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RICORDI E PENSIERI
DI
ANTONIO LONGONI
SERGENTE NEL V. ALPINI
SAC. PROF. GIUSEPPE MOLTENI
Queste piccole, umili pagine che vogliono perpetuare la memoria del
sergente ANTONIO LONGONI, che è quella di un eroe, siano dedicate non
solo alla sua famiglia che egli amò di un affetto sviscerato e nella
quale trovò i migliori conforti e attinse la mirabile forza che lo
sostenne nel compimento di tutto il suo dovere, ma anche alla gioventù
seregnese combattente che in un loro concittadino troveranno un
esempio nobilissimo di virtù civili e militari da imitare, da emulare,
da ammirare.
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Chi dei giovani e dei vecchi Seregnesi non
conobbe Antonio Longoni?
Popolarissimo e stimato, non e soltanto per la famiglia egregia
dalla quale era uscito, il sig. Palma Longoni e la signora
Serafina godono in Seregno la considerazione e il rispetto di
chicchessia, egli era grandemente apprezzato anche per la
invidiabile posizione fattasi nel campo del commercio, per la
sua straordinaria vigoria e robustezza e la squisita sua bontà.
E forse di quelli che la guerra à immolato sull'altare del
dovere e del sacrificio, pochi verranno celebrati nella memoria
degli amici come Antonio Longoni lo fu e lo è tuttavia.
Aveva avuto dai suoi un' educazione integra e
schietta. Cresciuto lontano da viziose, e debilitanti abitudini,
amante degli esercizi sportivi, era divenuto un atleta
formidabile. Il suo pugno era un maglio vigoroso, i suoi.
muscoli un groviglio di acciaio la sua stessa stretta di mano,
una morsa terribile. Ma tanta forza di corpo, che gli procurò
ambite onorificenze in concorsi e in gare atletiche nazionali e
internazionali, non sfruttò mai in imprese spavalde o in
braverie arroganti: sprezzava il pericolo ma non lo cercava, era
alienissimo dall'ira, ma era risoluto nella difesa di ogni buona
causa. Ed era di una dolcezza che non si poteva credere. |
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Il
seregnese, Sergente degli Alpini, Giuseppe Antonio Longoni,
Medaglia d'Argento al Valor Militare della Prima Guerra
Mondiale, disperso il 7 giugno
1916 sul Monte Fior (Altopiano di Asiago). |
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Costante nelle amicizie, di carattere adamantino,
cristiano fervente e senza paure umane, fornito di soda coltura,
studiò nel R. Collegio Rotondi di Gorla Minore e vi lasciò
eccellente ricordo per il forte ingegno e la condotta seria e
inappuntabile, e ben presto acquistata una larga pratica del
commercio, fu tosto designato a coprire pubbliche cariche e
giovanissimo ancora eletto con grande numero di suffragi, tra i
consiglieri del comune e designato a coprire altri uffici nelle
civiche amministrazioni e nelle associazioni cattoliche seregnesi.

Ma non a molti fù dato di conoscere il suo cuore, delicato come quello
di un fanciullo, che si inteneriva ad ogni pietà, che si. entusiasmava
ad ogni idea buona e generosa. Largo di consigli e di limosine, franco
e sicuro nei suoi atteggiamenti, circondato dalla generale fiducia,
l'avvenire gli sorrideva splendido. Tanto più che dopo il suo felice
matrimonio con una signorina di cospicua famiglia di Atripalda,
Gaetanina Mastroberardino, si era visto crescere intorno una numerosa
figliolanza, bella e gagliarda come i giovani virgulti, dell'olivo,
che cresceva somigliante a lui, nella pienezza delle forze
intellettuali e corporali.
La squilla della Patria lo chiamò il 24 Maggio 1915, lo stesso giorno
della dichiarazione di guerra. Egli che già presentiva 1'appello ne
senti tutta l' urgenza e la santità. Era ricco, o almeno, non privo di
fortuna, aveva una famiglia adorata; non era più un giovanotto facile
alla temerarietà, contando già i 35 anni; eppure accorse sereno e fu
ottimo soldato per 13 mesi circa, finche in una terribile mischia del
7 Giugno 1916, sui Contesi spalti di Monte Fior, scomparve. Quante
ansie da quel dì! quante speranze! quante preghiere per lui! Scomparve
mentre si batteva come un leone; mentre avrebbe potuto rimanere a
riposo, ferito gravemente da due giorni scomparve, perché in un'
esaltazione sovrumana di coraggio di altruismo, arrossi di rimanere,
pure febbricitante, e sanguinante, in una infermeria, quando il suo
plotone pugnava con, ardore e con ardimento indicibile… volle
anch'esso il suo posto di gloria e offrì tutta la sua vita…
Da quel giorno nessuna nuova si ebbe di lui. E sono passati due anni:
ma 1e speranze dapprima concepite, dileguarono: e di esse, nell' animo
dei famigliari ed in quello dei numerosi amici ed estimatori suoi, una
rassegnazione profonda ha coperto ormai, se non affatto sepolto, anche
l'ultimo lembo... Lo vedremo certo in cielo!
Antonio Longoni prese parte a tutti i principali combattimenti che dal
25 Maggio 1915 si svolsero nella zona dei Tonale dapprima, poi in
quella di Monte Nero, fino alle azioni, gloriose dell'altipiano di
Asiago nel Maggio - Giugno 1916. Il suo coraggio, la spontaneità del,
suo sacrificio, l'idea che sempre lo ispirava nell'affrontare i più
gravi pericoli e nel1'obbedire ai più difficili comandi, il suo amore
alla patria, la sua affezione verso i suoi, la pietà profonda che egli
professava, più che dalle frasi altrui, risultano dalle sue lettere.
Di queste soltanto poche abbiamo creduto per ora di riassumere e di
pubblicare in parte. Oh! come ne balza nitida e bella e integra la sua
possente figura!
Il giorno dopo la sua partenza, da M. donde stava per essere avviato
sugli alti gioghi alpini, scriveva: «Sono tranquillo, calmo,sereno,
fiducioso in Dio: animato a compiere fedelmente il mio dovere che è
oggi di soldato, come già altra volta ho compiuto quello verso la mia
famiglia, e i diletti bambini». Il pensiero dei suoi figli lo
preoccupava; ma aggiunge che esso gli riusciva meno doloroso perché li
sapeva affidati in buone mani: «a mia moglie e ai nonni; i quali
mantengono all'animo mio la serenità di spirito, virtù necessaria in
questo momento». E, per incominciare bene la sua nuova vita chiede
perdono di tutte le mancanze che può avere commesso verso i suoi e
domanda la benedizione ai genitori. «I1 Signore mi benedica,
conclude la bellissima lettera, mi guidi in ogni vicenda e mi permetta
di tornare fra voi colla dolce soddisfazione di avere compiuto tutto
il mio dovere verso la nostra patria e per riflesso, verso le nostre
famiglie tutte». In tal modo nella mente di lui l’idea di patria
si fondeva in quella di famiglia. Che cosa è infatti la patria se non
l'insieme delle famiglie? E difendendo la patria non si difendono nel
tempo stesso i nostri cari? L'amore di patria è un'estensione di
quello che si porta ai propri figli e ai fratelli. Chi è buon padre e
buon marito deve essere anche buon cittadino é, occorrendo, buon
soldato!
Abbiamo detto che il Longoni era schiettamente e profondamente
religioso. Per lui la religione non era ,solo un intreccio di pratiche
di pietà, ma anche la coscienza di un dovere superiore; ed egli
combatteva con accanimento, affrontava situazioni aspre, muoveva
risoluto agli attacchi sanguinosi, rimaneva indifferente ai disagi
della vita di trincea perché sostenuto principalmente dalla sua
fede... La celebrazione e l'assistenza alla Messa al campo suscitavano
nel suo cuore le più soavi impressioni.

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S. Messa al
campo nella zona dell'Adamello. |
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«Ieri, 4 luglio 1915, per la prima volta
assistemmo alla Messa al campo. Non potete immaginare la
commozione vivissima e intensa suscitata in me, e ritengo in
tutti i presenti, dal carattere grandioso, sublime e mistico,
che in circostanze simili una cerimonia di questo genere viene
ad assumere, alla presenza di uomini pieni di energia, consci
del loro compito gravissimo, col ricordo e le immagini della
famiglia e per gran parte di essi, dei figli, animati sempre più
alla di fesa della patria il che equivale alla difesa dei nostri
bimbi di cui gli avidi dominatori vorrebbero fare scempio,
qualora riuscisse loro possibile (non sia mai !) a invadere il
nostro bel suolo! Oh! di quale incitamento è la religione
profonda, inconcussa, particolarmente in chi sente una fede
viva! mai una cerimonia religiosa è più commovente di quella che
si svolge durante il compimento dei più sacri doveri . Di quale
stimolo è essa a difendere, la nostra libertà, a lottare pel
suolo dei nostri padri che il nemico tenta violare! Con quale
serenità d'animo e fulgida speranza ci sentiamo spingere al
sacrificio della nostra vita! Non è poesia questa, credetemelo,
è una scialba espressione del reale sentimento dal quale ci
sentimmo invasi oggi nel difficile periodo che la nostra patria
attraversa e nel quale noi Italiani dobbiamo invocare l'aiuto di
Dio ed essere tutti pronti a ogni sacrificio, anche a quello
della Vita… e senza esitazioni e senza ambagi! Il buon Signore
ci assista! |
Vi assicuro che sono in condizioni fisiche e
morali tali da accettare ogni disagio, sopportare ogni fatica, e
occorrendo, tutte le privazioni. Ricordatemi nelle vostre preghiere.
Ho provveduto al mio testamento: speriamo sia soltanto una
precauzione: desidero non per me, ma per i miei bambini poter
tornare sano e salvo colla dolce soddisfazione di avere compiuto il
mio, dovere».
Sempre nelle sue lettere si ascolta una viva nota
religiosa. Scrivendo alla moglie e ai figli nella imminenza della
Pasqua del 1916, ha queste espressioni commoventi: «Particolare
pensiero rivolgo a te e ai nostri teneri bimbi che in questo giorno
intravedo riuniti intorno al desco domestico, triste pur troppo per
la mia assenza e coll'angoscioso pensiero nell'animo di sapermi qua
fra balze e dirupi vigilando le mosse nemiche, pronto a respingere
ogni tentativo avversario, a scoprire ogni losca manovra, a sventare
ogni insidia , pronto nello stesso tempo al compimento del mio
dovere per il quale la patria mi ha chiamato, per il quale da circa
11 mesi lottiamo tutti con tenacia e fortuna: ma, o mia cara
diletta, questa santa ricorrenza sia per voi piuttosto un motivo di
santa allegria, perché in quel giorno potrete più felicemente
implorare dal buoi Dio che metta fine a questo periodo di lotta e
conceda a noi il sospirato ritorno fra i nostri cari». E in una
lettera ai genitori nella stessa circostanza, ricordando come oltre
all'avere tutti e tre i loro figli sotto le armi , uno di essi, il
valoroso dott. Elia, tenente medico doveva cadere poi a Doberdò il 9
ottobre 1916, impavido nel compimento del suo umanitario dovere, e
veniva quindi premiato di medaglia d'argento con splendida
motivazione (La motivazione dell'onorificenza è un attestato
bellissimo al valore e alla magnanimità del compianto dottore, tanto
buono e valente e ancor oggi si vivamente ricordato dagli amici. «Longoni
Elia da Seregno (Milano) Tenente Medico Reggimento Fanteria.
Ammalato, attese ugualmente al proprio compito. Benchè il suo
Battaglione fosse in una posizione arretrata, sistemò il posto di
medicazione in una località avanzata, noncurante dell'intenso fuoco
nemico pur di trovarsi nel luogo più acconcio per rendersi utile
anche ai feriti di altri reparti, Calmo e sereno, prestò con grande
attività la sua opera di soccorso, finché venne mortalmente colpito
da una granata avversaria. Doberdò 9-10-1916». Non volle l'Elia
essere da meno del fratello che, come si dirà, pur ammalato e ferito
e a riposo, aveva voluto spontaneamente accorrete là dove si moriva
per fa patria.) avessero anche una figlia, missionaria in Palestina,
forse prigioniera dei Turchi a Gerusalemme, scampò miracolosamente a
una ben triste sorte quando la città santa fu liberata da gli
inglesi, si esprimeva con queste belle parole: «Comprendo
purtroppo la tristezza che regnerà fra voi in questo giorno, per
l'ansia nella quale vi trovate al pensiero dei figli esposti a così
dure prove; ma la fede così per voi come per me, deve essere di
consolazione: Si innalzino da voi le preghiere presso l’Agnello
Immacolato, affinché la patria raggiunga le sue aspirazioni per le
quali lotta da undici mesi».

Somma e invincibile era in lui la fiducia nella
preghiera. Scrivendo ai molti amici sacerdoti, ne invoca il ricordo
nella Messa «perché possa sempre fare il mio dovere di buon
soldato». Non chiedeva di più: voleva si pregasse per la
prosperità della Patria. Ma più egli riposava nelle orazioni dei
suoi piccini. In frequenti e pietosi biglietti, scritti nei brevi,
momenti di riposo «su una tavolozza che ho potuto trovare e
accoccolato in una spaccatura della roccia» e mandato all'uno o
all'altro dei suoi bambini o dei suoi nipotini, esorta gli innocenti
suoi pargoletti perché Iddio «benedica tanto e, tanto generoso
sangue versato sui campi di battaglia e assicuri alla nostra cara
patria il trionfo finale». «Pregate Iddio per me, insisteva,
e vedrete che non mi abbandonerà». Devotissimo della Madonna,
quale buon soldato non è devoto di Maria? e quale non ne porta,
sacro talismano, una medaglia protettrice?, domanda che nel mese di
maggio si onori la Vergine... «nel mese a Lei dedicato perché
possa superare i pericoli nei quali mi trovo». Scongiurando la
moglie a rimanere tranquilla sul conto suo, dice: «Confido solo
in Dio e nella Vergine Santa: innalzate alla Madonna in questo bel
mese a Lei consacrato tutte le vostre preghiere perché mi guidi e mi
aiuti, domandatele di darmi forza di compiere sempre il mio dovere e
specialmente in momenti così gravi e solenni per la nostra Patria».
Queste frasi potevano sembrare retoriche se non
si conosceva di qual tempra era il Longoni. Dicono che la religione
è cosa dei deboli e dei timidi: ma il Longoni era, nella sua
gagliarda sicurezza, alieno da qualsiasi timore e da qualsiasi
pusillanimità. Ma nella Religione, nella tranquilla coscienza e
nell'invocata protezione di Dio egli sapeva trovare la ragione della
sua calma. Tra una sosta e 1' altra degl' incessanti combattimenti
sul Monte Nero, nell'Aprile 1916, egli si affretta a far sapere ai
suoi: «Mi sento completamente calmo e fiducioso nell'assistenza
del buon Dio, il quale, comunque gli avvenimenti volgano, spero
vorrà riservarmi la grazia di riabbracciarvi tutti». Povero
Antonio! invece non tornò più: ma con invitta serenità e fortezza
egli seppe frenare e far tacere i suoi affetti familiari, di fronte
alle necessità della Patria. Poiché uno degli aspetti più mirabili
di questo carattere vigoroso, fu appunto la convinzione che era in
lui assoluta e infrangibile, che in questa guerra la famiglia doveva
cedere il suo luogo, nel cuore e nel pensiero degli italiani, alla
patria. In ogni sua lettera si augura di poter tornare: ma vi,
aggiunge sempre la clausola «dopo di aver compiuto il mio dovere»;
né il ritorno presso i suoi bimbi gli pare onorevole e legittimo,
prima di aver fatto tutto ciò che deve, a qualunque costo, con
qualunque sacrificio. Descrivendo a vivi colori e con efficacissimi
tocchi una battaglia di singolare asprezza nei gioghi e sulle vette
délle alpi trentine, il 21 Agosto 1915, affermava con fierezza tutta
sua e che non era iattanza e vaniloquio: «Siamo pronti ad
affrontare tutto per il bene della cara patria! Ho fiducia che il
Signore coronerà di esito felice i nostri sforzi, le nostre fatiche,
i nostri sacrifici, fatti con piena serenità . . . io confido
interamente in lui, a lui raccomando la fortuna delle nostre armi,
la salvezza della nostra patria, la mia famiglia». Quanto
l'amasse la sua famiglia, ben lo sapevano i suoi. genitori, la
moglie, i bambini che adorava e che erano degni di tutto il suo
bell' animo: ma egli anteponeva sempre e dovunque la soddisfazione
di fare «con, scrupolosa fedeltà il suo dovere verso la cara
Patria». Alla moglie che, messa in apprensione dalla notizia
diffusa in paese, che egli si fosse più volte esibito a imprese
arrischiate, gli raccomandava di essere prudente e di pensare ai
suoi diletti piccini, rispondeva in questo modo ammirabile: «Non
dubitate di me e non pensate possa commettere un atto temerario. So
di essere padre di famiglia; le azioni temerarie non valgono nulla
ma sono buon cattolico e buon cittadino: e perciò dovete attendere
da me il più scrupoloso adempimento del mio dovere. Il Signore
veglia sui, comuni nostri destini: attendiamo con calma e serenità
gli eventi e siamo nobilmente pronti a ogni sacrificio!». Non è
questo il linguaggio degli eroi ? Oh! al Longoni non mancavano
amicizie e aderenze per ottenére qualche favore, pure conciliabile
col, suo proposito fermo di fare il suo dovere ma non volle mai
profittarne. Neppure per confortare i suoi genitori egli avrebbe
domandato un particolare vantaggio, quando la richiesta poteva
sembrare un'assenza premeditata dal suo posto di combattimento o una
pigrizia nell' assolvimento del compito affidatogli.

Scusandosi il 13 Aprile 1916 di non avere inviato
gli auguri onomastici al babbo dice di non averlo potuto fare perché
si trovava a pochi passi dal nemico… Nell'agosto 1915. il babbo suo
poté ottenete di recarsi fino a E. per vederlo, sincerarsi del suo
stato di salute e sistemare certi affari... Il Longoni che pure
attendeva con ansia il giorno dell'incontro col babbo, non discese
dal ghiacciaio, dove, si trovava, perché era in, servizio e non si
sentì di chiedere al capitano di abbandonare, fosse pure per un
giorno, il suo posto... «mi sono rassegnato, così scrive,
pensando che per la patria bisogna essere disposti a ben più duri
sacrifici!». E certo un sacrificio durissimo fu per lui il non
poter venire a casa neppure un giorno quando gli nacque l'ultimo
bimbo... ragioni di servizio non consentirono che lasciasse il suo
plotone: egli si tace davanti al comando del superiore: ma la sua
non è una rassegnazione fatta d'ira o avvelenata da proteste: è una
rassegnazione santa ed edificante... «ho dovuto rassegnarmi
davanti al pensiero che in quel momento si era alla vigilia di aspre
lotte, nell’ottobre 1915, stavo per compiere uno dei doveri più
gravi di ogni buon cittadino, oltreché di buon cattolico, compito
grave e severo, per il quale, ogni rinuncia, sia pur dolorosa è un
dovere che non conosce é deve imporre qualunque sacrificio. Ho
pregato Dio soltanto che pur dandomi grazia e forza per il
compimento del mio dovere, mi preservi da ogni pericolo per il bene
di questo nostro nuovo figlio, tenera e innocente creatura che il
Signore si è compiaciuto di donarmi in momenti così tragici e che ha
voluto aprisse gli occhi senza il dono della mia presenza e senza il
primo dolce bacio paterno!».
Sono frasi che muovono le lagrime; e non si
potrebbe comprendere tanta delicatezza di affetto paterno in un uomo
coraggiosissimo e forte se non ci richiamassimo alla squisitezza
della sua anima buona e sincera! Ma basterà un ultimo fatto a
dimostrare con quanta abnegazione e con quanta rettitudine egli
faceva e voleva fare il soldato. Essendo necessario al comando del
suo reggimento qualche sottufficiale intelligente per il disimpegno
di certe mansioni, fu chiesto al Longoni se acconsentiva che si
proponesse il suo nome. Ciò accadeva nel Febbraio 1916, dopo che
Antonio aveva passato già otto mesi in prima linea, aveva combattuto
con estrema bravura, era già stato lievemente ferito. Al nuovo posto
i pericoli e le fatiche dovevano certo essere molto minori che nelle
trincee a 2000 o a 3000 metri, sperdute tra le nevi e i ghiacci.
Eppure il Longoni rifiutò: e a un amico che della cosa si era
cordialmente interessato, così scriveva il giorno 8 di febbraio: «Ti
ringrazio per il particolare interessamento e per il desiderio di
vedermi collocato in un posto più vantaggioso a me; ma tu che
conosci il mio carattere sai benissimo che mi adatterei molto male e
molto a malincuore a una vita più comoda, quando altri miei compagni
sono costretti alla vita dura, e faticosa di compagnia; alla quale
io mi sento invece attratto per potere fare più e meglio il mio
dovere : non averti a male per questa mia franca dichiarazione».
A mio giudizio basterebbe questo atto per proclamare che il Longoni
era un modello di soldato. Gli è perché egli
sentiva fortemente e valutava, con meravigliosa intuizione e
chiarezza, le ragioni della entrata in guerra dell'Italia. Non era
uno sventato né un politicante; ma col buon senso, la distinzione,
la pratica dell'uomo di affari, la conoscenza fatta di tanti uomini
e di tante cose nei molti viaggi per tutta l'Italia, egli si era
convinto che una guerra coll'Austria un giorno o l'altro si doveva
combatterla, per la sicurezza della patria, per la prosperità delle
famiglie, per l'avvenire dei figli. Un padre non compie tutto il suo
dovere verso i suoi figliuoli assicurando loro una certa posizione
economica; se la vita di tutta la nazione alla mercé di uno
straniero prepotente e crudele, come i figliuoli potranno
sicuramente vivere la vita che i genitori hanno loro dato? La,
sicurezza politica non è un bene uguale alla sicurezza economica? Ed
ecco come il Longoni espone, colla solita sua concisione e
chiarezza, il suo pensiero in una lettera ai suoi, del 6 agosto.
1915.

Dopo di aver accennato al selvaggio teatro dove egli combatteva,
osserva con una grande chiaroveggenza di geografo e di militare: «I
monti sono scoscesi dalla parte nostra; dalla parte austriaca sono a
dolci pendii: ma bisogna difendersi ad ogni costo. Il nemico è in
condizioni facilissime che gli permettono di manovrare liberamente:
quindi è logicamente giusto e santo il motivo per cui combattiamo:
noi dobbiamo batterci per imporre al nemico, la restituzione delle
terre che furono, che sono italiane, che dovranno a costo di
qualunque sacrificio tornare nostre: e in pari tempo bisogna
ottenere una rettifica dei confini e togliere al nemico l'immenso
vantaggio derivategli dai confini con evidente premeditato disegno
impostici in momenti in cui fummo costretti a chinare la testa e a
rimandare a momento più favorevole la rivendicazione del nostro
diritto: ed è qui, su questi monti, che noi meglio di voi, possiamo
rilevare le ingiustizie e i soprusi commessi dal nostro avversario
in nostro danno». E il 13 Aprile 1916 in una letterina al babbo,
«io mi trovo a pochi passi dal nemico, che invano cerca di
contenderci ciò che per, diritto di natura e volontà di popolo deve
essere nostro».
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Non ci faremo meraviglia perciò se in nessuna
delle sue lettere si contiene una parola di sconforto e nemmeno
di stanchezza. Anzi, è lui, che scrive frequentemente a casa
esortando la moglie, il babbo, la mamma, le sorelle alla calma,
alla fiducia: a non avere troppe ansie sul suo conto, a pensarlo
sempre allegro e sereno! «Ti raccomando, così in una
cartolina alla moglie scritta il 17 gennaio 1916, di star di
buon umore, rassegnata e di non lasciarti prendere dalla
malinconia né per poco né, per tanto… affidiamoci nelle mani di
Dio». Il 17 Marzo, dal Monte Nero accennando alle azioni che
il si compivano più vaste e più sanguinose che all'Adamello,
dice… «ciò nonostante, con l'aiuto del buon Dio, pure
adempiendo con scrupolo il mio dovere, spero di potere un giorno
riabbracciare miei diletti e cari piccini, orgoglioso. e
soddisfatto...». E il 2 Aprile, accennati di sfuggita i
gravi pericoli in cui si trovò e la violenza dei combattimenti,
rassicura i suoi con queste parole; «… bisogna essere
filosofi, aver fiducia solo in Dio, il quale sa tutto disporre
con divina bontà e sapienza… Questa fiducia in me non è venuta
mai meno, ma fu ed è la sola mia ancora alla quale ha affidato e
affido tutte le mie speranze, che saprà guidarmi e assistermi
nei momenti più epici e più gravi». |
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Nel Maggio 1916, a proposito di voci sinistre
corse sul conto suo, le quali avevano sgomentato i suoi cari, egli
era stato solo ferito, ingiunge alla moglie di non prestar fede alle
voci che corrono ... «Abbi solo fiducia in Dio e, sii calma
e rassegnata a ogni evento». E poiché, in un fugace incontro
avuto con suo papà i primi del mese a Cividale, lo aveva trovato
molto pensieroso e preoccupato, torna a pregare la moglie sua di
fargli coraggio, di rinfrancarlo: «mostra a lui che anche tu sai
prendere le cose con calma, rassegnazione, e fiducia in Dio, e senza
lasciarsi vincere da debolezze o da preoccupazioni eccessive che
altro effetto non hanno che di deprimere il morale senza portare
sollievo alcuno, né a me né a voi!».

Per questo in Seregno si parlava sempre del
Longoni con sommo rispetto e con simpatia vivissima. Quando si
diffuse la falsa voce, nei Maggio 1916, che egli era stato
gravemente ferito, fu un commovimento generale in tutto il paese: e
a lui piovvero lettere e telegrammi da ogni persona di ogni partito,
e tutte bene auguranti. Egli ne rimase vivamente commosso: ma voleva
piuttosto che di fronte a qualsiasi cattiva notizia che si
diffondesse sul suo conto, i suoi rimanessero «calmi, sereni,
tranquilli…». E come amava i suoi soldati! che parole di
ammirazione ha per i suoi uomini! come ammira i suoi commilitoni,
agili come camosci, coraggiosi come leoni, baldi e fidenti fino
all'incredibile! Come si sentiva fiero di comandare un plotone di
fieri e splendidi alpini! «Il mio plotone, così in una
lettera alta sorella del 1 settembre 1916, gode, senza superbia,
di illimitata stima dei nostri superiori e ha assolto un compito
difficilissimo facendosi molto onore e ricevendo lodi anche da
ufficiali di altre, armi»... Nella sua modestia egli non pensa a
sé stesso: se il suo plotone era così valente, il merito era in gran
parte suo: ma il Longoni non era il soldato vanaglorioso della
commedia, era semplicemente un vero e bravo soldato italiano, era.
un eroe. Solo una volta alla sorella accenna a quanto egli in
particolare aveva compiuto durante un aspro combattimento degli
ultimi di agosto: «.... fui chiamato dal mio capitano e ebbi vivi
elogi per il contegno tenuto e specialmente per aver mantenuto la
posizione, non ostante il fuoco infernale delle artiglierie che ci
fulminava: fuoco assai più micidiale per il fatto che ci trovavamo
in un punto così ristretto e così ripido che riusciva quasi
impossibile metterci al riparo, ... le preghiere dei miei piccini
adorati hanno ottenuto dal buon Dio che io rimanessi illeso, salvo
qualche ammaccatura di nessuno conto» .
Fu veramente un miracolo che egli sia rimasto
incolume: il suo mantello era stato crivellato e bruciacchiato dalle
palle austriache: e un suo compagno che camminava con lui, era il
fido suo amico, un caro alpino che gli si era vivamente affezionato,
Longoni Crescenzio di Lenno, cadeva sfracellato al suo fianco da un
colpo di cannone! Antonio ne pianse amaramente la dipartita e prima
di rientrare al posto di concentramento ne ricompose con onore e con
pietà le misere spoglie in una tomba Montana. Gli si può ben credere
adunque quando egli afferma, nell'agosto del 1915, «I soldati mi
dimostrano particolare stima, fiducia ed affetto, che pur non
venendo meno al mio compito, credo di non demeritare». Tutto ciò
non doveva essere noto se non al babbo, alla mamma, alle sorelle e
ai fratelli: nessun altro doveva averne cognizione, neppure sua
moglie, che avrebbe potuto inquietarsene neppure gli amici e i
conoscenti, perché egli, come tatti gli uomini forti, rifuggiva
dalle lodi. Eppure si conobbero molte prodezze compiute da lui, o
raccontate dai suoi compagni d'arme, che venendo in licenza facevano
una scappatina a Seregno per conoscere la famiglia di uno dei più
valorosi sergenti del reggimento o carpite, in qualche confidenza
strappatagli, destramente dagli amici allorché faceva qualche
fulminea comparsa a Seregno e passava in famiglia le consuete
licenze. A quanti assalti non partecipò, sempre alla testa del suo
plotone! quante volte non resse all'urto nemico! amava più il
combattimento all'arma bianca, nel quale il valore individuale è più
evidente: era impossibile resistere alla forza del suo braccio. E
ben lo seppero alcuni alpini austriaci, robustissimi e agili, che
fatti prigionieri da lui e da una pattuglia di pochi,suoi uomini,
tentarono a tradimento di rovesciarlo in un burrone. Aggrappato con
un braccio ad uno scoglio si liberò del primo assalitore mandandolo
con un rapido colpo del suo gomito a ruzzolare in un orrido e
disfacendosi ugualmente degli altri vigliacchi che precipitarono giù
a pagar caro il fio dei loro ignobile tradimento… Eppure con uno di
quei prigionieri affamato, il i Longoni aveva qualche ora prima
spezzato una pagnottella che teneva! Nel mese di dicembre 1915 una
valanga aveva sorpreso un drappello di soldati e li aveva quasi
seppelliti. La posizione dove gli sciagurati erano stati colti, era
pericolosissima, perché esposta ai colpi avversari. Antonio Longoni
si esibì volontariamente a recare soccorso ai pericolanti e, con
pochi altri arditi, sotto la sua direzione, riuscì nella difficile
impresa. Gli fu domandato quale ricompensa desiderava egli scelse
una piccola licenza di cinque giorni per vedere la sua famiglia. Ma
a quanti degli amici e dei conoscenti egli disse la ragione del suo
breve ritorno? Lo si seppe poco tempo fa per essere stato raccontato
da una persona della famiglia e confermata da testimoni oculari. E
quanti altri episodi non potremmo aggiungere, se lo spazio ce lo
consentisse! La fine del valoroso sergente fu degna della sua vita
coraggiosa, forte, cristiana. Aveva il presentimento di non tornar
più: il presentimento, non il timore. E a chi raccoglie queste note
confidava: «se torno, bene; se non torno, io spero che i miei
figliuoli cresceranno ugualmente buoni, sotto la guida di mia moglie
e dei loro nonni e che Iddio li benedirà. Infine, se non tornerò, è
perché avrò obbedito alla voce dei superiori che è voce di Dio. E
1'anima mia, spero, riceverà la ricompensa al di là di questa terra,
E qual'è lo scopo mio in questa vita? Meritarmi la benevolenza del
Signore e lasciar quaggiù figli onorati e saggi».

Alla fine del maggio 1916, divenuta, come si sa,
minacciosa la pressione austriaca su quel di Asiago, e urgendo di
contenere l' invasione nemica colla miglior forza prima che
sboccasse nel piano vicentino, con meravigliosa celerità e sagacia,
reggimenti e reggimenti furono trasportati nei punti più pericolosi.
Anche il Longoni col suo plotone, dal Monte Nero fu condotto in
Valstagna, poi sull'altopiano. I prodigi di valore che compì in
questi ultimi combattimenti ai quali prese parte, sono stati
raccontati da qualche Superstite e confermati dai superiori. Ma
tutti i nostri soldati furono in quei dì straordinariamente bravi.
Il 5 giugno l'Antonio fu ferito a Castelgomberto: combatté
egualmente li e al monte Fior finché non dovette scendere a farsi
medicare. Non andò a cercar medici e ambulanze: prego un suo
ufficiale che lo fasciasse alla meglio. Il padiglione dell'orecchio
destro gli era stato quasi strappato da una scheggia; qua e là il
corpo era terribilmente ammaccato da frammenti di roccia che i
proiettili da 305 staccavano dalle pareti dei monti. La testa
fasciata di bende gli fu ordinato di rimanere in riposo nei
baraccamenti. E' vi stette due giorni; La sera del 7 sente che il
suo plotone è in condizioni critiche: i suoi cari Soldati, che egli
amava come se ne fosse il fratello maggiore, si trovavano in
particolare pericolo. Egli esprime subito il desiderio dì accorrere.
Gli par vile la sua permanenza in luogo meno esposto; gli par
diserzione la sua assenza dalla battaglia. Invano il capitano O. gli
raccomanda di rimanere. Avendo, molto lavoro da sbrigare in quel
frangente terribile, l'aiuto del Longoni gli era di grande
giovamento. Ma il Longoni, inosservato, scappò, e, le ali al piede,
raggiunse Monte Fior senza neppure mettere il cappello o l'elmetto.
Le bende che gli riparavano le ferite non gli permettevano di
coprirsi di più: e poi gli sarebbero, stati di troppo peso. Il
tenente De M. afferma che se lo vide comparire in trincea, al suo
fianco inaspettatamente : aveva voluto venire a tutti i costi, così
com'era come a un trionfo inatteso C'è il plotone, ci deve essere il
sergente, e contrariamente ai consigli ricevuti, egli, accortosi che
una parte dei suoi, usciti dalla trincea, si lanciavano alla
baionetta per controassaltare un attacco violento di cacciatori
tirolesi, li seguì, li raggiunse, li respinse: tornò alla trincea,
esausto: ma il tedesco, urlando, ritenta l'attacco, ed egli una
seconda volta, si getta nel più folto della mischia. Era già
notte... una densa nebbia, era calata giù, dei monti e avvolgeva
nella bruma la conca deliziosa che rimbombava dei più orribili,
fragori. «Non ci si vedeva, quasi, narrò il tenente De M.,
si combatteva nelle tenebre. Colpivamo, riconoscendo gli austriaci
dalla forma dei cappotti... fummo leoni!» Ma Antonio non
tornò.... dove e come cadde? fu fatto prigioniero? Da quel giorno
nulla più si seppe dell' eroico soldato. Si sperò dapprima che fosse
caduto nelle mani del nemico, nuovamente ferito; ma chi conosceva il
Longoni non ammise mai questa possibilità, non nutrì, questa
speranza... non era di quelli che si arrendessero; non era di quelli
che tenessero più cara la vita della morte gloriosa, indubbiamente
egli spintosi innanzi nelle file avversarie, si trovò circondato
d'agli austriaci, solo contro molti e risolvette di vender caramente
suo sangue. Alla sua memoria fu assegnata la Medaglia d'argento con
questa motivazione:
«Si presentava Spontaneamente in trincea, benché fosse a riposo
per una ferita precedentemente riportata, e si slanciava per ben due
volte alla baionetta, incitando sempre i soldati, finché cadde
nuovamente ferito».
7 giugno 1916 monte Fior
Per il fatto che nessuno poté attestare di aver
visto il Longoni cadere e non rialzarsi più si disse però, che
insieme a un gruppo di soldati che si battevano furiosamente sia
stato colpito in pieno da un 305, fu ritenuto come disperso. La
famiglia sperò e, chissà? spera ancora. Ma sono due anni ormai che
nessuna voce intorno a lui è giunta in Seregno. Le ricerche fatte
con quella diligenza e, insistenza che si possono bene immaginare
nei vari campi di prigionieri austriaci, le pratiche della S. Sede e
del Nunzio Apostolico, del Vescovo di Lugano e della Croce Rossa
Italiana, riuscirono tutte vane. La famiglia Longoni offra il suo
dolore alla Patria; e fiera di averle dato due figli, confonda il
suo lutto con quello di tante altre famiglie Seregnesi e lo
purifichi in quella sublime rassegnazione cristiana che è il
migliore conforto di un animo religioso. I Seregnesi ricordino e
onorino il Longoni come una delle più fulgide loro glorie in questa
guerra terribile. Nel, giorno odierno, secondo anniversario della
sua scomparsa, la sua figura ritorni e ammonisca i vili, ritempri i
deboli, stimoli gli incerti, esalti i forti nel compimento del
dovere.
7 Giugno 1918.
(Leggi anche:
Il testamento del sergente Antonio Longoni)

Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro
(2009).
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