Gli scritti di Don Giuseppe Molteni

Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro (2009). E' vietata ogni forma di riproduzione per qualsiasi scopo.


 


 

  IL DOTT. PROF. MOSÈ GEROSA
RIVOLSE L'ELETTA CULTURA DELL'ORNATISSIMA MENTE
ALL'EDUCAZIONE DELLA GIOVENTÚ
DIEDE LA FORTE E SERENA ESISTENZA
ALL' AUSPICATA GRANDEZZA DELLA PATRIA
CORONÒ IMPAVIDO DI FRONTE AL NEMICO
CON MORTE GLORIOSA NELLE DOLINE DEL CARSO CONTESO
LA GIOVINE E RIGOGLIOSA VITA
ONORATA SEMPRE DALLE OPERE FECONDE
DI UN INGEGNO PRECLARO DI UN CUORE ECCELLENTE

 DOTT. PROF. Don GIUSEPPE MOLTENI
Direttore della Scuola Tecnica Mercalli di S
eregno

 

Nato a Vittuone (Milano), il 21 ottobre 1883 da Gilberto ed Ermelinda Colombo, il prof. Carlo Mosé Gerosa fu preclaro esempio di ciò che un eletto ingegno può riuscire, quando è servito da una volontà generosa e costante e da un carattere adamantino. Queste doti seppe vedere in lui il buon parroco del suo paese natio, a cui spetta il merito di averlo avviato agli studi. Attese, presso scuole private, al ginnasio ed al liceo e ammesso, con esito lusinghiero, nella R. Accademia Scientifico-letteraria di Milano vi conseguì, a pieni voti assoluti, la laurea dottorale il 30 giugno 1905. Gli anni del suo studio universitario furono tra i più penosi della sua giovinezza, aduggiata dalle molte preoccupazioni familiari, resa triste dalle non fiorenti condizioni economiche, sostenuta solo dal suo forte, affettuoso spirito di sacrificio per la famiglia, da un amore ardente al lavoro e dalla energia indomita del suo temperamento. Austero e benevolo, rigido e gentile a un tempo, egli s'impose un tenore di vita castigatissimo, che mentre gli permetteva, pur nel disagio, di attendere ai suoi studi scolastici con una diligenza più unica che rara in uno studente universitario, gli acuiva e corroborava l'intelligenza nelle ricerche geniali del vero e del bello, specialmente della letteratura latina, alla quale si era, in particolar modo, dedicato con intelletto d'amore. Divenne così un eccellente filologo; ed alcune sue pubblicazioni, comparse anche su lodate riviste, rivelarono la sicurezza del metodo e la novità dell'indagine e gli lasciavano sperare un brillante avvenire. Così gli avesse arriso anche un poco la fortuna! Invece dovette darsi all'insegnamento, e tenne per 6 anni dal 1907 la cattedra di storia e d'italiano nelle Scuole Tecniche del R. Collegio Rotondi a Gorla Minore, dove aveva già atteso, con molto amore, ai corsi liceali.

Il Prof. Carlo Mosè Gerosa, Medaglia d'Argento al Valor Militare, nato a Vittuone il 21 ottobre 1883, seregnese d'adozione, caduto il 20 agosto 1917 sul Carso mentre alla testa della sua Compagnia si lanciava all'assalto di una postazione nemica. Venne sepolto nella dolina "Amore".

Fu durante il tranquillo soggiorno di Gorla che Egli tradusse in atto il sogno gentile della sua mente, il desiderio appassionato del suo cuore, impalmando la signorina prof. Luisa Pirotta, con la quale formò un invidiabile esempio di quelle coppie intellettuali in cui l'amore più forte ed il più esuberante sentimento, sono aggraziati e idealizzati da un culto comune alla bellezza e alla bontà. Nel 1913 passò, come ordinario, nella Scuola Tecnica di Seregno, dove, l'anno appresso, fu anche nominato vice direttore. E per i suoi alunni dava alla stampa un testo di stilistica adorno, anche nella opportuna e voluta sobrietà di linguaggio e di sviluppo, che in tali libri si richiede, di notevoli pregi. Il Gerosa amava intensamente la sua scuola e n'era riamato. Ai giovani diede tutto l'ardore vigoroso della sua attività; ai colleghi l'abbondanza della sua coltura e la serenità, piena di spirito e di arguzia, della sua amicizia; alla famiglia, specialmente alla consorte, l'affettuosità della sua indole mite e sensibilissima; alla sua dimora, al suo nome grazioso, tutta la freschezza del suo non comune buon gusto.
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Nel gennaio del 1915 percotendo ormai nel cuore degli italiani la squilla prenuncia di guerra, il prof. Gerosa sentì il dovere di mettersi al posto al quale i suoi titoli di studio lo destinavano e fece domanda di essere nominato ufficiale. Nuovo all'esercizio delle armi, perché di 3ª categoria, il io maggio fu chiamato al servizio nel suo distretto (Reggio Emilia) e fu prima ufficiale che soldato, prima comandante che subalterno. Ma al difetto dell'esperienza supplì col mirabile senso pratico ch'era in Lui cosicché e nell' 80° battaglione di M. T. e nel 74° e 130° reggimento Fanteria ai quali fu aggregato col grado di tenente e poi di capitano, lasciò un ricordo simpaticissimo ed un sincero rimpianto. “Sfilano dinanzi alla mente i ricordi dei giorni belli trascorsi con lui a Pollenzo (il prof. Gerosa era stato quivi inviato nell'aprile del 1917, dopo molti mesi di fronte, a istruire le reclute) quando con fede di apostolo, con entusiasmo di poeta egli ci parlava della sicura vittoria. Gli amici sono fieri di lui... conforto a tanto dolore è l'assoluta certezza che il di lui spirito puro e bello aleggia loro d' intorno, ed Egli rivivrà sempre nei loro cuori finché essi avranno un palpito.” Così scriveva di lui un suo inferiore, il tenente Salomone sig. Alfredo. E potremmo parlare a lungo della stima che circondava il Gerosa, da parte dei colleghi e dei subalterni e addurne altre preziose testimonianze: "Buono, leale, affabile", soggiunge il cappellano del suo 130° fanteria, Don Siro Simoni “era amato da tutti per la dolce serenità dell'animo.”

Una grande parte di questa stima andava alla coltura e all'erudizione del valente ufficiale. Il Gerosa, neppure negli anni travagliati della guerra, tralasciò di occuparsi della sua prediletta letteratura. Nei brevi ozi dei bivacchi e nella faticosa attesa degli assalti, nelle veglie agitate delle notti stellate e nella snervante aspettativa delle giornate invernali, Egli leggeva i suoi classici prediletti e componeva in robusto metro poesie di accurata fattura, dove la vis poetica a volte erompe generosa e possente al cospetto della natura squassata dalla guerra, o delle città vetuste e onuste di gloria, a volte s'insinua con un lieve mormorio al nostalgico richiamo delle domestiche gioie e delle consuetudini deliziose della vita di famiglia. Ma la poesia dei libri non gli toglieva la visione della dura prosa ch'era la realtà vivente e palpitante, anzi fremente e tonante intorno a lui. E fu un ufficiale impareggiabile. Inflessibile, ma pietoso; geloso dello spirito disciplinare, ma retto e giusto; collega carissimo, ma lontano da ogni grossolanità o intemperanza, esigeva dagli altri il compimento del loro dovere, ma era pronto a dare Lui stesso, per il primo e sopra tutti, l'esempio del più illuminato spirito di sacrificio. E quanto fulgido esempio non fu il suo! La nostalgia della sua casa, della sua scuola, il ricordo vivo e pungente dei suoi cari e della sua consorte, non lo distolsero mai dalla gravità del suo compito. Pronto ad ogni rischio, ma senza iattanza; disposto ad ogni obbedienza, senza millanteria, Egli fu veramente un valoroso. In Lui non la ricerca rischiosa del pericolo inutile, ma la sforza consapevole di volere e di affrontare anche una situazione disperata: "Piuttosto morto che prigioniero” diceva, e per ingannare sé stesso e animare i suoi soldati, “gli austriaci non mi pigliano” ripeteva. Perciò la lode che i suoi compagni d'arme e i suoi superiori gli tributarono e le onorificenze che gli vennero decretate, furono meritatissime.

“Sia onore alla memoria del povero prof. Gerosa che si è sentito nell'anima non solo italiano, ma uomo” sono periodi di lettere del 13-14 Settembre 1917 del colonnello G. Gianazza, nobile figura di medico e di soldato valorosissimo, padre di due giovani eroi cui l'amor di patria e il culto della Idea spinsero sui campi di battaglia ad affrontare una gloriosissima morte – “tutti gli ufficiali unanimi hanno parole di sincero rimpianto pel povero caduto, un vero valoroso, di cui tutto il reggimento deplora la perdita. Tutti indistintamente ripetono che era un valoroso, e tale l'ho creduto ferma mente pur io. Era un uomo veramente eletto di spirito e di cuore.... un animo d'oro, non d'orpello. La sua morte lo terrà più vivo fra quanti lo conobbero che non la vita di tanti altri…„

Ed è vero anche perché il prof. Gerosa non fu uno di quelli che la loro opinione politica gridarono nelle piazze o schiaffarono in faccia agli avversari: attese quel che la patria voleva da lui; non si perse d'animo nei pericoli, non si esaltò nei lieti successi: e come la forza sua nei primi mesi dell'aspra vita di trincea era sostenuta da una calda fiamma di entusiasmo giovanile, così la sua abnegazione e il suo coraggio dopo due anni di quotidiani disagi erano fatti saldi da un imperioso comando della ragione.

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"Verrà il giorno della fine; - scriveva il 17 luglio alla consorte,…- tutto questo, alludendo alle sofferenze patite, sarà bello di ricordare. Però non vorrei che tu ti facessi l'idea che io sto male, no: sono un poco stanco ma dopo due anni la mia fibra resiste ancora bene e magnificamente finche moralmente si comincia a insinuare un po' di stanchezza…certo non c'è più a combatterla l'ardore dei primi mesi…solo il sentimento profondo e forte ed energico del dovere sempre lieto da compiersi.,,

Il Gerosa prese parte a numerosi combattimenti sulla fronte orientale. Da quel teatro furibondo della nostra guerra, (entrato in combattimento il t settembre del 1916) non si mosse, salvo le poche settimane passate a Pollenzo nel Maggio 1917 a istruire le reclute. E si distinse sempre per sangue freddo e bravura. Più di una volta corse i più gravi pericoli; ma avendo felicemente superato non poche criticissime prove, e la più aspra fu quella sul Nad-Logem, dove aveva guadagnato la prima medaglia al valore. Egli confidava nella sua buona stella. Ma la guerra voleva anche il sacrifizio della sua nobile esistenza, che fu votata alla Patria nell'azione sanguinosissima offensiva dell'agosto 1917, ancora sulle brulle e orride petraie del Carso.

Movendo una quinta volta all'assalto di una trincea nemica, il 20 agosto 1917, Egli venne colpito in fronte mentre avanzava alla testa della già stremata e decimata sua compagnia. I pochi soldati superstiti e il cappellano ne composero piamente la salma nel tormentato cimitero della dolina "AMORE„ - "Il volto di Lui, anche nel freddo spasimo della violenta morte, serbava un grazioso sorriso - Aveva il volto sorridente, e gli occhi aperti e rivolti verso il cielo.„ Così scriveva il suo cappellano.

Dalle pareti della sala consigliare della Scuola Tecnica di Seregno, tanto amata dal prof. Gerosa, un grande ritratto del compianto professore, eseguito dal collega G. Facchetti e una squisita pergamena miniata con appassionata devozione dalla consorte, sembrano ammonire insegnanti ed alunni a non venir mai meno alla legge del dovere nei faticosi, ma non cruenti campi dello studio, dove l'animo si tempra e la mente si conforta e il cuore si riscalda a combattere poi le meno facili battaglie della vita. Al nostro Eroe vennero conferite due medaglie al valor militare con le seguenti motivazioni:

I°  In un momento difficile assumeva il comando di una compagnia mantenendola salda sulle posizioni sconvolte da un intenso bombardamento nemico. Con grande energia e sprezzo del pericolo provvedeva a respingere i contrattacchi avversari.
Nad Logem, 15 -16 Settembre 1916 .

II° Alla testa della propria compagnia, sotto il violento fuoco di mitragliatrici e di artiglieria nemica, dando mirabile esempio di coraggio, si slanciava all'assalto di una trincea avversaria, ma colpito mortalmente vi lasciava la vita.
Comarie - quota 146, 19-25 agosto 1917.

Dicemmo che il Prof. Gerosa, temperamento equilibrato e consapevole a se stesso era alieno da jattanze inutili e da ardimenti senza scopo. Sicuro della sua forza d'animo e della sua fibra di resistenza, nutrito il suo intelletto da solide convinzioni e ognora fiancheggiato da quella salda compagnia dell' uomo che è la coscienza retta, egli non si sarebbe mai esposto al rischio senza ragione, come non avrebbe mai rifiutato - e in realtà fu così - nessun compito per quanto aspro e difficile o almeno nell' apparenza superiore alle sue forze, se l' ordine e la disciplina o una sciagurata contingenza glielo avessero imposto. Nè egli dava alla sua pronta ubbidienza quello aspetto di pomposo eroismo, sotto il quale facilmente si ammanta la presunzione e forse la paura. Egli sapeva di dover precedere i suoi soldati e occupava perciò ilare e franco il suo posto con una spontaneità tranquilla come se dicesse: io son venuto a questo. Ricorderemo una lettera ch'egli scrisse alla moglie a proposito della magnifica lode di imperterrito ufficiale attribuitagli da una parente, quando apparteneva ancora all' 80° Battaglione M. T.:

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"Domando io se si può dire imperterrito un povero territoriale che passeggia su e giù per le vie della zona di operazione in attesa che l'ufficio telegrafico esponga il comunicato per correre a leggerlo coi cerini accesi; un povero diavolo che sente del cannone il solo boato lontano e non vede nulla più del solito Carso sempre uguale da più di un anno, mentre le linee combattenti sono scomparse nell'altipiano. In nome di Dio c'é già tanta gente in Italia che fa e vince la guerra sbandierando per le vie o macerando negli uffici e gridando: noi avanziamo!.... e non c'è proprio bisogno che ve ne siano anche qui..., perciò sarei proprio tentato di far abolire dal mio indirizzo - Zona di guerra !„

La stessa calma, la stessa padronanza di sé, la stessa serenità lieta anche quando premevano i pericoli o già si trovava coinvolto nei più duri cimenti: "Se mi chiameranno altrove sarà per necessità o vantaggio pubblico, - così scriveva ancora alla moglie da una cittadina toscana dove era stato inviato i primi mesi del suo servizio, - e chi può onestamente mendicare pretesti o appigli per proprio comodo? Tu sai benissimo, - continuava, - che io non voglio lanciarmi dove non mi chiamano il dovere e l'onore, ma sei troppo intelligente per capire che uomini come me e i miei colleghi, giovani robusti e volonterosi, colti, intelligenti, appartenenti alle classi più distinte, possano all'occorrenza servire a qualche cosa di più che ai presidi interni: occorre essere preparati a ogni eventualità, preparati nella serena coscienza che avvicina alla volontà superiore un'altra che liberamente si incatena „

Perciò la sua corrispondenza cogli amici, dove non avrebbe potuto che intavolare questioni incresciose o dispute eleganti, era piuttosto scarsa; poche sobrie parole di notizie e di saluti; mentre il commercio epistolare colla moglie, nel quale effondeva la pienezza del suo sentimento, era assai copioso Ma non sfoggia mai il patriottismo verboso dei grafomani, non frasi ampollose, non affermazioni o propositi reboanti che pure all'uomo di studio ch'egli era sarebbero stati tanto facili. Egli piuttosto con forme e con concetti suggeriti dalla delicata natura dei suoi pensieri esprime il vivo assillante desiderio che la guerra finisca presto e bene per tornare alla sua casa, alla sua famiglia, alla sua scuola... Dalla vivace e ben condotta descrizione dei campi di battaglia percorsi, dei panorami orridi contemplati, delle rovinanti e arse città visitate, dei monumenti superstiti lagrimati, dallo smagliante periodare del suo stile affiora sempre il desiderio della vita semplice e operosa di prima. Faceva la guerra con la stessa precisione e la stessa diligente coscienziosità con la quale faceva la scuola, ma preferiva l'aula alla tenda, la cattedra alla dolina, i compiti agli ordini del giorno, le sane e ricreanti letture letterarie ai rapporti ed agli specchi della burocrazia.

Egli scriveva quasi fosse sempre mosso dalla stessa nostalgia, anche per confortare la sua consorte, e per non ostentare, parlando di gravi argomenti in lettere familiari, una coltura accigliata e professorale che sarebbe stata interpretata come una virtuosità artificiosa: ma è certo pure che tali rimpianti rispondevano all'indole sua portata piuttosto alle gare di Minerva che ai ludi di Marte. Tuttavia non il pianto sterile e flaccido di Tibullo, non la scettica ironia oraziana; è il contrasto invece fra i gusti che egli aveva e la realtà vissuta, fra il sogno accarezzato e l'urgente dovere, fra le pugne sanguinose alle quali doveva partecipare e la quiete degli studi amati ch'egli prediligeva, che dà vita e calore intenso alla sua quotidiana corrispondenza. Né per questo è diminuita la bella e vigorosa figura di lui; anzi, diciamo così, meglio ingrandisce, poiché è più eroico l'abbracciare e rimanere irremovibilmente fedeli per un dovere riflesso e consaputo a un ideale che non si avrebbe voluto perseguire, che non il correre ai pericoli nell'esaltazione non sempre cosciente degli entusiasmi che danno vita solo alla inebriante visione della gloria.

"Io ti ho promesso sempre che avrei atteso gli avvenimenti senza forzarli e manterrò, e per riguardo alla parola data e perché sono persuaso che è più ragionevole, più logico e più serio. Così venga presto o tardi la chiamata, mi troverà pronto e alacre di spirito e non mi riuscirà grave come una punizione o una ingiustizia e non mi vedrà arrabattare per mettere in luce una qualsiasi ipotetica imperfezione…Purtroppo questo è il caso di alcuni tra coloro che l'anno scorso, giunti qui, scrivevano saluti bellicosi dalle trincee.. inserendoli sui giornali come di combattenti contro il secolare nemico Mancanza di misura che impedisce a essi di comprendere che non è dignitoso ora impallidire e perdere l'appetito.„

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Sensate parole che rendono il carattere del Gerosa in tutta verità e schiettezza E la certezza di essere compreso in questi suoi sentimenti di obbedienza senza gonfiezza di retorismi, gli dava una indicibile soddisfazione "...è un grande incoraggiamento, un grande sollievo per lo spirito il pensare che il cuore e il ricordo dei propri cari segue tranquillo e sicuro pur tra il dolore e la preoccupazione„

Ma questo senso della misura che era, si può dire, la più simpatica dote del carattere del Gerosa diventava però modestia eccessiva quando si trattava di parlar di sé e delle sue imprese, le quali egli tace alla moglie e agli amici, e ai quali, se la sincerità lo costringe, appena accenna con vaghi ricordi. La stessa mirabile prova di coraggio data da lui il 15-16 settembre 1916 che gli meritò la prima medaglia al valore, Egli non fece nota a nessuno. Soltanto per tranquillizzar la moglie che era in angustia sapendo che il reggimento al quale il marito apparteneva, era stato aspramente provato, scriveva che nulla aveva da raccontarle di straordinario “...solo la mattina del 16, quando mi trovai per qualche ora comandante di compagnia, qualche scheggetta di sassolino mi percosse le mani, producendomi delle graffiature superficialissime che non richiesero nessun bisogno di medicazione Immagina le mani di chi colga imprudentemente una rosa, nient'altro.”

La squisitezza dell'animo e della mente del caro collega appare ancor più dalle gentili composizioni poetiche alle quali pose mano prima e durante la guerra, nei sereni ozi che le fatiche della scuola o i disagi degli accampamenti e delle trincee gli consentivano. Il Gerosa aveva veramente nell'animo la gentilezza della poesia: di una poesia idilliaca se non epica: suadente in modo soave, se non accompagnata da tuoni sdegnosi e cupe minacce. Egli vede le cose e gli uomini nella loro realtà, ma più spesso soffusi da una luce particolare che raggia da lui, dalla sua coltura profonda, dalla esuberanza della sua vita intima e sentimentale. Credente di una fede incrollabile, religioso anche per l'esteriore sua pietà, egli considera da un punto di vista superiore "... questo groviglio di vicende, di passioni, di interessi, di brutalità e di idealità, questo mostruoso impasto di orrori e di meraviglie, di delitti e di eroismi, di civiltà e di barbarie che si chiama, guerra, conflagrazione,abisso ,, …"è certo qualche cosa di catastrofico, qualcosa di immane per noi popoli e più per noi individui...„ ma soggiunge: "Io che rivivo così spesso e così inconsapevolmente con la memoria gli anni della mia adolescenza… ricordo un verso latino tradotto in quegli anni lontani e vicini, lo ricordo col viso del mio professore che vi ricamava intorno una predica sulla mortalità delle cose terrene: Ludit in humanis divina potentia rebus.” (La potenza divina governa in fine tutte le cose umane)

E voleva esprimere coll'elegante verso classico la sua fiducia che un disordine tanto grave non poteva essere permesso dalla Provvidenza se non perchè ne venisse, quando i popoli sapessero ben comprendere i fatti e valorizzare il loro dolore, un immenso beneficio al mondo. Descrivendo un cimitero austriaco collocato in fondo di una valletta che la sua compagnia occupava presso Doberdò, nota con piacere che quasi tutte le croci recano l'iscrizione: "Hier rilht in Gott der K. u K. Infanterist ecc., cioè: qui riposa in Dio l'imperiale e regio fante ecc. Una croce porta appena: Hier ritht, e non c'è in Gott... Perchè? Non so; ma mi ha fatto male la diversità." Come infatti davanti allo spettacolo della morte che avvicina l'uomo al suo fine, lo spirito non si sentirà portato al suo principio che è Dio?

L'abitudine alla riflessione, formatasi attraverso i molti guai sopportati durante la giovinezza, l'austerità del suo metodo di vita, l'amore all'indagine e all'esame degli accadimenti, gli fecero ravvisare nel pericolo tremendo che toccò l'Italia nel Maggio-Giugno 1916, quando l'esercito austriaco parve rovesciarsi dagli altipiani sulla pianura vicentina, un monito grave e provvidenziale a tutta la Nazione. "Noi italiani, - scriveva, - siamo con tutte le pretese di modernismo scettico un popolo di fantastici e di poeti. Facciamo la guerra con la poesia: con la poesia entusiastica e quasi bacchica dei primi giorni; con la poesia elegiaca quasi da nenia nelle snervanti attese; con la poesia pindarica dei successi e con l'amara satira col giambo e l'epicedio negli insuccessi. E questa nostra natura poetica che ci esalta o ci deprime, ci culla nella lusinga e ci agita nell'ansia, e la nostra nemica che ci toglie la chiara visione e qualche volta la fredda energia del decidere e dell'agire. Certe frustate sono sante allora; certe spronate degli avvenimenti, certe scosse sono salutari moniti del destino che fa tacere ogni malcontento, ridesta ogni virtù sopita e apre la via al coronamento finale…„

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Ma la sua poesia non era di spensierata allegrezza o di irosi e vani crucci. Stilla di vivificante rugiada nelle liete circostanze della vita, è scroscio di lagrime dirotte nelle amare congiunture del dolore:
 
  I versi miei son come quella vera
di limpid'acqua che serpeggia lieta
d'esser nell'ime viscere segreta de
la gran madre terra...
I versi miei, son come la sorgente che
fuor zampilla, tenue su l'aiuole a
gareggiar col tiepidetto sole nel far
vivace e bello e redolente
ogni più caro e più gradito fiore…
Ma son pure i versi miei talvolta qual
onda che trascorre limacciosa
baliando da la via tenebrosa
quando la terra fendesi sconvolta.
 

Ma anche l'espressione del suo sdegno è sempre temperata da bontà. Nel bel fascicolo manoscritto dei suoi componimenti poetici si trova è vero la fiera protesta contro gli orrori della guerra.... (Nell'ultima sua licenza aveva espresso alla consorte il desiderio di veder raccolte in un quaderno manoscritto le sue poesie col titolo di "Zampilli e gorghi")
  Non ancora di pianto e di sangue sazia
la Terra cessò di vivere...
 

(Così lamentava in una forte ode barbara composta il febbraio 1916 per una accademia commemorativa dello illustre vulcanologo Giuseppe Mercalli al cui nome la Scuola Tecnica di Seregno è intitolata…)

  ... in terra, in cielo, nel vasto oceano
raccolse trionfi la Morte e fu l'uomo di
morte ministro…
 

e come rivolto agli uomini di scienza chiede:

  Voi che scrutate gli antichi fremiti de la materia
nei resti fossili, le guerre dei mostri scomparsi
e ne segnate l'epoche, dite:
Avran le umane battaglie termine alfine?
Quando? Tu che nel baratro ardente fuggesti lo sguardo,
tu de l'umano cuore l'abisso,
Mercalli, scruta:
Come rigermina insaziata la brama cupida del sangue?
Qual forra valente a reciderne l'acre radice?
 

... ma tuttavia più frequenti sono le rimembranze poetiche della sua vita di pace e d'amore, le visioni degli spettacoli semplici e commoventi della pietà, non gli suggeriva certo poetici e giocondi richiami la pioggia che s'abbatteva sulla tenda e sui ricoveri, negli orridi valloni del Carso…

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  Bello sentir la pioggia sui chini rami
e le strade fangose scrosciare
quando n'avvolge dei candidi lini.
La tepida carezza.
 

Pure non possiamo omettere di riportare qualche strofa di "Quando tornerà?„ una sensibile e soave composizione dedicata alla famiglia di un amico, Luigi Longoni, prigioniero di guerra in Ungheria, a cui, durante la prigionia, la morte aveva rapito l'unico figliuolo Emilietto, un amore di bimbo per bellezza e intelligenza, orgoglio del padre e della madre Laura Rebecchi:

  Ei ti baciò, partendo, '1 roseo viso
ed asciugò le lagrime ne' belli
tuoi morbidi capelli:
Sperava rivederti nel sorriso,
presto tornando dalla triste guerra alla nativa terra.
Ma non ti bacerà tornando 'l viso
a cui le rose impallidì la morte
ch'è dell'amor più forte.
E più non rivedrà tuo bel sorriso
né ti carezzerà; d'amor più forte t' irrigidì la morte.
 

Aveva tanto amore per i fanciulli il Gerosa! vivendo sempre in mezzo ad essi ne sapeva comprendere la bontà, scusare i difetti, compatire le mancanze, stimarne le virtù.…Umile e restio ad ogni invito di pubbliche cariche si indusse tuttavia ad accettare mansioni non facili quando si trattò di far del bene a dei bimbi, e per l'orfanotrofio di Seregno compose un bell'inno, ancor oggi cantato da quei cari fanciulli. Rievocando nel settembre 1915 - già era sotto le armi e in guerra - il quinto anniversario delle sue nozze nella tristezza di non poterlo festeggiare nell'intimità delle pareti domestiche, confortava la sua Luisa così:

  …stilli qual goccia nel mare
la nostra tristezza.
Si perda nel mare di gloria!
sia perla spremuta dal pianto
tributo dei figli alla madre
pel serto d'Italia.
 

L'augurio del degno amico e collega si avveri e che il sacrificio di tante nobili vite, come la sua, non sia vano per la vera grandezza della patria. Questo è sì il voto nostro, ma in ciò si racchiude anche un proposito di cooperazione instancabile all'opera da tanti eroi iniziata e fondata col loro sangue generoso. A rinsaldare questi propositi valga in modo efficace l'esempio offerto dal Prof. Mosè Gerosa, che vuole in particolare essere additato a tutti coloro che si propongono di essere veri educatori della mente e del cuore della nuova gioventù italiana.

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Targa dedicata alla memoria del Prof. Dott. Carlo Mosé Gerosa, situata nelle Scuole Mercalli di Seregno. Il bronzo è opera dello scultore Alfredo Sassi.

Il prof. Gerosa lasciò molte pregevoli poesie inedite, raggruppate manoscritte dalla consorte, in un fascicolo col titolo "Zampilli e Gorghi", nel primo anniversario della morte dell'eroico marito. La prof.ssa Gerosa, valente cultrice del disegno e artista di gusto, nel proposito di rendere omaggio alla memoria dell'indimenticabile suo compagno, abbandonò la nostra Scuola dove era apprezzata insegnante e si diede alla nobile propaganda patriottica nell'Associazione Nazionale delle Madri e Vedove dei Caduti, di cui fu attivissima segretaria generale fino al 1923. Attualmente essa dirige le scuole medie aperte in Sestri Levante dall'Opera Madonnina del Grappa e continua il suo apostolato di bene in favore degli orfani di guerra. Alla memoria del valoroso ufficiale viene murata nei locali di questa Scuola, dove il pensiero del prof. Gerosa tornava spesso con nobilissima nostalgia, una magnifica lapide, opera squisita dello scultore Alfredo Sassi, assai noto e stimato nel mondo dell'arte milanese. Il Sassi, che è un amico affezionato della nostra scuola, ha voluto gentilmente prestare l'artistica opera sua.

La lapide in marmo roseo di Gandoglia lucidato, è fasciata da lastre di marmo rosso di Levanto, sobriamente decorate di greche in rilievo, conforme al carattere architettonico generale dell'edificio. Essa reca in alto un bel fregio decorativo allegorico in bronzo, che nel centro ha una fiaccola accesa, simbolo di gloria e di venerazione imperitura: a sinistra i libri e la penna, su cui adagiasi un festone di lauro: tributo di onore allo studio; a destra l'elmo e la spada intrecciati a festone di quercia, esaltazione di virtù belliche e patriottiche. L'iscrizione scolpita sulla lapide, in fondo alla quale era, giusto si ricordassero i compagni caduti per la patria dice così:

...perché l'eroica morte del Prof. Mosè Gerosa rimanga a quanti succederanno qui, educatori e discepoli, esempio perenne di virtù e disciplina colleghi ed alunni nel 1° decennio dell'istituto posero 15 giugno 1924

...già nel sacrificio congiunti siano anche nella nostra grata memoria i nomi gloriosi degli ex-scolari Onorato Casiraghi, Agostino Zaboglio, Alessandro Dell'Orto.

 

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