragionamento. Nelle lettere inedite
da me vedute nessuna questione filosofica è accennata, così come non
si tocca nessun argomento religioso speciale. Ma la pietà del
Manzoni, la sincerità e fortezza della fede, la rettitudine
scrupolosa, la rassegnazione alla volontà di Dio nell'avversa
fortuna, la sua bontà umana raggiano vivide qua e là anche in questi
scritti. Il sentimento che anima i principali personaggi del suo
romanzo o della tragedia e che fa delle sue opere d'arte una
splendida apologia religiosa è sincero e consaputo anche nelle
relazioni familiari. Non sapendo talora come
ringraziare Pietro di tutto quello che fa per lui con sì premurosa
sollecitudine, gli scrive: «Non ho altro conforto che di dirti che
se queste cose, con tutte l'altre, le fai non solo per me ma
soprattutto per Dio, come credo, torneranno in tante benedizioni
sopra di te e sopra la tua famiglia» (27 settembre 1851).
Questo pensiero di Dio predomina nei momenti più affettuosi e nei
più cordiali commiati. «Io invoco dal più vivo del core sopra di te
e della famigliola le benedizioni di Dio» (28 gennaio 1850). «Dio
confermi la benedizione che ti dà di core» (s. d.). Informa Pietro
che egli è per pochi giorni a Cassolnovo: e la lettera, che consta
di due righe soltanto, si chiude così: «Cette lettre, n'étant à
aucune autre fin, je prie Dieu (ma davvero non come si fa per lo più
nelle lettere che finiscono così) qu'il vous ait en sa sainte garde»
(24 settembre 1853). Il 49 fu un anno disgraziato per la Patria, per
la sua famiglia, per le sue finanze private? Ebbene «preghiamo il
Cielo che ci dia un anno veramente novo; però fiat voluntas
di Chi ne sa più di noi» (25 dicembre 1849). Di solito affida alla
Provvidenza le sorti dell'annate e il buon esito delle culture e la
ringrazia dei buoni successi. L' incrollabile fede della sua Lucia
rende anche a lui tollerabili anzi preziose le stesse sciagure
domestiche. Sappiamo dalle lettere del d'Azeglio, dell'Arconati e di
altri testimoni oculari quanta forza attingesse il Manzoni da questo
suo sentimento pur nelle circostanze più dolorose della sua vita.
Ecco qui una prova che anche nella vecchiaia egli pone l'unico
conforto delle sue sofferenze nel pensiero di Dio e dell'al di là:
«Prego il Signore che mi dia la disposizione di ricevere tutto ciò
che mi può venire da quella parte72
e da qualunque altra come un suo dono, cioè come un mezzo di
prepararmi a comparire davanti a Lui con qualche patimento sofferto
bene. Perché alle ragioni naturali e care che ho di desiderare la
tua venuta73 se ne debbono
aggiungere di così crudeli? Perché Dio vuole così. Risposta più
bella e più lieta di qualunque altra (non c'è), se il core sa
trovarla più che soddisfacente come la ragione è costretta a
trovarla». È la serena fiducia che animerà il suo Rosmini sul letto
di morte: «Sono nelle mani di Dio, dunque sto bene. È un tristo
mondaccio, mi dici; di' piuttosto tristissimo. Pensiamo che l'unico
mezzo per renderlo passabile e più, è di proporsi a essere felici
davvero e per sempre» (12 ottobre 1853). E rallegrandosi col figlio
Pietro che il suo bimbo Renzo sia nato il 26 agosto, giorno di S.
Alessandro, cioè del suo santo titolare, soggiunge: «Piaccia al
Cielo che l'imiti meglio del nonno?» (27 agosto 1852). Ha invece
buone nuove della campagna che promette bene? «...ringraziamo il
Signore e preghiamolo per il compimento» (s. d.).
Queste espressioni confidenziali il babbo non avrebbe certo scritte
a Pietro se il pensiero e il cuore del figlio non fossero stati
conformi ai suoi. Dalle frasi paterne vengono così anche più
lumeggiati il carattere e la pietà di Pietro Manzoni.
Pur vivissimo appare dalle lettere inedite il senso scrupoloso di
giustizia che presiede ad ogni atto di Alessandro, alla cui
dignitosa coscienza e netta, anche un picciol fallo era
amaro morso! Scongiura Pietro di assicurarlo il più presto
possibile intorno alla sorte di un volume del Chateaubriand per
sapere se si trovi o no presso di lui, afflnché «possa dirlo di
averlo dato a Giulini, il quale in pienissima buona fede ha
protestato il contrario». Essendosi lo Stella inquietato col
Redaelli per la lentezza a consegnare materia per la stampa,
Alessandro confessa onestamente a Pietro... di essere lui, non
Readelli in colpa...: «... questa circostanza, parola detta e sasso
tirato non fu più suo, non dev'essere dissimulata quand'anche fosse
possibile il farlo». Riferendosi ad un prossimo accomodamento coi
suoi contraffattori accomodamento che pareva dovesse essere al
Manzoni non infruttuoso, ricorda a Pietro... «... è giusto che
Redaelli sia a parte dell'indennizzo, se c'è e se anche non ha
stretto diritto» (26 giugno 1850).

Quando l'occasione gli si presenta, Alessandro mostra coi fatti il
suo buon cuore. Il parroco di Brusuglio, don Domenico Merlini, mi
assicurava che i vecchi coloni di Alessandro gli avevano attestato
che i padroni, nella revisione biennale dei patti agrari,
condonavano ad essi i debiti se risultavano in obbligo verso di
loro. Chi conobbe quali fossero le abitudini dei proprietari, e
peggio dei cosiddetti fittabili per l'assenteismo rurale dei primi,
in tali circostanze, giudica sommamente umano e benefico il modo di
procedere dei Manzoni.
Il tempo si mantiene al bello? Ne ringrazia la Provvidenza pensando
principalmente ai contadini, che possono senza disagio, anzi con
grande vantaggio, attendere tempestivamente ai loro lavori.
In considerazione di qualche guaio sopravvenuto alla sua portinaia
di Milano, Alessandro consiglia Pietro di diminuirle la pigione.
Accennando ad altre disgrazie, si esprime così: «... è uno dei casi
di dividere il pane col prossimo: e la continuazione di una carità
così doverosa spero che chiamerà la benedizione del cielo sui nostri
progetti» (8 marzo 1850).
É una bontà squisita ma non mai disgiunta dall'umorismo manzoniano.
Appunto per finire riporterò un periodo di una lettera inedita
indirizzata, senza data dell'anno, da Lesa, a Pietro il 21
settembre: «Portami, se hai a Milano, il volume del Tasso che
contiene il discorso sul Poema Epico74
perché lavoro qui accanitamente al mio, sul romanzo storico, ma con
la certezza di rimanere anche questa volta, un pauvre jeune homme
incompris. Portami pure le forme delle mie scarpe (che salto! se
è un salto?) e l'orologio, ecc., ecc.». La scarsa simpatia che il
Manzoni aveva per l'infelice Torquato gli detta anche nella
corrispondenza intima, frasi un po' troppo aspre, anzi un poco
ingiuste, per quanto temperate dal basso concetto che egli aveva
anche di se stesso.
Dopo la morte di donna Teresa, Alessandro, come è noto, si riunì
stabilmente alla famigliola di Pietro. L'ultimo decennio della
veneranda senilità del poeta fu dunque allietato dalla compagnia del
figlio prediletto e dall'amabilità graziosa e affettuosa dei nipoti.
Cessa perciò ogni corrispondenza con Pietro, mentre s'intensifica la
domestica consuetudine. E donna Vittoria diceva certo il vero quando
mi raccontava che nell'ultimo mese di vita, ignaro della morte del
figlio Pietro, il suo grand-papà, ogni giorno, ogni ora, con
passo malfermo e voce singhiozzante lo cercava di camera in camera e
lo chiamava insistentemente Pierre! Pierre! non sapendo come
spiegare e giustificare la sua assenza e il furtivo ma frequente
lagrimare della nuora e dei nipoti... Desolato insomma, sconcertato
«come il povero cieco che avesse perduto il suo bastone».
L'esser stato fino alla morte, degno figlio di tanto padre e l'avere
posseduto molta dell' «umana probitade» paterna, è la ragione
principalissima per cui ogni buon manzoniano ama di vedere riflessa
sulla figura di Pietro qualche raggio della luce del genio di
Alessandro Manzoni.
NOTE
1) V. Il «Réglement»
spirituale di Enrichetta Blondel-Manzoni. Milano, 1925, P. 7
2) V. Due lettere
inedite di Tommaso Grossi a Pietro, figlio di Alessandro Manzoni, in
Archivio Storico Lombardo. A. LIII, fasc. IV.
3)V. il testo del
documento pubblicato da A. Guidi: Enrichetta Manzoni-Blondel.
Legnano, 1926-27, p. 107.
4) Civiltà
Cattolica, numero del 15 marzo 1924, p.
438.
5) Cfr.
Scherillo-Gallavresi: Manzoni Intimo, Milano, 1923. II, p. 6.
6) Cfr. M. I. cit.,
II, LIII
7) V. Due lettere,
ecc., 1. cit.
8) V. in M. I., I.
9) Non citiamo il
luogo preciso delle frasi. Il lettore può confrontarle col testo del
Carteggio seguendo gli indici alfabetici dei due volumi.

10) Due lettere
inedite, cit.
11) V. M. I., I, p.
12.
12) V. Carteggio,
II, n. 652, 653.
13) V. anche Due
lettere inedite, cit., p. 6.
14) V. Carteggio,
II, n. 602.
15) V. Due
lettere inedite, etc.
16) Il Natale del
1833, frammento; v. Tutte le opere di
A. Manzoni per merito di G. Lesca. Firenze, 1923, p. 830.
17) V. Guidi,
o. c., Appendice V, p. 108.
18) V. M. I., I, p.
27, 40.
19) Così mi pare di
poter comprendere le parole della Matilde Manzoni al fratello
Pietro, nella lettera del 6 giugno 1845, da Pisa, dove la dolce e
mite sorella, gli ricorda in termini tanto affettuosi: «Mio caro
Pietro, tu mi hai detto in un momento tremendo che la nostra povera
madre ci aveva raccomandati tutti a te. ecc.» D. M. I., I, 4o.
20) La
prefazione del Gallavresi al vol. III di M. I.
21) V. M. I., I, p.
70.
22) V. Sforza,
Epistolario di A. M., II, 223, 225, 226.
23) V. M. I., I, p.
33 e ss.
24) V. M. I., I, p.
72.
25) M. I., I, 71.
26) M. I., I. P.
39-40 cit.
27) M. L. I, p.
57-58.
28) M. L, I, p. 59 e
ss.
29) P. e. nel 1858,
Alessandro, appena guarito di una lunga malattia, fa un lungo
soggiorno a Brusuglio, mentre Teresa rimane a Milano. V. M. I., III,
p. 145 e ss. Nel 1854 essendo scoppiato il colera ad Arona, donna
Teresa ritardò la sua andata a Lesa, ma rimase a Milano.
30) Sforza.
Epist. II, n. 224.
31) Sforza,
Epist.. II. n. 232.
32) M. I., I,
43.
33) M. I., I, p.57
34) M. I., I. p.
16o.
35) M. I., II. p.
232.
36) M. I., I, p. 205
37) Il «Réglement»
spirituale di Enrichetta Blondel-Manzoni e le due lettere del
Grossi, citate.
38) A questo
proposito si ricordi l'episodio narrato da C. Cantù e
riferito dal Guidi, o. c., p, 65,
39) M. I., II. 76.
40) M. L, II, XIX.
41) Il Manzoni parla
spesso con compassione della sua memoria che invece doveva essere
forte e precisa. Specialmente la collocazione di libri nelle sue
bibliotechine è ben fissa e chiara nella mente.., «L'esemplare è
nello scaffale a sinistra del cammino (sic) (cioè di chi ci è seduto
davanti), sull'estremità che tocca l'armadio»...: «... è nello
scaffale tra il cammino (sic) e l'armadio. Ha sulla scatola i tre
titoli in tre cartelline divise..».
42) Cascinale presso
Milano, di proprietà Manzoni, il cui fittabile aveva l'obbligo ogni
anno di servire molte giornate con due cavalli il proprietario:
ultimi avanzi delle corvate e degli appendizzi dei patti colonici,
ora pressoché aboliti. Con questo nome però si designa quando la
cascina, quando l'affittuario.
43) V. M. I., III,
n. LXIII.
44) Di Casino
Boario?
45) Il rag. Antonio
Sogni, che teneva la contabilità di casa Manzoni ed era pigionale di
Alessandro nella casa di via Morone.
46) V. M. I., I. p. 110; ibid. 94.
47) V. il lavoro: A. M. e la
Chiesa di Brusuglio, in questo stesso volume.
48) V. M. I., I-II,
passim.
49) Cfr. su questa
vendita anche M. I., II, 74, V. Ie disposizioni testamentarie di
Enrichetta nel volumetto cit. del Guidi, p. 102 e ss.
50) Sul Manzoni
agronomo v. oltre a molte sue lettere, Sforza, Epist. II, n.
346 e le note.

51) V. M. I.,II., p.
254.
52) È una frase che
Alessandro Manzoni ripete altra volta. V. M. I., II, XCI.
53) Tra questi il
conte Sclopis di Torino. Il matrimonio combinato da L. C. Farini, si
celebrò il 15 settembre.
54) A proposito di
G. Cattaneo (1771-1841) impiegato alla Zecca, fondatore e prima
conservatore del Museo numismatica di Milano e incaricato anche di
altri lavori all'Accademia e alle altre raccolte scientifiche di
Brera, Alessandro scrive in una lettera del 21 settembre 1841
probabilmente dolendosi della sua morte: «Il sentimento pubblico per
la disgrazia del povero Cattaneo me l'aspettavo: ma mi ha fatto gran
consolazione l'esserne certo positivamente». Della stesso Cattaneo
trovo nell'Archivio di questo mio alma Collegio Borromeo di Pavia
(Cartella Statuti, ecc.) una lettera del 29 gennaio 1841 diretta al
conte Vitaliano Borromeo, consigliere intimo, ciambellano di S. M.
I. R. A., ecc., ecc., patrono del collegio stesso che si trovava per
ragioni di salute a Napoli (al cui balsamico Liete il Cattaneo
augura l'onore di avere stabilmente rinfrancata la salute del Conte),
nella quale dopo aver raccomandato un suo nipote omonimo perché
venisse dal patrono nominato fra gli alunni del collegio medesimo,
scrive: «Qui le teste sono anche di troppo occupate dalle
proposizioni che si stanno agitando presso questo nuovo Istituto,
pel complemento delle 40 piazze che lo devono costituire. Questo
prova che il nastro pubblico non ha nulla d'importante onde occupare
la sua attenzione! Io mi sono trovato nel novero di quelli della
prima nomina di S. M.; ma con mio dispiacere fra quei membri ai
quali non è toccata la misera pensione di Fior. 400. Ciò vuoi dire
ch'io sono condannato a dover sempre faticare senza aver mai altro
compenso, dopo 38 anni di servigi allo Stato, che il solo
modicissimo onorario assegnatomi da oltre 30 anni. Così mi tocca da
quasi 39 anni a lavorare (gratis) per l'accademia; così per altri 20
anni (gratis) pel Museo dei Fossili, ecc. Le dico in verità che se
avessi potuto dispensarmi, come lo poté fare il mio amico Manzoni
(con vero cordoglio di tutto il corpo, il quale perde così il più
bel nome. di cui poteva andar glorioso in faccia all'Europa) io non
avrei esitato a farlo. Ma nella mia posizione mi convenne piegare il
capo e rimanere nel numero degli altri miei colleghi. Ora si stanno
mettendo insieme, dal corpo già sedente all'Istituto, altri nomi da
proporsi a S. M. per riempire gli scanni non per anco occupati...».
Si tratta, evidentemente del desiderio del governo austriaco che il
Manzoni fosse incluso nei soci dell'Istituto Lombardo di Scienze e
Lettere. In proposito il Manzoni si è deciso più tardi... V. Sforza,
Epistolario di A. M.. vol. II, n. 227.
55) Il passo è nel
Dialogo dell'Invenzione. V. Tutte le opere di A. M. a cura di
G. Lesca, edizione Barbera, Firenze, 1923, p. 905.
56) E' l'Appendice
al cap. III delle Osservazioni sulla Morale Cattolica; le
citazioni del Bentham qui accennate sono a pagg. 202, 212
dell'edizione Barbera cit.
57) Il noto
precettore dei figli di Pietro, morto poi prefetto di S. Celso,
sacerdote di varia dottrina letteraria e religiosa. Lasciò, tra
l'altro, un volume di pregevoli discorsi.
58) L'episodio serve
al Manzoni nel Dialogo dell'Invenzione: v. Tutte le opere,
citate, p.902.
59) Sono nel
trattatello del «Romanzo Storico, ecc.» ; v. Tutte le opere, ecc..
Cit., pag. 849.
60) Se questa data è
precisa, bisogna dire the Pietro si sia scordato della domanda del
babbo, perché nel settembre 1850 questi, scrivendo a Stefano Stampa
soggiunge: «Vedendo Pietro digli, se fosse a tempo, di mettere la
traduzione sicura al provenzale je mesis, di cui gli avevo
scritto. Se però non se ne potesse far niente non sarebbe poco
male... ». V. M. I., III, 178.
61) V. Carteggio,
II, pag. 404. e ibid., n. 2; pag. 497 e ss.
62) Di questi
sinonimi volgari il M. parla anche nella Lettera a G. Carena:
v. Tutte le opere, ecc.. id., p. 219.
63) V. Tutte le
opere, ecc., p. 830; e ibid. n. I.
64) V. Sforza,
Epist. A. M., II, n. 370.
65) V. M. I., II,
XXXIX.
66) V. M. I.. I. p.
105 e passim. le lettere che parlano del soggiorno del Rosmini a
Massarosa e delle prove di mirabile perspicacia date dalla Luisina
Singolare quella del «diario».
67) V. anche M. I.,
II, XXXVI, p. 59, ecc.
68) Da qualche frase
di questa lettera si può rilevare l'umiltà del Rosmini e la
delicatezza del Manzoni a suo riguardo.
69) V. anche M. I.,
II, 119.
70) V. C. Ferrini,
Pensieri, ecc. Milano, 1927, p. 36.
71) Una lettera
press'a poco uguale è quella diretta allo Stampa il 7 giugno 1860.
V. M. I., III, p. 188, XIII.
72) Probabilmente si
riferisce ad amarezze familiari.
73) Il Manzoni era,
in questo tempo, tuttora a Lesa. La lettera è del 14 settembre 1850
74) È il discorso
primo dell'Arte poetica e in particolare sopra il poema eroico,
ricordato spesso dal Manzoni. V. Tutte le opere, ecc., p. 855
e ss.

Alessandro
Manzoni e la chiesa di Brusuglio
Il Manzoni, rispondendo ai 22 di settembre del 1830, al rev.
Reidhaar, parroco di Losanna, che col beneplacito e gli
incoraggiamenti dell'I.R. Governo austriaco si trovava allora a
Milano per raccogliere offerte destinate all'erezione di una chiesa
cattolica nella sua città, rifiutava di concorrere all'impresa che
non doveva riuscirgli molto simpatica, raccomandata, com'era, dall'abborrito
governo perché già impegnato nel miglior modo a un'opera consimile a
Brusuglio, cioè «all'intera riedificazione della chiesa del
villaggio laddove» aveva egli «l'onore di scrivere»1
Nell'accorata lettera dell'8 di gennaio 1851, inviata da Milano alla
figlia Matilde, ospite in Pisa della sorella maggiore Vittoria
Giorgini, dolendosi di non essere stato questa volta puntuale nello
spedirle la somma convenuta per la sua pensione, a propria scusa,
oltre ai disagi finanziari di quell'anno, accennava allo stesso
impegno assunto per l'erezione della nuova Chiesa: «Colla fine
dell'anno in cui siamo entrati, cesserà la sopratassa per la
fabbrica della Chiesa parrocchiale di Brusuglio, che per nove anni
mi è costata dalle tre fino alle cinque mila lire. E la più forte è
stata nell'anno ora scaduto, che sai quale anno fu »2.
|
L'accenno allo stesso argomento in due
lettere scritte a tanta distanza di tempo, ha punto la mia
curiosità di sapere come mai per la fabbrica della Chiesa di
Brusuglio, che non doveva essere, alla fine, il Duomo di Milano,
ci sian voluti tanti anni e tante sollecitazioni. Ho frugato
nell'Archivio parrocchiale del villaggio ed in quello
dell'Arcivescovado milanese. Nulla di interessante mi fu dato di
trovare in quest'ultimo; invece nelle poche e modeste buste del
primo, messe a mia disposizione dal parroco Don Domenico Merlini
colto e gentile al quale sono grato di questa e di molte altre
cortesie rinvenni qualche centinaio di note, memorie e minute di
lettere che permettono di ricostruire le vicende della Chiesa
che al Manzoni fu tanto cara. La storia di essa non sarebbe
degna certo di speciale considerazione, nonostante le sue
curiose vicende durate per circa trent'anni, se i nomi di
Alessandro Manzoni, di sua madre donna Giulia Beccaria e del
figlio Pietro non vi fossero spesse volte intrecciati. Quando si
tratta del nostro Grande, niente deve andar perduto.
A meglio conoscerne la vita e la figura anche nei particolari.
|

|
«a arbusta iuvant... humilesque myricae».
L'antica parrocchiale di Brusuglio sorgeva su un
piccolo tratto della superficie ora occupata dalla piazza
prospiciente la nuova, verso ponente. Lunga m. 14,10, compresi
l'altare e un coretto rettilineo dietro il ciborio di complessivi m.
5,40, larga m. 6,85, alta m. 5,20, appoggiavasi a mezzogiorno alle
case coloniche della prebenda e riceveva luce da due finestrelle
rettangolari, l'una aperta nel muro di tramontana, l'altra praticata
nella parete di ponente. Da questa parte si trovava anche l'unica
porta d'ingresso, che metteva in una piazzetta, sulla quale, a
soffocare il piccolo luogo sacro, incombeva la grossa mole di
un'antica casa Trotti. Niente più vasta dunque di uno stanzone, con
le pareti squallide, il soffitto di legno ormai corroso, il
pavimento rotto qua e là da buche, essa usurpava piuttosto il nome
di Chiesa. Dal 1800 era in condizioni pietosissime. Perciò la
necessità di costruirne una nuova si era affacciata da un pezzo al
parroco e ai terrieri di Brusuglio, anche prima che donna Giulia e
il Manzoni eleggessero di soggiornare nel tranquillo villaggio.
Ma... e i denari? Il principale proprietario del luogo, o primo
deputato all'estimo, che doveva naturalmente sostenere la spesa
maggiore della fabbrica, era il conte Imbonati che... di chiese
vecchie o nuove non aveva certo voglia di impacciarsi. Neppure la
madre del Manzoni, entrata in possesso nel marzo 1805 dei beni del
conte (già a lei legati con testamento del 25 ottobre 1795) vivendo
a Parigi, se non nello sfarzo e nel lusso, in ogni agiatezza e
comodità, non pensava certo, nei primi anni della sua sconsolata
solitudine, di occuparsene. Si sarebbe anzi volentieri disfatta con
una buona vendita di tutta la proprietà di Brusuglio, per la quale
non nutrì mai predilezione alcuna. Ma dopo che in essa e in
Alessandro fu compiuta quella mutatio dexterae Eccelsi che
sappiamo, il proposito di innalzare un nuovo tempio cominciò ad
avvicinarsi alla sua attuazione, almeno nella speranza dei buoni
rustici.

Nel 1817 il popolo di Brusuglio «col consenso dei
suoi compadroni » decideva infatti di por mano alla pia intrapresa.
Non potendo servirsi (durante la fabbrica) della chiesa antica, che
dovevasi ampliare o abbattere per dal luogo al nuovo edificio, il
parroco chiese ed ottenne dalla «graziosità del signor Alessandro
Manzoni un luogo altre volte oratorio per celebrarvi interinalmente
le sacre funzioni». Questo luogo era una cappellina campestre
situata a levante del villaggio, dedicata a S. Stefano, che, dalla
nobile famiglia Bassi di Milano, era passata, attraverso il
patrimonio Imbonati, in proprietà di donna Giulia Beccaria. Ma
poiché da un pezzo era stata lasciata in abbandono, ora è un
magazzino di cianfrusaglie, abbisognava di alcune riparazioni, alle
quali il Manzoni stesso si obbligava di provvedere, e di essere
ribenedetta secondo la liturgia. Al sacro rito, dal vicario generale
mons. Sozzi, con rescritto del 19 settembre 1817, veniva delegato il
prevosto di Bruzzano. Pure nonostante l'unanimità della decisione e
a malgrado dello slancio con cui il popolo animato dai suoi
compadroni aveva incominciato «ad ammassare sulla pubblica piazza
quantità di materiali disposti per incominciare la concertata
impresa» non si fece nulla né allora né poi, e per un pezzo. Perché?
«La prudenza » nota il parroco D. Luigi Rollandi in un promemoria
dal quale tolgo queste ed altre notizie3
«non permette di riferire le varie storiche versioni». Perciò
sarebbe indiscrezione la nostra di volerne sapere di più. Ma... e il
materiale ammassato sulla piazzetta? «Dopo di essere per qualche
tempo esposto alle intemperie, fu tolto dalla piazza, né si seppe
poi dove fosse andato a finire». Non certo disperso sui muriccioli,
come i libri di Don Ferrante. Tuttavia senza venir
meno alla prudenza raccomandata da D. Rollandi, possiamo ritenere
che l'impresa sia andata a monte per la mancata concordia dei
principali proprietari da una parte e per la differenza tra le loro
vedute e quelle del parroco D. Agostino Brambilla dall'altra.
Neppure tutte le difficoltà della nuova fabbrica e specialmente le
finanziarie erano state valutate con giudizio o potevano superarsi
con facilità. Quel 1817 era il terzo anno della raccolta scarsa; la
siccità aveva danneggiato la campagna e, colla carestia, aveva
infierito il tifo petecchiale4. La
miseria delle popolazioni rurali e lo scarso reddito dei terreni non
spronavano né ricchi né poveri a far gravi sacrifici, neppure per
costruire chiese. Donna Giulia poi era sempre del parere di vendere
quelle case e quei campi5. Perciò
fino dalla morte del Brambilla, avvenuta nel 1830, non si parlò più
della devota impresa. A buon conto Alessandro aveva fatto preparare
nell'interno della sua villa la graziosa e degna cappellina, che
ancor oggi si ammira e che il Tosi, da tre mesi circa divenuto
vescovo di Pavia, benediceva il 19 agosto 18326.
Ma appena il successore del Brambilla, che fu il sopranominato D.
Rollandi, ebbe preso possesso del suo ufficio, 18 marzo 1830, le
pratiche per la nuova chiesa si ripresero. «Fin dal mio primo
installamento mi si protestava dai compadroni e dai deputati che non
si attendeva altro che la venuta di un nuovo curato per mettere in
esecuzione il progetto di una nuova Chiesa stato fino allora in
sospeso». E le intenzioni comuni dovevano essere
davvero buone e serie, se il Manzoni, il 22 settembre dello stesso
anno, scriveva al parroco di Losanna la lettera che abbiamo
riferita. In quali condizioni poi la Chiesa, già malconcia nel 1817,
si trovasse nel 1830, ce lo dice lo stesso Rollandi: «trovai una
chiesa che non era facile trovarne un'altra che potesse reggere al
di lei confronto».
Il nuovo parroco, che non mancava di accortezza e
di energia, batté, come si dice, il ferro intanto ch'era caldo,
tentando in ispecial modo di assicurare all'iniziativa il concorso
finanziario dei compadroni parrocchiani, perché ben poco avrebbero
potuto dare i coloni, i quali, col vecchio sistema del patto agrario
in natura, scomparso appena da pochi lustri
dall'alto Milanese, erano cronicamente indebitati coi proprietari.
Al più si sarebbe ottenuto da loro qualche prestazione d'opre.
L'estimo del piccolo comune era di circa 16.600 scudi, una metà dei
quali apparteneva alla Beccaria Manzoni; il resto, in gran parte,
andava distribuito tra la casa Luigi Radice e la prebenda
parrocchiale. Gli altri quattro estimati contavano per ben poca
cosa: erano piccoli proprietari e di «tenuissima possidenza», che
tenevano case in affitto dai due maggiori possidenti e che, per
sbarcare il lunario, oltre a lavorare il campicello proprio, avevan
dovuto prendere in colonia delle terre o dalla Manzoni o dal Radice,
ai quali pertanto erano «soggetti per ossequio o per interesse».
Quindi dei tre deputati ai quali era affidata l'amministrazione del
piccolo comune, uno era eletto dalla Beccaria-Manzoni, il secondo
dalla casa Radice, il terzo dagli altri minori estimati. Ma
quest'ultimo non poteva che rimaner neutro di fronte ai più grossi
litiganti, Il proverbio : «Chi comanda paga », é vero; ma è
verissima anche la sua reciproca: «Chi paga ha diritto di
comandare». Perciò, toccando ai due principali deputati il maggior
onere della spesa, non potevano negarsi ad essi l'onore e il diritto
di proporre i disegni e i preventivi. Donna Giulia fa preparare un
progetto da un ing. Tanzi; Luigi Radice lo fa apprestare da un ing.
Gallardi. Ciascun progettista propone la fabbrica di un nuovo tempio
ab imis, trascurando la catapecchia in rovina; e naturalmente
ognuno di essi, nel calcolo delle spese e nell'ubicazione
dell'edificio, asseconda la preferenza del rispettivo mandante e
tien conto dei particolari interessi dell'uno o dell'altro. Perciò
cominciano subito i dispareri.

«Stimolati i predetti signori dalle reiterate suppliche... convinti
dalla necessità di provvedere alla Chiesa, ed incalzati anche dalle
lagnanze dei loro coloni, hanno fatto a vicenda diversi progetti in
via privata, ma tutti andarono falliti per difetto di accordo fra le
uniche due parti più influenti e componenti la rappresentanza
amministrativa del comune». Per conciliare gli opposti e
contrastanti interessi tentò il parroco una specie di compromesso, e
propose di affidare ogni pratica a un terzo architetto che fu
Giacomo Moraglia. Il 24 marzo 1832, erano stati
necessari due anni ,il Rollandi poteva scrivere al Radice che donna
Giulia «aveva assentito il Moraglia» e «aveva accolto con
particolare soddisfazione il pensiero di si bella scelta in cui
riponeva fin d ora la piena di lei fiducia». L'affare dunque si
incamminava sotto buoni auspici. E il Moraglia, dopo il necessario
sopralluogo, presentava le sue proposte, che il 6 settembre 1832
donna Giulia approvava. Forse per conciliare l'una
e l'altra parte in causa, il Moraglia abbandonò l'idea di erigere un
nuovo tempio in luogo diverso dalla vecchia chiesina, e presentò un
progetto d'ingrandimento di questa. Al piano tecnico era stato unito
anche il finanziario. Ma su l'uno e su l'altro ogni parte
interessata cominciò a sollevare obiezioni. Così discutendo, il
tempo passava; tanto più che i lavori non potevano incominciare
senza che fosse pronta una congrua somma. Questa doveva essere messa
insieme da una speciale sovrimposta annuale gettata sull'estimo per
un certo numero di anni. Ma non potendo la fabbrica, una volta
iniziata, subire lunghe interruzioni, era necessario ricorrere a un
grosso prestito, il quale sarebbe stato gradatamente ammortizzato
dall'amministrazione comunale cogli annui proventi dello
straordinario contributo. L'esame e le discussioni del piano tecnico
e finanziario portarono le cose per le lunghe. Venne così il 1833
che fu un anno di sciagure gravi per la famiglia Manzoni. Tra le
altre la malferma salute di donna Giulia d'Azeglio, le ansie
continue e durate a lungo cagionate dall'estrema delicatezza della
figliola di questa, Alessandrina o Rina la Biroli, come la chiamava
il padre Massimo7, nata il 10
gennaio 1833, l'inasprirsi delle prolungate sofferenze della moglie
di Alessandro, Enrichetta, che soccombeva infatti il 25 dicembre...
Ce n'era abbastanza perché donna Giulia, così tenera e sensibile,
così attaccata alla nuora, alla nipote e alla bisnipotina, si
lasciasse tutta assorbire dalle cure familiari e non pensasse ad
altro; anzi si chiudesse in un muto indicibile dolore. «Henriette
est très mal» scriveva la marchesa Costanza Arconati a miss Clarcke
nel dicembre di quell'anno8, «faites
vous idée de la désolation de toute la famille». «Cest la pauvre
madame Giulia qui est la plus triste à voir... Elle ne se raisonne
point... elle n'a ni calme ni force: la douleur la subjugue
entiérement,.. cest elle qui fait vraiment pitié...». «La pauvre d.
Giulia est incapable de penser à rien; c'est la plus accablée».
Tanto strazio doveva esacerbarsi anche più nel settembre 1834,
quando la primogenita di Alessandro, la dolcissima Giulia Claudia
d'Azeglio, che per il nome e il vincolo spirituale contratto con il
Fauriel ricordava alla vecchia dama l'irrevocabile soggiorno del
divin Paris, moriva anch'essa e andava a raggiungere la madre,
lasciando la Rinetta di diciotto mesi alla cura della nonna
settantenne. Il dolore e la fierezza della quale dovevano poi
ricevere una nuova offesa dal contegno di Massimo d'Azeglio e dalle
sue affrettate e sconvenienti seconde nozze con la Maumary Blondel.
Il presentarsi in questi frangenti a donna Giulia, che non era un
carattere da prendersi in confidenza, e il sollecitarla che, come
primo estimato del comune, si assumesse finalmente l impegno di far
attuare il progetto Moraglia, non pareva discreto neppure al
Rollandi. La Beccaria anzi aveva già lasciato senza risposta un
invito analogo dell'I.R. Commissario Distrettuale, del 20 gennaio
1833. Il Parroco lasciò correre qualche anno. «Circostanze
particolari della famiglia Manzoni e gravi assai, imposero al
parroco e alla fabbriceria di soprassedere». Ma nel 1835, cessate le
ragioni che consigliavano di attendere, pare a lui che si possa
riprendere il filo delle antiche pratiche; poiché, infine, si
trattava «di un affare della massima importanza e necessità» che non
ammetteva «ragionevole dilazione». Ne andavano di mezzo, non appena
«il decoro del divin culto», ma anche la stessa «pubblica
sicurezza», perché la Chiesa decrepita oramai «minacciava di cadere»
e aveva dovuto essere «puntellata».

Già l'anno innanzi il Rollandi aveva cercato di preparare le cose
con lodevole accorgimento. Nell'autunno del 1834 aveva infierito a
Brusuglio, come altrove, il tifo petecchiale, seguito poi dal vaiolo
detto «ravaglione». Ma mentre nei paesi vicini il contagio era
andato cessando con una certa rapidità, nel paesello manzoniano
persisteva in modo inesplicabile. Il parroco attribuì anche
all'insalubrità della Chiesa, «luogo di pubbliche adunanze», la
ostinazione dei morbo, e profittando delle ripetute ispezioni del
medico provinciale dr. Vandoni, lo invitò a redigere un rapporto
sulle condizioni igieniche del luogo sacro. Anche questo doveva
servire a strappare dai renitenti deputati risoluzioni radicali.
Il Vandoni fece la sua relazione alla competente
autorità, la quale «insinuò» alla deputazione locale di invitare il
parroco a sospendere le sacre funzioni. Don Rollandi, che si
attendeva tutt'altro riscontro alle sue rimostranze, rispose non
senza fierezza che per sospendere il culto gli era necessario un
ordine perentorio; non potere in coscienza «senz'esporsi
all'umiliante cimento d'esser tacciato pastore pusillanime o
inoperoso» accogliere un semplice invito: tutt'al più si sarebbe
rassegnato ad abbreviare le funzioni più lunghe. Nel 1835 dunque,
come dicevo, con un memoriale del 15 maggio, il parroco torna
apertamente alla carica, presso la deputazione, ricordando gli
obblighi da essa già assunti, e stimolandola «affinché seguendo il
nobile esempio di altre filantropiche rappresentanze comunali dei
vicini circondari» promova o la riparazione dell'antica chiesina o
la costruzione di una nuova. L'interesse religioso e materiale del
popolo doveva finalmente prevalere sulle particolari controversie
dei due signori. Si esumasse il progetto Moraglia, affidato alla
custodia della Beccaria e lo si eseguisse una buona volta.
Ma il progetto Moraglia, sul quale sembrava che tre anni prima si
fosse raccolto il consenso comune, ora non piace più. «La
deputazione è sempre discordante», lamenta il parroco; non viene a
nessuna «decisione amichevole neppure per via verbale», nonostante i
ripetuti tentativi fatti da lui e dai fabbriceri. Bisogna ricorrere
di nuovo all'intervento dell'autorità governativa. A ciò è diretta
una istanza del 15 luglio 1835, dove sono ripetuti e ribaditi i
motivi che reclamano un'urgente soluzione della controversia: «La
Chiesa è angustissima in confronto alla cresciuta popolazione (come
lo è per se stessa)». Brusuglio quell'anno contava 530 «individui»; «inoltre è insalubrissima per mancanza di libera ventilazione e
per notevole umidità, e come tale giudicata dal sig. medico
provinciale nel 1834... (allorchè... in Brusuglio... e non si sa per
quale riflesso, infuriò la febbre petecchiale...) e minacciante
rovina», ragione per cui doveva essere continuamente «puntellata».
La soffitta poi «costrutta d'asse e mal sicura ed a strati marcita»
aveva il tetto in cattivissimo stato, cosicché le cadenti piogge
discendevano nell'interno della Chiesa; anzi d'inverno la cosa, per
le nevi, andava ancor peggio». Insomma era un pericolo alla vita dei
devoti, come era stato riconosciuto da una «visita fatta dai periti,
il cui dettaglio giaceva ozioso da qualche tempo nell'archivio della
Deputazione comunale». L'I. R. Commissario provocò
la Deputazione a rispondere. Infatti ai 7 di settembre 1835, con più
disinvoltura che zelo gli amministratori comunali osservano che,
conoscendo pur bene la necessità dell'allungamento della Chiesa,
stanno prendendo gli opportuni concerti. «Le angustie però dei
limiti fra i quali si può eseguire tale allungamento sono la causa
che tiene in forse la Deputazione stessa sull'ampliazione della
Chiesa esistente o sulla costruzione di una nuova».
Questa risposta aveva evidentemente lo scopo di tenere a bada
parroco e fabbricai e di menare, come suol dirsi, il can per l'aia.
Il parroco è certissimo che passeranno inutilmente altri anni...
«L'adozione di un progetto qualunque di provvedimento... non si
realizzerà giammai fra le due parti componenti la deputazione sempre
dissenziente su questo rapporto, per convenienze personali, per
diversità d'opinione e interesse locale», qualora non intervenga «la
saviezza dell'eccelso governo» e non s'adopri «se crede degno
dell'alto suo ministero che occupa, a toglier il disaccordo costante
dei predetti signori deputati». I quali nota amaramente il parroco,
non si fanno cattivo sangue leticando nei convocati; tutt'altro!
essi sono venuti nella determinazione di non occuparsi di proposito
«dell'affare» per non disgustarsi a vicenda. Cosi la Chiesa era
sempre di là da venire. E perché « le sorti dei fervidi voti del
parroco» e dei fabbricieri, ch'erano pure i voti espressi dalla
buona popolazione di Brusuglio volgessero in meglio e si evitasse un
«pubblico disastro», il governo era scongiurato di prendere esso
stesso ogni più sollecita decisione.

L'I. e R. Governo «in vista delle allegate ragioni, obbligò
nuovamente la Deputazione ad intendersi per l'adozione di qualche
progetto. In forza di che essa fu indotta a dare un nuovo incarico
all'architetto Moraglia perché concretasse un disegno atto a
soddisfarla». Il Moraglia, «stante sempre le divergenze di opinione
tra i membri della Deputazione» non voleva più saperne; solo a
malincuore acconsenti, certo per un riguardo ai Manzoni, a
riprendere la direzione della faccenda. Tuttavia neppur questa volta
cera molta fretta. Il 23 maggio 1837 Si raccoglie, insieme col
Moraglia, il convocato per decidere se o no si debba costruire una
nuova Chiesa e su quale area e si delibera di por mano a un edificio
apposito, essendo la vecchia chiesa una catapecchia miserabile9;
si ridà al Moraglia l'incarico di preparare dei nuovi disegni.
L'architetto ne traccia due: non piacciono e finiscono a far
compagnia al primo; acconsente a prepararne un quarto, elaborato con
pazienza e tenuto conto di tutte le osservazioni, le critiche, le
preferenze dei comunisti, allegandovi anche parecchie norme per un
conveniente capitolato d’appalto dei lavori. Il
card. Gairuck, arcivescovo di Milano, venuto in visita pastorale
nella Pieve di Bruzzano l'estate del 1838, volle dare una capatina
anche a Brusuglio: ma rimase penosamente sorpreso per l'indecente
stato della Chiesa parrocchiale; «ed esclamò in presenza del
pubblico accorso ch'esso non ne vide mai una simile»; si disse anzi
che, affacciatosi alla porta della Chiesa, ne sia tosto retrocesso,
protestando contro tanta «deformità...». Egli «presto si ritirò
perché non reggeva il suo animo a soffermarvi il piede!...» Indi
«recatosi a far visita al primo estimato del Comune (cioè a donna
Giulia) molto e caldamente le raccomandò di provvedervi». Alle
esortazioni «del Porporato visitatore, la dama, madre del celebre
letterato, scambiolli (sic) lusinghiera promessa di occuparsene
seriamente»; cosicché il cardinale si congedò assai soddisfatto10.
In tal modo si sperava che dopo l'approvazione da parte dell'ufficio
commissariale del progetto del Moraglia11,
accordata il dicembre 1838, la deputazione si ponesse all'opra e
pensasse a metter mano al petto e alla borsa.
L'attesa è vana e le speranze comuni sono nuovamente frustrate. Il
Magistrato torna a sollecitare il 19 di febbraio 1839 : è inutile;
il parroco protesta con termini vivaci: l'autorità, senz'altri
complimenti o giro di parole inutili, prenda «qualche misura
efficace...»; «la popolazione va demoralizzandosi», le mene dei
deputati sono «interminabili», le tergiversazioni «vergognose» ; «il
pubblico si maraviglia di si strana commedia ...» «il mio silenzio
sarebbe un delitto di connivenza». D. Rollandi è del parere che il
commissario distrettuale, persona di provata «abilità» e di «ottimo
carattere decisamente cattolico, era allora un sig. Bicchierai ,
ritorni alla carica e insista per amor del Cielo e di Brusuglio.
Infatti nuove missive e nuove diffide il 25 di aprile... Solo il 28
maggio la Deputazione sembra giungere a qualche conclusione; ma è
ancora una presa in giro...! «Esaminato il progetto statole
accompagnato» dal Commissario distret-tuale, «esaminati tutti gli
atti di perizia, descrizione del capitolato», ecc. essa scrive che
«nulla trova da eccepire»; tuttavia avrebbe «divisato d'introdurre
una variazione». Invece che da tramontana a mezzodì la Deputazione è
del parere che la nuova chiesa sia costruita da levante a ponente.
«Così presenterebbe in modo più acconcio la sua facciata rivolta
pressoché sulla mezzaria della contrada interna alla quale darebbe
maggior decoro». Superficie, costo, disegno rimangano pure quelli di
prima; salvo che «in luogo di occupare parte del cortile e del
giardino della prebenda parrocchiale e parte del brolo Manzoni» si
risparmierebbe il suolo di detta prebenda... e si collocherebbe
tutta sul terreno «della lodata casa Manzoni, previa la distruzione
e successiva ricostruzione di un tratto di muro che cinge il
giardino pure Manzoni». «La dama proprietaria, signora donna Giulia
Beccaria ved. Manzoni, sempre intenta al maggior bene dei comunisti
ha dichiarato, salvi i corrispondenti compensi (comunque gliene
derivi gran sacrificio) di nulla eccepire in contrario».
La proposta variazione che era in se stessa abbastanza ragionevole e
che forse non doveva dispiacere neppure al parroco, preoccupato che
la nuova Chiesa sorgesse senza pregiudizio di reddito beneficiale,
parve al Biccherai un furbesco tentativo di ulteriori
temporeggiamenti; perciò l'11 di giugno 1839 protesta che « non si
può altrimenti ritenere in tale renuenza, che un indecente disprezzo
agli eccitamenti della autorità». E «non potendosi più oltre
tollerare una simile mancanza in un oggetto che nei giusti principi
deve vivamente interessare le provvide cure dell'autorità locale»,
egli ancora una volta ingiunge alla Deputazione di «voler rassegnare
tutti gli atti» riguardanti la fabbrica «entro il termine di giorni
dieci» diffidandola «che trascorso infruttuosamente detto termine»
ne sarebbe dato «informativo rapporto alla superiorità» e si sarebbe
provocato «anche una visita d'ufficio in luogo e a carico del
comune».

Nessuna notizia nell'archivietto di Brusuglio della risposta di
donna Giulia alle intimazioni del sig. Commissario; ma certo essa
poteva affermare in coscienza di avere fatto e di essere per fare
tutto quello che dal suo canto le toccava; invece il signor Giosuè
Radice, figlio ed erede del Luigi Radice che già conosciamo,
riaffaccia tutte le antiche obbiezioni e tenta di mandare in aria
anche gli accordi di massima già presi. Mette conto di riassumere le
novelle critiche che egli fa al progetto Manzoni-Moraglia. La Chiesa
viene collocata fuori dell'abitato, in luogo incomodo e la sua
costruzione occuperà una strada di accesso ai fondi di esso Radice,
strada che bisognerà bene aprire altrimenti; dove, nel progetto non
si dice. L'esecuzione del progetto Manzoni-Moraglia importa la
demolizione non solo della vecchia Chiesa, ma anche di qualche
caseggiato colonico di proprietà del beneficio parrocchiale, che
bisognerà indennizzare rifacendo la casa a spese del comune, il
quale ci rimetterà non meno di 7000 lire austriache. Miglior partito
sarebbe lasciar tutto in piedi e vender la catapecchia per quel che
vale; se ne guadagnerebbe molto di più che mettendo all'incanto i
materiali della demolizione12.
Ancora, nel disegno in parola, si deve abbattere un pezzo del muro
di cinta del giardino Manzoni per ricostruirlo alcuni metri dentro
il giardino stesso: tutte queste rovine e rifacimenti sono
progettati per dare alla nuova Chiesa una piazza conveniente. E
allora, giacché l'edificio deve innalzarsi ai margini del villaggio,
lo si eriga venti o trenta braccia più in là, verso oriente: ci sarà
ugualmente spazio bastevole per la piazza senza che sia necessario
distruggere e riedificare chechessia. La nuova Chiesa verrà a
costare L. 40.000 austriache, e più, senza le decorazioni e senza il
campanile... Una somma troppo grossa in confronto delle poche
risorse locali e del piccolo estimo comunale. Le spese non
indispensabili debbono dunque essere risparmiate. Ci sono terreni
appartenenti alla prebenda che offrono maggiori comodità del luogo
prescelto; p. es. sarebbe decisione assai opportuna se la Chiesa si
costruisse presso la strada comunale della ComasineIla, dove essa
sarebbe più in vista, più vicina al maggior nucleo di abitazioni e
non esporrebbe alla necessità di buttar giù e di rimettere in piedi
muri e case. La ostinazione del Radice avrebbe
riportata la questione allo stato di un trentennio prima se, per
disposizione del Commissario, non fosse intervenuto d'ufficio lo
stesso ingegnere provinciale F. Bellotti. Questi tuttavia «durò
molta fatica per conciliare le parti dissenzienti». Ciò avvenne nei
convocati 14 novembre 1839 e 25 gennaio 1840, nei quali si prese
definitivamente atto non solo del disegno ma anche della spesa
occorrente, preventivata dal Moraglia in L. 47.139.
Lo studio dei mezzi per far fronte al non leggero fabbisogno occupò
la Deputazione per altri lunghi mesi. Intanto la vecchia chiesetta
andava rovinandosi sempre più e l'impresa della nuova fabbrica
diveniva la favola del popolino dei paesi vicini13.
Don Rollandi assisteva sdegnato al continuo, inesorabile deperire
dell'edificio sacro. «Questa Chiesa, scriveva nel già ricordato
memorandum, senza esagerare e a comune consentimento assomiglia a
quell'abbiettissimo ricovero ove ebbe principio la nostra Santa
Religione, per cui invalse il proverbio qui nel contorno che
Nostro Signore è nato in una stalla e i terrieri di Brusuglio ve Io
mantengono tuttora». Ma sì! dove procurarsi il denaro
sufficiente per dar tosto mano ai lavori e proseguirli fino a buon
punto? La Deputazione di Brusuglio che non poteva in una volta sola
sobbarcarsi al grave peso, sperava di ottenere un prestito gratuito
dalla Commissione centrale di Beneficenza, amministratrice della
Cassa di Risparmio di Milano, la quale negli anni addietro aveva in
tal modo beneficato molti comuni per metterli nella possibilità di
compiere, in tempi di disoccupazione e di carestia, opere di
pubblico interesse. Si rivolse pertanto a lei e chiese un mutuo di
L. 20.000. Ne ebbe solo 6000, nonostante le vivissime ripetute
insistenze. Il 20 febbraio 1840, in un Convocato che doveva esser
decisivo, i deputati istigati dal Radice, invece di andar essi
incontro alla spesa, risolvono di fare un altro tentativo, perché le
restanti 14.000 lire vengano concesse dal Fondo di Beneficenza di
mezzo milione, costituito già dai proventi dell'addizionale di un
centesimo sopra ogni scudo d'estimo della Lombardia, determinata con
decreto del governatore Conte di Saurau, il 1 4 maggio 1817, e
riconfermata dalla sovrana delibera del io settembre 1818. Esso era
una riserva utilissima nei più gravi pubblici bisogni. Soltanto nel
caso che si fosse risposto negativamente anche a quest'ultima
domanda, i deputati si sarebbero indotti a studiare il modo di
raccogliere direttamente, sui loro redditi, il capitale necessario14.

Ma l' I. R. Governo, al cui parere la petizione dei Brusugliesi era
stata sottoposta, con lettera n. 4005 del 10 novembre 1840, non
riconosceva «le opere di fabbrica parziale, di riparazioni e
costruzioni di Chiese e simili» tra quelle al cui compimento
dovevano destinarsi i capitali del fondo. Il quale era stato
raccolto per sovvenire «danneggiati per siccità o per altri
disastri» straordinari e impreveduti «o per la costruzione di opere
stradali di riconosciuta pubblica utilità o costruzione di cimiteri»15.
I deputati, non attendano altri aiuti dalle pubbliche istituzioni di
beneficenza, ma escogitino altri mezzi per mettere insieme il denaro
occorrente. La Manzoni era pronta o si diceva
pronta; gli altri estimati dispostissimi a sobbarcarsi ai sacrifici
necessari; ma il Radice, ch'era, come si disse, divenuto il primo
deputato all'estimo per quegli anni, a cui perciò spettava
l'iniziativa dei provvedimenti onerosi, era riluttante a prendere
una decisione purchessia. Un nuovo piccolo
incidente viene a gravare la situazione. I primi del mese di gennaio
dell'anno seguente 1841 cade con straordinaria abbondanza la neve.
Il tetto della chiesina minaccia di non reggere al peso; il parroco
dà l'allarme alla Deputazione con lettera del giorno 7. La
Deputazione risponde il io esprimendo il proprio disappunto per il
guaio minacciato, ma nello stesso tempo dichiarando di non saper
provvedere. C'è ancora quel famoso oratorio di S. Stefano, di
proprietà di donna Giulia, che in caso di bisogno può bene essere
adoperato; il parroco, finché il pericolo non cessi, si valga di
quello per le sacre funzioni; donna Giulia gliela concederà
volentieri. Il Rollandi dovette, a malincuore, acconciarsi anche a
questo ripiego. Ma la lettera in cui egli domanda alla Beccaria la
facoltà di servirsi della cappellina, e che viene riportata in
appendice16, testimonia chiaramente
la buona volontà della madre di Alessandro di soddisfare al bisogno
dei Brusugliesi di una chiesa più degna e più capace. Ma forse don
Rollandi diffidava anche di essa: almeno non la trovava così
energica e decisa come era necessario dimostrarsi, specialmente di
fronte all'ambiguità capziosa del Radice, In realtà l'instancabile
sacerdote dava un colpo al cerchio e uno alla botte. Il 28 di
gennaio egli insisteva presso il solito I. R. Commissario del primo
distretto perché nel prossimo Convocato comunale di Brusuglio,
stabilito per il mese seguente, egli stesso, d'ufficio, ponesse
all'ordine del giorno la proposta del contributo percentuale
sull'estimo per far fronte alle spese del nuovo tempio... Tante
lungaggini non sono certo un segno di rispetto neppure per il sig.
Commissario. «Ci va del suo onore, sig. Commissario, osserva il
prete, se non spinge la renitente Deputazione a dichiararsi in campo
aperto e in faccia al pubblico che ne è altamente scandolezzato da
siffatta procedura irrisoria verso l'autorità...». «La ill.ma
signora donna Giulia Beccaria-Manzoni si è costantemente pronunciata
in faccia ai suoi terrieri, per mezzo del suo fattore, ed anche di
bocca propria, che Ella fece già (per la nuova Chiesa da farsi), dei
generosi sacrifici, e che é attualmente decisa da parte sua a
favorire l'impresa dell'opera in ogni miglior modo. Dunque vedasi un
può (sic) se in campo aperto smentisce le sue proteste...». Anche «
il sig. Radice disse esserne disposto dispostissimo a caricare
l'estimo sino dove può arrivare». Che si tarda a concretare qualche
proposta definitiva? Il Bicchierai risponde che quanto il parroco
vuole da lui esorbita dalla sua competenza. Già «in altri convocati
tenutisi espressamente per l oggetto della nuova Chiesa si
perdettero sempre più ore in inconcludenti discussioni... Ora
tratterebbesi di sottoporre al Convocato come crede di sostenere la
spesa che certamente dev'essere caricata sull'estimo; cioè, se
mediante prestito a interesse, per quale somma, ed in quanti anni
restituibile; oppure, se con immediata sovrimposta, ed il riparto
della medesima»; ma appunto «simili proposizioni vogliono essere
fatte dalla Deputazione, come quella che per legge ha l'iniziativa
degli oggetti da trattarsi nei convocati»; né spetta a lui o al suo
aggiunto di provocare una deliberazione al riguardo. Miglior partito
sarebbe, nel caso, che il parroco facesse quanto aveva già in animo
di fare: un istanza in regola al viceré e al card. Arcivescovo...
Don Rollandi non se lo fece dire due volte. Andati a vuoto gli
ultimi reiterati eccitamenti anche verbali. «visto che la
Deputazione non si risolve mai, o prende delle deliberazioni
inconcludenti, il 12 marzo 1841 invia il suo memorandum all'Arciduca
Ranieri, informando contemporaneamente anche il card. arcivescovo
Gaisruck perché colla sua parola conforti presso l'autorità
governativa la sua petizione. A malgrado del tempo e delle promesse
la Deputazione di Brusuglio non aveva seriamente studiato un piano
finanziario «onde supplire al bisogno». Il parroco, avendo motivo
fondato «che essa non si sarebbe mai decisa di sua volontà» e colle
buone, e «d'altronde vedendo a malincuore il giusto malcontento del
suo popolo, il quale, come esposto a pericolo in Chiesa, ne mormora
di questa irregolare condotta dei suoi immediati amministratori che
si ritirano ancora dalle formali e dirette promesse»; né potendo
rinunziare di aderire alla pacifica insinuazione dello stesso popolo
«che lo spingeva a rivolgere i di Lui ragionevoli reclami alla pietà
ed inalterabile giustizia» di S. A. I. e R., scongiurava l'arciduca
«di assumere con impegno e al più presto cognizione» dei fatti
lamentati, e di emanare «un saggio provvedimento» che valesse «a
tranquillizzare l'animo esasperato di un popolo indebitamente
deluso, (e che se non ne fosse stato impedito le tante volte avrebbe
già da tanto tempo atterrata l'esistente chiesa) e così ovviare un
pericolo sempre crescente a danno» dei buoni e fedeli sudditi di
Brusuglio. I quali «favorevolmente ascoltati dal benefico animo» di
Sua Altezza, «non avrebbero mancato di raddoppiare le loro divote
preci all'Altissimo » perché conservasse al Principe « giorni
longamente felici, non che quelli della degnissima sua famiglia».
Alla quale, naturalmente, si gloriavano di protestare la più
illimitata affezione ed il più profondo e sincero ossequio17.

La condotta di donna Giulia nella spinosa e lunga questione parrà
anche più giustamente scusabile se si riflette alla politica ambigua
del Radice, alle difficoltà economiche che nel progetto Moraglia si
dovevano superare, con maggior sacrificio suo che degli altri
comunisti, e alle speciali condizioni psicologiche di essa in quegli
ultimi anni di vita. La madre di Alessandro, ancor vegeta e attiva
nonostante l'età avanzata, aveva dovuto cedere il posto nel pensiero
e nelle sollecitudini del figlio alla novella nuora, donna Teresa
Borri. Assai irritava e accresceva il suo geloso riserbo il contegno
di questo che, pro bono pacis e per la vivezza del suo amore
per Teresa, manifestatosi fortissimo fin da principio, dava
piuttosto ragione alla Borri e faceva chiaramente comprendere che a
questa doveva ormai spettare la direzione almeno della sua casa
particolare. E d'altra parte sappiamo che Alessandro, sposata la
Teresa Borri, si astenne dal soggiornare a Brusuglio. Donna Giulia,
che in un cinquantennio d'incontrastato dominio sera avvezzata a
comandare a bacchetta su tutti quanti la circondavano, aveva accolto
con amarezza la nuova condizione di cose e a fatica vi si era
rassegnata. Ma il suo animo turbato, quantunque senza giuste
ragioni, non si disponeva certo a trattare con alacrità e buon
volere e spirito di sacrificio l'annosa questione che al parroco e
al popolo premeva di definire. Oltrecciò la dolorosa convenienza di
affidare ad altre famiglie o a istituti lontani la cura dei nipoti,
figli di Enrichetta Blondel che non potevano tutti allevarsi a
Brusuglio, le assillanti premure per essi, le rinnovate
preoccupazioni per la salute di qualcuno (Sofia Manzoni, moglie a
Lodovico Trotti, moriva il 27 di maggio 1841) spiegano e
giustificano assai, a mio credere, il mancato decisivo interesse di
donna Giulia alla fabbrica della nuova chiesa, che infine anche ad
essa stava molto a cuore. Dopo la morte della
vecchia signora, spirata quasi ottantenne il 7 di luglio di questo
stesso anno 1841 18) l'eterno affare prende tosto una piega
decisamente favorevole. Don Alessandro, l'usufruttuario vitalizio di
tutti i beni brusugliesi, è desideroso di venire a una rapida
conclusione per la quale è disposto a ogni possibile sacrificio.
Tutti i compensi che donna Giulia esigeva per la cessione di parte
del giardino, per la ricostruzione del muro di cinta che doveva
abbattersi, onde dare «alla nuova chiesa un conveniente prospetto»,
furono da lui ben presto e volentieri rinunciati.
Alla spesa preventivata dal Moraglia si ritenne di poter fare fronte
specialmente col gettito annuale di una sovrimposta che, decisa in
massima nel convocato del 23 agosto 1841, fu poi in concreto
stabilita in cent. 24 su ogni scudo d'estimo, per dodici anni. Per
iniziare i lavori doveva bastare un mutuo concluso a buona
condizione con qualche benefico privato, rimborsabile a lente rate
annuali. Altri quattro mesi furono assorbiti nei molti andirivieni
che la deliberazione del 23 agosto dové fare a Milano per i corridoi
burocratici del Governo; alla fine, il 17 dicembre 1841, ogni
progetto, ogni piano e preventivo veniva restituito alla deputazione
brusugliese19.
Tutto quell'anno 1842 Si bussa a denari e si raccolgono materiali
mercé il volontario e disinteressato lavoro dei coloni. Ma il
generoso e ricco signore che presti al comune di Brusuglio una somma
bastevole ad un sicuro avviamento e a un rapido compimento dei
lavori non si trova. Il povero D. Rollandi è disperato; ma il suo
zelo non basta, come non basta tutta la generosità del Manzoni; si è
sempre lontani dalla cifra necessaria per assicurare, non solo il
principio, ma la continuazione dell'opera sino al suo compimento.
Finalmente la Provvidenza fu in parte trovata in una buona signora
di Cormanno, Amabilia Cereda, che il 26 agosto 1843, annuendo alle
preghiere del Rollandi, «di sovvenire al comune di Brusuglio, per
dodici anni, un capitale somma di austriache L. 6000 sotto l'annuo
interesse del tre per cento», comunica di essere pronta a versare la
somma «due mesi dopo che la rappresentanza comunale sia debitamente
autorizzata a contrarre simile mutuo passivo». Questa generosa
benefattrice fece anche più che prestare il denaro a condizioni così
miti; non riebbe mai un soldo né d'interesse né di capitale.
Ma neppure queste L. 6000, benché aggiunte alle altrettante già
avute dalla Cassa di Risparmio qualche anno prima e accresciute dal
gettito della sovrimposta dell'anno 1842, erano giudicate
sufficienti per l'inizio dei lavori e la loro rapida prosecuzione.
Gli esperimenti d'asta per l'appalto della fabbrica andavano
deserti, sia per le condizioni sfavorevoli di pagamento, distribuito
in troppe annualità, sia perché il costo dei materiali e della mano
d'opera era stato calcolato dal Moraglia, tre anni prima, quando i
materiali e gli operai erano a miglior mercato.

Pare al Rollandi che la Deputazione possa assumere direttamente, in
economia, l'esecuzione dei lavori. Se ciò non convenisse ai
deputati, già assorbiti dai loro affari privati, vedessero di fare
qualche nuovo sacrificio, anticipando una parte della somma che
avrebbero poi dovuto contribuire per effetto della sovrimposta; o
riducendo il termine del sovraccarico coll'aumentare la percentuale
annua su ogni scudo d'estimo, Interviene in aiuto del parroco il
commissario Bicchierai che il 5 ottobre 1842 con foglio n. 3181
invita la deputazione a stabilire «un più corto rateo del
pagamento... onde pervenire a poter con effetto appaltare le opere
di costruzione della nuova Chiesa» e nello stesso tempo richiede
all'architetto «se e quale aumento fosse ragionevole di portare alla
perizia...». La Deputazione fa lo gnorri specialmente per opera del
signor Radice, in questi anni ridivenutone il presidente; quindi
nuove lagnanze del parroco, nuove «rappresentanze» sue al Governo,
nuovi inviti e ordini da parte di questo. Il Rollandi anzi protesta
vivamente:
I°, perché le somme raccolte dal gettito della sovrimposta degli
anni 1842-43 si lasciano inoperose presso l'esattore del comune, il
quale non vi corrisponde alcun interesse;
II°, perché il sig. Radice non versa regolarmente il contributo
fissato sui suoi scudi d'estimo (L. 1600) protestando che pagherà
quando la fabbrica sarà veramente incominciata.
Questo sig. Radice, lamenta il parroco in una lettera al Consigliere
Aulico e Delegato Provinciale di Milano, del 3 maggio 1843, è sempre
stato poco premuroso di agevolare il progetto della costruzione
della nuova Chiesa, il quale forse non sarebbe riuscito se il
medesimo fosse stato capo della Deputazione allorché ventilossi il
medesimo... Ma per buona sorte in quel longhissimo tratto di tempo
che stette in pendenza vi dominò sempre come primo estimato il
chiarissimo d. Alessandro Manzoni e ora invece la cosa é passata
sotto gli auspici poco, se non sinceramente benevoli, del precitato20.
sig. Radice»
Le giuste querele del parroco ebbero qualche buon effetto. Il mese
di novembre 1843 erano L. 7842 che l'esattore custodiva per conto
del comune di Brusuglio. La deputazione, invitata a collocarle a
frutto, era del parere di «impiegarle» al Monte di Pietà al 3 %; ma
il Bicchierai ingiunse l'acquisto di una cartella dell'I.R. Monte
Lombardo-Veneto. Intanto era stato stabilito di
ridurre le rate di pagamento della sovrimposta da dodici anni a
nove, e di elevarlo da 24 a 30 centesimi sopra ogni scudo d'estimo;
in modo che nel 1851 la soprattassa cessasse. Ma in seguito, per
altre spese che furono previste assolutamente necessarie, la
costruzione del campanile, la decorazione, la suppellettile, gli
altari, l'addizionale fu continuata fino al 185521.
In tal modo le disponibilità aumentavano. Circa la metà della spesa
preventivata era stata messa insieme mediante i mutui, le
contribuzioni straordinarie, le offerte grosse e piccole22
che il parroco andava raccogliendo ostiatim, munito della
commendatizia arcivescovile, presso pie e facoltose persone. Nel
febbraio 1844, si trovò anche un volonteroso capomastro, Giuseppe
Bonetti di Milano, che si accollò l'impresa edificatrice. E proprio
alle feste di Pasqua di quest'anno l'edificio fu incominciato. C
erano voluti circa trent'anni di laboriosa incubazione.
La vecchia chiesina, che impediva il libero transito dell'unica via
del villaggio al luogo dove la chiesa nuova doveva sorgere, venne
abbattuta. Don Rollandi, rendendo in una lettera del 22 marzo 1814
testimonianza delle grandi benemerenze che don Alessandro si era
acquistato per l'adempimento dei voti comuni23,
gli domandava di poter profittare di quell'antico oratorio già
graziosamente concesso allo stesso scopo nel 1817 e nel 1835. Al
che, naturalmente, il Manzoni ben volentieri annui.

Il tracciato delle fondamenta che veniva delineandosi sul terreno
fece avvertito il parroco di un piccolo danno per la progettata
costruzione della nuova canonica, la quale non avrebbe potuto avere
«un'area quadrata» come egli desiderava. Pertanto lui stesso, questa
volta, sollecitò il Radice a sospendere i lavori, perché «la nuova
chiesa si erigesse più in là (verso levante) del sito ultimamente
fissato». Il Manzoni acconsentì, nonostante gli si domandasse un
nuovo tratto di giardino, desideroso «di accontentare anche in ciò
il pubblico che vedeva più volentieri una più ampia piazza» e di
soddisfare ai desideri del parroco; ma l'altro non volle
assolutamente saperne, non ostante le insistenti preghiere del
sacerdote e l'assicurazione con cui questi preveniva l'ostinato
compadrone che un giorno si sarebbe trovato contento di avere
ceduto...: «diverso, che non credo, la sua determinazione sarà
imparzialmente giudicata dai presenti e dai posteri, a cui è e sarà
nota la generosità di Manzoni». Il sacerdote giunse a proibire ad un
muratore che stava demolendo una parete della vecchia chiesa, che
continuasse il lavoro. Il Radice, ch'era tuttavia il primo deputato,
non gli diede retta e tenne duro; e il 23 marzo rispondeva al
parroco con una lettera assai vivace, non tacendo la grandissima
sorpresa per l'inaspettata domanda, tanto più che il Rollandi sapeva
bene e da un pezzo dove la nuova chiesa sarebbe sorta. Temendo poi
che dall'atto impreveduto di lui sarebbe derivata la sospensione dei
lavori ormai incominciati, minaccia al prete la protesta dei danni e
la responsabilità delle conseguenze di un'eventuale interruzione. Ma
il sacerdote insistette; e mise di mezzo l'autorità del prevosto di
Bruzzano, che riuscì a placare il Radice ed a ottenere al parroco
piena soddisfazione24.
In fin dei conti il sacrificio era tutto sostenuto dalla casa
Manzoni. A questa l'infaticabile curato richiese un ultimo favore.
Con lettera del 12 aprile 1844 proponeva «che il coro venisse
allargato di once 18 di braccio milanese» perché «l'abside riuscisse
più comoda, più ampia e meglio rispondente all'edificio». Anche
stavolta il dono del terreno doveva farsi dal Manzoni; e il Rollandi
si raccomandava ai buoni uffici del figlio Pietro perché il tratto
di terreno necessario per la variazione da lui proposta venisse
graziosamente concesso. La lettera é una riprova del favore di
Alessandro per la pia intrapresa25.
Ma la conferma maggiore di tutte le benemerenze del grande uomo
verso la chiesa del suo Brusuglio sta nella lettera con cui parroco
e fabbriceri accolgono il 19 maggio 1845 (quando i muri della chiesa
dovevano essere ormai abbastanza alti dal suolo) la domanda fatta da
Alessandro di una speciale porticina a lui riservata, che dal
giardino mettesse direttamente nella chiesa.
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Così, senza uscire dal parco né attraversare
la piazza, egli avrebbe potuto in qualunque momento recarsi nel
luogo sacro a pregare. L'istanza del Manzoni venne, come d'uso,
presentata e commendata dal parroco e dai fabbriceri
all'autorità dell'Ordinario diocesano; il quale, non so perché,
tardava fino al 14 luglio 1847 a concedere il privilegio, che il
Manzoni aveva dovuto richiedere una seconda volta26.
Nel giugno 1846 la fabbrica era ormai condotta a termine, se non
completamente finita. Le opere di perfezionamento e di
decorazione (ricordate nella nota 21 a) si compirono in questo e
nel seguente anno, finché nell'ottobre 1847 l'altar maggiore
veniva benedetto e la nuova chiesa cominciava ad essere
officiata in modo regolare. |
Ad ornare le pareti disadorne del nuovo tempio
«onde vestire i campi troppo nudi di esso», data «l'impotenza
assoluta in cui si trovavano tanto la deputazione, che aveva fatto
già immenso sacrificio per la fabbrica, quanto la Fabbriceria, che
aveva già impiegato moltissimo denaro per procurare quegli arredi e
mobili necessari onde attivare il decoroso esercizio del divino
cattolico culto», furono domandati ed ottenuti dalla R. Accademia di
Belle Arti e per essa dal f, f. di presidente, Felice Bellotti,
autorizzato dall' I. R. Delegazione Provinciale, cinque quadri
appartenenti alle gallerie della Pinacoteca Braidense. In tal modo
la chiesa «costrutta... con ingenti spese e generoso sacrificio di
pochi proprietari» diveniva anche più «interessante alla pietà dei
terrieri contadini».

L'ammontare complessivo delle spese sali a L.
52.000; una cifra più che rispettabile in sé stessa, in quel tempo e
per Brusuglio; tanto più cospicua quanto maggiore era stata la
generosità di Alessandro nel concedere gratuitamente tutto il
terreno necessario. E vero dunque che la nuova chiesa di Brusuglio
si può ben dire la chiesa di Alessandro Manzoni, non appena perché
nella devota cappellina di sinistra dedicata a S. Vincenzo27,
alla quale egli liberamente accedeva dal suo giardino, pregò per
tanti anni col suo abituale fervore, destando l'ammirazione e
l'edificazione dei suoi contadini; ma anche per i grandi sacrifici
da lui sostenuti per vederla sorgere «bella ed elegante», non
indegna insomma di quei riti solenni e misteriosi che avevano
nell'anima di lui tanta eco di squisita poesia28.
DOCUMENTI
I°. 12 gennaio 1841. Lettera del parroco don
Rollandi a donna Giulia Beccaria (minuta nell'Archivio Parrocchiale
di Brusuglio).
Ill.ma signora donna Giulia Beccaria Manzoni.
Prevengo V. S. Ill.ma, che a tenore della mia scritta in data 7
corrente mese la Deputazione di Brusuglio ammise, che essendo il
detto tetto della Chiesa Parrocchiale in cattivo stato vi sarebbe
pericolo di rovina, ed anche a danno della vita del popolo, attesa
pure l'incessante neve che la stagione ci regala in misura
esorbitante. Altronde la stessa Deputazione mi fece sapere con
foglio dell'11 che fin adesso non sapendo a quali mezzi attenersi
onde prevenire qualche deplorabile disgrazia, mi suggerì
opportunamente di chiedere a V. S. l'oratorio pel disimpegno delle
funzioni pubbliche del divino culto. Annuendo a siffatto progetto
(per pura necessità e in via provvisoria) mi rivolgo a Lei per
averne il permesso di servirmene dell'oratorio, e per tutto quel
tempo, che durerà il bisogno, e non di più, atteso che deve costarmi
grande incomodo, massimo in questa stagione e grave pure deve
costare al popolo; perché l'Oratorio è più piccolo della Chiesa
parrocchiale e manca di sagrestia; tanto angusto ed umile è quel
sito che è quasi inservibile alluso che se ne dovrebbe fare per
collocarvi gli arredi necessari.
La chiestami licenza prestami la opportunità di appellarmi alla
religiosa e filantropica sua pietà, alla quale pure fida il popolo
le sue speranze, e mediante la quale sperasi di giungere al bramato
scopo, cioè l'avere al più presto incominciamento la costruzione
della nuova Chiesa. L appello non è fatto da me nè dal popolo per
vano complimento, ma per convincimento e persuasione d animo. A me
ed al popolo sono pure presenti i di Lei sforzi e generosi
sacrifici, che ha già fatti a quest'ora, ed è derisa fortemente a
compierne la misura ed a ricevere per la Divina rimunerazione del
vero merito, tutte le benedizioni ch'Ella può desiderare. Sotto
migliori auspici io credo d'avere incominciato l'anno, e spero
vederne il miglior esito, e sortirne ai miei, ed altrui desideri, il
più consolante evento. Chiudo il mio foglio pregandola dei miei
rispettosi complimenti e sinceri auguri a tutta la rispettabile di
Lei famiglia ed in particolar modo al degnissimo di Lei figlio, don
Alessandro. Gradisca pure che col miglior cuore Le offra la mia
servitù e la mia sincera considerazione, mentre, ecc., ecc.
II°. 22 marzo 1844. Lettera del parroco don
Rollandi ad Alessandro Manzoni.
Egregio ed Ill.mo signor don Alessandro
Manzoni, Mercoledì mi rallegrai nel Signore. Per il segnalato
beneficio di sua Provvidenza, ed in particolare pel generoso
concorso e sacrificio che Vostra Signoria si compiacque di fare,
sono finalmente per compiersi i caldi, e religiosi voti di cotesti
buoni terrieri, i quali a brevi giorni vedranno a sorgere dal suolo
di sua proprietà le fondamenta del nuovo tempio parrocchiale.
M'immagino che tutti allora si consoleranno nella speranza di
vederlo prestamente costrutto e consacrato al culto di Dio e della
gran Vergine Madre e del Santo Titolare, ed i più giovani segneranno
lieti la fortunata epoca di sì bella impresa, e la tramanderanno ai
tardi loro nipoti, che riconoscenti benediranno la memoria di coloro
che vi cooperarono. Mercoledì stesso mi venne superiormente ingiunto
di cessare dopo le prossime due feste, dall'esercizio delle sacre
funzioni in questa mia vecchia e rovinata chiesa; perciò volentieri
ricorro alla religiosa pietà di Vostra Signoria chi si compiaccia
permettermi di esercitarle (l'esercizio di esse) nell'Oratorio di
suo particolare diritto, e finché vi sarà il bisogno.
In attenzione di un grazioso suo riscontro le anticipo i miei
sinceri ringraziamenti : ed in pari tempo sono lietissimo di
protestarmi con profondo ossequio di Vostra Signoria Ill. ma devoto
servo.
Don DIONIGI ROLLANDI, parroco di Brusuglio.

III°. 12 aprile 1844. Lettera di don Rollandi a
don Pietro Manzoni.
Ill. mo e gentilissimo signor don Pietro
Manzoni. Mi trovo in dovere di sottoporre all'assennato di Lei
giudizio, che dai pratici intelligenti, massime del ceto mio, è
stato rilevato, che l'attuale Ellitica (sic) del Coro (salvo errore
nei vocaboli) è alquanto limitata, e a meglio dire angusta, e salvo
sempre che possa essere giusta in disegno architettonico; perciò
essendo io pure del parere di questi, unisco anche le mie più
ossequiose preghiere, acciacchi Vostra Signoria prenda in
considerazione la cosa, e qualora la trovi, come mi lusingo,
ragionevole, si compiaccia di rendere più generoso e compiuto il
sacrificio della di Lei proprietà annuendo che sia allar-gato il
Coro almeno per once 18 del nostro Braccio milanese. Perdoni la mia
libertà che osa anche in questa bisogna di rivolgersi alla di Lei
innata bontà, poiché omettendo ciò crederei di incorrere la taccia
di codardo, o di pusillanime. Colgo intanto anche questa occasione
per attestarle con profondo e sincero ossequio la mia viva
riconoscenza, e distinta considerazione, con cui ho l'onore di
protestarmi...
PS. La mia rispettosa preghiera è diretta a Lei come parte tanto, e
tantissimo interessata in questa impresa; ben inteso però che ella
si compiaccia di sottoporla al Degnissimo Genitore e l'accompagni,
come spero, del suo favorevole suffragio che non manca mai quando Io
riconosca degno e decoroso alla bella fama del suo illustre Casato.
Si compiacerà poi di fare all'Egregio di Lei signor Padre i miei
rispettosissimi complimenti.
Di Vostra Signoria Ill.ma devotissimo Servidore Prete DIONIGI
ROLLANDI, parroco.
Brusuglio, il giorno 12 aprile 1884.
IV°. 19 maggio 1845. Lettera al Vicario Generale
della diocesi.
Noi sottoscritti Parroco e fabbriceri di
questa Chiesa Parrocchiale di Brusuglio, avuto considerazione non
solo delle ingenti spese sostenute dall'illustrissima Casa Manzoni
per l'erezione e le molte spese addizionali di questa Chiesa nuova
Parrocchiale, ma specialmente al generoso dono da essa fatto della
totalità dell'area sulla quale la detta chiesa venne eretta nei
giardini attinenti alla villa di sua proprietà; al dono per l'altro
spazio di giardino ceduto senza compenso alcuni, ed anzi con grave
spesa per l'atterramento e la costruzione di lungo tratto di muro,
all'oggetto di dare alla chiesa stessa un conveniente prospetto; in
vista della preziosa cessione di un suo oratorio privato per
l'esercizio del culto durante tutto il tempo dell'erezione della
nuova chiesa, e questo pure con viva spesa d'adattamento onde
renderlo più degno, nonché degli altri danni ed incomodi sostenuti
dalla detta Casa, perché fosse condotta a buon termine l'impresa,
acconsentiamo che la suddetta Casa Manzoni abbia ad avere l'ingresso
privato nella Cappella laterale a tramontana, e precisamente
sporgente nel giardino attinente alla propria villa, per mezzo
dell'apertura già ivi esistente e riconosciuta nel tipo (disegno) di
detta chiesa, e questa all'oggetto di poter assistere
quotidianamente alle funzioni e pubbliche preghiere, uniformandosi
però, ecc., ecc.
V°. 14 luglio 1847. Lettera della Curia
Arcivescovile ( numero 368-2) al parroco di Brusuglio.
Molto rev. Signore, L'Ill.mo cav. Alessandro
Manzoni ci ha fatto domanda 29) del privilegio per sé e tutta la sua
famiglia e dipendenza di un ingresso privato a cotesta nuova Chiesa
Parrocchiale, la cui erezione debbesi in gran parte alla religiosa
sua generosità. Abbiamo veduto con piacere appoggiata la di lui
istanza dall'assenso di Vostra Signoria, nonché di codesta
fabbriceria, le quali rendendo gloriosa testimonianza al distinto
merito che quell'illustre si è procacciato su questa popolazione,
esternarono il vivo desiderio di perpetuare la riconoscenza colla
concessione del privilegio in discorso. A questo non abbiamo nessuna
difficoltà, epperò, ecc., ecc. Affezionatissimo
GIUSEPPE RUSCA, Vicario Generale Capitolare.
Milano, dal Palazzo Arcivescovile Iì 1 4 luglio 1 847.

NOTE
1)
V. Sforza-Gallavresi: Carteggio di Alessandro
Manzoni, cit., II, n. 659-660.
2) Allude
certo il Manzoni alle gravi rappresaglie fiscali decretate dal
Governo austriaco, fatto più tirannico e arrogante dalle vittorie di
Custoza e di Novara, Molte «imposizioni straordinarie» gli avevano
portato via «i quattro quinti dell'entrata». Cera stata anche la
minaccia di una speciale multa di guerra o prestito forzoso, dalla
quale il Manzoni, per l'aiuto di buoni amici che consigliavano in
queste pratiche il figlio Pietro, cui il babbo, esule volontario in
Piemonte, a Lesa, sul Lago Maggiore, aveva affidato
l'amministrazione anche del suo patrimonio, poté liberarsi a fatica.
(Vedi ScheriIlo: Manzoni Intimo, cit., II, XXXI-XXXII-XXXIII).
Anche l'anno 1848 era stato disastroso. Oltre alle contribuzioni
«pagate di buona voglia ai nostri» e «quelle pagate per la maledetta
forza ai tedeschi» un un incendio a Brusuglio aveva distrutto molte
case coloniche con un danno di 60.000 Lire; i bozzoli erano stati di
scarso valore; La siccità aveva rovinato i raccolti... Insomma si
era ridotto quasi gnudo bruco. Non aveva neppure i denari per
fare un viaggio in Toscana a trovarvi la figlia malata. La fortuna
economica del Manzoni potrebbe essere un capitolo interessante della
sua biografia. Ma in mezzo alle molte e insistenti disgrazie e
dissesti risalta sempre la serenità religiosa del suo animo e della
sua fede incrollabile nella Provvidenza. V. anche Carteggio
cit. II. 541.
3) Ha la data dei 12
marzo 1841, e venne indirizzato, come diremo, al viceré austriaco,
per ottenere il suo intervento nella eterna questione della nuova
chiesa, i cui lavori non incominciavano mai. Di altre proteste e
suppliche, sempre sulla questione dell'erigenda Chiesa, esistono
varie minute nell'archivio della piccola parrocchia. Nessuno
pretenderà che le carte che mi hanno servito a redigere
quest'articolo, abbiano, nel povero e semplicissimo archivio
brusugliese, un catalogo ed una collocazione qualsisiano. Io le ho
raccolte disponendole in ordine cronologico, in una busta speciale
«Chiesa di Brusuglio - Manzoni». Le frasi riportate fra le
virgolette sono tolte dall'uno o dall'altro documento dell'archivio
medesimo.
4) Appunto per far
fronte ai gravi bisogni specialmente della campagna, venne fondata
nel 1816 la Commissione Centrale di Beneficenza, dalla quale
ebbe poi vita la Cassa Centrale di Risparmio, aperta nel 1823. V. la
pubblicazione Per il primo Centenario della Commissione Centrale
di Beneficenza, Milano, 1916.
5) V. Carteggio
cit. I, 220 e pag. 435 nota I.
6) V. Carteggio
cit. II, 329 e la nota a pag. 730 lettera 336 a
7) Andata poi in
sposa al Marchese Matteo Ricci di Macerata. V. la prima parte di
questo volume.
8) V. G. Gallavresi:
Fonti sconosciute o poco note per la biografia di Alessandro
Manzoni, in «Archivio Storico Lombardo» Anno 35° , fasc. XVIII e
Manzoni intimo, cit. I, 22.
9) E interessante la
lettera con cui E. Terzaghi, a nome del Commissario del primo
Distretto, alla cui giurisdizione apparteneva Brusuglio, informa il
parroco del prossimo raccogliersi di questo convocato, perché essa
dimostra come D. Pietro Manzoni, il primogenito di Alessandro, anche
subito dopo il secondo matrimonio del padre con la Teresa Borri
ved.. Stampa, celebratosi nel gennaio 1837, e prima ancora che
morisse la nonna, così tenace nel comandare, amministrasse i beni di
Brusuglio e vivesse in campagna. «... Col pregiatissimo sig.
architetto e coll'onorevole sig. D. Pietro Manzoni si è, per mezzo
dello scrivente, determinata la giornata di martedì, 23 corrente,
per effettuare la riunione per deliberare intorno alla scelta per
l'area della nuova Chiesa. Il fattore di casa Manzoni (ch'era un
Leopoldo Maderno) deve far avvertiti il sig. Radice e chi crederà
meglio necessario il med.mo sig. don Pietro d'intervenire per tale
deliberazione...» . Anche un'altra lettera del parroco don Rollandi,
in data 11 febbraio 1840 sempre per l'affare della chiesa è
indirizzata a don Pietro Manzoni.
10) Il faceto
Cardinale venne certo accolto con piacere da donna Giulia. Il
Gaisruck nutriva molta stima per il Manzoni al quale fece anche
qualche grazioso favore. Così gli permise di tenere presso di sé e
per parecchi mesi l'incartamento del processo fatto per ordine del
cardinale Federigo contro la monaca di Monza e G. P. Osio,
appartenente all'archivio arcivescovile. V. Achille Locatelli-Milesi:
La signora di Monza netta realtà, Treves, 1924.
11) Architetto di
fama, specializzatosi nella costruzione di chiese. Studiò nelle
Accademie di Milano e di Roma e godè molta stima presso i suoi
contemporanei. V. Delle arti del diacono e degli artisti nette
provincie di Lombardia dal 1771 al 1862. Memoria di A. Caimi,
Milano, 1862.
12) Infatti una nota
dell'Archivio ci fa sapere che della demolizione si poté cavare ben
poco. Solo certi ferramenti e usci poterono essere rivenduti, con un
introito di circa 190 Lire milanesi.
13) Forse a ciò si
riferisce la frase: va a Brùsù! ... che ancora oggi i
contadini dell'Alto Milanese rivolgono a qualche seccatore importuno
o a un buono a nulla che faccia a loro perdere tempo e parole.
14) Certo a questa
deliberazione che ritardava ancora di alcuni mesi ogni definitivo
procedimento si riferisce la protesta del parroco contenuta in una
lettera del 21 febbraio 1841 a don Pietro Manzoni, nella quale il
zelante sacerdote, lodando come eccellente un progetto di esso
Manzoni presentato nell'adunanza e che il Radice con scaltrezza
maliziosa, era riuscito a mandare a monte, si scaglia contro
quest'ultimo, diventato per quel giro danni, il primo deputato, e
che, con finzioni e sottigliezze si sottraeva dal compimento di un
grande dovere. Don Rollandi spera che lo svegliato talento e il
deciso... buon volere a di don Pietro in questo affare, riesca a far
uscire dalla «difesa sua trincea» una preda sì preziosa.

15) V. la citata
pubblicazione «Per il primo centenario della Commissione Centrale di
Beneficenza», pag. 31 e segg.
16) Vedi documento I
nell'Appendice.
17) Di questo
memoriale, già da noi ricordato e che ci ha dato già qualche
notiziola interessante, sono nell'archivio di Brusuglio parecchie
minute o abbozzi, dove si leggono rilievi assai curiosi che nella
copia, dirò così, ufficiale, non compaiono. Così il parroco dice che
in Brusuglio «nulla avvi di ragguardevole che il gaio ed elegante
Palazzo o Villa, proprietà della Ill.ma signora donna Giulia
Beccaria vedova Manzoni, madre del celebre Manzoni, autore notissimo
dei Promessi Sposi»;
e nulla «di peggiore che la piccolissima Chiesa parrocchiale che
situata a poca distanza dal predetto palazzo, fa orrido contrasto
alla di lui bella prospettiva. Essa Chiesa è orrida quanto mai si
può dire... tanto essendo la di lei bruttezza e originalmente unica
nel suo genere di Casa di Dio». Toltine «l'augustissimo Sacramento
dell'altare e gli emblemi sacri è rozzissima stalla». La facciata «é
ridicola e deformissima»..., «tutti i passeggeri crollano la testa e
la deridono in veggendola al di fuori e stupiscono come si permetta
il culto divino in essa». «Il suolo non è mai stato ripristinato da
che esiste, e le poche lapidi sepolcrali tengono in sesto i mattoni
che di mano in mano hanno sostituito i cosunti (sic)...» « e si ha
questo di strano, ai giorni nostri, che in chiesa non se (sic)
sicuri e quando piove l'acque pluviali discendono ad innaffiare il
suolo come avesse bisogno d'esser inumidito e rinfrescato anche nel
centro dell'inverno...» «Per cui vi regna un puzzo di sepoltura ed
una umidità impossibile...» Il povero curato esclama con Giobbe: «O
vos omnes qui transitis per viam aspicite et videte si est Ecclesia
similis sicut ista quae immerito fert nomen hoc». Il «torrino» che
regge le tre campanelle «é al disotto del conduttore del fumo che
serve di focolare alla cucina del parroco... Oh oggetto veramente
arciromanzesco !... si vede che Iddio è grande infinitamente, perchè
sa e vuole stare visibilmente sotto vela anche nei luoghi in cui non
vi si farebbero ricoverare quei nobili e generosi corsieri di cui
gli uomini agiati tanto si gloriano di possedere e si gloriano di
farli stanziare in istalle magnifiche e per nulla da parsi al
confronto della ignobilissima casa di Dio che esiste in questo
misero luogo».
18) Era nata il 21
luglio 1862.
19) Per chi amasse
di mettere in confronto la sollecitudine della burocrazia austriaca
del 1841 e la nostra del 1928, e sapere la procedura ufficiale che
tali pratiche allora dovevano seguire, riferisco il decorso compiuto
dalla deliberazione su riferita, quale è descritto in una breve nota
conservata nell'Archivio di Brusuglio. «Addì 23 agosto 1841. Nel
convocato legale di detto giorno furono votati all'unanimità i mezzi
per far fronte alla spesa della Chiesa parrocchiale per la nuova
costruzione a norma del disegno Moraglia architetto. Nel giorno 26
detto il signor Commissario Distrettuale spedì il risultato del
convocato alla Regia Delegazione. sotto il N. 2609. La Regia
Delegazione spedì al Governo il predetto risultato nel giorno 4
settembre N. 24311-2738, III. Il Governo mandò il plico delle carte
alla Contabilità Centrale il giorno 8 settembre sotto il N.
30702-5236.Il giorno 14 settembre la Contabilità ricevette il plico
per il voto economico e tecnico. La Contabilità sotto il N. 24499
mandò il suo voto alla Congregazione Centrale il giorno 11 ottobre -
ed erano già cominciate le ferie di vacanze. Qui assunse il N.
2997-1068. Passò qui l affare alla sezione prima per esaminare il
voto della contabilità sotto il N. 3128-1050. Sul finire delle
vacanze l'affare fu accollato al signor marchese Zanetti Mantovano e
deputato a riferire in seduta. Alla prima seduta non era pronto
ancora: e fu tenuta il 4 novembre. Si differì quindi fino al 2
dicembre e l'affare fu approvato a pieni voti. Il giorno 13 detto fu
trasmesso al Governo per l'approvazione sotto il N. 3128-1050, e il
giorno 17 detto fu approvato all'unanimità». Si accennano anche alle
benemerenze del segretario Giacomo Casati e di un cavalier Giovanni
Orleris che divenne poi un bene-fattore della nuova chiesa, i quali
si adoperarono perché la pratica avesse un sollecito disbrigo. L'Orleris
anzi, in una lettera del 14 dicembre 1841. avvisa il Parroco il
quale attendeva impaziente. «che le pratiche degli uffici pubblici e
da chi ha premura vogliono essere spinte fino all'importunità».
20) Si fa spesso,
nei convocati comunali e nella corrispondenza tra le autorità
amministrative, un poco di confusione. Qui il primo estimato è
ritenuto Alessandro mentre realmente era sua madre donna Giulia,
proprietaria della villa e dei fondi di Brusuglio: poi dopo la morte
della Beccaria in atti e lettere conservati nell'archivio
parrocchiale di Brusuglio - 22 marzo 1844, 23 marzo 1844, ecc., il
primo deputato comunale è ritenuto ancora Alessandro, il quale è non
il proprietario ma l'usufruttuario della proprietà materna, passata
in eredità ai suoi figli. Si capisce che viene in qualche caso
considerato il principale e più noto personaggio della famiglia,
poiché in altro documento, il primo deputato o estimato del
villaggio è donna Giulia fino alla sua morte e quindi Pierluigi che
nel 1866 è anzi Sindaco del comune. V. Manzoni intimo, II.
21) Ciò risulta da
una supplica del parroco don Rollandi. 28 giugno 1846 all'I.R.
Subeconomo del Distretto primo, per avere il suo consenso
all'impiego della somma di L. 2000 austriache appartenenti alla sua
Chiesa e deposte presso la Cassa di Risparmio. Urgevano il
compimento di alcune opere indispensabili quali «il Castello delle
campane (già in costruzione), la Cantoria, il pulpito, lo stallo del
Presbiterio, i cancelli di ferro, almeno alla balaustra dell'altar
maggiore, gli acqua santini alle rispettive porte d'ingresso,
le tende alle finestre, i braccialetti di ferro per sostegno delle
lampade, il Battistero... le Panche», e l'acquisto di tante
suppellettili e arredi sacri di cui la Chiesa era mancante affatto,
come «Padiglioni, Pagli e Paramenti e l'inargentatura dei Busti e
Candellieri», ecc. «a tali opere», osserva il parroco, «non si
possono mettere a carico dell'estimo» stante che porta già l'onerosissimo
sopracarico di cent. 30 per ogni scudo e da protrarsi fina al futuro
anno 1855 per le opere addizionali già in corso». Per conciliare
questa notizia con quanto il Manzoni asseriva nella citata lettera
dell'8 gennaio 1851 alla figlia Matilde, che cioè nel 1851 sarebbe
cessata la sopratassa, come egli la chiamava, bisogna dire che o don
Alessandro, mantenendo inalterata la durata novennale della
sovrimposta, abbia acconsentito ad aumentarla (infatti egli era
estimato per 8000 scudi, perciò avrebbe dovuto contribuire con L.
2400 e non per una somma dalle 3 alle 5000 Lire) mentre gli altri
estimati accettavano di prolungare il contributo per altri quattro
anni: o che il termine del 1855, riferito dal parroco, sia errato,
in luogo di 1851. Sulle condizioni non floride in cui trovavasi il
Manzoni in questi anni vedi anche quanto scrive al Giorgini. a
proposito della dote assegnata alla figlia Vittoria, in Manzoni
intimo, cit. II. XII, e in questa stessa pubblicazione, parte I.
Riferendosi alle urgenti necessità in cui si trovava la «sua povera
sposa», il parroco don Rollandi invocava soccorso dallarcivescovo
Romilli, con lettera del 29 dicembre 1847. L'Arcivescovo infatti lo
ascoltava benevolmente, inviandogli un sussidio e concedendogli di
pitoccare ostiatim in parrocchia e fuori.

22) Tra queste da
ricordare anche quella del parroco don Rollandi di L. 1000 milanesi,
ragguagliate (il 16 febbraio 1 84 7) a 937 Lire austriache. Per chi
s'interessa di cambi, dirò che L. 500 milanesi, il 27 aprile dello
stesso anno, equivalevano a L. 416,50: la stessa somma, il 28
luglio, a L. 416, 75. Queste due offerte da L. 500 ciascuna furono
dell'arcivescovo Card. Gaisruck , che anzi in morte (1847) legava
alla Chiesa di Brusuglio 16 pezzi doro da venti franchi.
23) Vedi documento
n. II in appendice.
24) Infatti la nuova
Canonica venne costruendosi insieme alla Chiesa e costò, disegnata
dal Moraglia, circa L. 26.000.
25) Vedi documento
III in appendice.
26) Ambedue queste
lettere, cioè l'approvazione e la commendatizia del parroco e dei
fabbricieri e il rescritto del Vicario diocesano capitolare, mons.
Rusca, non ancora mons. Romilli, successo al Gaisruck
nell'Arcivescovado, aveva fatto in Milano il suo ingresso, avvenuto
il giorno 8 di settembre, in mezzo a straordinarie dimostrazioni
d'italianità che provocarono la ferocia austriaca dell'arciduca
Ernesto, del governatore Spaur e del capo di polizia Bolza,
sfogatasi sanguinariamente sulla folla inerme io ho pubblicate nella
Rassegna Nazionale, giugno 1924, in fine dell'articolo «La
conversione di A. Manzoni, ecc.». Le
riporto anche qui perché completano la breve documentazione del
presente articolo. Sono i documenti IV e V in appendice.
27) Venne in seguito
decorosamente ampliata per la generosità di donna Vittoria Manzoni
in Brambilla.
28) La chiesa è in
sobrio stile classico, un po' guasto dalle decorazioni policrome
geometriche troppo compassate e fredde, con tre navate. Le laterali
sono occupate dalle cappelle e da ripostigli. lunga 31 M.
all'esterno, 28 1/2 all'interno. La volta si innalza dal pavimento
di 16 metri. Dei quadri che la ornano i due dell'altar maggiore, di
ignoto autore e di qualche pregio, furono donati dalla famiglia
Manzoni: gli altri prestati dalla Pinacoteca di Brera. Notevole
l'altare maggiore col ciborio e l'altare di buon marmo. La
cappellina che serviva ai Manzoni è la prima a sinistra
dell'ingresso.
29) Questa domanda
non fu possibile trovare nell'Archivio Arcivescovile di Milano.
 Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro
(2009).
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