Gli scritti di Don Giuseppe Molteni

Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro (2009). E' vietata ogni forma di riproduzione per qualsiasi scopo.


 


 

 SAC. PROF. GIUSEPPE MOLTENI

SCRITTI INEDITI

 

Ritorna fra noi la cara figura dell'indimenticabile Sac. G. Molteni. Ritorna, non nel ricordo soltanto, ma nel desiderio vivo che di un tanto uomo ci si faccia conoscere tutta l'opera di studioso appassionato e multiforme, troncata da una morte immatura.

Ci sono rimasti di Lui molti manoscritti, i più vari, i più profondi, senza dubbio i più preziosi. Essi reclamano, da tempo, di essere fatti pubblici, perché non é più possibile che rimangano silenziosi, e in pericolo, forse, di andare smarriti, i ritrovati di quella cara e grande mente.

Purtroppo non sono tutti compiuti, limati, pronti per il pubblico. Alcuni poi sono studi così profondi che abbisognano di un occhio ben pratico e di un cuore affezionato e paziente, per licenziarli alle stampe. E non é neppure facile fatica, occorrendo una erudizione che di almeno un poco si avvicini a quella, ben vasta, del nostro. Ma per non defraudare più oltre il desiderio dei molti che ammirano il Molteni, si dà qui un piccolo saggio di quanto ci conservano i preziosi manoscritti, nella speranza che presto si possa fare pubblico quanto di Lui ci rimane.

Fino a oggi, dalla massa degli scritti, fu possibile riordinare e aggruppare il seguente materiale:

A) Disegno storico della ricchezza ecclesiastica nell'Italia Settentrionale durante i secoli VI- XII.
Questo lavoro che pare completo, quanto a stesura generale, si sviluppa in nove capitoli, ampi per contenuto e densi di erudizione. Ne dò i titoli, più o meno definitivi:

  1. Economia Naturale, commercio e produzione industriale nell'alto Medio Evo.

  2. Triplice forma del patrimonio sacro nel Medio Evo.

  3. I patrimoni di S. Pietro al tempo di Gregorio Magno.

  4. Le diverse maniere di arricchimento dei luoghi sacri.

  5. La ricchezza dei luoghi sacri in genere, con particolare riguardo all'Italia Padana.

  6. Il Patrimonio della Chiesa nell'Italia settentrionale e l'invasione Longobarda.

  7. La proprietà ecclesiastica durante la dominazione Carolingia.

  8. Le vicende della ricchezza sacra nei secoli X e XII.

  9. Lo sfacelo della ricchezza ecclesiastica nel secolo X.

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B) I Cistercensi di Chiaravalle Milanese dalle origini dell'Abbazia fino al 1300.
Questo lavoro mi sembra incompleto. Può benissimo essere considerato come continuazione, o sviluppo particolareggiato del precedente A). I capitoli, che anche qui rimangono svolti in numero di nove, sono così ordinati:

  1. Le condizioni politico-religiose di Milano verso il 1135. Venuta di S. Bernardo a Milano e fondazione di Chiaravalle.

  2. Linee generali della riforma e della economia Cistercense. L'istituto dei Conversi.

  3. La Bassa milanese nella prima metà del secolo XII. Primo sviluppo del patrimonio di Chiaravalle.

  4. I Cistercensi ed i Chiaravallesi nel periodo di lotta fra il Papato ed i Lombardi col Barbarossa.

  5. Consolidamento del patrimonio di Chiaravalle e suo sviluppo nella prima metà del secolo XIII.

  6. Alcuni aspetti della politica economico-finanziaria del Comune di Milano dopo la pace di Costanza alla fine del secolo XIII.

  7. I Cistercensi di Chiaravalle nel rifiorimento dell'agricoltura nel secolo XIII.
    Parte I - L'irrigazione dei campi (con due cartine illustrative).

  8. Parte II - L'affitto e il contratto di masseria nell'economia Chiaravallese (e di questo argomento devo ricordare che il Molteni già nel 1914 stampava negli «Studi Storici», Vol. XXII, Fasc. II - Pavia, Mattei e C., un interessante saggio dal titolo «Il contratto di masseria in alcuni fondi milanesi durante il secolo XIII». Ivi accenna al più vasto lavoro che stava compiendo, e che é quello di questi manoscritti. Dice infatti: «Il risultato delle modeste mie ricerche dirette finora a conoscere e a far conoscere i primi momenti dell'intensa e fortunata agricoltura del Basso milanese, io vo lentamente ordinando e preparando...».

  9. La controversia per l'esecuzione del pagamento delle decime, e per gli altri diritti giurisdizionali. Questi i capitoli che svolgono il tema: non completamente, a mio parere. Manca, evidentemente, un capitolo almeno. Mi auguro di riuscire a rintracciarlo. Noto intanto che, a questi capitoli, vanno unite centinaia e centinaia di note critiche e bibliografiche che raddoppiano la mole del lavoro. Concludo che il lungo studio stesse tanto a cuore al suo paziente, modesto e valoroso autore.

C) L'intervento dei Governi nelle elezioni dei Papi.
Ecco un terzo genere di studi ampiamente impostati dal Molteni, senza però condurlo alla definitiva preparazione di stampa. Un esame più attento del manoscritto (purtroppo neppure questo completo) darà forse modo di conservare al pubblico dei competenti uno studio tanto interessante e profondo. Posso intanto già accennare a questi sottotitoli:

  1. L'elezioni dei Romani Pontefici al tempo dei Carolingi, 816-835.

  2. Le elezioni papali al tempo del predominio delle fazioni, 891-954.

  3. Le elezioni papali al tempo degli Ottoni, 962-1003.

  4. I Papi Tuscolani e Papi Tedeschi, 1003-1058.

  5. La Decretale «In Nomine Domini», 1059.

Ignoro fin dove il Molteni volesse giungere con questo studio. Quello che ci rimane, mentre apparirebbe poter stare così come è, mostra parecchie incompiutezze. Potendolo pubblicare, sarà nuovo documento della mente profonda e moderna di chi lo pensò.

D) Il Conclave del 1903.
Chiesa e Stato nel secolo XX - (In due parti, che mi paiono complete). Questi due ultimi studi sono brevi, polemici, e servirono forse come direttiva per conferenze. L'autore vi esprime idee assai personali; ed io credo non sarebbe oggi opportuno pubblicarli, potendo anche fraintendere il pensiero suo, buttato forse in carta con troppa libertà e, del resto , non mai pubblicato da Lui. A conclusione di quanto ho qui accennato, credo fare cosa buona dare fin d'ora un breve saggio delle fatiche del Nostro, pubblicando lo spunto seguente, che é come un primo capitolo della vasta opera indicata con la lettera A).

G. A. GADDO
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DISEGNO STORICO DELLA RICCHEZZA
ECCLESIASTICA
NELL' ITALIA SETTENTRIONALE
DURANTE I SECOLI VI - XII

 

Economia naturale, commercio e produzione industriale nell'Alto Medio Evo

Se in generale, a ricostituire ogni fatto storico nella piena unità del suo reale svolgimento e a interpretarlo con sufficiente realismo, è necessario tener conto anche delle condizioni economiche in cui esso è accaduto e bisogna perciò ricomporne l'ambiente sociale; per vedere un po' addentro nelle vicende generali dell'alto Medio Evo, e anche in quelle che potrebbero chiamarsi più propriamente, benchè con frase ormai antiquata, politiche, la conoscenza della vita materiale del tempo è, a priori, riconosciuta indispensabile o appare tosto come una esigenza fondamentale di ogni spiegazione storica ragionata. Gli accadimenti di quell'epoca, almeno sino alla fine del secolo XII e prima dell'affermarsi assoluto del Comune e, più, delle Signorie, sono d'ordinario fra di loro confusamente aggregati come in un blocco grezzo i cui elementi non si lasciano analizzare o separare singolarmente con facilità, a meno di lasciarsi sedurre dalla tentazione di disamine superficiali e preconcette. Colui che ne studiasse anche solo un frammento o un aspetto non può sottrarsi alla necessità di allargare le sue ricerche oltre il limite che la tradizionale concezione storica, tranquillamente
accettata per un pezzo, assegnava alla così detta storia politica1.

Forme nuove di vita che si affacciano vigorose e antiche sopravvivenze, deboli e non resistenti talora, talaltra invece assai tenaci; diritto romano e professioni di leggi barbariche; tradizioni inveterate che tramontano e nuove consuetudini più o meno giustificate o prave e perverse che s'introducono; reciproche interferenze e invasiones giurisdizionali laiche ed ecclesiastiche; autorità vescovile e potere comitale; possesso e proprietà; feudo e allodio; servitù della gleba e libertà personale; magistrature o prelature libere ed istituti obbligatori; organismi spontanei e organizzazioni coattive; libera concorrenza e monopoli e privilegi; interessi agricoli e bisogni industriali; economia curtense e attività di scambi commerciali e monetari; Chiesa e Stato; spirituale e temporale: sono fatti, istituzioni e concetti che nel Medio Evo vero e proprio s'intrecciano di solito in un groviglio spesso inestricabile, e che non possono quindi essere colti e seguiti singolarmente nei loro sviluppi particolari o nella loro interdipendenza o influenza vicendevole, ben definita sotto l'aspetto
politico o sociale o spirituale. Res divinae et humanae confunduntur lamentava Pietro il Venerabile scrivendo al Re di Sicilia Ruggero; e più chiaramente Geroh di Reichersperg nel noto libello intorno ai disordini della società ecclesiastica del suo tempo, protestava contro la consuetudine o la necessità che i vescovi unissero in una persona officium militis et sacerdotis.

Ma ciò non ostante su tutta la vita politica e sociale di allora si rifletteva «la luce scialba e uniforme di un organamento sociale a cui mancava ogni elementare differenziazione della ricchezza, dell'attività, della cultura, delle classi, poggiando tutto indistintamente sull'economia terriera e sul latifondo, vuoi laico, vuoi ecclesiastico». Per questo motivo tutta la vita dei secoli VI-X e anche in buona parte del 1100 e del 1200, nei quali davvero fermentano le nuove energie che nel 1300 precorrono e preparano la via del non lontano risorgimento, questo, d'altronde, era già negli spiriti, nell'arte e nella politica dei secoli XII e XIII giustamente chiamati introduttivi della storia moderna2, cosicché qualche scrittore, come il Gabotto, vorrebbe s'iniziasse la storia dell'età moderna col 1313, cioè colla morte di Enrico di Lussemburgo3, non si illustra con qualche precisione se prima non si fa la luce sulla vita e sul funzionamento dei maggiori organismi economici di allora, cioè dei principali centri di produzione e di consumo della ricchezza, e ai quali confluivano le stesse attività politiche che rielaborate nel crogiolo degli interessi e delle convenienze economiche, raggiavano poi al di fuori, risospinte intorno dalla loro stessa forza di espansione.

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È un'economia localizzata e chiusa che pare di minore importanza per la storia; ma pure è quella che per lo più risponde alla vita pubblica dell'epoca, caratterizzata dalla dispersione demografica e dalla polverizzazione non solo dell'autorità politica ma anche, almeno in parte e fino al pontificato di Gregorio VII, della stessa autorità religiosa. Quando si riflette col Pertile che uno dei fatti principali dell'età di mezzo consisteva nella strettissima relazione tra la terra e le persone che la posseggono e quelle che la coltivano, per guisa che la condizione sociale degli individui, i loro diritti e gli obblighi non solo privati, ma anche pubblici e l'esercizio medesimo della sovranità e dei poteri direttivi dipendevano dalla proprietà e dal possesso fondiario, anche se non sempre né in ogni caso la condizione di libertà dei coltivatori corrispondeva a quella dei terreni fecondati dal loro sudore4; la storia anche schematica della ricchezza immobiliare, cioè della ricchezza fondiaria e specialmente dei patrimoni terrieri dei luoghi sacri, è certo un notevole contributo alla storia medievale, che per l'Italia è in gran parte da rifare. Al quale proposito nessuno rimprovererebbe di esagerazione uno dei più geniali e profondi nostri studiosi della storia del Medio Evo quando riconosce e proclama la decisiva importanza della storia agraria medievale per la illustrazione di tutta l'età di mezzo, e soggiunge essere lo studio dell'agricoltura di questa epoca di mezzo assai più utile alla generale storia italiana che non gli sforzi per precisare una data o identificare una località5 e chiarire le sorti di una battaglia, anche decisiva.

I maggiori centri dell'attività economica nell'alto M. E. sono appunto le grandi proprietà laiche ed ecclesiastiche, che senza assumere da noi, salvo qualche eccezione, l'aspetto e l'estensione di veri e propri latifondi, come avvenne nella Germania occidentale e nella Francia nord-occidentale6, ebbero però in molti casi, un'ampiezza considerevole. Tra le proprietà ecclesiastiche si distinguono in modo particolare le monastiche, non a torto riguardate come i soli organismi economici che nell'Italia precomunale abbiano saputo mantenersi, pure attraverso molte crisi, abbastanza lontane dal disfacimento7, quasi fossero «oasi in mezzo ai cozzi cruenti del tempo»8. Per quanto infatti, in un primo periodo della sua storia, la grande proprietà ecclesiastica fosse socialmente e tecnicamente organizzata colle stesse norme che disciplinavano l'ordinamento delle terre fiscali, ciò come vedremo, anche per la sua origine, pur tuttavia le circostanze esteriori e interne nelle quali l'economia terriera dei monasteri si sviluppò nei secoli VII-XII diedero spesso alle aziende agricole ecclesiastiche una particolare fisionomia, non sempre ben delineata, ma con caratteristiche e fisionomia propria, facilmente riconoscibile.

Né può diminuire l'importanza storica generale delle ricerche intorno alla ricchezza agraria delle chiese e dei monasteri la constatazione che il traffico fluviale nell'Italia padana sia stato, anche nei secoli più torbidi e più poveri dell'età di mezzo, abbastanza vivace. In realtà il Commercio nei secoli VIII-XI era notevole non soltanto nelle città marinare come Venezia, la quale secondo lo Heyd aveva nelle sue mani, già nell'800, la maggior parte del traffico dell'Italia Superiore, Ravenna, Comacchio, ma anche in alcuni centri di terra ferma, situati lungo la maggiore arteria fluviale del Po, come Cremona, Piacenza, Pavia, o allo sbocco di importanti passi alpini quali Aosta e Asti. Anzi esso si spingeva anche più addentro per mezzo dei più notevoli e navigabili affluenti padani e risaliva le correnti del Mincio, dell'Oglio, dell'Adda, del Ticino e della Dora, che avevano allora un corso più regolare e con portate d'acque maggiori. Mantova aveva il suo porto alla confluenza del Mincio col Po; Milano aveva il suo porto là ove il Lambro sfociava nel gran padre Eridano9; Corrado il Salico, in un diploma del 1037 concedeva al Vescovo, cioè al Comune di Asti, la libertà di entrare e di uscire per Vallem Secusiae per omnes valles per omnia montana et per via asperas et plateas, dovunque insomma i mercatores dell'Impero vitae praesentis solent conquirere subsidium10; Lodovico II, nel noto diploma al Vescovo di Cremona, della seconda metà del secolo IX, parla di mercanti longobardi e stranieri frequentanti il mercato e il porto di Cremona, ad suum peragentes negotium11; un lontano suo successore, Ottone III, nel 996 difende il vescovo della stessa città contro la prepotenza di coloro che multis calamitatibus depredavano le navi e molestavano i piloti e i naviganti transitanti per il porto Cremonese; in una relazione, stesa forse per tutelare i diritti del proprio fisco, dal vescovo di Aosta, Givone nell'anno 960, sono ricordate le fiere di S. Orso, dove si scambiavano cavalli, armi, metalli (come stagno, ferro, piombo, bronzo) falconi, scimmie (quamvis, dice il vescovo, sit ridiculosum animal), masserizie ed utensili di legno e di argilla, che numerosi e attivi mercanti portavano da lungi sul dorso di cavalli e di somari12. Al Vescovo, cioè ad curiam Episcopi, doveva pagarsi una gabella conveniente di sale; per dar vita al mercato settimanale bergamasco, aperto nel 922, in virtù di un diploma di Berengario I, Ottone I nel 968 concede al vescovo di stabilire presso il monastero di Cerreto, sull'Adda, portum et stationem navium provenienti dalle solite città trafficanti, Venezia, Comacchio e Ferrara13 e nel 1037 il vescovo di Brescia ottiene da Corrado II, col possesso delle valli Camonica e Trompia e del corso del fiume sino al solo sbocco nel Po, il privilegio che nulli liceat portum habere nec noviter aedificare ad navale negotium exercendum in grano vino et sale, il cui commercio era dunque di monopolio14.

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La stessa scarsa importanza di queste concessioni dimostra che non c'è ancora un'economia commerciale vera e propria, autonoma, distinta dall'economia naturale. E piuttosto scambio di prodotti naturali che di merci lavorate. I commercianti che frequentano le nostre città sono per lo più stranieri al paese, alle abitudini nostre. Perciò la maggior base di una trattazione storica meno incerta dell'antico Medio Evo lombardo-padano poggia ancora sulle notizie intorno alla terra e alla sua coltivazione, alle vicende del diritto di proprietà, alle forme di possesso, alle condizioni dei suoi proprietari e dei suoi coltivatori. Mancano interessi industriali generali o grandi attività mercantili. La vita è semplice e si pensa piuttosto al necessario che al superfluo. Neppure l'artigianato cittadino ha un'importanza economica preponderante. La trasformazione della materia prima è di solito compiuta entro le grandi aziende chiuse ed è limitata ai
bisogni della curtis. Il monastero, nel Medio Evo economico, è un piccolo mondo15 i cui poli sono, da una parte la regola cenobitica che obbliga d'ordinario al lavoro non sempre perché urge il bisogno, ma per fuggire l'ozio e l'infingardaggine; e dall'altra l'esigenza delle complesse e talora mutevoli necessità comuni. Nel quadro generale della nostra economia curtense e quindi, in special modo, dell'economia monastica medioevale si deve dar luogo anche agli artigiani (che però nelle ville italiane non sono né molto numerosi né molto specializzati, contrariamente a quanto avviene in Francia e in Germania), ma non esiste un artigianato come classe a sé. Le canoniche più importanti e tutte le abbazie hanno ancora la domus laboris o il pisele o genitium o gineceo, cioè il laboratorio femminile di cui fa cenno anche l'Editto di Rotari, e le officine al cui ordinamento si provvede talora con norme minute e precise, si ricordino i paragrafi delle Consuetudini di Farfa: de positrone et mensuratione officinarum, nelle quali i vari ministeriali o prebendati che non hanno mansioni quotidiane ben definite nell'azienda agraria del dominio, prestano l'opera loro per la preparazione dei manufatti e dei Vari prodotti che necessitano al monastero e alla popolazione della curtis; ma e le materie prime da trasformarsi, che sono per lo più ferro, lana, pelli, lino, legnami provengono dalla medesima curtis che le esprime dal suo seno e ne limita la circolazione entro i suoi confini, e i laboratori curtensi bastano di solito ai bisogni dei curtesi16. Il commercio quindi non è fonte di lucro, essendo scarsa la compravendita. Predominando l'economia naturale e gli scambi in natura, l'economia di scambio propriamente detta, cioè di credito e di commercio, che si serve principalmente
dell'intermediario denaro, non ha sufficiente ragione d'essere. Manca il consumo commercialmente proficuo. E poi lo sminuzzamento politico proprio del sistema feudale, i guasti frequentissimi e non lievi ai campi, alle vigne, ai boschi dei rivali, barbara consuetudine che si mantenne anche più tardi e che era la maniera più comune per contestare diritti su cose e su persone; le rappresaglie più o meno legalizzate contro gli avversari e i loro averi, i diritti di naufragio e d'albinaggio, conservatisi anche in tempi relativamente civili, le piccole ma rovinose guerre campanilistiche ad ignern et sanguinem, impedivano od ostacolavano gravemente la circolazione della ricchezza e di conseguenza non stimolavano la produzione industriale. Perciò il capitale nei primi secoli del M. E. e, si può dire, sino al secolo XII non ha una potenza decisiva, così come gli si nega dai naturalisti qualsiasi capacità di fruttificare. La legislazione canonica contro il prestito a interesse e in genere contro quella che si definiva usura o turpe lucro, se continua la tradizione già saldamente fissata in tempi ostili al cosiddetto prestito di consumazione, tradizione che però nel secolo XI si urta e comincia a sgretolarsi contro la realtà e l'esigenza della nuova economia, è sempre l'eco ed il riflesso non soltanto del pregiudizio antisemita, ma anche dell'ambiente sociale in cui s'è formata17.

Le classi medie che traggono vita e energia dalla ricchezza circolante si affermano e incominciano a organizzarsi in quasi tutte le città dell'Italia superiore nella seconda metà del secolo XI. La stessa politica economica del comune si preoccupa più, per molto tempo anche dopo la quasi completa liberazione dalla pressione e dai vincoli feudali delle autorità vescovile o del conte, di assicurare alle città sufficiente vettovaglia che non di attivare una più intensa produzione industriale interna e d'aprire quindi collo smercio dei prodotti cittadini, nuovi sbocchi e di conquistare nuovi mercati. La quale preoccupazione, ottima in se stessa, diveniva un'esigenza quasi assoluta nelle condizioni frammentarie della vita pubblica d'allora assai poco sicura non soltanto in tempo di guerra guerreggiata ma anche nei brevi periodi di tranquillità relativa. Quando erano più vive le lotte feudali, fortunata poteva dirsi quella città che avesse avuto nell'interno delle sue mura o bastioni o terraggi, campi, pascoli e orti sufficienti a fornire delle necessarie vettovaglie i cittadini; essa infatti avrebbe potuto resistere vittoriosamente anche ad assedi prolungati. Milano sotto il governo di Lanzone non cede che dopo tre anni all'assedio posto da Ariberto 1042-1044. La resa era stata decisa perché infra civitatis ambitum gli aratores non avevano potuto produrre molto grano nè i vinitores intensificare il raccolto delle uve18.

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Risorge nella diocesi ecclesiastica anticamente designata col nome più modesto e più espressivo di parrocchia, il concetto della civitas antica, se non come università di genti e di famiglie originate dallo stesso ceppo, come un ente dapprima soltanto economico, poi anche più spiccatamente politico, che comprende e l'agglomeramento centrale urbano e il territorio circostante, fin dove crisma... ecclesiae extenditur19.

Più forte insomma è quella civitas che ha la possibilità e la facilità di fornirsi del necessario alla vita cittadina entro i propri confini; più debole ed esposta al nemico se deve importare le vettovaglie per mercatores o per negociatores: Dignior est civit as si abundantiaan habet rerum ex territorio proprio quarti si per mercatores abundat20; quando insomma conforme all'antico adagio, omnia domi nascuntur.

La politica annonaria anche dei maggiori comuni lombardi che ebbero effettivamente l'importanza di piccoli stati, è per un pezzo informata da questa teoria anche se le basi dell'economia si sono ormai allargate oltre i confini dell'economia naturale. Basti osservare i patti di pace e le condizioni di alleanza, che del resto erano anche allora nulla più che chiffons de papier, stipulati nella seconda metà del secolo XII, cioè in un'età di vita economica abbastanza intensa e meglio definita, per convincersi. La città vittoriosa esige anzitutto libertà di trasporto blade et salis et vini et omnium aliarum victualium...

Nei patti che Milano stringe con Lodi l'anno 1198 si prospetta l'ipotesi che Como voglia entrar nella loro alleanza; in tal caso i lodigiani dovranno ricevere i comaschi in societate ma colla clausola che Lauden ses non teneantur dare suprascriptis Cumanis aliquo mercatum Nave et leguminum21. La sufficienza di una communitas civitatis, osserva S. Tommaso d'Aquino, proviene dal fatto che confine, omnia quae ad vitam hominis sunt necessaria22.

E giustamente fu osservato che il dottore principe della scolastica può essere definito un municipalista23. L'ambito della curtis, limitato dapprima al complesso delle proprietà signorili laiche ed ecclesiastiche, siano queste compatte a formare delle ville organicamente stabilite, siano sparse o frammentarie secondo i molteplici bisogni degli abitanti o degli addetti alla curtis, viene poi a coincidere a poco a poco con il limite della civitas, cioè del territorio il quale deve contribuire al benessere e alla sicurezza del centro urbano24, per allargarsi quindi sino ai confini degli stati comunali e poi dei signorili. Ciò dietro le spinte di molte cause materiali e morali, come l'aumento della popolazione, la più vivace coscienza giuridica dei terrieri, il sorgere e il diffondersi di bisogni secondari, l'intensificata produzione agricola di certe regioni, in confronto di altre rimaste sterili o abbandonate; ma il criterio pratico che presiedeva già al buon governo dell'antica azienda curtense è lo stesso che viene applicato alla più ampia amministrazione del piccolo stato comunale o diocesano, almeno sino al mercantilismo dei secoli più recenti. E la sua estensione nell'età moderna sarà anche maggiore; comprenderà cioè lo stato nazionale. Probabilmente la difficoltà della sua applicazione piena e sicura contribuisce a creare e inasprire anche le concezioni nazionalistiche contemporanee. In realtà i governanti degli stati medioevali consideravano come uno dei loro primi doveri assicurare il fornimento abbondante o equo di mezzi di sussistenza ai sudditi specialmente nelle città dominanti25.

Gli obblighi ai quali sono sottoposti i loci sparsi in una diocesi o in un territorio che o per l'avvenuto trapasso del governo vescovile al comune o per l'inurbamento dei feudatari rurali, ha dovuto definitivamente sottomettersi ad una città, somigliano, anzi sono in parte le stesse prestazioni che i rustici o i massari curtesi dovevano al loro signore, e mantengono talvolta colla sostanza la stessa denominazione.

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I Loci del Seprio, per esempio, prestano i loro servigi alla città di Milano nel 1170 non solo fodrum dando... e ad hostem eundo; ma anche ...carrizia faciendo et olia quarti plurima pendicia, cioè tutti quelli che loca solita sunt lacere suae civitati26. In corrispondenza a questo fatto, avendo il tribunale cittadino prevalso definitivamente sul piccolo tribunale locale, del vassallo, dell'avvocato, dell'abate e del vescovo, la città o il comune acquista definitivamente ed esercita la giurisdizione civile e coattiva sopra quei territori ch'erano una volta i feudi dei milites ecclesiastici i quali si sono ormai inurbati e formano la curia laica del vescovo. Solo nel diritto canonico, e, per cosi dire, in foro interno, si fa talora qualche distinzione, specialmente quando si tratta di applicare sanzioni penali ecclesiastiche, tra gli homines civitatis e gli homines dioecesis27. Le stesse concessioni livellari o censuarie di terre coltive ad artigiani, delle quali abbiamo esempi nei secoli X o XI28, possono si dimostrare che l'ordinamento curtense anche in Italia comincia a sfasciarsi, come qualche storia afferma, cosicché gli artigiani cittadini pensano di investire più utilmente loro guadagni e i loro risparmi in proprietà immobiliari29; ma possono anche rivelare, specialmente nel caso di ricche pievi o di monasteri ben forniti, il proposito di mantenere nella maggiore efficienza l'economia della loro curtis, assicurando ad essa magari colla cessione di qualche fondo e di qualche piccola casa, l'opera di alcuni artigiani in caso di bisogno. Infatti talora l'artigiano è legato al luogo sacro con speciali patti che non sembrano conciliarsi colla disciplina ecclesiastica30. I borghesi, pochi di numero e di importanza, sembrano nell'alto Medio Evo vivere una vita estranea alle vicende della campagna e della città intorno alle quali o nel cui mercato interno essi tengono le loro botteghe, statici, o vendono, dalla loro bancula i loro prodotti. La maggior parte di essi si stabilisce e si sforza di rimanere, finché lo può, nei crocicchi aperti delle vie più frequentate, dove i viandanti fanno tappa e le masnade sostano dai loro frequenti viaggi, senza pagare pontatico o portatico o pedaggio o teloneo; oppure si addensa nei subborghi liberi, o borghi o borghetti, tutti domarum congregationes quae mura non claudebantur31.

Anche il contrasto economico tra le città e la campagna (non del tutto sopito neppure dopo che i signori feudali si sono fatti cittadini) e l'antagonismo tra gli abitanti dei borghi rurali e i rustici delle corti o delle ville vicine, sono probabilmente determinati più che dalla concorrenza tra la produzione industriale cittadina e quella dell'artigianato cortense, dalle necessità di vettovagliare in modo tranquillo la popolazione della città. Che se questa concorrenza era, come afferma il Monneret, l'effetto della penetrazione commerciale delle industrie urbane nelle pievi e nelle ville32 bisognose di manufatti, conviene ancora concludere che l'ordinamento di una curtis poteva generalmente bastare a sé stesso, almeno per quel che era necessario alla vita locale. Ciò, ripeto, non esclude che qualche volta gli artigiani curtesi producano in eccedenza al fabbisogno della villa e vendano il superfluo ad estranei33.

La maggiore e più frequente esposizione dei borghesi al pericolo delle rappresaglie nemiche in confronto di quelli che abitano nei recinti fortificati, è tuttavia compensata dalla più grande libertà ch'essi godono. Tuttavia o possono acquistare, volta per volta, (quando il pericolo minaccia non lontano) o anche per sempre, il diritto di incastellare le loro mobilia con un contributo in denaro o in natura. Anzi nei casi di urgente ed estrema necessità essi si sottopongono al signore più vicino limitando e vincolando la propria libertà personale per un certo tempo. Gli uomini liberi che lavorano le terre nonantolane, presso il castello di Nogara, ottengono l'anno 920 di potere infra ipso castro in nostras casas nostras mobilias intusmettere et foris extrahere, nonchè di poter fare legna sui boschi appartenenti a S. Silvestro prope ipso castello... et nostras bestias pascuare, qualora, propter metum paganorum, cioè degli Ungheri, non fosse loro possibile allontanarsi tempestivamente dal luogo fortificato. Ma alla loro volta si impongono summo studio di cooperare alla difesa e alla custodia del castello, aiutando a conciare, vigiliare, custodire34. Due aldiones di Limonta, sul lago di Lecco, e che era una parva mansio del fisco imperiale donata dall'imperatore Lotario al monastero di S. Ambrogio in Milano nell'835, ad ipsum se tradiderunt... propter hostem, cioè per timore di nemici o per sfuggire certi servizi militari35. Gli stessi signori talvolta raccolgono i liberi burgenses, oppure obbligano i loro coloni a trasferirsi o in luoghi appositamente preparati o in vecchi castelli riattati, allo scopo di riattivare utili scambi commerciali. Molti borghi della Lunigiana e del Piemonte hanno avuto questa origine36.

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Il concetto di un'economia chiusa o aperta il meno possibile agli scambi, ebbe una assai larga applicazione per opera del monachismo che a sua volta contribuì a sempre più elaborarlo dal punto di vista dottrinale e a farlo accettare dalla Scolastica; ma la spiegazione scientifica e la giustificazione morale del fatto economico, la sua ideologia cioè o soprastruttura ideale, veniva formulata assai tardi quando la realtà era quasi già superata dall'economia monetaria e di scambio37. Anche le più rigorose condanne del prestito a interesse si succedono appunto quando il mutuo gratuito più non si pratica. L'economia commerciale non diminuì, almeno nel milanese, a differenza di quanto accadde altrove in Italia38, il valore dell'economia agraria che da noi rimase sempre notevolissimo: anzi il suo costante sviluppo provocò una più abbondante circolazione del denaro, coll'introdurre nuove forze sociali nei fervore della vita cittadina, agitare nuovi interessi, creare nuove concorrenze, formare più schietti e distinti gruppi sociali, che diedero alla vita pubblica cittadina un aspetto diverso; e ne accelerò il ritmo, ne rese più vivaci i contrasti interni, e le fazioni più che per aderenze a consorterie personali, incominciarono a distinguersi dal nome di interessi abbastanza definiti e consaputi.

Si finì in tal modo a stabilire tra città e città, stato e stato, anche di oltremare, rapporti di commercio normali. L'assoluta divisione del Medioevo in due età economicamente distinte, il cui momento di separazione sia circa il 1000, nella prima delle quali si debba parlar solo di economia naturale, nella seconda solo di commercio e industria, è evidentemente falsa. Lo stesso grande numero di piccole città che caratterizza già nell'alto Medio Evo la demografia italiana, la relativa facilità di agevoli comunicazioni fluviali, l'efficienza dell'antica rete stradale romana, la frequenza dei pellegrinaggi romei che scendevano dalle regioni d'oltralpe verso la metà del secolo IX (si parla di molte migliaia di persone che si affrettano a Roma ex omnibus finibus terrae)39, i borghi sparsi nella pianura, la cui principale caratteristica economica era, a quel che pare anche più tardi, di essere sede di mercato40, sono fatti che nel loro insieme dimostrano l'esistenza di una discreta attività industriale e commerciale nell'Italia superiore e anche nei secoli economicamente meno importanti. Ma non si dimentichi che nell'ordinamento politico di allora, l'esistenza di molte città più che agevolare inceppava il movimento di trasporto e di scambio. Il sal marino p. e. che da Comacchio veniva condotto per via fluviale a Milano deve passare per otto porti diversi e sottoporsi ad altrettante gabelle41.

È vero che i longobardi acquartierati nelle città conquistate avendo costretto gli artigiani nativi alla condizione di servi redditales, erano interessati a non soffocarne l'attività e a non chiuderne i laboratori, tanto più che la capacità artistica e artigiana dei conquistatori era limitata alla lavorazione del legno, del ferro, dei metalli preziosi; ma il lavoro servile o vincolato da condizioni servili non è economicamente redditizio. Ancora la trasformazione delle materie grezze in oggetti fungibili, in stoffe, pellicce, utensili; prodotti alimentari di cacio, burro, carni affumicate, in mobili, carpenterie e manufatti diversi, in una parola una notevole attività industriale e artigiana, non capitalistica, era, come fu ricordato, nella esigenza medesima dell'economia naturale42; ma essa di solito non usciva dal cerchio chiuso e non oltrepassava i bisogni della curtis. Questa anzi per funzionare pienamente deve attivare trasporti di derrate e di prodotti animali e minerali, dato secondo il bisogno che ne hanno i vari centri della curtis e dato l'obbligo fatto ai coloni di consegnare il bladum, il vino, il fieno, l'olio, i canoni di appendizzo e i conditia, alle caneve o celle padronali spesso assai distanti dalla colonia: ma ciò non è un movimento commerciale vero e proprio. Anzi le esenzioni e i privilegi di cui godevano i principali produttori e consumatori, quali i monasteri e le chiese, di non pagare [e regalie e di riscuoterle per proprio conto, anziché intensificare il commercio, ne rendeva odioso l'esercizio.

Con questo non si vuoi dire che mancassero affatto prima del secolo X I vere e proprie iniziative commerciali. Le leggi di Liutprando che per rappresaglia proibivano il commercio dei longobardi coi bizantini lasciano credere che gli scambi a quel tempo fossero abbastanza proficui se il re ritiene, proibendoli di offendere vivamente molti interessi.

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Ho accennato all'importanza del movimento dei pellegrini. I romei incominciarono presto, cioè nel secolo VII ad affluire alla tomba di S. Pietro anche da paesi lontanissimi, l'Inghilterra, l'Irlanda e la Scozia43. La loro presenza era occasione di guadagno o, comunque di un discreto movimento di denaro nelle città di confine e di tappa, nonostante il buon numero di xenodochia o di hospitia, che però non ne potevano ospitare molti. Non sempre, in Verità il guadagno ch'essi causavano era onesto. Spesso i romei erano vagabondi pericolosi o delinquenti della peggior specie. Qualche vescovo italiano si lagnò con i confratelli inglesi perché le donne specialmente invece di proseguire per l'eterna città, o di tornare, sciolto il voto, ai loro paesi preferivano di rimaner qua e là ad esercitare un turpe mestiere44. Ciò nonostante portavano in Italia non poco danaro e qui lo lasciavano. Appunto per l'importanza grande che il movimento dei pellegrini aveva non solo per la religione ma anche per le finanze papali, il viaggio dei romei era oggetto di particolari sollecitudini da parte dei pontefici che ne curavano la sicurezza invitando i principi a costruire ospizi e abbazie sui gioghi e sui colli, stimolando i ricchi monasteri alle fondazioni di ricoveri o di xenodochia nelle città e nelle campagne. Perché si potesse tolerari diurnus pauperum Christi concursus, che passavano dal Moncenisio, l'imperatore Lotario crede opportuno di sottrarre molti beni alla Novalesa e di dotarne l'ospizio del colle che suo padre Lodovico il Pio aveva fondato nell'82545.

La via della Chiusa di San Michele a Torino doveva essere assai battuta dai viandanti, se nel 1111 Enrico V ne infeuda i proventi al Vescovo di Torino. Un Donato, Scozzese di nascita, ma forse da un pezzo stabilito in Piacenza, dove aveva acquistato casa e terra e chiesa, regalò al monastero di Bobbin, nell' 850, alcuni immobili con una cappella in città a patto che nella cella del prevosto, e sotto la sua tutela e responsabilità, defiant et alantur almeno due o tre pellegrini «de gente mea», qualora passassero da quella parte46. E circa cento anni prima, nel 768, il Capitolo di Cremona, riceveva da un certo Orso la corte di Bussato perché erigessero in questo luogo un exenodochium perecrinorum dove tutti quanti i pellegrini che capitavano a Bussato potevano esservi ospitati per tre giorni e tre notti, si sani fuerint. Qualora non vi fossero pellegrini dovevano essere nutriti ogni giorno festivo tredici poveri almeno47. Ma dai paesi transalpini enumerati dall'estensore della Honorantia civitatis Papiae non transitavano soltanto i romei che sgraziatamente non si potevano adecimare, e ai quali, pena la scomunica, non si doveva ullam contrarietatem facere; ma anche multa gens anglorum et saxonum che importava ed esportava cavalli, schiavi e schiave, pannilani, tappeti di lino e di canape, stagno, armi. Al mercato pavese affluivano poi per via d'acqua molti ricchi negozianti di Venezia, non solo, ma fino di Gaeta, Salerno, Amalfi (malevatani) e di altre città italo-bizantine che barattavano le loro mercanzie con grano e vino48. Anzi questo commercio era, per così dire, indispensabile poiché certi manufatti, come le stoffe di porpora, costituivano per i mercanti meridionali, un monopolio49. In compenso troviamo mercanti subalpini, astigiani specialmente e longobardi, che frequentano nel secolo VII le fiere già famose di Parigi presso il monastero di S. Denis, delle Fiandre, della Sciampagna e della stessa Inghilterra, accreditando lassù per i primi la fama che gl'Italiani, o come erano detti, i Lombardi, dovevano guadagnarsi di esperti uomini di affari50 e anche di strozzini.

La celebre fiera che si teneva intorno al monastero di S. Dionigi di Parigi durava appunto quattro settimane perché vi potessero intervenire anche illi negotiatores di Lombardia51. É dunque da ritenersi che per qualche tempo almeno anche gli scambi internazionali fossero abbastanza spediti tanto più che, come si dirà, alcuni grandi monasteri esteri avevano chiesto ed ottenuto miniere di ferro nelle nostre prealpi e oliveti sui laghi lombardi. Il lusso poi e lo sfarzo che l'alto clero di Milano e delle maggiori città, ostenta nei secoli X e XI, si alimentavano con merci provenienti anche da empori assai lontani. I preziosi drappi orientali, i tappeti ricamati a disegni bizzarri e a figure mostruose, le lettere di ferro più magnifiche di quelle dello stesso papa, gli ermellini, i zibellini, le martore, le gemme, gli ori smaglianti delle mitre, i focosi destrieri che stancavano la mano dei prelati, le margherite incastonate nei grossi anelli che coprivano le dita prelatizie, i pastorali mascherati di tanti fregi d'oro e d'argento, i vini prelibati che brillavano nelle coppe di cristallo prezioso, tutto quanto insomma S. Pier Damiano e i Patarini rimproveravano, forse con qualche esagerazione, al clero concubinario e specialmente al milanese52, non potevano uscire dalle officine locali.

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Tuttavia la scarsezza delle notizie intorno ai mercati di Milano, della Lombardia e del Piemonte prima della metà del secolo XI è pure sintomatica. Si è forse dato eccessivo valore al cenno di un'industria saponiera a Piacenza contenuto nel diploma di Rachis del 74653. A Piacenza nel 901 c'era un mercato chiuso con parecchie botteghe o stationes delle quali alcune di proprietà del monastero di Nonantola, dove gli affittuari potevano suum negocium peragere54, simile certo a quelli che esistevano a Pavia e a Milano55; ma non sono gran cosa, come non significano molto, in un tempo di disordine e di paura cronica, i privilegi di mercato che Berengario distribuisce largamente ai vescovi dopo l'invasione ungara nell'Italia Padana.

Neppure il diritto di navigare liberamente sui fiumi padani che i Re d'Italia concedono alle navi a agli uomini di alcune abbazie sono la prova di un vivace commercio56, In un tempo in cui ciascuno campa dei prodotti della sua terra, la domanda di merci e di derrate è minima. L'esenzione dai pedaggi, dai dazi, dalle dogane era nell'esigenza stessa di una economia curtense che si effettuava non in una villa o curtis compatta e coerente, ma in una curtis risultante di un discreto numero di possessi sparsi lontano fra di loro. Se i sovrani donano alle grandi chiese ed abbazie dei beni situati a grandi distanze, debbono anche mettere i donatori nelle condizioni di poter usufruire del dono in maniera conveniente, di trasportare cioè senza gravami proibitivi quanto occorreva al bisogno dei beneficati e di esitare utilmente l'eccedenza dei prodotti. Non altro scopo hanno, a mio giudizio, i diplomi di Astolfo all'abbate di Nonantola del 753, con cui l'autorizza ad aprire un mercato e insieme conducendi ibidem diversa mercimonia et negociatores57, di Carlo Magno a S. M. ad Organum presso la città di Verona nell'805, coll'esenzioni fiscali alle navi e ai carri del luogo sacro58; di Lotario, nell'a. 845, alla Novalesa in favore di quegli uomini dell'abbazia che pro utilitate monachorum oppure negotiandi causa si recano huc illucque59: di Lodovico II a Bobbio, a. 860, dove conferma antiche concessioni di pubblicum transitum... per Padum et Ticinum60.

La scarsa importanza pratica di queste esenzioni è rivelata dalle conferme che di esse si fanno anche in tempi in cui anche la vita economica delle chiese concessionarie è estremamente depressa. Infatti Ottone I amplia il privilegio bobbiese di Lodovico II largheggiando in esenzioni anche per gli uomini che si recano a Grado, nella Tuscia a Pistoia e a Lucca, nel 972 quando l'attività della vetusta casa monastica è quasi nulla61; e Ottone III riconferma alla Novalesa il diploma di Lotario nel 99862 quando già il floridissimo monastero era si o no abitato da un paio di monaci, e l'abbazia di Breme, sorta in luogo della Novalesa, della quale l'abate prendeva il nome, tirava a campare alla meglio63. Solo nel 1067 compare in Milano, accanto agli ordini dei Capitani e dei Valvassori, quello dei Negozianti, e si manifesta già abbastanza organizzato, se viene chiamato, in una generale assemblea cittadina, a condividere molte responsabilità per il mantenimento dell'ordine pubblico turbato dai partiti pro e contro la riforma patarina64. Verso la fine dello stesso secolo si annuncia l'istituzione di alcuni grandi mercati milanesi, alla cui fruttuosa apertura dovevano contribuire, nella mente dell'arcivescovo che li decreta, alcune importanti esenzioni reali e personali65. Associo a questi fatti la traduzione in città e nel territorio milanese dei coloni e dei servi catturati dai nemici in tempo di guerra, che dimostra il bisogno di braccia sentito dall'incipiente industria cittadina66; ma come si vede siamo sempre verso la fine del secolo XI e in principio del XII. Anche nel Piemonte un risveglio economico vivace e promettente l'abbiamo solo agli inizi del secolo XII67, e vero che il linguaggio diplomatico che accenna a tante regalie, mansionatico, ripatico, telonio, pedaggi, zecca, può fare impressione; ma è un elenco rituale e di solito formalistico.

Sopra tutti questi fatti si distendeva, come dice il Volpe, più o meno fitta l'ombra dell'ordinamento curtiense e del lavoro servile. Il commercio insomma non è una delle basi economiche di questa età. La costituzione economica gravita soprattutto sulla produzione agricola; e il traffico, se c'era, era una rete di fili sottili sulla trama fondamentale dell'economia naturale68. Se mancano i campi e se si tolgono i redditi agricoli, le grandi comunità monastiche si vedono davanti lo spettro della miseria anche se dispongono di denaro contante. I monaci della Novalesa, dopo la distruzione dell'abbazia compiuta dagli Ungheri nel 917, si rifugiano a Torino portando seco i loro tesori; ma danno fondo presto alle loro ricchezze per procurarsi di che vivere: fanno così tutti coloro, nota il cronista novaliciense riportato dall'Ughelli69, che «in loco non serunt».

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Solo là dove si verificano speciali condizioni politiche e geografiche l'attività commerciale assume particolare importanza, le arti si mantengono in vita e sorvivono o appariscono assai presto le associazioni di mestiere. Nessuna meraviglia che il commercio sia sempre fiorito a Pavia ch'era una delle tappe più frequentate dai forestieri da e per Roma, anche perché sede del Regno lombardo e d'Italia; a Ravenna sede dell'Esarcato e punto ordinario di partenza e di arrivo delle comunicazioni coll'oriente bizantino, per quanto fosse una città popolata più di consumatori che di produttori70; a Venezia, Comacchio, Genova, i cui abitatori per la sterilità dell'immediato entroterra o per la fortunata vicinanza di stagni o di paludi ricche di salmarino o di pesca (il cui sfruttamento li allettava più del lavoro dei campi) essendo gente che non arava, non seminava, non vendemmiava, secondo l'arguto estensore delle honorancie pavesi, dovevano o preferivano vivere trafficando71. L'esercizio della mercatura e la esistenza di una classe media numerosa di impiegati e di funzionari stabili della corte regia o esarcale o pontificia, spiega il fatto della permanenza di alcuni collegi corporativi anche durante epoche di generale stasi economica in alcune città principalissime, quali a Ravenna, Roma, e Pavia72. A Roma inoltre i forastieri incominciarono ad avere le loro schole i cui scopi non erano soltanto di pura beneficenza e di culto.

Tali la schola Saxie presso la quale c'erano ricoveri e ospedali e cimiteri destinati ai pellegrini inglesi: la schola longobardorum in Trastevere fondata specialmente per i Lombardi, ma aperta anche ad altri stranieri La tendenza a mantenere la vita economica in un circolo chiuso perdura ostinatamente nei piccoli centri anche dopo che nel Comune fervono le industrie e gli scambi. In generale i patti imposti o concessi a coloni delle ville o dei taci negli ultimi decenni del secolo XII e nei primi del secolo XIII, contengono sempre paragrafi speciali che hanno lo scopo di isolare la popolazione e l'economia locale. Si proibisce ai rustici di facere fedelitatem ad altri: di commendare o di vendere il proprio fondo a persone non appartenenti alla stessa villa o comunque non soggetti al districtus delle stesso signore o alla medesima diocesi o alla medesima civitas. E per mantenere questa clausura economica e sociale, chiamiamola così, si sanzionano dai Signori ecclesiastici disposizioni urtanti col diritto alla libertà personale che pure è nell'essenza del Cristianesimo.

L'Abbate di Nonantola concedendo in enfiteusi nel 1124 ad un gruppo di famiglie trevigiane molti terreni in suburbio civitatis riconosce anche alle donne, entro la terza generazione, il diritto di ereditare l'enfiteusi: purché però non sposino un servo di altri Signori (Doc. CCXXXV). Era più logico nel 807 Ludovico il Pio che al monastero di S. Zeno di Verona concede che se i famuli del monastero sposino delle libere che Itali herimannas vocant ne abbiano il possesso come se fossero nativamente serve del luogo sacro. In questi tempi tali restrizioni rispecchiano si il proposito del signore di evitare il pericolo che dei prepotenti estranei, città o vassalli o prelati, s'intromettano nelle sue terre; ma sono però sempre indizi di una tendenza economica profondamente radicata nella prassi e nella mente dei proprietari. Lo studio insomma della campagna è sempre uno degli elementi principalissimi, per non dire che sia il coefficiente decisivo, della conoscenza della vita medievale sino al 1200 in circa.

 

NOTE

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1) VOLPE: La critica. sett. 1924 pag.295
2) VOLPE: M.E.I. Firenze, 1923, p.5 e seg.
3) GABOTTO, ROBERTI, CHIATTONE: Cartario dell'abbazia di Staffarda, in B.S.S.S. XI. Pinerolo 1901. Introduzione.-Cfr. anche Volpe Momento di storia italiana. Firenze s.d. Albori della nazione italiana.
4) V. in proposito PIVANO: Un'emancipazione di Servi della gleba, nell'anno 1162. B.S.S.S., X. Pinerolo, 1902, p. 122 e segg.
5) V. CIPOLLA: Nuove considerazioni sopra un contratto di mezzadria. Verona, 1892. - GABOTTO: L'Agricoltura nella regione Saluzzese dal secolo XI al XV, in Miscellanea Saluzzese, B.S.S.S., XV. Pinerolo, 1902.
6) V. MONNERET DE VILLARD: L'organizzazione industriale nell'Italia longobarda nell'alto M. E., A.S.L., 1969, fase. I, Il, p. 53 e segg.
7) Cfr. CAGGESE: Classi e Comuni rurali nel M. E. Firenze, 1907. Vol. I, p. 141 e seg.
8) Cfr, GABOTTO: L'agricoltura, ecc., cit. p. XCVII e segg.
9) Cfr. Oltre alla storia generale del Commercio italiano e dell'Italia settentrionale. HARTMANN: Comachio and der Po-Handel, in Zur Wirthschaftsgeschichte Italiens in frùhen Mittelalter. Gotha, 1904. - VOLPE: M.E.S., cit., p. 255 e segg.
10) Cfr. GABOTTO: Asti e la politica Sabauda in Italia, in B. S.S.S. XVIII, Pinerolo, 1903. - Anche SEGRE: Storia del Commercio, ecc. Torino, 1923-24, 1,157. - UGHELLI: Italia Sacra, ed. Coleti, Venetiis, MDCCXVII Astenses Eph., col. 354. - Per Pavia cfr. MONNERET, 2°: L'organizzazione, ecc., p. 77 e segg. - SOLMI: Il testo delle Honorancie civitatis Papie, in A.S.L., a. 1920, fas. III-V
11) UGHELLI: I. S., IV, Cremona Eph., col. 583.
12) Sull'autenticità e attendibilità del curioso documento, V. PATRUCCO: «Aosta dalle invasioni barbariche alla Monarchia Sabauda, in Miscellanea Valdostana», B.S.S.S., XVIII, Pinerolo, 1903, p. LIX, n. 5. - SAVIO: Gli antichi vescovi d'Italia, Torino, 1908, I, 853. L'importanza di Aosta è appunto in rapporto alla viabilità dei passi vicini dalla colonna di Giove, o dal Piccolo S. Bernardo, e dal Monte di Giove o Gran S. Bernardo, Enrico di Auxerre affermava che i pellegrini di Francia, Romam pergentes, dovevano inevitabiliter prendere la via del S. Bernardo per scendere in Italia o rientrare in Francia. Cfr. PA-TRUCCO: o. c., p, XL, n. 4.
13) UGHELLI: O. C.. IV, Berg. Eph„ col. 431. - UGHELLI: o. C., IV, Ferr, Eph., col. 437.
14) UGHELLI: I. S., IV, Brix. Eph., col. 539; ibidem, sol. 541: un altro interessante diploma del 1123.
15) MONNERET: o. c., p. 55.
16) CIBRARIO: Dell'economia politica del M.E. Torino MDCCCLXI, vol. i I, p. 7 e segg. Nell'Aulaboratorio che la Badia di Nonantola possedeva a Firenze nel 1300 le monache dovevano confezionare stamineas o sopravesti colla lana che il monastero stessa avrebbe inviato. Inoltre dovevano esser ricevute ogni anno dodici ancelle di famiglie servili della Badia ad opera.... facienda de lana et lino. La materia prima sarebbe stata procurata dal monastero. Sui diversi lavori affidati ai servi della curtis centrale o dominicale. V. VOLPE: M.E.S. cit., p. 258 e segg.
17) Sull'attività economica degli ebrei e sull'influenza dell'antisemitismo sulla legislazione canonica contro il prestito a interesse, vedi le osservazioni, alquanto partigiane, del SEGRE.: o. c.. I, 77 ; 215 e segg.
18) LANDULPHI SENIORIS: fig. Medial. in M.G.H. SS, VIII, - GIULINI: Memorie spettanti alla Storia, ecc. ecc. di Milano nei secoli bassi. Milano, 1854-57, II, p. 282.
19) MANARESI: o. c., doc. CXCIV. - GENERALE SAVIOLI: Città e campagna prima e dopo il 1000 nel «Trattato di Storia del diritto Italiano». Torino, 1908., HARTMANN KROMAYER: Storia Romana. Firenze, 1924, p. 15 e segg.
20) De Regimine Principum, II, 3.
21) V. MANARESI: O. C., passim, ma specialmente i docc. CXCIV, 3, anno 1196; CCVII, 9, anno 1198; CCVIII, 6. anno 1198. In generale anche CIBRARIO: o. c., II, 25 e segg. Si vedano pure gli statuti di molte città italiane del secolo XIII, già governate dal Comune, quali Vercelli, Lodi, Pavia, Brescia, Monza, Corno, Cremona; le Consuetudines di Milano del 1216, ecc. ecc. La politica annonaria dei comuni lombardi nel secolo XI II particolarmente interessante anche per i confronti che se ne possono stabilire coll'attuale.
22) Dalla Summa Theol.; Evangelium secundum Mattheum. XII, 2.
23) BERNAREGGI: S. Tomaso d'Aquino, Milano, MCMXXIII, p. 217.
24) MAYER: Italianische Vertassu ngsgeschichte. Leipzig, 1909, 11 B, 433 e segg.; 549 e segg.
25) V. KASER: Il Basso M. E., trad. di E. Besta; Firenze, 1925, p. 57 e segg. Lo stesso criterio di politica sociale informa di regola l'attività delle stesse industrie cittadine italiane per molto tempo.
26) V. MANARESI: o. C., doc. LXXIII, a. 1170.
27) V. Il diploma di Onorio III, a. 1228 nelle Decretali, I, III, XXXV, Mi riferisco all'edizione del Lancellotti. Coloniae Munationae. MDCXCVI-MDCCXXX.
28) V. VOLPE: M.E.S., cit., p. 244, n. l; in proposito anche MONNERET: a. C., 66; ibid., n. 5.
29) V. MONNERET: O. l.. C.
30) V, Il fatto ricordato dal MONNERET: O. L. C., dove per vincolare al monastero l'opera di un pittore, la comunità gli dona una casa e una vigna presso l'abbazia.
31) V. MURATORI, Antiquitates Italicae Addii Aevi. Mediolani, MDCCXXXVIII - MDCCXLII, T. II; diss. XXVI, col. 464. - MAYER: Ital. Vertassungs-g., cit. I I, 437. La distinzione del GIULINI: o. c., I, 331 ; III, 4, 203, 328, tra i borghi (o luoghi fortificati), i sobborghi (luoghi liberi e indifesi) e i castelli (luoghi aperti, ma con un recinto centrale munito di difesa per il rifugio dei vicini) non può accettarsi in via assoluta, Borghi e sobborghi, pur rimanendo tali di nome e di fatto, popolati cioè da gente libera e dedita ad autonome attività economiche, spesso si cingono di mura; e non infrequentemente il castrum comprende tutte le abitazioni dei servi e dei coloni applicati o ascritti a un dato latifondo. Cosi una villa poteva trasformarsi in castrum...
32) MONNERET: o. c., p. 65.
33) V. VOLPE: M.E.S., p. 259, n. I.
34) V. TIRABOSCHI: Storia dell'Augusta Badia di Nonantola. MDCCLXXXIV. vol. Il. Cod. Nonantolano, doc. LXXVIII.
35) V. GIULINI: VII, p. 7 e segg.- FUMAGALLI: Delle antichità longobardica - Milanesi. Milano, MDCCXCIII, T. I, dist. X, n. 8
36) PODESTÀ: Atti; della R. Deputazione di Storia Patria per le provincie Modenesi e Lucchesi, in M.H.P., Il, 233. Bandi di VESME, DURANDO, GABOTTO: Carte inedite e sparse di Signori e luoghi del Pinerolese, in B,S.S.S., III. Pinerolo, 1899-1912. - CIBRARIO: o, c., 1, 93. Sono fatti, dei resto, che si verificano dovunque. I coloni di Capranica appartenenti ai Patrimonio di S. Pietro, si fanno milites per le stesse ragioni. V. GREGOROVIUS: Storia della citta di Roma nel M. E., Roma, MDCCC, i. IV, V, n. 23. Il Castello di Ceccano é colonorum sanctae Romanae Ecclesiae. V. Liner Pontificatis. Ediz.Duchesne, V. infine il documento citato dal MAYER: o. c., 11, 437, n. 30, dove si parla di un abbate che decise di dare l'alloggio ai coloni di certe ville monastiche in un castello appositamente eretto .... manere constituit.... qui in villís habitaverint....
37) Sulle dottrine canoniche della Scolastica, grazie al movimento filosofico di Lovanio e dei suo illustre capo, il card, Mercier, testé defuncto, abbiamo una ricca bibliografia. V. BRANTS.- SOMMORLAD: Das Wirthschaftsprogramm der Kirche das Mittelaltors. In senso storico-materialista: Maurenbrecher Thome's von Aquino Stellung sum Wirthschappsleken Seiver... Leipzig, 1908.
38) Non mi pare che possa riferirsi anche al territorio di Milano quel che il CAGGESE: o. e., 1, 286, afferma per i paesi costieri dell'Adriatico e del Tirreno, dove prevalse in modo assoluto l'economia industriale mentre quella agricola era scesa «alle condizioni di fatto sussidiario e anche trascurabile». L'importanza della campagna milanese è dovuta alle grandi fertilizzazioni iniziate dai Cistercensi di ChiaravalIe e di Morimondo, di cui parleremo a suo tempo; e per le quali le rendite delle terre, invece di assottigliarsi fino a divenire assolutamente insufficienti ai cresciuti bisogni della vita signorile, crebbero fino a consentire una proficua esportazione.
39) V. S. Nicolò I: Epistola 8, apud Labi. Concil„ T. 9, p. 1336.
40) Il podestà di Milano l'anno 1279, decreta che locus de Trivillio de celero nuncupelur Burgus, e che i suoi abitanti siano trattati dai milanesi sicul Burgenses. Ebbene il primo privilegio concesso al nuovo borgo e che gli uomini di Treviglio de celero possint habere et facete el exercere mercatum quo libet die lune, qualibet ebdomada, al quale dovranno intervenire homines locorum circumstantium come del resto si faceva da un pezzo. Che il mercato a Treviglio si teneva già da molti anni, licet comune de Trivillio non esset Burgus sed locus. V. GIULIVI: o. c., VII, p. 191.
41) V. MURATORI: A.diss. H. XIX, col. 23.
42) V. SEREGNI: La popolazione agricola di Lombardia nell'età barbarica, in A.S.L., 1895. - DARUNSTAEDTER: Da Reichsgar in der Lombardei und Piemont. Stratsbourg 1896, p. 310.
43) V. MURATORI: A. I., V. diss. LVIII, In peregrinatum veneratione erga Sanctos.
44) V. HERGENROETHER KIRSCH: Storia eccl. III, 225 e segg. -V. la lettera di Bonifacio arcivescovo di Milano cit. in GREGOROVIUS; o. c., p. 760, n. 50. cfr. anche LESNE: Histoire, i, 406, nn. 2. 3, 4, 5, ecc.
45) V. CIPOLLA: Monumenta Novalicensia vetustiora. Roma, 1898-1901, doc. XXVII; per i passi del S. Bernardo, PATRUCCO: Aosta, ecc., cit. p. XXXIX e segg.
46) CIPOLLA: Codice diplomatico del Monastero di Bobbio. I. Roma. 1918. doc. XLIV
47) V. Troya: C. d. L.. doc. DCCCXCVI.
48) SOLMI: testo cit. p. 188. L'autore della Honorancia non nomina i passi del S. Bernardo che erano pure tanto frequentati.
49) SOLMI: Sui rapporti commerciali, cit.
50) V. SECRE: o. c., I. 225. - MONNERET: o. C., 70 e segg.
51) V. TROVA, Codice diplomatico longobardo, in vol. IV della Storia d'Italia del M. E. Napoli, 1852. P. II, doc. CCCVIII, dell'anno 625. - MONNERET: o. C., p. 80.
52) XXXI, Contra Philargiriam et munerum cupiditatum. c. VI, in Petri D. Opera omnia. Bassani, Venetiis MDCCLXXXIII, vol. II.
53) In UGHELLI: S.S. II, Placent. Eph. Col. 198.
54) Cod. Non., doc. LXI.
55) MONNERET: o. C., p. 31. - GIULINI: o. C., VII, p.38; ivi si parla di un pubblico mercato esistente nel 942, cum stationibus anculas ante se habentibus...
56) Ciò contrariamente a quanto riteneva il GABOTTO: L'abbazia e il comune di Pinerolo, B.S.S.S. I. Pinerolo, 1899.
57) Cod. Non., doc. III.
58) V. UGHELLI: I. S. V. Verona Eph., col. 704.
59) CIPOLLA: M.N., V. doc. XXVII.
60) CIPOLLA: Codice diplomatico del monastero di Bobbio. I, doc. LV. Questo diploma é dall' UGHELLI riferito all'anno 865. V. I. S. IV, Bobienses abbates, col. 961.
61) CIPOLLA: ibid., doc. XCVI.
62) CIPOLLA: M.N., V, doc. LII
63) Sulle condizioni di questi chiostri alla fine del X secolo, V. in seguito.
64) ARNULPHI: M.G.H. SS, Gli atti dello Sinodo dell'anno stesso in PURICELLI: De Sancto Martire Arialdo et Herlembaldo C. in Mediolani. Lib. IV. - SCHUPHER: La Società Milanese avanti le origini del Comune. Bologna, 1896, p. 99 (Archivio Giuridico, III).
65) Nell'anno 1098 l'arcivescovo Anselmo III Communi consilio iotius civitatis, per attirar gente alla festa dei SS. Nazaro e Protaso, decreta di tenere mercato sulle adiacenze della chiesa dedicato ai SS. Martiri e prescrive una tregua di otto giorni, prima e dopo la ricorrenza, e l'esenzione di dazi e di tasse di posteggio. V. GIULINI: o. c.. Il, 655. Lo stesso arcivescovo, per festeggiare la presa di Gerusalemme, indice nei 1100 alcune cerimonie religiose e insieme un altro mercato straordinario. Anzi, sicut communis est solemnitas ad omnium animarum utilitalem, ila commune est mercatum ad omnium corporalium rerum venditionem. V. GIULINI: ib. 688. Cinque anni dopo, nel 1105, il clero e il popolo milanese stabiliscono di aprire un nuovo grande mercato per onorare il ritrovamento di alcune insigni reliquie, con la solita tregua di otto giorni prima e dopo la festa e coll'esenzione, per tutti i partecipanti, dal portenaticum e dalla curaria. - GIULINI: ib. 745. L notevole la deliberazione con cui si invitano le pievi rurali ad osservare per questa occasione il riposo festivo ad honorem Dei et Salvatoris nostri, e si ordina che iI decreto venga notificato in oudientia omnium habitantium. - Guairsi: ib. 747; segno non dubbio della soggezione completa o quasi del contado alla città, già in questo tempo.
66) V. il racconto della guerra maior, come è detta da alcuni documenti sincroni, tra Milano e Pavia, combattutasi dal 1118 al 1127, steso in rozzi esametri da un oscuro poeta comasco, pubblicato dal MURATORI: R.I.S.S. e citato anche dal GIULINI: o. c., III, 75. I milanesi, dice il GIULINI: III, 168, villanos famulos praedabant et retrahebant...
67) GABOTTO, L'agricoltura nella regione saluzzese dal secolo Xl al XV in Miscellanea Saluzzese, cit. B.S.S.S. XV. Pinerolo, 1902. p. XCIV e segg.
68) VOLPE: M.L.S., p. 5, ecc. e specialmente il Capitolo: Per la storia giuridica ed economica del M. E., CACGESE: o. C., 1, 301, ecc.
69) I.S., IV, Taurinenses Eph., col. 1027, ecc,
70) SEGRE: o. C., I, 79.
71) VOLPE: Commercio e navigazione padana in M.E.S. cit. - HEY: Histoire du commerce du Levant au Mogen Age. Leipzig, 1885. 1, 110 e segg. - SEGRE: a. c., III cc.; ivi una copiosa bibliografia. Al commercio marittimo prese parte anche qualche ricca abbazia meridionale, come quella della Cava di Tirreni che avviò un intenso commercio di cabotaggio tra la penisola, l'Africa e il Levante. V. in proposito: CAFARO: Dell'attività economica e marittima dei benedettini di Cava in Rivista storica Benedettina, 1921-22.
72) Circa le corporazioni artigiane di Ravenna e di Roma, mi riferisco al cenno che ne dà il VOLPE; M.E.S., cit. p. 245 e segg.; per Pavia colga il cenno che si trova nelle Honorantie, le quali essendo nella loro parte sostanziale scritte verso il 1020, come dimostra il SOLMI: o. c., p. 179, riportano consuetudini e provvedimenti molto più antichi. Si parla di Ministri negociatorum Papie magni et honorabiles che gl'imperatori privilegiavano: di un minister monete e di altri ufficiali degli zecchieri, responsabili dell'onestà commerciale della classe; di un magistra dei pescatori che non erano artigiani con laboratorio; di una specie di corporazione chiusa formata di dodici corari: confectores... maiores... cerium, e di dodici iunioribus che per far parte della società dei maiores dovevano dare libras qualluor mediatem ad cameram Regis et oliata medietatem ad alias corarios. Casi i piloti e i barcaioli, naute et nauterii, i saponai che avevano ottenuto il monopolio della produzione e del commercio appariscono già associati da tempo. Sembra in fatti che la parola magister nell'interessantissimo documento pavese indichi propriamente il capo della corporazione; e non si debba quindi interpretare anche qui, come capo-officina o capo-bottega. V. MONNERET: o. c., p. 6 e segg.: 36. 70, ecc.
73) Jaffè Regesta Romanorum Pontificum. I Editio. BEROLINI, MDCCCLI, n. 3260.

 

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