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IL DOTT. PROF. MOSÈ GEROSA
RIVOLSE L'ELETTA CULTURA DELL'ORNATISSIMA MENTE
ALL'EDUCAZIONE DELLA GIOVENTÚ
DIEDE LA FORTE E SERENA ESISTENZA
ALL' AUSPICATA GRANDEZZA DELLA PATRIA
CORONÒ IMPAVIDO DI FRONTE AL NEMICO
CON MORTE GLORIOSA NELLE DOLINE DEL CARSO CONTESO
LA GIOVINE E RIGOGLIOSA VITA
ONORATA SEMPRE DALLE OPERE FECONDE
DI UN INGEGNO PRECLARO DI UN CUORE ECCELLENTE
DOTT. PROF. Don GIUSEPPE MOLTENI
Direttore della Scuola Tecnica Mercalli di Seregno
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Nato a Vittuone (Milano), il 21 ottobre 1883
da Gilberto ed Ermelinda Colombo, il prof. Carlo Mosé Gerosa fu
preclaro esempio di ciò che un eletto ingegno può riuscire,
quando è servito da una volontà generosa e costante e da un
carattere adamantino. Queste doti seppe vedere in lui il buon
parroco del suo paese natio, a cui spetta il merito di averlo
avviato agli studi. Attese, presso scuole private, al ginnasio
ed al liceo e ammesso, con esito lusinghiero, nella R. Accademia
Scientifico-letteraria di Milano vi conseguì, a pieni voti
assoluti, la laurea dottorale il 30 giugno 1905. Gli anni del
suo studio universitario furono tra i più penosi della sua
giovinezza, aduggiata dalle molte preoccupazioni familiari, resa
triste dalle non fiorenti condizioni economiche, sostenuta solo
dal suo forte, affettuoso spirito di sacrificio per la famiglia,
da un amore ardente al lavoro e dalla energia indomita del suo
temperamento. Austero e benevolo, rigido e gentile a un tempo,
egli s'impose un tenore di vita castigatissimo, che mentre gli
permetteva, pur nel disagio, di attendere ai suoi studi
scolastici con una diligenza più unica che rara in uno studente
universitario, gli acuiva e corroborava l'intelligenza nelle
ricerche geniali del vero e del bello, specialmente della
letteratura latina, alla quale si era, in particolar modo,
dedicato con intelletto d'amore. Divenne così un eccellente
filologo; ed alcune sue pubblicazioni, comparse anche su lodate
riviste, rivelarono la sicurezza del metodo e la novità
dell'indagine e gli lasciavano sperare un brillante avvenire.
Così gli avesse arriso anche un poco la fortuna! Invece dovette
darsi all'insegnamento, e tenne per 6 anni dal 1907 la cattedra
di storia e d'italiano nelle Scuole Tecniche del R. Collegio
Rotondi a Gorla Minore, dove aveva già atteso, con molto amore,
ai corsi liceali. |
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Il Prof.
Carlo Mosè Gerosa, Medaglia d'Argento al Valor Militare,
nato a Vittuone il 21 ottobre 1883, seregnese d'adozione,
caduto il 20 agosto 1917 sul Carso mentre alla testa della
sua Compagnia si lanciava all'assalto di una postazione
nemica. Venne sepolto nella dolina "Amore". |
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Fu durante il tranquillo soggiorno di Gorla che Egli tradusse in atto
il sogno gentile della sua mente, il desiderio appassionato del suo
cuore, impalmando la signorina prof. Luisa Pirotta, con la quale formò
un invidiabile esempio di quelle coppie intellettuali in cui l'amore
più forte ed il più esuberante sentimento, sono aggraziati e
idealizzati da un culto comune alla bellezza e alla bontà. Nel 1913
passò, come ordinario, nella Scuola Tecnica di Seregno, dove, l'anno
appresso, fu anche nominato vice direttore. E per i suoi alunni dava
alla stampa un testo di stilistica adorno, anche nella opportuna e
voluta sobrietà di linguaggio e di sviluppo, che in tali libri si
richiede, di notevoli pregi. Il Gerosa amava intensamente la sua
scuola e n'era riamato. Ai giovani diede tutto l'ardore vigoroso della
sua attività; ai colleghi l'abbondanza della sua coltura e la
serenità, piena di spirito e di arguzia, della sua amicizia; alla
famiglia, specialmente alla consorte, l'affettuosità della sua indole
mite e sensibilissima; alla sua dimora, al suo nome grazioso, tutta la
freschezza del suo non comune buon gusto.

Nel gennaio del 1915 percotendo ormai nel cuore degli italiani la
squilla prenuncia di guerra, il prof. Gerosa sentì il dovere di
mettersi al posto al quale i suoi titoli di studio lo destinavano e
fece domanda di essere nominato ufficiale. Nuovo all'esercizio delle
armi, perché di 3ª categoria, il io maggio fu chiamato al servizio nel
suo distretto (Reggio Emilia) e fu prima ufficiale che soldato, prima
comandante che subalterno. Ma al difetto dell'esperienza supplì col
mirabile senso pratico ch'era in Lui cosicché e nell' 80° battaglione
di M. T. e nel 74° e 130° reggimento Fanteria ai quali fu aggregato
col grado di tenente e poi di capitano, lasciò un ricordo
simpaticissimo ed un sincero rimpianto. “Sfilano dinanzi alla mente
i ricordi dei giorni belli trascorsi con lui a Pollenzo (il prof.
Gerosa era stato quivi inviato nell'aprile del 1917, dopo molti mesi
di fronte, a istruire le reclute) quando con fede di apostolo, con
entusiasmo di poeta egli ci parlava della sicura vittoria. Gli amici
sono fieri di lui... conforto a tanto dolore è l'assoluta certezza che
il di lui spirito puro e bello aleggia loro d' intorno, ed Egli
rivivrà sempre nei loro cuori finché essi avranno un palpito.”
Così scriveva di lui un suo inferiore, il tenente Salomone sig.
Alfredo. E potremmo parlare a lungo della stima che circondava il
Gerosa, da parte dei colleghi e dei subalterni e addurne altre
preziose testimonianze: "Buono, leale, affabile", soggiunge il
cappellano del suo 130° fanteria, Don Siro Simoni “era amato da
tutti per la dolce serenità dell'animo.”
Una grande parte di questa stima andava alla coltura e all'erudizione
del valente ufficiale. Il Gerosa, neppure negli anni travagliati della
guerra, tralasciò di occuparsi della sua prediletta letteratura. Nei
brevi ozi dei bivacchi e nella faticosa attesa degli assalti, nelle
veglie agitate delle notti stellate e nella snervante aspettativa
delle giornate invernali, Egli leggeva i suoi classici prediletti e
componeva in robusto metro poesie di accurata fattura, dove la vis
poetica a volte erompe generosa e possente al cospetto della natura
squassata dalla guerra, o delle città vetuste e onuste di gloria, a
volte s'insinua con un lieve mormorio al nostalgico richiamo delle
domestiche gioie e delle consuetudini deliziose della vita di
famiglia. Ma la poesia dei libri non gli toglieva la visione della
dura prosa ch'era la realtà vivente e palpitante, anzi fremente e
tonante intorno a lui. E fu un ufficiale impareggiabile. Inflessibile,
ma pietoso; geloso dello spirito disciplinare, ma retto e giusto;
collega carissimo, ma lontano da ogni grossolanità o intemperanza,
esigeva dagli altri il compimento del loro dovere, ma era pronto a
dare Lui stesso, per il primo e sopra tutti, l'esempio del più
illuminato spirito di sacrificio. E quanto fulgido esempio non fu il
suo! La nostalgia della sua casa, della sua scuola, il ricordo vivo e
pungente dei suoi cari e della sua consorte, non lo distolsero mai
dalla gravità del suo compito. Pronto ad ogni rischio, ma senza
iattanza; disposto ad ogni obbedienza, senza millanteria, Egli fu
veramente un valoroso. In Lui non la ricerca rischiosa del pericolo
inutile, ma la sforza consapevole di volere e di affrontare anche una
situazione disperata: "Piuttosto morto che prigioniero” diceva,
e per ingannare sé stesso e animare i suoi soldati, “gli austriaci
non mi pigliano” ripeteva. Perciò la lode che i suoi compagni
d'arme e i suoi superiori gli tributarono e le onorificenze che gli
vennero decretate, furono meritatissime.
“Sia onore alla memoria del povero prof. Gerosa che si è sentito
nell'anima non solo italiano, ma uomo” sono periodi di lettere del
13-14 Settembre 1917 del colonnello G. Gianazza, nobile figura di
medico e di soldato valorosissimo, padre di due giovani eroi cui
l'amor di patria e il culto della Idea spinsero sui campi di battaglia
ad affrontare una gloriosissima morte – “tutti gli ufficiali
unanimi hanno parole di sincero rimpianto pel povero caduto, un vero
valoroso, di cui tutto il reggimento deplora la perdita. Tutti
indistintamente ripetono che era un valoroso, e tale l'ho creduto
ferma mente pur io. Era un uomo veramente eletto di spirito e di
cuore.... un animo d'oro, non d'orpello. La sua morte lo terrà più
vivo fra quanti lo conobbero che non la vita di tanti altri…„
Ed è vero anche perché il prof. Gerosa non fu uno di quelli che la
loro opinione politica gridarono nelle piazze o schiaffarono in faccia
agli avversari: attese quel che la patria voleva da lui; non si perse
d'animo nei pericoli, non si esaltò nei lieti successi: e come la
forza sua nei primi mesi dell'aspra vita di trincea era sostenuta da
una calda fiamma di entusiasmo giovanile, così la sua abnegazione e il
suo coraggio dopo due anni di quotidiani disagi erano fatti saldi da
un imperioso comando della ragione.

"Verrà il giorno della fine; - scriveva il 17 luglio alla
consorte,…- tutto questo, alludendo alle sofferenze patite, sarà
bello di ricordare. Però non vorrei che tu ti facessi l'idea che io
sto male, no: sono un poco stanco ma dopo due anni la mia fibra
resiste ancora bene e magnificamente finche moralmente si comincia a
insinuare un po' di stanchezza…certo non c'è più a combatterla
l'ardore dei primi mesi…solo il sentimento profondo e forte ed
energico del dovere sempre lieto da compiersi.,,
Il Gerosa prese parte a numerosi combattimenti sulla fronte orientale.
Da quel teatro furibondo della nostra guerra, (entrato in
combattimento il t settembre del 1916) non si mosse, salvo le poche
settimane passate a Pollenzo nel Maggio 1917 a istruire le reclute. E
si distinse sempre per sangue freddo e bravura. Più di una volta corse
i più gravi pericoli; ma avendo felicemente superato non poche
criticissime prove, e la più aspra fu quella sul Nad-Logem, dove aveva
guadagnato la prima medaglia al valore. Egli confidava nella sua buona
stella. Ma la guerra voleva anche il sacrifizio della sua nobile
esistenza, che fu votata alla Patria nell'azione sanguinosissima
offensiva dell'agosto 1917, ancora sulle brulle e orride petraie del
Carso.
Movendo una quinta volta all'assalto di una trincea nemica, il 20
agosto 1917, Egli venne colpito in fronte mentre avanzava alla testa
della già stremata e decimata sua compagnia. I pochi soldati
superstiti e il cappellano ne composero piamente la salma nel
tormentato cimitero della dolina "AMORE„ - "Il volto di Lui,
anche nel freddo spasimo della violenta morte, serbava un grazioso
sorriso - Aveva il volto sorridente, e gli occhi aperti e rivolti
verso il cielo.„ Così scriveva il suo cappellano.
Dalle pareti della sala consigliare della Scuola Tecnica di Seregno,
tanto amata dal prof. Gerosa, un grande ritratto del compianto
professore, eseguito dal collega G. Facchetti e una squisita pergamena
miniata con appassionata devozione dalla consorte, sembrano ammonire
insegnanti ed alunni a non venir mai meno alla legge del dovere nei
faticosi, ma non cruenti campi dello studio, dove l'animo si tempra e
la mente si conforta e il cuore si riscalda a combattere poi le meno
facili battaglie della vita. Al nostro Eroe vennero conferite due
medaglie al valor militare con le seguenti motivazioni:
I° In un momento difficile assumeva il comando di una
compagnia mantenendola salda sulle posizioni sconvolte da un intenso
bombardamento nemico. Con grande energia e sprezzo del pericolo
provvedeva a respingere i contrattacchi avversari.
Nad Logem, 15 -16 Settembre 1916 .
II° Alla testa della propria compagnia, sotto il violento fuoco di
mitragliatrici e di artiglieria nemica, dando mirabile esempio di
coraggio, si slanciava all'assalto di una trincea avversaria, ma
colpito mortalmente vi lasciava la vita.
Comarie - quota 146, 19-25 agosto 1917.
Dicemmo che il Prof. Gerosa, temperamento equilibrato e consapevole a
se stesso era alieno da jattanze inutili e da ardimenti senza scopo.
Sicuro della sua forza d'animo e della sua fibra di resistenza,
nutrito il suo intelletto da solide convinzioni e ognora fiancheggiato
da quella salda compagnia dell' uomo che è la coscienza retta, egli
non si sarebbe mai esposto al rischio senza ragione, come non avrebbe
mai rifiutato - e in realtà fu così - nessun compito per quanto aspro
e difficile o almeno nell' apparenza superiore alle sue forze, se l'
ordine e la disciplina o una sciagurata contingenza glielo avessero
imposto. Nè egli dava alla sua pronta ubbidienza quello aspetto di
pomposo eroismo, sotto il quale facilmente si ammanta la presunzione e
forse la paura. Egli sapeva di dover precedere i suoi soldati e
occupava perciò ilare e franco il suo posto con una spontaneità
tranquilla come se dicesse: io son venuto a questo. Ricorderemo una
lettera ch'egli scrisse alla moglie a proposito della magnifica lode
di imperterrito ufficiale attribuitagli da una parente, quando
apparteneva ancora all' 80° Battaglione M. T.:

"Domando io se si può dire imperterrito un povero territoriale che
passeggia su e giù per le vie della zona di operazione in attesa che
l'ufficio telegrafico esponga il comunicato per correre a leggerlo coi
cerini accesi; un povero diavolo che sente del cannone il solo boato
lontano e non vede nulla più del solito Carso sempre uguale da più di
un anno, mentre le linee combattenti sono scomparse nell'altipiano. In
nome di Dio c'é già tanta gente in Italia che fa e vince la guerra
sbandierando per le vie o macerando negli uffici e gridando: noi
avanziamo!.... e non c'è proprio bisogno che ve ne siano anche qui...,
perciò sarei proprio tentato di far abolire dal mio indirizzo - Zona
di guerra !„
La stessa calma, la stessa padronanza di sé, la stessa serenità lieta
anche quando premevano i pericoli o già si trovava coinvolto nei più
duri cimenti: "Se mi chiameranno altrove sarà per necessità o
vantaggio pubblico, - così scriveva ancora alla moglie da una
cittadina toscana dove era stato inviato i primi mesi del suo
servizio, - e chi può onestamente mendicare pretesti o appigli per
proprio comodo? Tu sai benissimo, - continuava, - che io non
voglio lanciarmi dove non mi chiamano il dovere e l'onore, ma sei
troppo intelligente per capire che uomini come me e i miei colleghi,
giovani robusti e volonterosi, colti, intelligenti, appartenenti alle
classi più distinte, possano all'occorrenza servire a qualche cosa di
più che ai presidi interni: occorre essere preparati a ogni
eventualità, preparati nella serena coscienza che avvicina alla
volontà superiore un'altra che liberamente si incatena „
Perciò la sua corrispondenza cogli amici, dove non avrebbe potuto che
intavolare questioni incresciose o dispute eleganti, era piuttosto
scarsa; poche sobrie parole di notizie e di saluti; mentre il
commercio epistolare colla moglie, nel quale effondeva la pienezza del
suo sentimento, era assai copioso Ma non sfoggia mai il patriottismo
verboso dei grafomani, non frasi ampollose, non affermazioni o
propositi reboanti che pure all'uomo di studio ch'egli era sarebbero
stati tanto facili. Egli piuttosto con forme e con concetti suggeriti
dalla delicata natura dei suoi pensieri esprime il vivo assillante
desiderio che la guerra finisca presto e bene per tornare alla sua
casa, alla sua famiglia, alla sua scuola... Dalla vivace e ben
condotta descrizione dei campi di battaglia percorsi, dei panorami
orridi contemplati, delle rovinanti e arse città visitate, dei
monumenti superstiti lagrimati, dallo smagliante periodare del suo
stile affiora sempre il desiderio della vita semplice e operosa di
prima. Faceva la guerra con la stessa precisione e la stessa diligente
coscienziosità con la quale faceva la scuola, ma preferiva l'aula alla
tenda, la cattedra alla dolina, i compiti agli ordini del giorno, le
sane e ricreanti letture letterarie ai rapporti ed agli specchi della
burocrazia.
Egli scriveva quasi fosse sempre mosso dalla stessa nostalgia, anche
per confortare la sua consorte, e per non ostentare, parlando di gravi
argomenti in lettere familiari, una coltura accigliata e professorale
che sarebbe stata interpretata come una virtuosità artificiosa: ma è
certo pure che tali rimpianti rispondevano all'indole sua portata
piuttosto alle gare di Minerva che ai ludi di Marte. Tuttavia non il
pianto sterile e flaccido di Tibullo, non la scettica ironia oraziana;
è il contrasto invece fra i gusti che egli aveva e la realtà vissuta,
fra il sogno accarezzato e l'urgente dovere, fra le pugne sanguinose
alle quali doveva partecipare e la quiete degli studi amati ch'egli
prediligeva, che dà vita e calore intenso alla sua quotidiana
corrispondenza. Né per questo è diminuita la bella e vigorosa figura
di lui; anzi, diciamo così, meglio ingrandisce, poiché è più eroico
l'abbracciare e rimanere irremovibilmente fedeli per un dovere
riflesso e consaputo a un ideale che non si avrebbe voluto perseguire,
che non il correre ai pericoli nell'esaltazione non sempre cosciente
degli entusiasmi che danno vita solo alla inebriante visione della
gloria.
"Io ti ho promesso sempre che avrei atteso gli avvenimenti senza
forzarli e manterrò, e per riguardo alla parola data e perché sono
persuaso che è più ragionevole, più logico e più serio. Così venga
presto o tardi la chiamata, mi troverà pronto e alacre di spirito e
non mi riuscirà grave come una punizione o una ingiustizia e non mi
vedrà arrabattare per mettere in luce una qualsiasi ipotetica
imperfezione…Purtroppo questo è il caso di alcuni tra coloro che
l'anno scorso, giunti qui, scrivevano saluti bellicosi dalle trincee..
inserendoli sui giornali come di combattenti contro il secolare nemico
Mancanza di misura che impedisce a essi di comprendere che non è
dignitoso ora impallidire e perdere l'appetito.„

Sensate parole che rendono il carattere del Gerosa in tutta verità e
schiettezza E la certezza di essere compreso in questi suoi sentimenti
di obbedienza senza gonfiezza di retorismi, gli dava una indicibile
soddisfazione "...è un grande incoraggiamento, un grande sollievo
per lo spirito il pensare che il cuore e il ricordo dei propri cari
segue tranquillo e sicuro pur tra il dolore e la preoccupazione„
Ma questo senso della misura che era, si può dire, la più simpatica
dote del carattere del Gerosa diventava però modestia eccessiva quando
si trattava di parlar di sé e delle sue imprese, le quali egli tace
alla moglie e agli amici, e ai quali, se la sincerità lo costringe,
appena accenna con vaghi ricordi. La stessa mirabile prova di coraggio
data da lui il 15-16 settembre 1916 che gli meritò la prima medaglia
al valore, Egli non fece nota a nessuno. Soltanto per tranquillizzar
la moglie che era in angustia sapendo che il reggimento al quale il
marito apparteneva, era stato aspramente provato, scriveva che nulla
aveva da raccontarle di straordinario “...solo la mattina del 16,
quando mi trovai per qualche ora comandante di compagnia, qualche
scheggetta di sassolino mi percosse le mani, producendomi delle
graffiature superficialissime che non richiesero nessun bisogno di
medicazione Immagina le mani di chi colga imprudentemente una rosa,
nient'altro.”
La squisitezza dell'animo e della mente del caro collega appare ancor
più dalle gentili composizioni poetiche alle quali pose mano prima e
durante la guerra, nei sereni ozi che le fatiche della scuola o i
disagi degli accampamenti e delle trincee gli consentivano. Il Gerosa
aveva veramente nell'animo la gentilezza della poesia: di una poesia
idilliaca se non epica: suadente in modo soave, se non accompagnata da
tuoni sdegnosi e cupe minacce. Egli vede le cose e gli uomini nella
loro realtà, ma più spesso soffusi da una luce particolare che raggia
da lui, dalla sua coltura profonda, dalla esuberanza della sua vita
intima e sentimentale. Credente di una fede incrollabile, religioso
anche per l'esteriore sua pietà, egli considera da un punto di vista
superiore "... questo groviglio di vicende, di passioni, di
interessi, di brutalità e di idealità, questo mostruoso impasto di
orrori e di meraviglie, di delitti e di eroismi, di civiltà e di
barbarie che si chiama, guerra, conflagrazione,abisso ,, …"è
certo qualche cosa di catastrofico, qualcosa di immane per noi popoli
e più per noi individui...„ ma soggiunge: "Io che rivivo così
spesso e così inconsapevolmente con la memoria gli anni della mia
adolescenza… ricordo un verso latino tradotto in quegli anni lontani e
vicini, lo ricordo col viso del mio professore che vi ricamava intorno
una predica sulla mortalità delle cose terrene: Ludit in humanis
divina potentia rebus.” (La potenza divina governa in fine tutte
le cose umane)
E voleva esprimere coll'elegante verso classico la sua fiducia che un
disordine tanto grave non poteva essere permesso dalla Provvidenza se
non perchè ne venisse, quando i popoli sapessero ben comprendere i
fatti e valorizzare il loro dolore, un immenso beneficio al mondo.
Descrivendo un cimitero austriaco collocato in fondo di una valletta
che la sua compagnia occupava presso Doberdò, nota con piacere che
quasi tutte le croci recano l'iscrizione: "Hier rilht in Gott der
K. u K. Infanterist ecc., cioè: qui riposa in Dio l'imperiale e regio
fante ecc. Una croce porta appena: Hier ritht, e non c'è in Gott...
Perchè? Non so; ma mi ha fatto male la diversità." Come infatti
davanti allo spettacolo della morte che avvicina l'uomo al suo fine,
lo spirito non si sentirà portato al suo principio che è Dio?
L'abitudine alla riflessione, formatasi attraverso i molti guai
sopportati durante la giovinezza, l'austerità del suo metodo di vita,
l'amore all'indagine e all'esame degli accadimenti, gli fecero
ravvisare nel pericolo tremendo che toccò l'Italia nel Maggio-Giugno
1916, quando l'esercito austriaco parve rovesciarsi dagli altipiani
sulla pianura vicentina, un monito grave e provvidenziale a tutta la
Nazione. "Noi italiani, - scriveva, - siamo con tutte le
pretese di modernismo scettico un popolo di fantastici e di poeti.
Facciamo la guerra con la poesia: con la poesia entusiastica e quasi
bacchica dei primi giorni; con la poesia elegiaca quasi da nenia nelle
snervanti attese; con la poesia pindarica dei successi e con l'amara
satira col giambo e l'epicedio negli insuccessi. E questa nostra
natura poetica che ci esalta o ci deprime, ci culla nella lusinga e ci
agita nell'ansia, e la nostra nemica che ci toglie la chiara visione e
qualche volta la fredda energia del decidere e dell'agire. Certe
frustate sono sante allora; certe spronate degli avvenimenti, certe
scosse sono salutari moniti del destino che fa tacere ogni
malcontento, ridesta ogni virtù sopita e apre la via al coronamento
finale…„

Ma la sua poesia non era di spensierata allegrezza o di irosi e vani
crucci. Stilla di vivificante rugiada nelle liete circostanze della
vita, è scroscio di lagrime dirotte nelle amare congiunture del
dolore:
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I versi miei son come quella vera
di limpid'acqua che serpeggia lieta
d'esser nell'ime viscere segreta de
la gran madre terra...
I versi miei, son come la sorgente che
fuor zampilla, tenue su l'aiuole a
gareggiar col tiepidetto sole nel far
vivace e bello e redolente
ogni più caro e più gradito fiore…
Ma son pure i versi miei talvolta qual
onda che trascorre limacciosa
baliando da la via tenebrosa
quando la terra fendesi sconvolta. |
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Ma anche l'espressione del suo sdegno è sempre temperata da bontà. Nel
bel fascicolo manoscritto dei suoi componimenti poetici si trova è
vero la fiera protesta contro gli orrori della guerra.... (Nell'ultima
sua licenza aveva espresso alla consorte il desiderio di veder
raccolte in un quaderno manoscritto le sue poesie col titolo di
"Zampilli e gorghi")
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Non ancora di pianto e di sangue sazia
la Terra cessò di vivere... |
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(Così lamentava in una forte ode barbara composta
il febbraio 1916 per una accademia commemorativa dello illustre
vulcanologo Giuseppe Mercalli al cui nome la Scuola Tecnica di
Seregno è intitolata…)
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... in terra, in cielo, nel vasto oceano
raccolse trionfi la Morte e fu l'uomo di
morte ministro… |
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e come rivolto agli uomini di scienza chiede:
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Voi che scrutate gli antichi fremiti de la
materia
nei resti fossili, le guerre dei mostri scomparsi
e ne segnate l'epoche, dite:
Avran le umane battaglie termine alfine?
Quando? Tu che nel baratro ardente fuggesti lo sguardo,
tu de l'umano cuore l'abisso,
Mercalli, scruta:
Come rigermina insaziata la brama cupida del sangue?
Qual forra valente a reciderne l'acre radice? |
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... ma tuttavia più frequenti sono le rimembranze
poetiche della sua vita di pace e d'amore, le visioni degli
spettacoli semplici e commoventi della pietà, non gli suggeriva
certo poetici e giocondi richiami la pioggia che s'abbatteva sulla
tenda e sui ricoveri, negli orridi valloni del Carso…

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Bello sentir la pioggia sui chini rami
e le strade fangose scrosciare
quando n'avvolge dei candidi lini.
La tepida carezza. |
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Pure non possiamo omettere di riportare qualche
strofa di "Quando tornerà?„ una sensibile e soave
composizione dedicata alla famiglia di un amico, Luigi Longoni,
prigioniero di guerra in Ungheria, a cui, durante la prigionia, la
morte aveva rapito l'unico figliuolo Emilietto, un amore di bimbo
per bellezza e intelligenza, orgoglio del padre e della madre Laura
Rebecchi:
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Ei ti baciò, partendo, '1 roseo viso
ed asciugò le lagrime ne' belli
tuoi morbidi capelli:
Sperava rivederti nel sorriso,
presto tornando dalla triste guerra alla nativa terra.
Ma non ti bacerà tornando 'l viso
a cui le rose impallidì la morte
ch'è dell'amor più forte.
E più non rivedrà tuo bel sorriso
né ti carezzerà; d'amor più forte t' irrigidì la morte. |
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Aveva tanto amore per i fanciulli il Gerosa!
vivendo sempre in mezzo ad essi ne sapeva comprendere la bontà,
scusare i difetti, compatire le mancanze, stimarne le virtù.…Umile e
restio ad ogni invito di pubbliche cariche si indusse tuttavia ad
accettare mansioni non facili quando si trattò di far del bene a dei
bimbi, e per l'orfanotrofio di Seregno compose un bell'inno, ancor
oggi cantato da quei cari fanciulli. Rievocando nel settembre 1915 -
già era sotto le armi e in guerra - il quinto anniversario delle sue
nozze nella tristezza di non poterlo festeggiare nell'intimità delle
pareti domestiche, confortava la sua Luisa così:
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…stilli qual goccia nel mare
la nostra tristezza.
Si perda nel mare di gloria!
sia perla spremuta dal pianto
tributo dei figli alla madre
pel serto d'Italia. |
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L'augurio del degno amico e collega si avveri e
che il sacrificio di tante nobili vite, come la sua, non sia vano
per la vera grandezza della patria. Questo è sì il voto nostro, ma
in ciò si racchiude anche un proposito di cooperazione instancabile
all'opera da tanti eroi iniziata e fondata col loro sangue generoso.
A rinsaldare questi propositi valga in modo efficace l'esempio
offerto dal Prof. Mosè Gerosa, che vuole in particolare essere
additato a tutti coloro che si propongono di essere veri educatori
della mente e del cuore della nuova gioventù italiana.

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Targa
dedicata alla memoria del Prof. Dott. Carlo Mosé Gerosa,
situata nelle Scuole Mercalli di Seregno. Il bronzo è
opera dello scultore Alfredo Sassi. |
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Il prof. Gerosa lasciò molte pregevoli poesie
inedite, raggruppate manoscritte dalla consorte, in un fascicolo
col titolo "Zampilli e Gorghi", nel primo anniversario
della morte dell'eroico marito. La prof.ssa Gerosa, valente
cultrice del disegno e artista di gusto, nel proposito di
rendere omaggio alla memoria dell'indimenticabile suo compagno,
abbandonò la nostra Scuola dove era apprezzata insegnante e si
diede alla nobile propaganda patriottica nell'Associazione
Nazionale delle Madri e Vedove dei Caduti, di cui fu
attivissima segretaria generale fino al 1923. Attualmente essa
dirige le scuole medie aperte in Sestri Levante dall'Opera
Madonnina del Grappa e continua il suo apostolato di bene in
favore degli orfani di guerra. Alla memoria del valoroso
ufficiale viene murata nei locali di questa Scuola, dove il
pensiero del prof. Gerosa tornava spesso con nobilissima
nostalgia, una magnifica lapide, opera squisita dello scultore
Alfredo Sassi, assai noto e stimato nel mondo dell'arte
milanese. Il Sassi, che è un amico affezionato della nostra
scuola, ha voluto gentilmente prestare l'artistica opera sua.
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La lapide in marmo roseo di Gandoglia lucidato, è
fasciata da lastre di marmo rosso di Levanto, sobriamente decorate
di greche in rilievo, conforme al carattere architettonico generale
dell'edificio. Essa reca in alto un bel fregio decorativo allegorico
in bronzo, che nel centro ha una fiaccola accesa, simbolo di gloria
e di venerazione imperitura: a sinistra i libri e la penna, su cui
adagiasi un festone di lauro: tributo di onore allo studio; a destra
l'elmo e la spada intrecciati a festone di quercia, esaltazione di
virtù belliche e patriottiche. L'iscrizione scolpita sulla lapide,
in fondo alla quale era, giusto si ricordassero i compagni caduti
per la patria dice così:
...perché l'eroica morte del Prof. Mosè Gerosa
rimanga a quanti succederanno qui, educatori e discepoli, esempio
perenne di virtù e disciplina colleghi ed alunni nel 1° decennio
dell'istituto posero 15 giugno 1924
...già nel sacrificio congiunti siano anche
nella nostra grata memoria i nomi gloriosi degli ex-scolari Onorato
Casiraghi, Agostino Zaboglio, Alessandro Dell'Orto.
 Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro
(2009).
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