Storie del pensiero

Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro (2009). E' vietata ogni forma di riproduzione per qualsiasi scopo.


 


 

Vincitori, forse, anzi no!

 

Vincitori o vinti? Questo è solo uno dei tanti temi che hanno infiammato, per oltre sessant’anni, con aspri confronti la politica italiana. Ad un primo impatto, risulta incomprensibile come si possa solamente pensare che non sia facile distinguere una vittoria da una sconfitta. Ma a quanto pare non è così. Infatti esistono vari generi di vittorie: facili, sofferte, quelle inutili, vittorie immeritate ed altre troppo dispendiose per essere considerate alla stregua di un buon risultato. Per contro esistono nell’ambito delle sconfitte, quelle meritate, altre ingiuste, quelle salutari e via dicendo. In campo militare, si annoverano vittorie che danno prestigio e brucianti disfatte che a distanza di tempo ancora si avvertono. Come testé citato, esistono sconfitte che, se accolte in un certo modo, possono rivelarsi delle conquiste, ossia un patrimonio di esperienza per non più ricommettere i medesimi errori ed altre ancora che, se accettate con dignità, si rivelano a lungo andare, delle autentiche vittorie di orgoglioso amor proprio.

Dopo tre lunghi anni di guerra estenuante, l’8 settembre del 1943, con l’Armistizio il Regno d’Italia, ormai esanime, si arrese senza condizioni alle forze alleate (britanniche e statunitensi). Il proclama di Pietro Badoglio generò sulla popolazione, come primo effetto, una certa euforia per la tanto agognata conclusione delle ostilità, ma, com’è arcirisaputo, gettò nella completa confusione l’esercito italiano e tutti i suoi quadri militari. Infatti, le forze armate dislocate su tutti i fronti, si trovarono in una situazione di completo smarrimento, senza più ordini né piani. 

L’episodio relativo alla fuga da Roma di Vittorio Emanuele III°, della famiglia reale, dello stesso Badoglio, di due ministri del Governo e di alcuni generali dello Stato Maggiore, per mettersi in salvo sotto l’ala protettrice dell’esercito Alleato, avvenuta solamente il giorno dopo la proclamazione dell’armistizio, aggiunge, ancor oggi, ulteriore pena alla tristezza. Memorabile e sconfortante fu la scena dell’imbarco sulla nave corvetta “Baionetta” al porto di Ortona. La piccola imbarcazione venne inutilmente presa d’assalto anche da una piccola folla di alti ufficiali e del loro numeroso seguito, infatti furono lasciati sul molo in quanto, per l’esiguo numero di posti, non potevano essere imbarcati.

La notte del 9 settembre 1943, Vittorio Emanuele III° ed il suo seguito, a bordo della nave corvetta "Baionetta", salpò dal porto di Ortona per raggiungere Brindisi, già liberata dagli Alleati.

Colti dal panico, non seppero fare altro che spogliarsi delle divise militari, vestirsi con abiti borghesi e darsi precipitosamente alla macchia, lasciando per terra nei pressi dell’ormeggio le uniformi.

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Anche se la resa dell’8 settembre ’43 poteva avere un senso, in quanto la nazione era letteralmente sfiancata e tutti avevano ormai capito quale sarebbe stato il triste epilogo della guerra, le modalità con le quali fu condotto a compimento l’Armistizio di Badoglio, la successiva fuga del Re e del suo Stato Maggiore, per rifugiarsi a Brindisi, già liberata dagli Alleati, di fatto consegnarono l’Italia alla cieca rabbia dell’ex alleato germanico. Il giorno 23 di quello stesso mese, Benito Mussolini fondò la Repubblica Sociale Italiana, decidendo di continuare a combattere al fianco dei tedeschi con tutto quello che seguì; ma il 13 ottobre 1943, poco più di un mese dopo l’armistizio, il Governo del Sud dei Savoia e del Maresciallo Badoglio, con un’operazione di autentico trasformismo, dichiarò guerra alla Germania, sperando così di salire sul carro dei vincitori.

A beneficio degli amanti della cronistoria, è doveroso ricordare anche l’incredibile modalità con la quale avvenne la dichiarazione di guerra. Essa infatti, venne consegnata direttamente nelle mani di un fattorino (!!) dell’Ambasciata tedesca. La Germania, ovviamente, non accettò mai quell’atto così poco formale e mai ne riconobbe la validità in quanto, giustamente, l'Italia, dopo l’Armistizio dell’8 settembre, non possedeva i requisiti per poterla dichiarare, come impostole dallo stesso armistizio in materia di politica estera.

Giunse così il giorno della resa dei conti. Il 10 febbraio 1947, a Parigi venne siglato il Trattato di Pace tra le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale e l’Italia. In esso, oltre al riconoscimento di aver intrapreso una guerra di aggressione, vennero imposte delle condizioni di carattere punitivo, tra le altre: mutilazioni del territorio nazionale che non tenevano assolutamente conto del principio dell’autodeterminazione delle popolazioni delle terre cedute (Venezia Giulia, Istria, Dalmazia, ecc.), cessione delle colonie antecedenti al Ventennio fascista (Eritrea, Somalia e Libia), oltre a limitazioni della sovranità dello Stato ed altre restrizioni di vario genere.

Il 24 luglio di quello stesso anno, il Trattato passò per la sua ratifica all’Assemblea Costituente italiana ed in quella sede, fu oggetto di un’ampia discussione. Memorabile fu l’intervento del filosofo, storico e critico Benedetto Croce, già Senatore nel 1910 e Ministro della Pubblica Istruzione nel 1920 e 1921. In quel consesso sostenne, in maniera accalorata, la teoria sull’inopportunità della ratifica del trattato, poiché, oltre ad avere i caratteri di una punizione eccessiva, l’imposizione dell’approvazione esercitata dai vincitori, quelli “veri”, ledeva l'onore e la dignità del popolo italiano, tanto più che il mancato assenso dell’Assemblea costituente non avrebbe avuto, all’atto pratico, alcuna conseguenza peggiore. Pronunciò un discorso molto bello ed accalorato, che viene riproposto integralmente qui di seguito, ma che non approdò a nulla. Il Trattato di pace venne approvato dall’Assemblea Costituente ed il Governo depositò la sua ratifica.

Con l’accettazione di quel documento, dai chiari connotati di diktat, tutti coloro che avevano preso parte, direttamente o indirettamente, al voltafaccia, che sostennero le potenze alleate d’occupazione, che parteciparono alla guerra civile che insanguinò l’Italia dal 1943 al 1945, ricevettero quel che si meritarono.

Mauro Antonio Di Mauro (2009)

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Discorso tenuto da Benedetto Croce all'Assemblea Costituente
il 24 luglio 1947 per la ratifica del Trattato di Pace

Io non pensavo che la sorte mi avrebbe, negli ultimi miei anni, riserbato un così trafiggente dolore come questo che provo nel vedermi dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare, e nell'essere stretto dal dovere di prendere la parola intorno ad esso. Ma il dolore affina e rende più penetrante l'intelletto che cerca nella verità la sola conciliazione dell'interno tumulto passionale. Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l'abbiamo perduta tutti, anche coloro che l'hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime che l'ha dichiarata, anche coloro che sono morti per l'opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra Patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra Patria, né dalle sue vittorie, né dalle sue sconfitte. Ciò è pacifico quanto evidente. Senonché il documento che ci viene presentato non è solo la notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione e indiscrezione chiede e pretende da noi, ma un giudizio morale e giuridico sull'Italia e la pronuncia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi per tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovavano coi vincitori gli altri popoli, anche quelli del continente nero.

E qui mi duole dover rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra è una legge eterna del mondo che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico e che in essa la ragione giuridica si tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti, dall'una o dall'altra parte, biasimati o considerati traditori se si astengono da cosa alcuna che sia comandata come necessaria o conducente alla vittoria.

Segno inquietante di turbamento ai nostri giorni (bisogna pur avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare ed impiccare sotto nome di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente d'ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro uomini e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra. Giulio Cesare non mandò dinanzi ad un tribunale ordinario o straordinario l'eroico Vercingetorige, ma, esercitando vendetta o, reputando pericolosa alla potenza di Roma la vita e l'esempio di lui, poiché gli si fu nobilmente arreso, lo trascinò per le strade di Roma dietro il suo carro trionfale e indi lo fece strozzare in carcere.

Il filosofo,Benedetto Croce (Pescasseroli 1866 - Napoli 1952).

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...Si è perso oggi il vezzo che sarebbe disumano se non avesse del tristemente ironico, di tentare di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l'entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale la pretesa che neppure Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli le guerre, rivendicherebbe a se, perché Egli non scruta le azioni dei popoli nell'ufficio che il destino o l'intreccio storico, di volta in volta, a loro assegna, ma unicamente i cuori e i reni, che non hanno segreti per Lui, dei singoli individui. Un'infrazione della morale qui indubbiamente accade, ma non da parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati, ma degli illegittimi giudici.

L'Italia, dunque, dovrebbe, compiuta l'espiazione con l'accettazione di questo trattato, e così purgata e purificata, rientrare nella parità di collaborazione con gli altri popoli. Ma come si può credere che ciò sia possibile se la prima condizione di ciò è che un popolo serbi la sua dignità e il suo legittimo orgoglio...? Non continuo nel compendiare gli innumerevoli danni ed onte inflitte all'Italia e consegnati in questo documento perché sono incisi e bruciano nell'anima di tutti gli italiani; e domando se, tornando in voi stessi, da vincitori smoderati a persone ragionevoli, stimate possibile di aver acquistato un collaboratore in piena efficienza per lo sperato nuovo assetto europeo.

Noi italiani che non possiamo accettare questo documento perché contrario alla verità, e direi alla nostra più alta scienza, non possiamo, sotto questo secondo aspetto, dei rapporti tra i popoli accettarlo, né come italiani curanti dell'onore della loro Patria né come europei, due sentimenti che confluiscono in uno, perché l'Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formare la civiltà europea...

Ma se noi non approveremo questo documento, cosa ci accadrà? In quale strette ci cacceremmo? Ecco il dubbio e la perplessità che può travagliare alcuno o parecchi di voi i quali, nel giudizio di sopra esposto e ragionato del cosiddetto trattato, so che siete tutti concordi con me ed unanimi, ma pur considerate l'opportunità contingente di una formale ratifica.

Ora non dirò, ciò che voi ben conoscete, che vi sono questioni che si sottraggono alla spicciola opportunità superiore che non è del contingente ma del necessario; e necessaria e sovrastante a tutto è la tutela della dignità nazionale, retaggio affidatoci dai nostri padri da difendere in ogni rischio e con ogni sacrificio. Ma qui posso stornare per me un istante il pensiero da questa alta sfera che mi sta sempre presente, e, scendendo anch'io nel campo del contingente, alla domanda su quel che sarà per accadere, risponderò, dopo avervi ben meditato, che non accadrà niente, perché in questo documento è scritto che i suoi dettami saranno messi in esecuzione anche senza l'approvazione dell'Italia: dichiarazione in cui, sotto lo stile di Brenno, affiora la consapevolezza della verità che l'Italia ha buona ragione per non approvarlo.

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Potrebbero bensì quei dettami, venire peggiorati per stimolo di vendetta: ma non credo che si vorrà dare al mondo di oggi, che proprio non ne ha bisogno, anche questo spettacolo di nuova cattiveria, e, del resto peggiorarli mi par difficile, perché non si riesce a immaginarli peggiori e più duri. Il Governo italiano certamente non si opporrà all'esecuzione del dettato se sarà necessario, con i suoi decreti o con qualche singolo provvedimento legislativo; lo seconderà docilmente, il che non importa approvazione, considerato che anche i condannati a morte sogliono secondare docilmente, nei suoi gesti, il carnefice che li mette a morte. Ma l'approvazione NO!

Una fase dei lavori dell'Assemblea Costituente.

Non si può costringere il popolo italiano a dichiarare che è bella una cosa che esso sente come brutta, e questo con l'intento di umiliarlo e di toglierli il rispetto di sé stesso che è indispensabile ad un popolo come ad un individuo, e che solo lo preserva dall'abiezione e dalla corruzione. Signori deputati, l'atto che siamo chiamati a commettere, non è una deliberazione su qualche oggetto secondario e particolare, dove l'errore può essere sempre riparato e compensato, ma ha carattere solenne, e perciò non bisogna guardarlo unicamente nella difficoltà e nell'opportunità del momento, ma portarvi sopra quell'occhio storico che abbraccia la grande distesa del passato e si volge riverente e trepido all'avvenire.

E non vi dirò che coloro che, questi tempi chiameranno antichi, le generazioni future dell'Italia che non muore, i nostri nipoti e pronipoti ci terranno responsabili e rimprovereranno la generazione nostra di aver lasciato vituperare ed avvilire e inginocchiare la nostra comune madre a ricevere un iniquo castigo, non vi dirò questo perché so che la rinunzia alla propria fama è in certi casi estremi richiesta all'uomo che vuole il bene e vuole evitare il peggio, ma vi dirò che è più grave che le future generazioni potranno sentire in sé stesse la durevole diminuzione che l'avvilimento da noi consentito ha prodotto nella tempra italiana, fiaccandola.

Questo pensiero mi atterrisce e non debbo tacervelo nel chiudere il mio discorso angoscioso. Lamentele, rinfacci e proteste che prorompono dai petti di tutti qui non sono sufficienti. Occorre un atto di volontà, un esplicito NO!
Ricordate che, dopo che la nostra flotta, ubbidendo all'ordine del Re ed al dovere di servire la Patria, si fu portata a raggiungere la flotta degli alleati e a combattere al loro fianco, in qualche loro giornale si lesse che tale cosa le loro flotte non l'avrebbero mai fatto.

Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari nel sentire e nel volere a qualsiasi più intransigente popolo della terra.

Benedetto Croce

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