Gli scritti di Don Giuseppe Molteni

Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro (2009). E' vietata ogni forma di riproduzione per qualsiasi scopo.


 


 

RICORDI E PENSIERI
DI
ANTONIO LONGONI
SERGENTE NEL V. ALPINI

 SAC. PROF. GIUSEPPE MOLTENI

Queste piccole, umili pagine che vogliono perpetuare la memoria del sergente ANTONIO LONGONI, che è quella di un eroe, siano dedicate non solo alla sua famiglia che egli amò di un affetto sviscerato e nella quale trovò i migliori conforti e attinse la mirabile forza che lo sostenne nel compimento di tutto il suo dovere, ma anche alla gioventù seregnese combattente che in un loro concittadino troveranno un esempio nobilissimo di virtù civili e militari da imitare, da emulare, da ammirare.

Chi dei giovani e dei vecchi Seregnesi non conobbe Antonio Longoni?
Popolarissimo e stimato, non e soltanto per la famiglia egregia dalla quale era uscito, il sig. Palma Longoni e la signora Serafina godono in Seregno la considerazione e il rispetto di chicchessia, egli era grandemente apprezzato anche per la invidiabile posizione fattasi nel campo del commercio, per la sua straordinaria vigoria e robustezza e la squisita sua bontà. E forse di quelli che la guerra à immolato sull'altare del dovere e del sacrificio, pochi verranno celebrati nella memoria degli amici come Antonio Longoni lo fu e lo è tuttavia.

Aveva avuto dai suoi un' educazione integra e schietta. Cresciuto lontano da viziose, e debilitanti abitudini, amante degli esercizi sportivi, era divenuto un atleta formidabile. Il suo pugno era un maglio vigoroso, i suoi. muscoli un groviglio di acciaio la sua stessa stretta di mano, una morsa terribile. Ma tanta forza di corpo, che gli procurò ambite onorificenze in concorsi e in gare atletiche nazionali e internazionali, non sfruttò mai in imprese spavalde o in braverie arroganti: sprezzava il pericolo ma non lo cercava, era alienissimo dall'ira, ma era risoluto nella difesa di ogni buona causa. Ed era di una dolcezza che non si poteva credere.

Il seregnese, Sergente degli Alpini, Giuseppe Antonio Longoni, Medaglia d'Argento al Valor Militare della Prima Guerra Mondiale, disperso il 7 giugno 1916 sul Monte Fior (Altopiano di Asiago).

Costante nelle amicizie, di carattere adamantino, cristiano fervente e senza paure umane, fornito di soda coltura, studiò nel R. Collegio Rotondi di Gorla Minore e vi lasciò eccellente ricordo per il forte ingegno e la condotta seria e inappuntabile, e ben presto acquistata una larga pratica del commercio, fu tosto designato a coprire pubbliche cariche e giovanissimo ancora eletto con grande numero di suffragi, tra i consiglieri del comune e designato a coprire altri uffici nelle civiche amministrazioni e nelle associazioni cattoliche seregnesi.

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Ma non a molti fù dato di conoscere il suo cuore, delicato come quello di un fanciullo, che si inteneriva ad ogni pietà, che si. entusiasmava ad ogni idea buona e generosa. Largo di consigli e di limosine, franco e sicuro nei suoi atteggiamenti, circondato dalla generale fiducia, l'avvenire gli sorrideva splendido. Tanto più che dopo il suo felice matrimonio con una signorina di cospicua famiglia di Atripalda, Gaetanina Mastroberardino, si era visto crescere intorno una numerosa figliolanza, bella e gagliarda come i giovani virgulti, dell'olivo, che cresceva somigliante a lui, nella pienezza delle forze intellettuali e corporali.

La squilla della Patria lo chiamò il 24 Maggio 1915, lo stesso giorno della dichiarazione di guerra. Egli che già presentiva 1'appello ne senti tutta l' urgenza e la santità. Era ricco, o almeno, non privo di fortuna, aveva una famiglia adorata; non era più un giovanotto facile alla temerarietà, contando già i 35 anni; eppure accorse sereno e fu ottimo soldato per 13 mesi circa, finche in una terribile mischia del 7 Giugno 1916, sui Contesi spalti di Monte Fior, scomparve. Quante ansie da quel dì! quante speranze! quante preghiere per lui! Scomparve mentre si batteva come un leone; mentre avrebbe potuto rimanere a riposo, ferito gravemente da due giorni scomparve, perché in un' esaltazione sovrumana di coraggio di altruismo, arrossi di rimanere, pure febbricitante, e sanguinante, in una infermeria, quando il suo plotone pugnava con, ardore e con ardimento indicibile… volle anch'esso il suo posto di gloria e offrì tutta la sua vita…
Da quel giorno nessuna nuova si ebbe di lui. E sono passati due anni: ma 1e speranze dapprima concepite, dileguarono: e di esse, nell' animo dei famigliari ed in quello dei numerosi amici ed estimatori suoi, una rassegnazione profonda ha coperto ormai, se non affatto sepolto, anche l'ultimo lembo... Lo vedremo certo in cielo!

Antonio Longoni prese parte a tutti i principali combattimenti che dal 25 Maggio 1915 si svolsero nella zona dei Tonale dapprima, poi in quella di Monte Nero, fino alle azioni, gloriose dell'altipiano di Asiago nel Maggio - Giugno 1916. Il suo coraggio, la spontaneità del, suo sacrificio, l'idea che sempre lo ispirava nell'affrontare i più gravi pericoli e nel1'obbedire ai più difficili comandi, il suo amore alla patria, la sua affezione verso i suoi, la pietà profonda che egli professava, più che dalle frasi altrui, risultano dalle sue lettere. Di queste soltanto poche abbiamo creduto per ora di riassumere e di pubblicare in parte. Oh! come ne balza nitida e bella e integra la sua possente figura!

Il giorno dopo la sua partenza, da M. donde stava per essere avviato sugli alti gioghi alpini, scriveva: «Sono tranquillo, calmo,sereno, fiducioso in Dio: animato a compiere fedelmente il mio dovere che è oggi di soldato, come già altra volta ho compiuto quello verso la mia famiglia, e i diletti bambini». Il pensiero dei suoi figli lo preoccupava; ma aggiunge che esso gli riusciva meno doloroso perché li sapeva affidati in buone mani: «a mia moglie e ai nonni; i quali mantengono all'animo mio la serenità di spirito, virtù necessaria in questo momento». E, per incominciare bene la sua nuova vita chiede perdono di tutte le mancanze che può avere commesso verso i suoi e domanda la benedizione ai genitori. «I1 Signore mi benedica, conclude la bellissima lettera, mi guidi in ogni vicenda e mi permetta di tornare fra voi colla dolce soddisfazione di avere compiuto tutto il mio dovere verso la nostra patria e per riflesso, verso le nostre famiglie tutte». In tal modo nella mente di lui l’idea di patria si fondeva in quella di famiglia. Che cosa è infatti la patria se non l'insieme delle famiglie? E difendendo la patria non si difendono nel tempo stesso i nostri cari? L'amore di patria è un'estensione di quello che si porta ai propri figli e ai fratelli. Chi è buon padre e buon marito deve essere anche buon cittadino é, occorrendo, buon soldato!

Abbiamo detto che il Longoni era schiettamente e profondamente religioso. Per lui la religione non era ,solo un intreccio di pratiche di pietà, ma anche la coscienza di un dovere superiore; ed egli combatteva con accanimento, affrontava situazioni aspre, muoveva risoluto agli attacchi sanguinosi, rimaneva indifferente ai disagi della vita di trincea perché sostenuto principalmente dalla sua fede... La celebrazione e l'assistenza alla Messa al campo suscitavano nel suo cuore le più soavi impressioni.

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S. Messa al campo nella zona dell'Adamello.

«Ieri, 4 luglio 1915, per la prima volta assistemmo alla Messa al campo. Non potete immaginare la commozione vivissima e intensa suscitata in me, e ritengo in tutti i presenti, dal carattere grandioso, sublime e mistico, che in circostanze simili una cerimonia di questo genere viene ad assumere, alla presenza di uomini pieni di energia, consci del loro compito gravissimo, col ricordo e le immagini della famiglia e per gran parte di essi, dei figli, animati sempre più alla di fesa della patria il che equivale alla difesa dei nostri bimbi di cui gli avidi dominatori vorrebbero fare scempio, qualora riuscisse loro possibile (non sia mai !) a invadere il nostro bel suolo! Oh! di quale incitamento è la religione profonda, inconcussa, particolarmente in chi sente una fede viva! mai una cerimonia religiosa è più commovente di quella che si svolge durante il compimento dei più sacri doveri . Di quale stimolo è essa a difendere, la nostra libertà, a lottare pel suolo dei nostri padri che il nemico tenta violare! Con quale serenità d'animo e fulgida speranza ci sentiamo spingere al sacrificio della nostra vita! Non è poesia questa, credetemelo, è una scialba espressione del reale sentimento dal quale ci sentimmo invasi oggi nel difficile periodo che la nostra patria attraversa e nel quale noi Italiani dobbiamo invocare l'aiuto di Dio ed essere tutti pronti a ogni sacrificio, anche a quello della Vita… e senza esitazioni e senza ambagi! Il buon Signore ci assista!

Vi assicuro che sono in condizioni fisiche e morali tali da accettare ogni disagio, sopportare ogni fatica, e occorrendo, tutte le privazioni. Ricordatemi nelle vostre preghiere. Ho provveduto al mio testamento: speriamo sia soltanto una precauzione: desidero non per me, ma per i miei bambini poter tornare sano e salvo colla dolce soddisfazione di avere compiuto il mio, dovere».

Sempre nelle sue lettere si ascolta una viva nota religiosa. Scrivendo alla moglie e ai figli nella imminenza della Pasqua del 1916, ha queste espressioni commoventi: «Particolare pensiero rivolgo a te e ai nostri teneri bimbi che in questo giorno intravedo riuniti intorno al desco domestico, triste pur troppo per la mia assenza e coll'angoscioso pensiero nell'animo di sapermi qua fra balze e dirupi vigilando le mosse nemiche, pronto a respingere ogni tentativo avversario, a scoprire ogni losca manovra, a sventare ogni insidia , pronto nello stesso tempo al compimento del mio dovere per il quale la patria mi ha chiamato, per il quale da circa 11 mesi lottiamo tutti con tenacia e fortuna: ma, o mia cara diletta, questa santa ricorrenza sia per voi piuttosto un motivo di santa allegria, perché in quel giorno potrete più felicemente implorare dal buoi Dio che metta fine a questo periodo di lotta e conceda a noi il sospirato ritorno fra i nostri cari». E in una lettera ai genitori nella stessa circostanza, ricordando come oltre all'avere tutti e tre i loro figli sotto le armi , uno di essi, il valoroso dott. Elia, tenente medico doveva cadere poi a Doberdò il 9 ottobre 1916, impavido nel compimento del suo umanitario dovere, e veniva quindi premiato di medaglia d'argento con splendida motivazione (La motivazione dell'onorificenza è un attestato bellissimo al valore e alla magnanimità del compianto dottore, tanto buono e valente e ancor oggi si vivamente ricordato dagli amici. «Longoni Elia da Seregno (Milano) Tenente Medico Reggimento Fanteria. Ammalato, attese ugualmente al proprio compito. Benchè il suo Battaglione fosse in una posizione arretrata, sistemò il posto di medicazione in una località avanzata, noncurante dell'intenso fuoco nemico pur di trovarsi nel luogo più acconcio per rendersi utile anche ai feriti di altri reparti, Calmo e sereno, prestò con grande attività la sua opera di soccorso, finché venne mortalmente colpito da una granata avversaria. Doberdò 9-10-1916». Non volle l'Elia essere da meno del fratello che, come si dirà, pur ammalato e ferito e a riposo, aveva voluto spontaneamente accorrete là dove si moriva per fa patria.) avessero anche una figlia, missionaria in Palestina, forse prigioniera dei Turchi a Gerusalemme, scampò miracolosamente a una ben triste sorte quando la città santa fu liberata da gli inglesi, si esprimeva con queste belle parole: «Comprendo purtroppo la tristezza che regnerà fra voi in questo giorno, per l'ansia nella quale vi trovate al pensiero dei figli esposti a così dure prove; ma la fede così per voi come per me, deve essere di consolazione: Si innalzino da voi le preghiere presso l’Agnello Immacolato, affinché la patria raggiunga le sue aspirazioni per le quali lotta da undici mesi».

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Somma e invincibile era in lui la fiducia nella preghiera. Scrivendo ai molti amici sacerdoti, ne invoca il ricordo nella Messa «perché possa sempre fare il mio dovere di buon soldato». Non chiedeva di più: voleva si pregasse per la prosperità della Patria. Ma più egli riposava nelle orazioni dei suoi piccini. In frequenti e pietosi biglietti, scritti nei brevi, momenti di riposo «su una tavolozza che ho potuto trovare e accoccolato in una spaccatura della roccia» e mandato all'uno o all'altro dei suoi bambini o dei suoi nipotini, esorta gli innocenti suoi pargoletti perché Iddio «benedica tanto e, tanto generoso sangue versato sui campi di battaglia e assicuri alla nostra cara patria il trionfo finale». «Pregate Iddio per me, insisteva, e vedrete che non mi abbandonerà». Devotissimo della Madonna, quale buon soldato non è devoto di Maria? e quale non ne porta, sacro talismano, una medaglia protettrice?, domanda che nel mese di maggio si onori la Vergine... «nel mese a Lei dedicato perché possa superare i pericoli nei quali mi trovo». Scongiurando la moglie a rimanere tranquilla sul conto suo, dice: «Confido solo in Dio e nella Vergine Santa: innalzate alla Madonna in questo bel mese a Lei consacrato tutte le vostre preghiere perché mi guidi e mi aiuti, domandatele di darmi forza di compiere sempre il mio dovere e specialmente in momenti così gravi e solenni per la nostra Patria».

Queste frasi potevano sembrare retoriche se non si conosceva di qual tempra era il Longoni. Dicono che la religione è cosa dei deboli e dei timidi: ma il Longoni era, nella sua gagliarda sicurezza, alieno da qualsiasi timore e da qualsiasi pusillanimità. Ma nella Religione, nella tranquilla coscienza e nell'invocata protezione di Dio egli sapeva trovare la ragione della sua calma. Tra una sosta e 1' altra degl' incessanti combattimenti sul Monte Nero, nell'Aprile 1916, egli si affretta a far sapere ai suoi: «Mi sento completamente calmo e fiducioso nell'assistenza del buon Dio, il quale, comunque gli avvenimenti volgano, spero vorrà riservarmi la grazia di riabbracciarvi tutti». Povero Antonio! invece non tornò più: ma con invitta serenità e fortezza egli seppe frenare e far tacere i suoi affetti familiari, di fronte alle necessità della Patria. Poiché uno degli aspetti più mirabili di questo carattere vigoroso, fu appunto la convinzione che era in lui assoluta e infrangibile, che in questa guerra la famiglia doveva cedere il suo luogo, nel cuore e nel pensiero degli italiani, alla patria. In ogni sua lettera si augura di poter tornare: ma vi, aggiunge sempre la clausola «dopo di aver compiuto il mio dovere»; né il ritorno presso i suoi bimbi gli pare onorevole e legittimo, prima di aver fatto tutto ciò che deve, a qualunque costo, con qualunque sacrificio. Descrivendo a vivi colori e con efficacissimi tocchi una battaglia di singolare asprezza nei gioghi e sulle vette délle alpi trentine, il 21 Agosto 1915, affermava con fierezza tutta sua e che non era iattanza e vaniloquio: «Siamo pronti ad affrontare tutto per il bene della cara patria! Ho fiducia che il Signore coronerà di esito felice i nostri sforzi, le nostre fatiche, i nostri sacrifici, fatti con piena serenità . . . io confido interamente in lui, a lui raccomando la fortuna delle nostre armi, la salvezza della nostra patria, la mia famiglia». Quanto l'amasse la sua famiglia, ben lo sapevano i suoi. genitori, la moglie, i bambini che adorava e che erano degni di tutto il suo bell' animo: ma egli anteponeva sempre e dovunque la soddisfazione di fare «con, scrupolosa fedeltà il suo dovere verso la cara Patria». Alla moglie che, messa in apprensione dalla notizia diffusa in paese, che egli si fosse più volte esibito a imprese arrischiate, gli raccomandava di essere prudente e di pensare ai suoi diletti piccini, rispondeva in questo modo ammirabile: «Non dubitate di me e non pensate possa commettere un atto temerario. So di essere padre di famiglia; le azioni temerarie non valgono nulla ma sono buon cattolico e buon cittadino: e perciò dovete attendere da me il più scrupoloso adempimento del mio dovere. Il Signore veglia sui, comuni nostri destini: attendiamo con calma e serenità gli eventi e siamo nobilmente pronti a ogni sacrificio!». Non è questo il linguaggio degli eroi ? Oh! al Longoni non mancavano amicizie e aderenze per ottenére qualche favore, pure conciliabile col, suo proposito fermo di fare il suo dovere ma non volle mai profittarne. Neppure per confortare i suoi genitori egli avrebbe domandato un particolare vantaggio, quando la richiesta poteva sembrare un'assenza premeditata dal suo posto di combattimento o una pigrizia nell' assolvimento del compito affidatogli.

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Scusandosi il 13 Aprile 1916 di non avere inviato gli auguri onomastici al babbo dice di non averlo potuto fare perché si trovava a pochi passi dal nemico… Nell'agosto 1915. il babbo suo poté ottenete di recarsi fino a E. per vederlo, sincerarsi del suo stato di salute e sistemare certi affari... Il Longoni che pure attendeva con ansia il giorno dell'incontro col babbo, non discese dal ghiacciaio, dove, si trovava, perché era in, servizio e non si sentì di chiedere al capitano di abbandonare, fosse pure per un giorno, il suo posto... «mi sono rassegnato, così scrive, pensando che per la patria bisogna essere disposti a ben più duri sacrifici!». E certo un sacrificio durissimo fu per lui il non poter venire a casa neppure un giorno quando gli nacque l'ultimo bimbo... ragioni di servizio non consentirono che lasciasse il suo plotone: egli si tace davanti al comando del superiore: ma la sua non è una rassegnazione fatta d'ira o avvelenata da proteste: è una rassegnazione santa ed edificante... «ho dovuto rassegnarmi davanti al pensiero che in quel momento si era alla vigilia di aspre lotte, nell’ottobre 1915, stavo per compiere uno dei doveri più gravi di ogni buon cittadino, oltreché di buon cattolico, compito grave e severo, per il quale, ogni rinuncia, sia pur dolorosa è un dovere che non conosce é deve imporre qualunque sacrificio. Ho pregato Dio soltanto che pur dandomi grazia e forza per il compimento del mio dovere, mi preservi da ogni pericolo per il bene di questo nostro nuovo figlio, tenera e innocente creatura che il Signore si è compiaciuto di donarmi in momenti così tragici e che ha voluto aprisse gli occhi senza il dono della mia presenza e senza il primo dolce bacio paterno!».

Sono frasi che muovono le lagrime; e non si potrebbe comprendere tanta delicatezza di affetto paterno in un uomo coraggiosissimo e forte se non ci richiamassimo alla squisitezza della sua anima buona e sincera! Ma basterà un ultimo fatto a dimostrare con quanta abnegazione e con quanta rettitudine egli faceva e voleva fare il soldato. Essendo necessario al comando del suo reggimento qualche sottufficiale intelligente per il disimpegno di certe mansioni, fu chiesto al Longoni se acconsentiva che si proponesse il suo nome. Ciò accadeva nel Febbraio 1916, dopo che Antonio aveva passato già otto mesi in prima linea, aveva combattuto con estrema bravura, era già stato lievemente ferito. Al nuovo posto i pericoli e le fatiche dovevano certo essere molto minori che nelle trincee a 2000 o a 3000 metri, sperdute tra le nevi e i ghiacci. Eppure il Longoni rifiutò: e a un amico che della cosa si era cordialmente interessato, così scriveva il giorno 8 di febbraio: «Ti ringrazio per il particolare interessamento e per il desiderio di vedermi collocato in un posto più vantaggioso a me; ma tu che conosci il mio carattere sai benissimo che mi adatterei molto male e molto a malincuore a una vita più comoda, quando altri miei compagni sono costretti alla vita dura, e faticosa di compagnia; alla quale io mi sento invece attratto per potere fare più e meglio il mio dovere : non averti a male per questa mia franca dichiarazione». A mio giudizio basterebbe questo atto per proclamare che il Longoni era un modello di soldato.

Gli è perché egli sentiva fortemente e valutava, con meravigliosa intuizione e chiarezza, le ragioni della entrata in guerra dell'Italia. Non era uno sventato né un politicante; ma col buon senso, la distinzione, la pratica dell'uomo di affari, la conoscenza fatta di tanti uomini e di tante cose nei molti viaggi per tutta l'Italia, egli si era convinto che una guerra coll'Austria un giorno o l'altro si doveva combatterla, per la sicurezza della patria, per la prosperità delle famiglie, per l'avvenire dei figli. Un padre non compie tutto il suo dovere verso i suoi figliuoli assicurando loro una certa posizione economica; se la vita di tutta la nazione alla mercé di uno straniero prepotente e crudele, come i figliuoli potranno sicuramente vivere la vita che i genitori hanno loro dato? La, sicurezza politica non è un bene uguale alla sicurezza economica? Ed ecco come il Longoni espone, colla solita sua concisione e chiarezza, il suo pensiero in una lettera ai suoi, del 6 agosto. 1915.

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Dopo di aver accennato al selvaggio teatro dove egli combatteva, osserva con una grande chiaroveggenza di geografo e di militare: «I monti sono scoscesi dalla parte nostra; dalla parte austriaca sono a dolci pendii: ma bisogna difendersi ad ogni costo. Il nemico è in condizioni facilissime che gli permettono di manovrare liberamente: quindi è logicamente giusto e santo il motivo per cui combattiamo: noi dobbiamo batterci per imporre al nemico, la restituzione delle terre che furono, che sono italiane, che dovranno a costo di qualunque sacrificio tornare nostre: e in pari tempo bisogna ottenere una rettifica dei confini e togliere al nemico l'immenso vantaggio derivategli dai confini con evidente premeditato disegno impostici in momenti in cui fummo costretti a chinare la testa e a rimandare a momento più favorevole la rivendicazione del nostro diritto: ed è qui, su questi monti, che noi meglio di voi, possiamo rilevare le ingiustizie e i soprusi commessi dal nostro avversario in nostro danno». E il 13 Aprile 1916 in una letterina al babbo, «io mi trovo a pochi passi dal nemico, che invano cerca di contenderci ciò che per, diritto di natura e volontà di popolo deve essere nostro».
 

Non ci faremo meraviglia perciò se in nessuna delle sue lettere si contiene una parola di sconforto e nemmeno di stanchezza. Anzi, è lui, che scrive frequentemente a casa esortando la moglie, il babbo, la mamma, le sorelle alla calma, alla fiducia: a non avere troppe ansie sul suo conto, a pensarlo sempre allegro e sereno! «Ti raccomando, così in una cartolina alla moglie scritta il 17 gennaio 1916, di star di buon umore, rassegnata e di non lasciarti prendere dalla malinconia né per poco né, per tanto… affidiamoci nelle mani di Dio». Il 17 Marzo, dal Monte Nero accennando alle azioni che il si compivano più vaste e più sanguinose che all'Adamello, dice… «ciò nonostante, con l'aiuto del buon Dio, pure adempiendo con scrupolo il mio dovere, spero di potere un giorno riabbracciare miei diletti e cari piccini, orgoglioso. e soddisfatto...». E il 2 Aprile, accennati di sfuggita i gravi pericoli in cui si trovò e la violenza dei combattimenti, rassicura i suoi con queste parole; «… bisogna essere filosofi, aver fiducia solo in Dio, il quale sa tutto disporre con divina bontà e sapienza… Questa fiducia in me non è venuta mai meno, ma fu ed è la sola mia ancora alla quale ha affidato e affido tutte le mie speranze, che saprà guidarmi e assistermi nei momenti più epici e più gravi».

Nel Maggio 1916, a proposito di voci sinistre corse sul conto suo, le quali avevano sgomentato i suoi cari, egli era stato solo ferito, ingiunge alla moglie di non prestar fede alle voci che corrono ...  «Abbi solo fiducia in Dio e, sii calma e rassegnata a ogni evento». E poiché, in un fugace incontro avuto con suo papà i primi del mese a Cividale, lo aveva trovato molto pensieroso e preoccupato, torna a pregare la moglie sua di fargli coraggio, di rinfrancarlo: «mostra a lui che anche tu sai prendere le cose con calma, rassegnazione, e fiducia in Dio, e senza lasciarsi vincere da debolezze o da preoccupazioni eccessive che altro effetto non hanno che di deprimere il morale senza portare sollievo alcuno, né a me né a voi!».

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Per questo in Seregno si parlava sempre del Longoni con sommo rispetto e con simpatia vivissima. Quando si diffuse la falsa voce, nei Maggio 1916, che egli era stato gravemente ferito, fu un commovimento generale in tutto il paese: e a lui piovvero lettere e telegrammi da ogni persona di ogni partito, e tutte bene auguranti. Egli ne rimase vivamente commosso: ma voleva piuttosto che di fronte a qualsiasi cattiva notizia che si diffondesse sul suo conto, i suoi rimanessero «calmi, sereni, tranquilli…». E come amava i suoi soldati! che parole di ammirazione ha per i suoi uomini! come ammira i suoi commilitoni, agili come camosci, coraggiosi come leoni, baldi e fidenti fino all'incredibile! Come si sentiva fiero di comandare un plotone di fieri e splendidi alpini! «Il mio plotone, così in una lettera alta sorella del 1 settembre 1916, gode, senza superbia, di illimitata stima dei nostri superiori e ha assolto un compito difficilissimo facendosi molto onore e ricevendo lodi anche da ufficiali di altre, armi»... Nella sua modestia egli non pensa a sé stesso: se il suo plotone era così valente, il merito era in gran parte suo: ma il Longoni non era il soldato vanaglorioso della commedia, era semplicemente un vero e bravo soldato italiano, era. un eroe. Solo una volta alla sorella accenna a quanto egli in particolare aveva compiuto durante un aspro combattimento degli ultimi di agosto: «.... fui chiamato dal mio capitano e ebbi vivi elogi per il contegno tenuto e specialmente per aver mantenuto la posizione, non ostante il fuoco infernale delle artiglierie che ci fulminava: fuoco assai più micidiale per il fatto che ci trovavamo in un punto così ristretto e così ripido che riusciva quasi impossibile metterci al riparo, ... le preghiere dei miei piccini adorati hanno ottenuto dal buon Dio che io rimanessi illeso, salvo qualche ammaccatura di nessuno conto» .

Fu veramente un miracolo che egli sia rimasto incolume: il suo mantello era stato crivellato e bruciacchiato dalle palle austriache: e un suo compagno che camminava con lui, era il fido suo amico, un caro alpino che gli si era vivamente affezionato, Longoni Crescenzio di Lenno, cadeva sfracellato al suo fianco da un colpo di cannone! Antonio ne pianse amaramente la dipartita e prima di rientrare al posto di concentramento ne ricompose con onore e con pietà le misere spoglie in una tomba Montana. Gli si può ben credere adunque quando egli afferma, nell'agosto del 1915, «I soldati mi dimostrano particolare stima, fiducia ed affetto, che pur non venendo meno al mio compito, credo di non demeritare». Tutto ciò non doveva essere noto se non al babbo, alla mamma, alle sorelle e ai fratelli: nessun altro doveva averne cognizione, neppure sua moglie, che avrebbe potuto inquietarsene neppure gli amici e i conoscenti, perché egli, come tatti gli uomini forti, rifuggiva dalle lodi. Eppure si conobbero molte prodezze compiute da lui, o raccontate dai suoi compagni d'arme, che venendo in licenza facevano una scappatina a Seregno per conoscere la famiglia di uno dei più valorosi sergenti del reggimento o carpite, in qualche confidenza strappatagli, destramente dagli amici allorché faceva qualche fulminea comparsa a Seregno e passava in famiglia le consuete licenze. A quanti assalti non partecipò, sempre alla testa del suo plotone! quante volte non resse all'urto nemico! amava più il combattimento all'arma bianca, nel quale il valore individuale è più evidente: era impossibile resistere alla forza del suo braccio. E ben lo seppero alcuni alpini austriaci, robustissimi e agili, che fatti prigionieri da lui e da una pattuglia di pochi,suoi uomini, tentarono a tradimento di rovesciarlo in un burrone. Aggrappato con un braccio ad uno scoglio si liberò del primo assalitore mandandolo con un rapido colpo del suo gomito a ruzzolare in un orrido e disfacendosi ugualmente degli altri vigliacchi che precipitarono giù a pagar caro il fio dei loro ignobile tradimento… Eppure con uno di quei prigionieri affamato, il i Longoni aveva qualche ora prima spezzato una pagnottella che teneva! Nel mese di dicembre 1915 una valanga aveva sorpreso un drappello di soldati e li aveva quasi seppelliti. La posizione dove gli sciagurati erano stati colti, era pericolosissima, perché esposta ai colpi avversari. Antonio Longoni si esibì volontariamente a recare soccorso ai pericolanti e, con pochi altri arditi, sotto la sua direzione, riuscì nella difficile impresa. Gli fu domandato quale ricompensa desiderava egli scelse una piccola licenza di cinque giorni per vedere la sua famiglia. Ma a quanti degli amici e dei conoscenti egli disse la ragione del suo breve ritorno? Lo si seppe poco tempo fa per essere stato raccontato da una persona della famiglia e confermata da testimoni oculari. E quanti altri episodi non potremmo aggiungere, se lo spazio ce lo consentisse! La fine del valoroso sergente fu degna della sua vita coraggiosa, forte, cristiana. Aveva il presentimento di non tornar più: il presentimento, non il timore. E a chi raccoglie queste note confidava: «se torno, bene; se non torno, io spero che i miei figliuoli cresceranno ugualmente buoni, sotto la guida di mia moglie e dei loro nonni e che Iddio li benedirà. Infine, se non tornerò, è perché avrò obbedito alla voce dei superiori che è voce di Dio. E 1'anima mia, spero, riceverà la ricompensa al di là di questa terra, E qual'è lo scopo mio in questa vita? Meritarmi la benevolenza del Signore e lasciar quaggiù figli onorati e saggi».

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Alla fine del maggio 1916, divenuta, come si sa, minacciosa la pressione austriaca su quel di Asiago, e urgendo di contenere l' invasione nemica colla miglior forza prima che sboccasse nel piano vicentino, con meravigliosa celerità e sagacia, reggimenti e reggimenti furono trasportati nei punti più pericolosi. Anche il Longoni col suo plotone, dal Monte Nero fu condotto in Valstagna, poi sull'altopiano. I prodigi di valore che compì in questi ultimi combattimenti ai quali prese parte, sono stati raccontati da qualche Superstite e confermati dai superiori. Ma tutti i nostri soldati furono in quei dì straordinariamente bravi. Il 5 giugno l'Antonio fu ferito a Castelgomberto: combatté egualmente li e al monte Fior finché non dovette scendere a farsi medicare. Non andò a cercar medici e ambulanze: prego un suo ufficiale che lo fasciasse alla meglio. Il padiglione dell'orecchio destro gli era stato quasi strappato da una scheggia; qua e là il corpo era terribilmente ammaccato da frammenti di roccia che i proiettili da 305 staccavano dalle pareti dei monti. La testa fasciata di bende gli fu ordinato di rimanere in riposo nei baraccamenti. E' vi stette due giorni; La sera del 7 sente che il suo plotone è in condizioni critiche: i suoi cari Soldati, che egli amava come se ne fosse il fratello maggiore, si trovavano in particolare pericolo. Egli esprime subito il desiderio dì accorrere. Gli par vile la sua permanenza in luogo meno esposto; gli par diserzione la sua assenza dalla battaglia. Invano il capitano O. gli raccomanda di rimanere. Avendo, molto lavoro da sbrigare in quel frangente terribile, l'aiuto del Longoni gli era di grande giovamento. Ma il Longoni, inosservato, scappò, e, le ali al piede, raggiunse Monte Fior senza neppure mettere il cappello o l'elmetto. Le bende che gli riparavano le ferite non gli permettevano di coprirsi di più: e poi gli sarebbero, stati di troppo peso. Il tenente De M. afferma che se lo vide comparire in trincea, al suo fianco inaspettatamente : aveva voluto venire a tutti i costi, così com'era come a un trionfo inatteso C'è il plotone, ci deve essere il sergente, e contrariamente ai consigli ricevuti, egli, accortosi che una parte dei suoi, usciti dalla trincea, si lanciavano alla baionetta per controassaltare un attacco violento di cacciatori tirolesi, li seguì, li raggiunse, li respinse: tornò alla trincea, esausto: ma il tedesco, urlando, ritenta l'attacco, ed egli una seconda volta, si getta nel più folto della mischia. Era già notte... una densa nebbia, era calata giù, dei monti e avvolgeva nella bruma la conca deliziosa che rimbombava dei più orribili, fragori. «Non ci si vedeva, quasi, narrò il tenente De M., si combatteva nelle tenebre. Colpivamo, riconoscendo gli austriaci dalla forma dei cappotti... fummo leoni!» Ma Antonio non tornò.... dove e come cadde? fu fatto prigioniero? Da quel giorno nulla più si seppe dell' eroico soldato. Si sperò dapprima che fosse caduto nelle mani del nemico, nuovamente ferito; ma chi conosceva il Longoni non ammise mai questa possibilità, non nutrì, questa speranza... non era di quelli che si arrendessero; non era di quelli che tenessero più cara la vita della morte gloriosa, indubbiamente egli spintosi innanzi nelle file avversarie, si trovò circondato d'agli austriaci, solo contro molti e risolvette di vender caramente suo sangue. Alla sua memoria fu assegnata la Medaglia d'argento con questa motivazione:
«Si presentava Spontaneamente in trincea, benché fosse a riposo per una ferita precedentemente riportata, e si slanciava per ben due volte alla baionetta, incitando sempre i soldati, finché cadde nuovamente ferito».
7 giugno 1916 monte Fior

Per il fatto che nessuno poté attestare di aver visto il Longoni cadere e non rialzarsi più si disse però, che insieme a un gruppo di soldati che si battevano furiosamente sia stato colpito in pieno da un 305, fu ritenuto come disperso. La famiglia sperò e, chissà? spera ancora. Ma sono due anni ormai che nessuna voce intorno a lui è giunta in Seregno. Le ricerche fatte con quella diligenza e, insistenza che si possono bene immaginare nei vari campi di prigionieri austriaci, le pratiche della S. Sede e del Nunzio Apostolico, del Vescovo di Lugano e della Croce Rossa Italiana, riuscirono tutte vane. La famiglia Longoni offra il suo dolore alla Patria; e fiera di averle dato due figli, confonda il suo lutto con quello di tante altre famiglie Seregnesi e lo purifichi in quella sublime rassegnazione cristiana che è il migliore conforto di un animo religioso. I Seregnesi ricordino e onorino il Longoni come una delle più fulgide loro glorie in questa guerra terribile. Nel, giorno odierno, secondo anniversario della sua scomparsa, la sua figura ritorni e ammonisca i vili, ritempri i deboli, stimoli gli incerti, esalti i forti nel compimento del dovere.
7 Giugno 1918.

(Leggi anche: Il testamento del sergente Antonio Longoni)

 

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Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro (2009). E' vietata ogni forma di riproduzione per qualsiasi scopo.


 


 


 


 

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