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SAC. PROF. GIUSEPPE MOLTENI
SCRITTI INEDITI
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Ritorna fra noi la cara figura
dell'indimenticabile Sac. G. Molteni. Ritorna, non nel ricordo
soltanto, ma nel desiderio vivo che di un tanto uomo ci si
faccia conoscere tutta l'opera di studioso appassionato e
multiforme, troncata da una morte immatura.
Ci sono rimasti di Lui molti manoscritti, i
più vari, i più profondi, senza dubbio i più preziosi. Essi
reclamano, da tempo, di essere fatti pubblici, perché non é più
possibile che rimangano silenziosi, e in pericolo, forse, di
andare smarriti, i ritrovati di quella cara e grande mente.
Purtroppo non sono tutti compiuti, limati,
pronti per il pubblico. Alcuni poi sono studi così profondi che
abbisognano di un occhio ben pratico e di un cuore affezionato e
paziente, per licenziarli alle stampe. E non é neppure facile
fatica, occorrendo una erudizione che di almeno un poco si
avvicini a quella, ben vasta, del nostro. Ma per non defraudare
più oltre il desiderio dei molti che ammirano il Molteni, si dà
qui un piccolo saggio di quanto ci conservano i preziosi
manoscritti, nella speranza che presto si possa fare pubblico
quanto di Lui ci rimane.
Fino a oggi, dalla massa degli scritti, fu
possibile riordinare e aggruppare il seguente materiale: |
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A) Disegno storico della ricchezza ecclesiastica nell'Italia
Settentrionale durante i secoli VI- XII.
Questo lavoro che pare completo, quanto a stesura generale, si
sviluppa in nove capitoli, ampi per contenuto e densi di erudizione.
Ne dò i titoli, più o meno definitivi:
-
Economia Naturale, commercio e produzione industriale nell'alto Medio
Evo.
-
Triplice forma del patrimonio sacro nel Medio Evo.
-
I patrimoni di S. Pietro al tempo di Gregorio Magno.
-
Le diverse maniere di arricchimento dei luoghi sacri.
-
La ricchezza dei luoghi sacri in genere, con particolare riguardo
all'Italia Padana.
-
Il Patrimonio della Chiesa nell'Italia settentrionale e l'invasione
Longobarda.
-
La proprietà ecclesiastica durante la dominazione Carolingia.
-
Le vicende della ricchezza sacra nei secoli X e XII.
-
Lo sfacelo della ricchezza ecclesiastica nel secolo X.

B) I Cistercensi di Chiaravalle Milanese dalle origini dell'Abbazia
fino al 1300.
Questo lavoro mi sembra incompleto. Può benissimo essere considerato
come continuazione, o sviluppo particolareggiato del precedente A). I
capitoli, che anche qui rimangono svolti in numero di nove, sono così
ordinati:
-
Le condizioni politico-religiose di Milano verso il 1135. Venuta di S.
Bernardo a Milano e fondazione di Chiaravalle.
-
Linee generali della riforma e della economia Cistercense. L'istituto
dei Conversi.
-
La Bassa milanese nella prima metà del secolo XII. Primo sviluppo del
patrimonio di Chiaravalle.
-
I Cistercensi ed i Chiaravallesi nel periodo di lotta fra il Papato ed
i Lombardi col Barbarossa.
-
Consolidamento del patrimonio di Chiaravalle e suo sviluppo nella
prima metà del secolo XIII.
-
Alcuni aspetti della politica economico-finanziaria del Comune di
Milano dopo la pace di Costanza alla fine del secolo XIII.
-
I Cistercensi di Chiaravalle nel rifiorimento dell'agricoltura nel
secolo XIII.
Parte I - L'irrigazione dei campi (con due cartine illustrative).
-
Parte II - L'affitto e il contratto di masseria nell'economia
Chiaravallese (e di questo argomento devo ricordare che il Molteni già
nel 1914 stampava negli «Studi Storici», Vol. XXII, Fasc. II - Pavia,
Mattei e C., un interessante saggio dal titolo «Il contratto di
masseria in alcuni fondi milanesi durante il secolo XIII». Ivi accenna
al più vasto lavoro che stava compiendo, e che é quello di questi
manoscritti. Dice infatti: «Il risultato delle modeste mie ricerche
dirette finora a conoscere e a far conoscere i primi momenti
dell'intensa e fortunata agricoltura del Basso milanese, io vo
lentamente ordinando e preparando...».
-
La controversia per l'esecuzione del pagamento delle decime, e per gli
altri diritti giurisdizionali. Questi i capitoli che svolgono il tema:
non completamente, a mio parere. Manca, evidentemente, un capitolo
almeno. Mi auguro di riuscire a rintracciarlo. Noto intanto che, a
questi capitoli, vanno unite centinaia e centinaia di note critiche e
bibliografiche che raddoppiano la mole del lavoro. Concludo che il
lungo studio stesse tanto a cuore al suo paziente, modesto e valoroso
autore.
C) L'intervento dei Governi nelle elezioni dei Papi.
Ecco un terzo genere di studi ampiamente impostati dal Molteni, senza
però condurlo alla definitiva preparazione di stampa. Un esame più
attento del manoscritto (purtroppo neppure questo completo) darà forse
modo di conservare al pubblico dei competenti uno studio tanto
interessante e profondo. Posso intanto già accennare a questi
sottotitoli:
-
L'elezioni dei Romani Pontefici al tempo dei Carolingi, 816-835.
-
Le elezioni papali al tempo del predominio delle fazioni, 891-954.
-
Le elezioni papali al tempo degli Ottoni, 962-1003.
-
I Papi Tuscolani e Papi Tedeschi, 1003-1058.
-
La Decretale «In Nomine Domini», 1059.
Ignoro fin dove il Molteni volesse giungere con questo studio. Quello
che ci rimane, mentre apparirebbe poter stare così come è, mostra
parecchie incompiutezze. Potendolo pubblicare, sarà nuovo documento
della mente profonda e moderna di chi lo pensò.
D) Il Conclave del 1903.
Chiesa e Stato nel secolo XX - (In due parti, che mi paiono complete).
Questi due ultimi studi sono brevi, polemici, e servirono forse come
direttiva per conferenze. L'autore vi esprime idee assai personali; ed
io credo non sarebbe oggi opportuno pubblicarli, potendo anche
fraintendere il pensiero suo, buttato forse in carta con troppa
libertà e, del resto , non mai pubblicato da Lui. A conclusione di
quanto ho qui accennato, credo fare cosa buona dare fin d'ora un breve
saggio delle fatiche del Nostro, pubblicando lo spunto seguente, che é
come un primo capitolo della vasta opera indicata con la lettera A).
G. A. GADDO

DISEGNO STORICO DELLA RICCHEZZA
ECCLESIASTICA
NELL' ITALIA SETTENTRIONALE
DURANTE I SECOLI VI - XII
Economia naturale, commercio e produzione industriale nell'Alto
Medio Evo
Se in generale, a ricostituire ogni fatto storico nella piena unità
del suo reale svolgimento e a interpretarlo con sufficiente realismo,
è necessario tener conto anche delle condizioni economiche in cui esso
è accaduto e bisogna perciò ricomporne l'ambiente sociale; per vedere
un po' addentro nelle vicende generali dell'alto Medio Evo, e anche in
quelle che potrebbero chiamarsi più propriamente, benchè con frase
ormai antiquata, politiche, la conoscenza della vita materiale del
tempo è, a priori, riconosciuta indispensabile o appare tosto come una
esigenza fondamentale di ogni spiegazione storica ragionata. Gli
accadimenti di quell'epoca, almeno sino alla fine del secolo XII e
prima dell'affermarsi assoluto del Comune e, più, delle Signorie, sono
d'ordinario fra di loro confusamente aggregati come in un blocco
grezzo i cui elementi non si lasciano analizzare o separare
singolarmente con facilità, a meno di lasciarsi sedurre dalla
tentazione di disamine superficiali e preconcette. Colui che ne
studiasse anche solo un frammento o un aspetto non può sottrarsi alla
necessità di allargare le sue ricerche oltre il limite che la
tradizionale concezione storica, tranquillamente
accettata per un pezzo, assegnava alla così detta storia politica1.
Forme nuove di vita che si affacciano vigorose e antiche
sopravvivenze, deboli e non resistenti talora, talaltra invece assai
tenaci; diritto romano e professioni di leggi barbariche; tradizioni
inveterate che tramontano e nuove consuetudini più o meno giustificate
o prave e perverse che s'introducono; reciproche interferenze e
invasiones giurisdizionali laiche ed ecclesiastiche; autorità
vescovile e potere comitale; possesso e proprietà; feudo e allodio;
servitù della gleba e libertà personale; magistrature o prelature
libere ed istituti obbligatori; organismi spontanei e organizzazioni
coattive; libera concorrenza e monopoli e privilegi; interessi
agricoli e bisogni industriali; economia curtense e attività di scambi
commerciali e monetari; Chiesa e Stato; spirituale e temporale: sono
fatti, istituzioni e concetti che nel Medio Evo vero e proprio
s'intrecciano di solito in un groviglio spesso inestricabile, e che
non possono quindi essere colti e seguiti singolarmente nei loro
sviluppi particolari o nella loro interdipendenza o influenza
vicendevole, ben definita sotto l'aspetto
politico o sociale o spirituale. Res divinae et humanae
confunduntur lamentava Pietro il Venerabile scrivendo al Re di
Sicilia Ruggero; e più chiaramente Geroh di Reichersperg nel noto
libello intorno ai disordini della società ecclesiastica del suo
tempo, protestava contro la consuetudine o la necessità che i vescovi
unissero in una persona officium militis et sacerdotis.
Ma ciò non ostante su tutta la vita politica e sociale di allora si
rifletteva «la luce scialba e uniforme di un organamento sociale a cui
mancava ogni elementare differenziazione della ricchezza,
dell'attività, della cultura, delle classi, poggiando tutto
indistintamente sull'economia terriera e sul latifondo, vuoi laico,
vuoi ecclesiastico». Per questo motivo tutta la vita dei secoli VI-X e
anche in buona parte del 1100 e del 1200, nei quali davvero fermentano
le nuove energie che nel 1300 precorrono e preparano la via del non
lontano risorgimento, questo, d'altronde, era già negli spiriti,
nell'arte e nella politica dei secoli XII e XIII giustamente chiamati
introduttivi della storia moderna2,
cosicché qualche scrittore, come il Gabotto, vorrebbe s'iniziasse la
storia dell'età moderna col 1313, cioè colla morte di Enrico di
Lussemburgo3, non si illustra con
qualche precisione se prima non si fa la luce sulla vita e sul
funzionamento dei maggiori organismi economici di allora, cioè dei
principali centri di produzione e di consumo della ricchezza, e ai
quali confluivano le stesse attività politiche che rielaborate nel
crogiolo degli interessi e delle convenienze economiche, raggiavano
poi al di fuori, risospinte intorno dalla loro stessa forza di
espansione.

È un'economia localizzata e chiusa che pare di minore importanza per
la storia; ma pure è quella che per lo più risponde alla vita pubblica
dell'epoca, caratterizzata dalla dispersione demografica e dalla
polverizzazione non solo dell'autorità politica ma anche, almeno in
parte e fino al pontificato di Gregorio VII, della stessa autorità
religiosa. Quando si riflette col Pertile che uno dei fatti principali
dell'età di mezzo consisteva nella strettissima relazione tra la terra
e le persone che la posseggono e quelle che la coltivano, per guisa
che la condizione sociale degli individui, i loro diritti e gli
obblighi non solo privati, ma anche pubblici e l'esercizio medesimo
della sovranità e dei poteri direttivi dipendevano dalla proprietà e
dal possesso fondiario, anche se non sempre né in ogni caso la
condizione di libertà dei coltivatori corrispondeva a quella dei
terreni fecondati dal loro sudore4;
la storia anche schematica della ricchezza immobiliare, cioè della
ricchezza fondiaria e specialmente dei patrimoni terrieri dei luoghi
sacri, è certo un notevole contributo alla storia medievale, che per
l'Italia è in gran parte da rifare. Al quale proposito nessuno
rimprovererebbe di esagerazione uno dei più geniali e profondi nostri
studiosi della storia del Medio Evo quando riconosce e proclama la
decisiva importanza della storia agraria medievale per la
illustrazione di tutta l'età di mezzo, e soggiunge essere lo studio
dell'agricoltura di questa epoca di mezzo assai più utile alla
generale storia italiana che non gli sforzi per precisare una data o
identificare una località5 e chiarire
le sorti di una battaglia, anche decisiva.
I maggiori centri dell'attività economica nell'alto M. E. sono appunto
le grandi proprietà laiche ed ecclesiastiche, che senza assumere da
noi, salvo qualche eccezione, l'aspetto e l'estensione di veri e
propri latifondi, come avvenne nella Germania occidentale e nella
Francia nord-occidentale6, ebbero
però in molti casi, un'ampiezza considerevole. Tra le proprietà
ecclesiastiche si distinguono in modo particolare le monastiche, non a
torto riguardate come i soli organismi economici che nell'Italia
precomunale abbiano saputo mantenersi, pure attraverso molte crisi,
abbastanza lontane dal disfacimento7,
quasi fossero «oasi in mezzo ai cozzi cruenti del tempo»8.
Per quanto infatti, in un primo periodo della sua storia, la grande
proprietà ecclesiastica fosse socialmente e tecnicamente organizzata
colle stesse norme che disciplinavano l'ordinamento delle terre
fiscali, ciò come vedremo, anche per la sua origine, pur tuttavia le
circostanze esteriori e interne nelle quali l'economia terriera dei
monasteri si sviluppò nei secoli VII-XII diedero spesso alle aziende
agricole ecclesiastiche una particolare fisionomia, non sempre ben
delineata, ma con caratteristiche e fisionomia propria, facilmente
riconoscibile.
Né può diminuire l'importanza storica generale delle ricerche intorno
alla ricchezza agraria delle chiese e dei monasteri la constatazione
che il traffico fluviale nell'Italia padana sia stato, anche nei
secoli più torbidi e più poveri dell'età di mezzo, abbastanza vivace.
In realtà il Commercio nei secoli VIII-XI era notevole non soltanto
nelle città marinare come Venezia, la quale secondo lo Heyd aveva
nelle sue mani, già nell'800, la maggior parte del traffico
dell'Italia Superiore, Ravenna, Comacchio, ma anche in alcuni centri
di terra ferma, situati lungo la maggiore arteria fluviale del Po,
come Cremona, Piacenza, Pavia, o allo sbocco di importanti passi
alpini quali Aosta e Asti. Anzi esso si spingeva anche più addentro
per mezzo dei più notevoli e navigabili affluenti padani e risaliva le
correnti del Mincio, dell'Oglio, dell'Adda, del Ticino e della Dora,
che avevano allora un corso più regolare e con portate d'acque
maggiori. Mantova aveva il suo porto alla confluenza del Mincio col
Po; Milano aveva il suo porto là ove il Lambro sfociava nel gran padre
Eridano9; Corrado il Salico, in un
diploma del 1037 concedeva al Vescovo, cioè al Comune di Asti, la
libertà di entrare e di uscire per Vallem Secusiae per omnes valles
per omnia montana et per via asperas et plateas, dovunque insomma
i mercatores dell'Impero vitae praesentis solent conquirere
subsidium10; Lodovico II, nel
noto diploma al Vescovo di Cremona, della seconda metà del secolo IX,
parla di mercanti longobardi e stranieri frequentanti il mercato e il
porto di Cremona, ad suum peragentes negotium11;
un lontano suo successore, Ottone III, nel 996 difende il vescovo
della stessa città contro la prepotenza di coloro che multis
calamitatibus depredavano le navi e molestavano i piloti e i naviganti
transitanti per il porto Cremonese; in una relazione, stesa forse per
tutelare i diritti del proprio fisco, dal vescovo di Aosta, Givone
nell'anno 960, sono ricordate le fiere di S. Orso, dove si scambiavano
cavalli, armi, metalli (come stagno, ferro, piombo, bronzo) falconi,
scimmie (quamvis, dice il vescovo, sit ridiculosum animal),
masserizie ed utensili di legno e di argilla, che numerosi e attivi
mercanti portavano da lungi sul dorso di cavalli e di somari12.
Al Vescovo, cioè ad curiam Episcopi, doveva pagarsi una gabella
conveniente di sale; per dar vita al mercato settimanale bergamasco,
aperto nel 922, in virtù di un diploma di Berengario I, Ottone I nel
968 concede al vescovo di stabilire presso il monastero di Cerreto,
sull'Adda, portum et stationem navium provenienti dalle solite
città trafficanti, Venezia, Comacchio e Ferrara13
e nel 1037 il vescovo di Brescia ottiene da Corrado II, col possesso
delle valli Camonica e Trompia e del corso del fiume sino al solo
sbocco nel Po, il privilegio che nulli liceat portum habere nec
noviter aedificare ad navale negotium exercendum in grano vino et sale,
il cui commercio era dunque di monopolio14.

La stessa scarsa importanza di queste concessioni dimostra che non c'è
ancora un'economia commerciale vera e propria, autonoma, distinta
dall'economia naturale. E piuttosto scambio di prodotti naturali che
di merci lavorate. I commercianti che frequentano le nostre città sono
per lo più stranieri al paese, alle abitudini nostre. Perciò la
maggior base di una trattazione storica meno incerta dell'antico Medio
Evo lombardo-padano poggia ancora sulle notizie intorno alla terra e
alla sua coltivazione, alle vicende del diritto di proprietà, alle
forme di possesso, alle condizioni dei suoi proprietari e dei suoi
coltivatori. Mancano interessi industriali generali o grandi attività
mercantili. La vita è semplice e si pensa piuttosto al necessario che
al superfluo. Neppure l'artigianato cittadino ha un'importanza
economica preponderante. La trasformazione della materia prima è di
solito compiuta entro le grandi aziende chiuse ed è limitata ai
bisogni della curtis. Il monastero, nel Medio Evo economico, è
un piccolo mondo15 i cui poli sono,
da una parte la regola cenobitica che obbliga d'ordinario al lavoro
non sempre perché urge il bisogno, ma per fuggire l'ozio e
l'infingardaggine; e dall'altra l'esigenza delle complesse e talora
mutevoli necessità comuni. Nel quadro generale della nostra economia
curtense e quindi, in special modo, dell'economia monastica medioevale
si deve dar luogo anche agli artigiani (che però nelle ville italiane
non sono né molto numerosi né molto specializzati, contrariamente a
quanto avviene in Francia e in Germania), ma non esiste un artigianato
come classe a sé. Le canoniche più importanti e tutte le abbazie hanno
ancora la domus laboris o il pisele o genitium o
gineceo, cioè il laboratorio femminile di cui fa cenno anche l'Editto
di Rotari, e le officine al cui ordinamento si provvede talora con
norme minute e precise, si ricordino i paragrafi delle Consuetudini
di Farfa: de positrone et mensuratione officinarum, nelle quali i
vari ministeriali o prebendati che non hanno mansioni quotidiane ben
definite nell'azienda agraria del dominio, prestano l'opera loro per
la preparazione dei manufatti e dei Vari prodotti che necessitano al
monastero e alla popolazione della curtis; ma e le materie
prime da trasformarsi, che sono per lo più ferro, lana, pelli, lino,
legnami provengono dalla medesima curtis che le esprime dal suo
seno e ne limita la circolazione entro i suoi confini, e i laboratori
curtensi bastano di solito ai bisogni dei curtesi16.
Il commercio quindi non è fonte di lucro, essendo scarsa la
compravendita. Predominando l'economia naturale e gli scambi in
natura, l'economia di scambio propriamente detta, cioè di credito e di
commercio, che si serve principalmente
dell'intermediario denaro, non ha sufficiente ragione d'essere. Manca
il consumo commercialmente proficuo. E poi lo sminuzzamento politico
proprio del sistema feudale, i guasti frequentissimi e non lievi ai
campi, alle vigne, ai boschi dei rivali, barbara consuetudine che si
mantenne anche più tardi e che era la maniera più comune per
contestare diritti su cose e su persone; le rappresaglie più o meno
legalizzate contro gli avversari e i loro averi, i diritti di
naufragio e d'albinaggio, conservatisi anche in tempi relativamente
civili, le piccole ma rovinose guerre campanilistiche ad ignern et
sanguinem, impedivano od ostacolavano gravemente la circolazione
della ricchezza e di conseguenza non stimolavano la produzione
industriale. Perciò il capitale nei primi secoli del M. E. e, si può
dire, sino al secolo XII non ha una potenza decisiva, così come gli si
nega dai naturalisti qualsiasi capacità di fruttificare. La
legislazione canonica contro il prestito a interesse e in genere
contro quella che si definiva usura o turpe lucro, se continua la
tradizione già saldamente fissata in tempi ostili al cosiddetto
prestito di consumazione, tradizione che però nel secolo XI si urta e
comincia a sgretolarsi contro la realtà e l'esigenza della nuova
economia, è sempre l'eco ed il riflesso non soltanto del pregiudizio
antisemita, ma anche dell'ambiente sociale in cui s'è formata17.
Le classi medie che traggono vita e energia dalla ricchezza circolante
si affermano e incominciano a organizzarsi in quasi tutte le città
dell'Italia superiore nella seconda metà del secolo XI. La stessa
politica economica del comune si preoccupa più, per molto tempo anche
dopo la quasi completa liberazione dalla pressione e dai vincoli
feudali delle autorità vescovile o del conte, di assicurare alle città
sufficiente vettovaglia che non di attivare una più intensa produzione
industriale interna e d'aprire quindi collo smercio dei prodotti
cittadini, nuovi sbocchi e di conquistare nuovi mercati. La quale
preoccupazione, ottima in se stessa, diveniva un'esigenza quasi
assoluta nelle condizioni frammentarie della vita pubblica d'allora
assai poco sicura non soltanto in tempo di guerra guerreggiata ma
anche nei brevi periodi di tranquillità relativa. Quando erano più
vive le lotte feudali, fortunata poteva dirsi quella città che avesse
avuto nell'interno delle sue mura o bastioni o terraggi, campi,
pascoli e orti sufficienti a fornire delle necessarie vettovaglie i
cittadini; essa infatti avrebbe potuto resistere vittoriosamente anche
ad assedi prolungati. Milano sotto il governo di Lanzone non cede che
dopo tre anni all'assedio posto da Ariberto 1042-1044. La resa era
stata decisa perché infra civitatis ambitum gli aratores
non avevano potuto produrre molto grano nè i vinitores
intensificare il raccolto delle uve18.

Risorge nella diocesi ecclesiastica anticamente designata col nome più
modesto e più espressivo di parrocchia, il concetto della civitas
antica, se non come università di genti e di famiglie originate dallo
stesso ceppo, come un ente dapprima soltanto economico, poi anche più
spiccatamente politico, che comprende e l'agglomeramento centrale
urbano e il territorio circostante, fin dove crisma... ecclesiae
extenditur19.
Più forte insomma è quella civitas che ha la possibilità e la
facilità di fornirsi del necessario alla vita cittadina entro i propri
confini; più debole ed esposta al nemico se deve importare le
vettovaglie per mercatores o per negociatores: Dignior est
civit as si abundantiaan habet rerum ex territorio proprio quarti si
per mercatores abundat20; quando
insomma conforme all'antico adagio, omnia domi nascuntur.
La politica annonaria anche dei maggiori comuni lombardi che ebbero
effettivamente l'importanza di piccoli stati, è per un pezzo informata
da questa teoria anche se le basi dell'economia si sono ormai
allargate oltre i confini dell'economia naturale. Basti osservare i
patti di pace e le condizioni di alleanza, che del resto erano anche
allora nulla più che chiffons de papier, stipulati nella
seconda metà del secolo XII, cioè in un'età di vita economica
abbastanza intensa e meglio definita, per convincersi. La città
vittoriosa esige anzitutto libertà di trasporto blade et salis et
vini et omnium aliarum victualium...
Nei patti che Milano stringe con Lodi l'anno 1198 si prospetta
l'ipotesi che Como voglia entrar nella loro alleanza; in tal caso i
lodigiani dovranno ricevere i comaschi in societate ma colla
clausola che Lauden ses non teneantur dare suprascriptis Cumanis
aliquo mercatum Nave et leguminum21.
La sufficienza di una communitas civitatis, osserva S. Tommaso
d'Aquino, proviene dal fatto che confine, omnia quae ad
vitam hominis sunt necessaria22.
E giustamente fu osservato che il dottore principe della scolastica
può essere definito un municipalista23.
L'ambito della curtis, limitato dapprima al complesso delle
proprietà signorili laiche ed ecclesiastiche, siano queste compatte a
formare delle ville organicamente stabilite, siano sparse o
frammentarie secondo i molteplici bisogni degli abitanti o degli
addetti alla curtis, viene poi a coincidere a poco a poco con
il limite della civitas, cioè del territorio il quale deve
contribuire al benessere e alla sicurezza del centro urbano24,
per allargarsi quindi sino ai confini degli stati comunali e poi dei
signorili. Ciò dietro le spinte di molte cause materiali e morali,
come l'aumento della popolazione, la più vivace coscienza giuridica
dei terrieri, il sorgere e il diffondersi di bisogni secondari,
l'intensificata produzione agricola di certe regioni, in confronto di
altre rimaste sterili o abbandonate; ma il criterio pratico che
presiedeva già al buon governo dell'antica azienda curtense è lo
stesso che viene applicato alla più ampia amministrazione del piccolo
stato comunale o diocesano, almeno sino al mercantilismo dei secoli
più recenti. E la sua estensione nell'età moderna sarà anche maggiore;
comprenderà cioè lo stato nazionale. Probabilmente la difficoltà della
sua applicazione piena e sicura contribuisce a creare e inasprire
anche le concezioni nazionalistiche contemporanee. In realtà i
governanti degli stati medioevali consideravano come uno dei loro
primi doveri assicurare il fornimento abbondante o equo di mezzi di
sussistenza ai sudditi specialmente nelle città dominanti25.
Gli obblighi ai quali sono sottoposti i loci sparsi in una diocesi o
in un territorio che o per l'avvenuto trapasso del governo vescovile
al comune o per l'inurbamento dei feudatari rurali, ha dovuto
definitivamente sottomettersi ad una città, somigliano, anzi sono in
parte le stesse prestazioni che i rustici o i massari curtesi dovevano
al loro signore, e mantengono talvolta colla sostanza la stessa
denominazione.

I Loci del Seprio, per esempio, prestano i loro servigi alla città di
Milano nel 1170 non solo fodrum dando... e ad hostem eundo;
ma anche ...carrizia faciendo et olia quarti plurima pendicia,
cioè tutti quelli che loca solita sunt lacere suae civitati26.
In corrispondenza a questo fatto, avendo il tribunale cittadino
prevalso definitivamente sul piccolo tribunale locale, del vassallo,
dell'avvocato, dell'abate e del vescovo, la città o il comune acquista
definitivamente ed esercita la giurisdizione civile e coattiva sopra
quei territori ch'erano una volta i feudi dei milites
ecclesiastici i quali si sono ormai inurbati e formano la curia laica
del vescovo. Solo nel diritto canonico, e, per cosi dire, in foro
interno, si fa talora qualche distinzione, specialmente quando si
tratta di applicare sanzioni penali ecclesiastiche, tra gli homines
civitatis e gli homines dioecesis27.
Le stesse concessioni livellari o censuarie di terre coltive ad
artigiani, delle quali abbiamo esempi nei secoli X o XI28,
possono si dimostrare che l'ordinamento curtense anche in Italia
comincia a sfasciarsi, come qualche storia afferma, cosicché gli
artigiani cittadini pensano di investire più utilmente loro guadagni e
i loro risparmi in proprietà immobiliari29;
ma possono anche rivelare, specialmente nel caso di ricche pievi o di
monasteri ben forniti, il proposito di mantenere nella maggiore
efficienza l'economia della loro curtis, assicurando ad essa
magari colla cessione di qualche fondo e di qualche piccola casa,
l'opera di alcuni artigiani in caso di bisogno. Infatti talora
l'artigiano è legato al luogo sacro con speciali patti che non
sembrano conciliarsi colla disciplina ecclesiastica30.
I borghesi, pochi di numero e di importanza, sembrano nell'alto Medio
Evo vivere una vita estranea alle vicende della campagna e della città
intorno alle quali o nel cui mercato interno essi tengono le loro
botteghe, statici, o vendono, dalla loro bancula i loro prodotti. La
maggior parte di essi si stabilisce e si sforza di rimanere, finché lo
può, nei crocicchi aperti delle vie più frequentate, dove i viandanti
fanno tappa e le masnade sostano dai loro frequenti viaggi, senza
pagare pontatico o portatico o pedaggio o teloneo; oppure si addensa
nei subborghi liberi, o borghi o borghetti, tutti domarum
congregationes quae mura non claudebantur31.
Anche il contrasto economico tra le città e la campagna (non del tutto
sopito neppure dopo che i signori feudali si sono fatti cittadini) e
l'antagonismo tra gli abitanti dei borghi rurali e i rustici delle
corti o delle ville vicine, sono probabilmente determinati più che
dalla concorrenza tra la produzione industriale cittadina e quella
dell'artigianato cortense, dalle necessità di vettovagliare in modo
tranquillo la popolazione della città. Che se questa concorrenza era,
come afferma il Monneret, l'effetto della penetrazione commerciale
delle industrie urbane nelle pievi e nelle ville32
bisognose di manufatti, conviene ancora concludere che l'ordinamento
di una curtis poteva generalmente bastare a sé stesso, almeno per quel
che era necessario alla vita locale. Ciò, ripeto, non esclude che
qualche volta gli artigiani curtesi producano in eccedenza al
fabbisogno della villa e vendano il superfluo ad estranei33.
La maggiore e più frequente esposizione dei borghesi al pericolo delle
rappresaglie nemiche in confronto di quelli che abitano nei recinti
fortificati, è tuttavia compensata dalla più grande libertà ch'essi
godono. Tuttavia o possono acquistare, volta per volta, (quando il
pericolo minaccia non lontano) o anche per sempre, il diritto di
incastellare le loro mobilia con un contributo in denaro o in natura.
Anzi nei casi di urgente ed estrema necessità essi si sottopongono al
signore più vicino limitando e vincolando la propria libertà personale
per un certo tempo. Gli uomini liberi che lavorano le terre
nonantolane, presso il castello di Nogara, ottengono l'anno 920 di
potere infra ipso castro in nostras casas nostras mobilias
intusmettere et foris extrahere, nonchè di poter fare legna sui
boschi appartenenti a S. Silvestro prope ipso castello... et
nostras bestias pascuare, qualora, propter metum paganorum,
cioè degli Ungheri, non fosse loro possibile allontanarsi
tempestivamente dal luogo fortificato. Ma alla loro volta si impongono
summo studio di cooperare alla difesa e alla custodia del
castello, aiutando a conciare, vigiliare, custodire34.
Due aldiones di Limonta, sul lago di Lecco, e che era una
parva mansio del fisco imperiale donata dall'imperatore Lotario al
monastero di S. Ambrogio in Milano nell'835, ad ipsum se
tradiderunt... propter hostem, cioè per timore di nemici o per
sfuggire certi servizi militari35.
Gli stessi signori talvolta raccolgono i liberi burgenses,
oppure obbligano i loro coloni a trasferirsi o in luoghi appositamente
preparati o in vecchi castelli riattati, allo scopo di riattivare
utili scambi commerciali. Molti borghi della Lunigiana e del Piemonte
hanno avuto questa origine36.

Il concetto di un'economia chiusa o aperta il meno possibile agli
scambi, ebbe una assai larga applicazione per opera del monachismo che
a sua volta contribuì a sempre più elaborarlo dal punto di vista
dottrinale e a farlo accettare dalla Scolastica; ma la spiegazione
scientifica e la giustificazione morale del fatto economico, la sua
ideologia cioè o soprastruttura ideale, veniva formulata assai tardi
quando la realtà era quasi già superata dall'economia monetaria e di
scambio37. Anche le più rigorose
condanne del prestito a interesse si succedono appunto quando il mutuo
gratuito più non si pratica. L'economia commerciale non diminuì,
almeno nel milanese, a differenza di quanto accadde altrove in Italia38,
il valore dell'economia agraria che da noi rimase sempre
notevolissimo: anzi il suo costante sviluppo provocò una più
abbondante circolazione del denaro, coll'introdurre nuove forze
sociali nei fervore della vita cittadina, agitare nuovi interessi,
creare nuove concorrenze, formare più schietti e distinti gruppi
sociali, che diedero alla vita pubblica cittadina un aspetto diverso;
e ne accelerò il ritmo, ne rese più vivaci i contrasti interni, e le
fazioni più che per aderenze a consorterie personali, incominciarono a
distinguersi dal nome di interessi abbastanza definiti e consaputi.
Si finì in tal modo a stabilire tra città e città, stato e stato,
anche di oltremare, rapporti di commercio normali. L'assoluta
divisione del Medioevo in due età economicamente distinte, il cui
momento di separazione sia circa il 1000, nella prima delle quali si
debba parlar solo di economia naturale, nella seconda solo di
commercio e industria, è evidentemente falsa. Lo stesso grande numero
di piccole città che caratterizza già nell'alto Medio Evo la
demografia italiana, la relativa facilità di agevoli comunicazioni
fluviali, l'efficienza dell'antica rete stradale romana, la frequenza
dei pellegrinaggi romei che scendevano dalle regioni d'oltralpe verso
la metà del secolo IX (si parla di molte migliaia di persone che si
affrettano a Roma ex omnibus finibus terrae)39,
i borghi sparsi nella pianura, la cui principale caratteristica
economica era, a quel che pare anche più tardi, di essere sede di
mercato40, sono fatti che nel loro
insieme dimostrano l'esistenza di una discreta attività industriale e
commerciale nell'Italia superiore e anche nei secoli economicamente
meno importanti. Ma non si dimentichi che nell'ordinamento politico di
allora, l'esistenza di molte città più che agevolare inceppava il
movimento di trasporto e di scambio. Il sal marino p. e. che da
Comacchio veniva condotto per via fluviale a Milano deve passare per
otto porti diversi e sottoporsi ad altrettante gabelle41.
È vero che i longobardi acquartierati nelle città conquistate avendo
costretto gli artigiani nativi alla condizione di servi redditales,
erano interessati a non soffocarne l'attività e a non chiuderne i
laboratori, tanto più che la capacità artistica e artigiana dei
conquistatori era limitata alla lavorazione del legno, del ferro, dei
metalli preziosi; ma il lavoro servile o vincolato da condizioni
servili non è economicamente redditizio. Ancora la trasformazione
delle materie grezze in oggetti fungibili, in stoffe, pellicce,
utensili; prodotti alimentari di cacio, burro, carni affumicate, in
mobili, carpenterie e manufatti diversi, in una parola una notevole
attività industriale e artigiana, non capitalistica, era, come fu
ricordato, nella esigenza medesima dell'economia naturale42;
ma essa di solito non usciva dal cerchio chiuso e non oltrepassava i
bisogni della curtis. Questa anzi per funzionare pienamente
deve attivare trasporti di derrate e di prodotti animali e minerali,
dato secondo il bisogno che ne hanno i vari centri della curtis
e dato l'obbligo fatto ai coloni di consegnare il bladum, il
vino, il fieno, l'olio, i canoni di appendizzo e i conditia,
alle caneve o celle padronali spesso assai distanti dalla
colonia: ma ciò non è un movimento commerciale vero e proprio. Anzi le
esenzioni e i privilegi di cui godevano i principali produttori e
consumatori, quali i monasteri e le chiese, di non pagare [e regalie e
di riscuoterle per proprio conto, anziché intensificare il commercio,
ne rendeva odioso l'esercizio.
Con questo non si vuoi dire che mancassero affatto prima del secolo X
I vere e proprie iniziative commerciali. Le leggi di Liutprando che
per rappresaglia proibivano il commercio dei longobardi coi bizantini
lasciano credere che gli scambi a quel tempo fossero abbastanza
proficui se il re ritiene, proibendoli di offendere vivamente molti
interessi.

Ho accennato all'importanza del movimento dei pellegrini. I romei
incominciarono presto, cioè nel secolo VII ad affluire alla tomba di
S. Pietro anche da paesi lontanissimi, l'Inghilterra, l'Irlanda e la
Scozia43. La loro presenza era
occasione di guadagno o, comunque di un discreto movimento di denaro
nelle città di confine e di tappa, nonostante il buon numero di
xenodochia o di hospitia, che però non ne potevano ospitare
molti. Non sempre, in Verità il guadagno ch'essi causavano era onesto.
Spesso i romei erano vagabondi pericolosi o delinquenti della peggior
specie. Qualche vescovo italiano si lagnò con i confratelli inglesi
perché le donne specialmente invece di proseguire per l'eterna città,
o di tornare, sciolto il voto, ai loro paesi preferivano di rimaner
qua e là ad esercitare un turpe mestiere44.
Ciò nonostante portavano in Italia non poco danaro e qui lo
lasciavano. Appunto per l'importanza grande che il movimento dei
pellegrini aveva non solo per la religione ma anche per le finanze
papali, il viaggio dei romei era oggetto di particolari sollecitudini
da parte dei pontefici che ne curavano la sicurezza invitando i
principi a costruire ospizi e abbazie sui gioghi e sui colli,
stimolando i ricchi monasteri alle fondazioni di ricoveri o di
xenodochia nelle città e nelle campagne. Perché si potesse tolerari
diurnus pauperum Christi concursus, che passavano dal Moncenisio,
l'imperatore Lotario crede opportuno di sottrarre molti beni alla
Novalesa e di dotarne l'ospizio del colle che suo padre Lodovico il
Pio aveva fondato nell'82545.
La via della Chiusa di San Michele a Torino doveva essere assai
battuta dai viandanti, se nel 1111 Enrico V ne infeuda i proventi al
Vescovo di Torino. Un Donato, Scozzese di nascita, ma forse da un
pezzo stabilito in Piacenza, dove aveva acquistato casa e terra e
chiesa, regalò al monastero di Bobbin, nell' 850, alcuni immobili con
una cappella in città a patto che nella cella del prevosto, e sotto la
sua tutela e responsabilità, defiant et alantur almeno due o
tre pellegrini «de gente mea», qualora passassero da quella
parte46. E circa cento anni prima,
nel 768, il Capitolo di Cremona, riceveva da un certo Orso la corte di
Bussato perché erigessero in questo luogo un exenodochium
perecrinorum dove tutti quanti i pellegrini che capitavano a
Bussato potevano esservi ospitati per tre giorni e tre notti, si
sani fuerint. Qualora non vi fossero pellegrini dovevano essere
nutriti ogni giorno festivo tredici poveri almeno47.
Ma dai paesi transalpini enumerati dall'estensore della Honorantia
civitatis Papiae non transitavano soltanto i romei che
sgraziatamente non si potevano adecimare, e ai quali, pena la
scomunica, non si doveva ullam contrarietatem facere; ma anche
multa gens anglorum et saxonum che importava ed esportava
cavalli, schiavi e schiave, pannilani, tappeti di lino e di canape,
stagno, armi. Al mercato pavese affluivano poi per via d'acqua molti
ricchi negozianti di Venezia, non solo, ma fino di Gaeta, Salerno,
Amalfi (malevatani) e di altre città italo-bizantine che
barattavano le loro mercanzie con grano e vino48.
Anzi questo commercio era, per così dire, indispensabile poiché certi
manufatti, come le stoffe di porpora, costituivano per i mercanti
meridionali, un monopolio49. In
compenso troviamo mercanti subalpini, astigiani specialmente e
longobardi, che frequentano nel secolo VII le fiere già famose di
Parigi presso il monastero di S. Denis, delle Fiandre, della
Sciampagna e della stessa Inghilterra, accreditando lassù per i primi
la fama che gl'Italiani, o come erano detti, i Lombardi, dovevano
guadagnarsi di esperti uomini di affari50
e anche di strozzini.
La celebre fiera che si teneva intorno al monastero di S. Dionigi di
Parigi durava appunto quattro settimane perché vi potessero
intervenire anche illi negotiatores di Lombardia51.
É dunque da ritenersi che per qualche tempo almeno anche gli scambi
internazionali fossero abbastanza spediti tanto più che, come si dirà,
alcuni grandi monasteri esteri avevano chiesto ed ottenuto miniere di
ferro nelle nostre prealpi e oliveti sui laghi lombardi. Il lusso poi
e lo sfarzo che l'alto clero di Milano e delle maggiori città, ostenta
nei secoli X e XI, si alimentavano con merci provenienti anche da
empori assai lontani. I preziosi drappi orientali, i tappeti ricamati
a disegni bizzarri e a figure mostruose, le lettere di ferro più
magnifiche di quelle dello stesso papa, gli ermellini, i zibellini, le
martore, le gemme, gli ori smaglianti delle mitre, i focosi destrieri
che stancavano la mano dei prelati, le margherite incastonate nei
grossi anelli che coprivano le dita prelatizie, i pastorali mascherati
di tanti fregi d'oro e d'argento, i vini prelibati che brillavano
nelle coppe di cristallo prezioso, tutto quanto insomma S. Pier
Damiano e i Patarini rimproveravano, forse con qualche esagerazione,
al clero concubinario e specialmente al milanese52,
non potevano uscire dalle officine locali.

Tuttavia la scarsezza delle notizie intorno ai mercati di Milano,
della Lombardia e del Piemonte prima della metà del secolo XI è pure
sintomatica. Si è forse dato eccessivo valore al cenno di un'industria
saponiera a Piacenza contenuto nel diploma di Rachis del 74653.
A Piacenza nel 901 c'era un mercato chiuso con parecchie botteghe o
stationes delle quali alcune di proprietà del monastero di
Nonantola, dove gli affittuari potevano suum negocium peragere54,
simile certo a quelli che esistevano a Pavia e a Milano55;
ma non sono gran cosa, come non significano molto, in un tempo di
disordine e di paura cronica, i privilegi di mercato che Berengario
distribuisce largamente ai vescovi dopo l'invasione ungara nell'Italia
Padana.
Neppure il diritto di navigare liberamente sui fiumi padani che i Re
d'Italia concedono alle navi a agli uomini di alcune abbazie sono la
prova di un vivace commercio56, In un
tempo in cui ciascuno campa dei prodotti della sua terra, la domanda
di merci e di derrate è minima. L'esenzione dai pedaggi, dai dazi,
dalle dogane era nell'esigenza stessa di una economia curtense che si
effettuava non in una villa o curtis compatta e coerente, ma in
una curtis risultante di un discreto numero di possessi sparsi
lontano fra di loro. Se i sovrani donano alle grandi chiese ed abbazie
dei beni situati a grandi distanze, debbono anche mettere i donatori
nelle condizioni di poter usufruire del dono in maniera conveniente,
di trasportare cioè senza gravami proibitivi quanto occorreva al
bisogno dei beneficati e di esitare utilmente l'eccedenza dei
prodotti. Non altro scopo hanno, a mio giudizio, i diplomi di Astolfo
all'abbate di Nonantola del 753, con cui l'autorizza ad aprire un
mercato e insieme conducendi ibidem diversa mercimonia et
negociatores57, di Carlo Magno a
S. M. ad Organum presso la città di Verona nell'805, coll'esenzioni
fiscali alle navi e ai carri del luogo sacro58;
di Lotario, nell'a. 845, alla Novalesa in favore di quegli uomini
dell'abbazia che pro utilitate monachorum oppure negotiandi
causa si recano huc illucque59:
di Lodovico II a Bobbio, a. 860, dove conferma antiche concessioni di
pubblicum transitum... per Padum et Ticinum60.
La scarsa importanza pratica di queste esenzioni è rivelata dalle
conferme che di esse si fanno anche in tempi in cui anche la vita
economica delle chiese concessionarie è estremamente depressa. Infatti
Ottone I amplia il privilegio bobbiese di Lodovico II largheggiando in
esenzioni anche per gli uomini che si recano a Grado, nella Tuscia a
Pistoia e a Lucca, nel 972 quando l'attività della vetusta casa
monastica è quasi nulla61; e Ottone
III riconferma alla Novalesa il diploma di Lotario nel 99862
quando già il floridissimo monastero era si o no abitato da un paio di
monaci, e l'abbazia di Breme, sorta in luogo della Novalesa, della
quale l'abate prendeva il nome, tirava a campare alla meglio63.
Solo nel 1067 compare in Milano, accanto agli ordini dei Capitani e
dei Valvassori, quello dei Negozianti, e si manifesta già abbastanza
organizzato, se viene chiamato, in una generale assemblea cittadina, a
condividere molte responsabilità per il mantenimento dell'ordine
pubblico turbato dai partiti pro e contro la riforma patarina64.
Verso la fine dello stesso secolo si annuncia l'istituzione di alcuni
grandi mercati milanesi, alla cui fruttuosa apertura dovevano
contribuire, nella mente dell'arcivescovo che li decreta, alcune
importanti esenzioni reali e personali65.
Associo a questi fatti la traduzione in città e nel territorio
milanese dei coloni e dei servi catturati dai nemici in tempo di
guerra, che dimostra il bisogno di braccia sentito dall'incipiente
industria cittadina66; ma come si
vede siamo sempre verso la fine del secolo XI e in principio del XII.
Anche nel Piemonte un risveglio economico vivace e promettente
l'abbiamo solo agli inizi del secolo XII67,
e vero che il linguaggio diplomatico che accenna a tante regalie,
mansionatico, ripatico, telonio, pedaggi, zecca, può fare impressione;
ma è un elenco rituale e di solito formalistico.
Sopra tutti questi fatti si distendeva, come dice il Volpe, più o meno
fitta l'ombra dell'ordinamento curtiense e del lavoro servile. Il
commercio insomma non è una delle basi economiche di questa età. La
costituzione economica gravita soprattutto sulla produzione agricola;
e il traffico, se c'era, era una rete di fili sottili sulla trama
fondamentale dell'economia naturale68.
Se mancano i campi e se si tolgono i redditi agricoli, le grandi
comunità monastiche si vedono davanti lo spettro della miseria anche
se dispongono di denaro contante. I monaci della Novalesa, dopo la
distruzione dell'abbazia compiuta dagli Ungheri nel 917, si rifugiano
a Torino portando seco i loro tesori; ma danno fondo presto alle loro
ricchezze per procurarsi di che vivere: fanno così tutti coloro, nota
il cronista novaliciense riportato dall'Ughelli69,
che «in loco non serunt».

Solo là dove si verificano speciali condizioni politiche e geografiche
l'attività commerciale assume particolare importanza, le arti si
mantengono in vita e sorvivono o appariscono assai presto le
associazioni di mestiere. Nessuna meraviglia che il commercio sia
sempre fiorito a Pavia ch'era una delle tappe più frequentate dai
forestieri da e per Roma, anche perché sede del Regno lombardo e
d'Italia; a Ravenna sede dell'Esarcato e punto ordinario di partenza e
di arrivo delle comunicazioni coll'oriente bizantino, per quanto fosse
una città popolata più di consumatori che di produttori70;
a Venezia, Comacchio, Genova, i cui abitatori per la sterilità
dell'immediato entroterra o per la fortunata vicinanza di stagni o di
paludi ricche di salmarino o di pesca (il cui sfruttamento li
allettava più del lavoro dei campi) essendo gente che non arava, non
seminava, non vendemmiava, secondo l'arguto estensore delle
honorancie pavesi, dovevano o preferivano vivere trafficando71.
L'esercizio della mercatura e la esistenza di una classe media
numerosa di impiegati e di funzionari stabili della corte regia o
esarcale o pontificia, spiega il fatto della permanenza di alcuni
collegi corporativi anche durante epoche di generale stasi economica
in alcune città principalissime, quali a Ravenna, Roma, e Pavia72.
A Roma inoltre i forastieri incominciarono ad avere le loro schole
i cui scopi non erano soltanto di pura beneficenza e di culto.
Tali la schola Saxie presso la quale c'erano ricoveri e
ospedali e cimiteri destinati ai pellegrini inglesi: la schola
longobardorum in Trastevere fondata specialmente per i Lombardi,
ma aperta anche ad altri stranieri La tendenza a mantenere la vita
economica in un circolo chiuso perdura ostinatamente nei piccoli
centri anche dopo che nel Comune fervono le industrie e gli scambi. In
generale i patti imposti o concessi a coloni delle ville o dei taci
negli ultimi decenni del secolo XII e nei primi del secolo XIII,
contengono sempre paragrafi speciali che hanno lo scopo di isolare la
popolazione e l'economia locale. Si proibisce ai rustici di facere
fedelitatem ad altri: di commendare o di vendere il proprio fondo
a persone non appartenenti alla stessa villa o comunque non soggetti
al districtus delle stesso signore o alla medesima diocesi o
alla medesima civitas. E per mantenere questa clausura
economica e sociale, chiamiamola così, si sanzionano dai Signori
ecclesiastici disposizioni urtanti col diritto alla libertà personale
che pure è nell'essenza del Cristianesimo.
L'Abbate di Nonantola concedendo in enfiteusi nel 1124 ad un gruppo di
famiglie trevigiane molti terreni in suburbio civitatis
riconosce anche alle donne, entro la terza generazione, il diritto di
ereditare l'enfiteusi: purché però non sposino un servo di altri
Signori (Doc. CCXXXV). Era più logico nel 807 Ludovico il Pio che al
monastero di S. Zeno di Verona concede che se i famuli del monastero
sposino delle libere che Itali herimannas vocant ne abbiano il
possesso come se fossero nativamente serve del luogo sacro. In questi
tempi tali restrizioni rispecchiano si il proposito del signore di
evitare il pericolo che dei prepotenti estranei, città o vassalli o
prelati, s'intromettano nelle sue terre; ma sono però sempre indizi di
una tendenza economica profondamente radicata nella prassi e nella
mente dei proprietari. Lo studio insomma della campagna è sempre uno
degli elementi principalissimi, per non dire che sia il coefficiente
decisivo, della conoscenza della vita medievale sino al 1200 in circa.
NOTE

1) VOLPE: La critica. sett. 1924 pag.295
2) VOLPE: M.E.I. Firenze, 1923, p.5 e seg.
3) GABOTTO, ROBERTI, CHIATTONE:
Cartario dell'abbazia di Staffarda, in B.S.S.S. XI. Pinerolo 1901. Introduzione.-Cfr. anche Volpe
Momento di
storia italiana. Firenze s.d. Albori della nazione italiana.
4) V. in proposito PIVANO:
Un'emancipazione di Servi della gleba,
nell'anno 1162. B.S.S.S., X. Pinerolo, 1902, p. 122 e segg.
5) V. CIPOLLA: Nuove considerazioni sopra un contratto di mezzadria.
Verona, 1892. - GABOTTO: L'Agricoltura nella regione Saluzzese dal
secolo XI al XV, in Miscellanea Saluzzese, B.S.S.S., XV. Pinerolo,
1902.
6) V. MONNERET DE VILLARD:
L'organizzazione industriale nell'Italia
longobarda nell'alto M. E., A.S.L., 1969, fase. I, Il, p. 53 e segg.
7) Cfr. CAGGESE: Classi e Comuni rurali nel M. E. Firenze, 1907. Vol. I,
p. 141 e seg.
8)
Cfr, GABOTTO: L'agricoltura, ecc., cit. p. XCVII e segg.
9) Cfr. Oltre alla storia generale del Commercio italiano e dell'Italia
settentrionale. HARTMANN: Comachio and der Po-Handel, in Zur
Wirthschaftsgeschichte Italiens in frùhen Mittelalter. Gotha, 1904. -
VOLPE: M.E.S., cit., p. 255 e segg.
10) Cfr. GABOTTO: Asti e la politica Sabauda in Italia, in B. S.S.S. XVIII,
Pinerolo, 1903. - Anche SEGRE: Storia del Commercio, ecc. Torino,
1923-24, 1,157. - UGHELLI: Italia Sacra, ed. Coleti, Venetiis,
MDCCXVII Astenses Eph., col. 354. - Per Pavia cfr. MONNERET, 2°:
L'organizzazione, ecc., p. 77 e segg. - SOLMI: Il testo delle
Honorancie civitatis Papie, in A.S.L., a. 1920, fas. III-V
11) UGHELLI: I. S., IV, Cremona Eph., col. 583.
12) Sull'autenticità e attendibilità del curioso documento, V. PATRUCCO:
«Aosta dalle invasioni barbariche alla Monarchia Sabauda, in
Miscellanea Valdostana», B.S.S.S., XVIII, Pinerolo, 1903, p. LIX, n.
5. - SAVIO: Gli antichi vescovi d'Italia, Torino, 1908, I, 853.
L'importanza di Aosta è appunto in rapporto alla viabilità dei passi
vicini dalla colonna di Giove, o dal Piccolo S. Bernardo, e dal Monte
di Giove o Gran S. Bernardo, Enrico di Auxerre affermava che i
pellegrini di Francia, Romam pergentes, dovevano inevitabiliter
prendere la via del S. Bernardo per scendere in Italia o rientrare in
Francia. Cfr. PA-TRUCCO: o. c., p, XL, n. 4.
13) UGHELLI: O. C.. IV, Berg. Eph„ col. 431. - UGHELLI: o. C., IV, Ferr,
Eph., col. 437.
14)
UGHELLI: I. S., IV, Brix. Eph., col. 539; ibidem, sol. 541: un altro
interessante diploma del 1123.
15)
MONNERET: o. c., p. 55.
16) CIBRARIO: Dell'economia politica del M.E. Torino MDCCCLXI, vol. i I,
p. 7 e segg. Nell'Aulaboratorio che la Badia di Nonantola possedeva a
Firenze nel 1300 le monache dovevano confezionare stamineas o
sopravesti colla lana che il monastero stessa avrebbe inviato. Inoltre
dovevano esser ricevute ogni anno dodici ancelle di famiglie servili
della Badia ad opera.... facienda de lana et lino. La materia prima
sarebbe stata procurata dal monastero. Sui diversi lavori affidati ai
servi della curtis centrale o dominicale. V. VOLPE: M.E.S. cit., p.
258 e segg.
17) Sull'attività economica degli ebrei e sull'influenza
dell'antisemitismo sulla legislazione canonica contro il prestito a
interesse, vedi le osservazioni, alquanto partigiane, del SEGRE.: o.
c.. I, 77 ; 215 e segg.
18) LANDULPHI SENIORIS: fig.
Medial. in M.G.H. SS, VIII, - GIULINI:
Memorie spettanti alla Storia, ecc. ecc. di Milano nei secoli bassi.
Milano, 1854-57, II, p. 282.
19) MANARESI: o. c., doc. CXCIV. - GENERALE SAVIOLI:
Città e campagna
prima e dopo il 1000 nel «Trattato di Storia del diritto Italiano».
Torino, 1908., HARTMANN KROMAYER: Storia Romana. Firenze, 1924, p. 15
e segg.
20) De Regimine Principum, II, 3.
21) V. MANARESI: O. C., passim, ma specialmente i docc. CXCIV, 3, anno
1196; CCVII, 9, anno 1198; CCVIII, 6. anno 1198. In generale anche
CIBRARIO: o. c., II, 25 e segg. Si vedano pure gli statuti di molte
città italiane del secolo XIII, già governate dal Comune, quali
Vercelli, Lodi, Pavia, Brescia, Monza, Corno, Cremona; le
Consuetudines di Milano del 1216, ecc. ecc. La politica annonaria dei
comuni lombardi nel secolo XI II particolarmente interessante anche
per i confronti che se ne possono stabilire coll'attuale.
22) Dalla Summa Theol.; Evangelium secundum Mattheum. XII, 2.
23) BERNAREGGI: S. Tomaso d'Aquino, Milano, MCMXXIII, p. 217.
24) MAYER: Italianische Vertassu ngsgeschichte. Leipzig, 1909, 11 B, 433 e
segg.; 549 e segg.
25) V. KASER: Il Basso M. E., trad. di E. Besta; Firenze, 1925, p. 57 e
segg. Lo stesso criterio di politica sociale informa di regola
l'attività delle stesse industrie cittadine italiane per molto tempo.
26) V. MANARESI: o. C., doc. LXXIII, a. 1170.
27)
V. Il diploma di Onorio III, a. 1228 nelle Decretali, I, III, XXXV, Mi
riferisco all'edizione del Lancellotti. Coloniae Munationae. MDCXCVI-MDCCXXX.
28) V. VOLPE: M.E.S., cit., p. 244, n. l; in proposito anche MONNERET: a.
C., 66; ibid., n. 5.
29) V. MONNERET: O. l.. C.
30) V, Il fatto ricordato dal MONNERET: O. L. C., dove per vincolare al
monastero l'opera di un pittore, la comunità gli dona una casa e una
vigna presso l'abbazia.
31) V. MURATORI, Antiquitates Italicae Addii Aevi. Mediolani, MDCCXXXVIII
- MDCCXLII, T. II; diss. XXVI, col. 464. - MAYER: Ital. Vertassungs-g.,
cit. I I, 437. La distinzione del GIULINI: o. c., I, 331 ; III, 4,
203, 328, tra i borghi (o luoghi fortificati), i sobborghi (luoghi
liberi e indifesi) e i castelli (luoghi aperti, ma con un recinto
centrale munito di difesa per il rifugio dei vicini) non può
accettarsi in via assoluta, Borghi e sobborghi, pur rimanendo tali di
nome e di fatto, popolati cioè da gente libera e dedita ad autonome
attività economiche, spesso si cingono di mura; e non infrequentemente
il castrum comprende tutte le abitazioni dei servi e dei coloni
applicati o ascritti a un dato latifondo. Cosi una villa poteva
trasformarsi in castrum...
32) MONNERET: o. c., p. 65.
33)
V. VOLPE: M.E.S., p. 259, n. I.
34) V. TIRABOSCHI: Storia dell'Augusta Badia di Nonantola. MDCCLXXXIV.
vol. Il. Cod. Nonantolano, doc. LXXVIII.
35) V. GIULINI: VII, p. 7 e segg.- FUMAGALLI:
Delle antichità longobardica
- Milanesi. Milano, MDCCXCIII, T. I, dist. X, n. 8
36) PODESTÀ: Atti; della R. Deputazione di Storia Patria per le provincie
Modenesi e Lucchesi, in M.H.P., Il, 233. Bandi di VESME, DURANDO,
GABOTTO: Carte inedite e sparse di Signori e luoghi del Pinerolese, in
B,S.S.S., III. Pinerolo, 1899-1912. - CIBRARIO: o, c., 1, 93. Sono
fatti, dei resto, che si verificano dovunque. I coloni di Capranica
appartenenti ai Patrimonio di S. Pietro, si fanno milites per le
stesse ragioni. V. GREGOROVIUS: Storia della citta di Roma nel M. E.,
Roma, MDCCC, i. IV, V, n. 23. Il Castello di Ceccano é colonorum
sanctae Romanae Ecclesiae. V. Liner Pontificatis. Ediz.Duchesne, V.
infine il documento citato dal MAYER: o. c., 11, 437, n. 30, dove si
parla di un abbate che decise di dare l'alloggio ai coloni di certe
ville monastiche in un castello appositamente eretto
.... manere
constituit.... qui in villís habitaverint....
37) Sulle dottrine canoniche della Scolastica, grazie al movimento
filosofico di Lovanio e dei suo illustre capo, il card, Mercier, testé
defuncto, abbiamo una ricca bibliografia. V. BRANTS.- SOMMORLAD: Das
Wirthschaftsprogramm der Kirche das Mittelaltors. In senso
storico-materialista: Maurenbrecher Thome's von Aquino Stellung sum
Wirthschappsleken Seiver... Leipzig, 1908.
38) Non mi pare che possa riferirsi anche al territorio di Milano quel che
il CAGGESE: o. e., 1, 286, afferma per i paesi costieri dell'Adriatico
e del Tirreno, dove prevalse in modo assoluto l'economia industriale
mentre quella agricola era scesa «alle condizioni di fatto sussidiario
e anche trascurabile». L'importanza della campagna milanese è dovuta
alle grandi fertilizzazioni iniziate dai Cistercensi di ChiaravalIe e
di Morimondo, di cui parleremo a suo tempo; e per le quali le rendite
delle terre, invece di assottigliarsi fino a divenire assolutamente
insufficienti ai cresciuti bisogni della vita signorile, crebbero fino
a consentire una proficua esportazione.
39) V. S. Nicolò I: Epistola 8, apud Labi. Concil„ T. 9, p. 1336.
40) Il podestà di Milano l'anno 1279, decreta che
locus de Trivillio de
celero nuncupelur Burgus, e che i suoi abitanti siano trattati dai
milanesi sicul Burgenses. Ebbene il primo privilegio concesso al nuovo
borgo e che gli uomini di Treviglio de celero possint habere et facete
el exercere mercatum quo libet die lune, qualibet ebdomada, al quale
dovranno intervenire homines locorum circumstantium come del resto si
faceva da un pezzo. Che il mercato a Treviglio si teneva già da molti
anni, licet comune de Trivillio non esset Burgus sed locus. V.
GIULIVI: o. c., VII, p. 191.
41) V. MURATORI: A.diss. H. XIX, col. 23.
42) V. SEREGNI: La popolazione agricola di Lombardia nell'età barbarica,
in A.S.L., 1895. - DARUNSTAEDTER: Da Reichsgar in der Lombardei und
Piemont. Stratsbourg 1896, p. 310.
43) V. MURATORI: A. I., V. diss. LVIII,
In peregrinatum veneratione erga
Sanctos.
44) V. HERGENROETHER KIRSCH:
Storia eccl. III, 225 e segg. -V. la lettera
di Bonifacio arcivescovo di Milano cit. in GREGOROVIUS; o. c., p. 760,
n. 50. cfr. anche LESNE: Histoire, i, 406, nn. 2. 3, 4, 5, ecc.
45) V. CIPOLLA: Monumenta Novalicensia vetustiora. Roma, 1898-1901, doc.
XXVII; per i passi del S. Bernardo, PATRUCCO: Aosta, ecc., cit. p.
XXXIX e segg.
46) CIPOLLA: Codice diplomatico del Monastero di Bobbio. I. Roma. 1918.
doc. XLIV
47) V. Troya: C. d. L.. doc. DCCCXCVI.
48) SOLMI: testo cit. p. 188. L'autore della
Honorancia non nomina i
passi del S. Bernardo che erano pure tanto frequentati.
49) SOLMI: Sui rapporti commerciali, cit.
50) V. SECRE: o. c., I. 225. - MONNERET: o. C., 70 e segg.
51) V. TROVA, Codice diplomatico longobardo, in vol. IV della
Storia
d'Italia del M. E. Napoli, 1852. P. II, doc. CCCVIII, dell'anno 625.
- MONNERET: o. C., p. 80.
52) XXXI, Contra Philargiriam et munerum cupiditatum. c. VI, in
Petri D.
Opera omnia. Bassani, Venetiis MDCCLXXXIII, vol. II.
53) In UGHELLI: S.S. II,
Placent. Eph. Col. 198.
54)
Cod. Non., doc. LXI.
55) MONNERET: o. C., p. 31. - GIULINI: o. C., VII, p.38; ivi si parla di
un pubblico mercato esistente nel 942, cum stationibus anculas ante se
habentibus...
56) Ciò contrariamente a quanto riteneva il GABOTTO:
L'abbazia e il comune
di Pinerolo, B.S.S.S. I. Pinerolo, 1899.
57) Cod. Non., doc. III.
58) V. UGHELLI: I. S. V. Verona Eph., col. 704.
59) CIPOLLA: M.N., V. doc. XXVII.
60) CIPOLLA: Codice diplomatico del monastero di Bobbio. I, doc. LV.
Questo diploma é dall' UGHELLI riferito all'anno 865. V. I. S. IV,
Bobienses abbates, col. 961.
61) CIPOLLA: ibid., doc. XCVI.
62) CIPOLLA: M.N., V, doc. LII
63) Sulle condizioni di questi chiostri alla fine del X secolo, V. in
seguito.
64) ARNULPHI: M.G.H. SS, Gli atti dello Sinodo dell'anno stesso in PURICELLI:
De Sancto Martire Arialdo et Herlembaldo C. in Mediolani. Lib. IV. - SCHUPHER:
La Società Milanese avanti le origini del Comune.
Bologna, 1896, p. 99 (Archivio Giuridico, III).
65) Nell'anno 1098 l'arcivescovo Anselmo III
Communi consilio iotius
civitatis, per attirar gente alla festa dei SS. Nazaro e Protaso,
decreta di tenere mercato sulle adiacenze della chiesa dedicato ai SS.
Martiri e prescrive una tregua di otto giorni, prima e dopo la
ricorrenza, e l'esenzione di dazi e di tasse di posteggio. V. GIULINI:
o. c.. Il, 655. Lo stesso arcivescovo, per festeggiare la presa di
Gerusalemme, indice nei 1100 alcune cerimonie religiose e insieme un
altro mercato straordinario. Anzi, sicut communis est solemnitas ad
omnium animarum utilitalem, ila commune est mercatum ad omnium
corporalium rerum venditionem. V. GIULINI: ib. 688. Cinque anni dopo,
nel 1105, il clero e il popolo milanese stabiliscono di aprire un
nuovo grande mercato per onorare il ritrovamento di alcune insigni
reliquie, con la solita tregua di otto giorni prima e dopo la festa e
coll'esenzione, per tutti i partecipanti, dal portenaticum e dalla
curaria. - GIULINI: ib. 745. L notevole la deliberazione con cui si
invitano le pievi rurali ad osservare per questa occasione il riposo
festivo ad honorem Dei et Salvatoris nostri, e si ordina che iI
decreto venga notificato in oudientia omnium habitantium. - Guairsi:
ib. 747; segno non dubbio della soggezione completa o quasi del
contado alla città, già in questo tempo.
66) V. il racconto della
guerra maior, come è detta da alcuni documenti
sincroni, tra Milano e Pavia, combattutasi dal 1118 al 1127, steso in
rozzi esametri da un oscuro poeta comasco, pubblicato dal MURATORI:
R.I.S.S. e citato anche dal GIULINI: o. c., III, 75. I milanesi, dice
il GIULINI: III, 168, villanos famulos praedabant et retrahebant...
67)
GABOTTO, L'agricoltura nella regione saluzzese dal secolo Xl al XV in
Miscellanea Saluzzese, cit. B.S.S.S. XV. Pinerolo, 1902. p. XCIV e
segg.
68) VOLPE: M.L.S., p. 5, ecc. e specialmente il Capitolo:
Per la storia
giuridica ed economica del M. E., CACGESE: o. C., 1, 301, ecc.
69)
I.S., IV, Taurinenses Eph., col. 1027, ecc,
70)
SEGRE: o. C., I, 79.
71) VOLPE: Commercio e navigazione padana in M.E.S. cit. - HEY:
Histoire
du commerce du Levant au Mogen Age. Leipzig, 1885. 1, 110 e segg. -
SEGRE: a. c., III cc.; ivi una copiosa bibliografia. Al commercio
marittimo prese parte anche qualche ricca abbazia meridionale, come
quella della Cava di Tirreni che avviò un intenso commercio di
cabotaggio tra la penisola, l'Africa e il Levante. V. in proposito:
CAFARO: Dell'attività economica e marittima dei benedettini di Cava
in
Rivista storica Benedettina, 1921-22.
72) Circa le corporazioni artigiane di Ravenna e di Roma, mi riferisco al
cenno che ne dà il VOLPE; M.E.S., cit. p. 245 e segg.; per Pavia colga
il cenno che si trova nelle Honorantie, le quali essendo nella loro
parte sostanziale scritte verso il 1020, come dimostra il SOLMI: o.
c., p. 179, riportano consuetudini e provvedimenti molto più antichi.
Si parla di Ministri negociatorum Papie magni et honorabiles che
gl'imperatori privilegiavano: di un minister monete e di altri
ufficiali degli zecchieri, responsabili dell'onestà commerciale della
classe; di un magistra dei pescatori che non erano artigiani con
laboratorio; di una specie di corporazione chiusa formata di dodici
corari: confectores... maiores... cerium, e di dodici iunioribus che
per far parte della società dei maiores dovevano dare libras qualluor
mediatem ad cameram Regis et oliata medietatem ad alias corarios. Casi
i piloti e i barcaioli, naute et nauterii, i saponai che avevano
ottenuto il monopolio della produzione e del commercio appariscono già
associati da tempo. Sembra in fatti che la parola magister
nell'interessantissimo documento pavese indichi propriamente il capo
della corporazione; e non si debba quindi interpretare anche qui, come
capo-officina o capo-bottega. V. MONNERET: o. c., p. 6 e segg.: 36.
70, ecc.
73) Jaffè Regesta Romanorum Pontificum. I Editio. BEROLINI, MDCCCLI, n.
3260.
 Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro
(2009).
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