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Vincitori o vinti? Questo è solo uno dei tanti
temi che hanno infiammato, per oltre sessant’anni, con aspri
confronti la politica italiana. Ad un primo impatto, risulta
incomprensibile come si possa solamente pensare che non sia facile
distinguere una vittoria da una sconfitta. Ma a quanto pare non è
così. Infatti esistono vari generi di vittorie: facili, sofferte,
quelle inutili, vittorie immeritate ed altre troppo dispendiose per
essere considerate alla stregua di un buon risultato. Per contro
esistono nell’ambito delle sconfitte, quelle meritate, altre
ingiuste, quelle salutari e via dicendo. In campo militare, si
annoverano vittorie che danno prestigio e brucianti disfatte che a
distanza di tempo ancora si avvertono. Come testé citato, esistono
sconfitte che, se accolte in un certo modo, possono rivelarsi delle
conquiste, ossia un patrimonio di esperienza per non più
ricommettere i medesimi errori ed altre ancora che, se accettate con
dignità, si rivelano a lungo andare, delle autentiche vittorie di
orgoglioso amor proprio.
Dopo tre lunghi anni di guerra estenuante, l’8
settembre del 1943, con l’Armistizio il Regno d’Italia, ormai
esanime, si arrese senza condizioni alle forze alleate (britanniche
e statunitensi). Il proclama di Pietro Badoglio generò sulla
popolazione, come primo effetto, una certa euforia per la tanto
agognata conclusione delle ostilità, ma, com’è arcirisaputo, gettò
nella completa confusione l’esercito italiano e tutti i suoi quadri
militari. Infatti, le forze armate dislocate su tutti i fronti, si
trovarono in una situazione di completo smarrimento, senza più
ordini né piani.
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L’episodio relativo alla fuga da Roma di
Vittorio Emanuele III°, della famiglia reale, dello stesso
Badoglio, di due ministri del Governo e di alcuni generali dello
Stato Maggiore, per mettersi in salvo sotto l’ala protettrice
dell’esercito Alleato, avvenuta solamente il giorno dopo la
proclamazione dell’armistizio, aggiunge, ancor oggi, ulteriore
pena alla tristezza. Memorabile e sconfortante fu la scena
dell’imbarco sulla nave corvetta “Baionetta” al porto di Ortona.
La piccola imbarcazione venne inutilmente presa d’assalto anche
da una piccola folla di alti ufficiali e del loro numeroso
seguito, infatti furono lasciati sul molo in quanto, per
l’esiguo numero di posti, non potevano essere imbarcati. |
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La notte
del 9 settembre 1943, Vittorio Emanuele III° ed il suo
seguito, a bordo della nave corvetta "Baionetta", salpò
dal porto di Ortona per raggiungere Brindisi, già liberata
dagli Alleati. |
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Colti dal panico, non seppero fare altro che
spogliarsi delle divise militari, vestirsi con abiti borghesi e
darsi precipitosamente alla macchia, lasciando per terra nei pressi
dell’ormeggio le uniformi.

Anche se la resa dell’8 settembre ’43 poteva avere un senso, in quanto
la nazione era letteralmente sfiancata e tutti avevano ormai capito
quale sarebbe stato il triste epilogo della guerra, le modalità con le
quali fu condotto a compimento l’Armistizio di Badoglio, la successiva
fuga del Re e del suo Stato Maggiore, per rifugiarsi a Brindisi, già
liberata dagli Alleati, di fatto consegnarono l’Italia alla cieca
rabbia dell’ex alleato germanico. Il giorno 23 di quello stesso mese,
Benito Mussolini fondò la Repubblica Sociale Italiana, decidendo di
continuare a combattere al fianco dei tedeschi con tutto quello che
seguì; ma il 13 ottobre 1943, poco più di un mese dopo l’armistizio,
il Governo del Sud dei Savoia e del Maresciallo Badoglio, con
un’operazione di autentico trasformismo, dichiarò guerra alla
Germania, sperando così di salire sul carro dei vincitori.
A beneficio degli amanti della cronistoria, è doveroso ricordare anche
l’incredibile modalità con la quale avvenne la dichiarazione di
guerra. Essa infatti, venne consegnata direttamente nelle mani di un
fattorino (!!) dell’Ambasciata tedesca. La Germania, ovviamente, non
accettò mai quell’atto così poco formale e mai ne riconobbe la
validità in quanto, giustamente, l'Italia, dopo l’Armistizio dell’8
settembre, non possedeva i requisiti per poterla dichiarare, come
impostole dallo stesso armistizio in materia di politica estera.
Giunse così il giorno della resa dei conti. Il 10 febbraio 1947, a
Parigi venne siglato il Trattato di Pace tra le potenze vincitrici
della Seconda Guerra Mondiale e l’Italia. In esso, oltre al
riconoscimento di aver intrapreso una guerra di aggressione, vennero
imposte delle condizioni di carattere punitivo, tra le altre:
mutilazioni del territorio nazionale che non tenevano assolutamente
conto del principio dell’autodeterminazione delle popolazioni delle
terre cedute (Venezia Giulia, Istria, Dalmazia, ecc.), cessione delle
colonie antecedenti al Ventennio fascista (Eritrea, Somalia e Libia),
oltre a limitazioni della sovranità dello Stato ed altre restrizioni
di vario genere.
Il 24 luglio di quello stesso anno, il Trattato passò per la sua
ratifica all’Assemblea Costituente italiana ed in quella sede, fu
oggetto di un’ampia discussione. Memorabile fu l’intervento del
filosofo, storico e critico Benedetto Croce, già Senatore nel 1910 e
Ministro della Pubblica Istruzione nel 1920 e 1921. In quel consesso
sostenne, in maniera accalorata, la teoria sull’inopportunità della
ratifica del trattato, poiché, oltre ad avere i caratteri di una
punizione eccessiva, l’imposizione dell’approvazione esercitata dai
vincitori, quelli “veri”, ledeva l'onore e la dignità del popolo
italiano, tanto più che il mancato assenso dell’Assemblea costituente
non avrebbe avuto, all’atto pratico, alcuna conseguenza peggiore.
Pronunciò un discorso molto bello ed accalorato, che viene riproposto
integralmente qui di seguito, ma che non approdò a nulla. Il Trattato
di pace venne approvato dall’Assemblea Costituente ed il Governo
depositò la sua ratifica.
Con l’accettazione di quel documento, dai chiari connotati di diktat,
tutti coloro che avevano preso parte, direttamente o indirettamente,
al voltafaccia, che sostennero le potenze alleate d’occupazione, che
parteciparono alla guerra civile che insanguinò l’Italia dal 1943 al
1945, ricevettero quel che si meritarono. Mauro Antonio Di Mauro (2009)

Discorso tenuto da Benedetto Croce all'Assemblea Costituente
il 24 luglio 1947 per la ratifica del Trattato di Pace
Io non pensavo che la sorte mi avrebbe, negli ultimi miei anni,
riserbato un così trafiggente dolore come questo che provo nel vedermi
dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare, e nell'essere
stretto dal dovere di prendere la parola intorno ad esso. Ma il dolore
affina e rende più penetrante l'intelletto che cerca nella verità la
sola conciliazione dell'interno tumulto passionale. Noi italiani
abbiamo perduto una guerra, e l'abbiamo perduta tutti, anche coloro
che l'hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono
stati perseguitati dal regime che l'ha dichiarata, anche coloro che
sono morti per l'opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo
tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra Patria, impegnava
anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene
e dal male della nostra Patria, né dalle sue vittorie, né dalle sue
sconfitte. Ciò è pacifico quanto evidente. Senonché il documento che
ci viene presentato non è solo la notificazione di quanto il
vincitore, nella sua discrezione e indiscrezione chiede e pretende da
noi, ma un giudizio morale e giuridico sull'Italia e la pronuncia di
un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi per
tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovavano
coi vincitori gli altri popoli, anche quelli del continente nero.
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E qui mi duole dover rammentare cosa
troppo ovvia, cioè che la guerra è una legge eterna del mondo
che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico e che
in essa la ragione giuridica si tira indietro lasciando libero
il campo ai combattenti, dall'una o dall'altra parte, biasimati
o considerati traditori se si astengono da cosa alcuna che sia
comandata come necessaria o conducente alla vittoria.
Segno inquietante di turbamento ai nostri
giorni (bisogna pur avere il coraggio di confessarlo) i
tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha
istituito per giudicare, condannare ed impiccare sotto nome di
criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli
vinti, abbandonando la diversa pratica, esente d'ipocrisia, onde
un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro
uomini e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte,
proseguendo e concludendo con ciò la guerra. Giulio Cesare non
mandò dinanzi ad un tribunale ordinario o straordinario l'eroico
Vercingetorige, ma, esercitando vendetta o, reputando pericolosa
alla potenza di Roma la vita e l'esempio di lui, poiché gli si
fu nobilmente arreso, lo trascinò per le strade di Roma dietro
il suo carro trionfale e indi lo fece strozzare in carcere. |
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Il
filosofo,Benedetto Croce (Pescasseroli 1866 - Napoli
1952). |
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...Si è perso oggi il vezzo che sarebbe
disumano se non avesse del tristemente ironico, di tentare di
calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l'entrare
nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere
che le riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale la pretesa
che neppure Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli le
guerre, rivendicherebbe a se, perché Egli non scruta le azioni dei
popoli nell'ufficio che il destino o l'intreccio storico, di volta
in volta, a loro assegna, ma unicamente i cuori e i reni, che non
hanno segreti per Lui, dei singoli individui. Un'infrazione della
morale qui indubbiamente accade, ma non da parte dei vinti, sì
piuttosto dei vincitori, non dei giudicati, ma degli illegittimi
giudici.
L'Italia, dunque, dovrebbe, compiuta
l'espiazione con l'accettazione di questo trattato, e così purgata e
purificata, rientrare nella parità di collaborazione con gli altri
popoli. Ma come si può credere che ciò sia possibile se la prima
condizione di ciò è che un popolo serbi la sua dignità e il suo
legittimo orgoglio...? Non continuo nel compendiare gli innumerevoli
danni ed onte inflitte all'Italia e consegnati in questo documento
perché sono incisi e bruciano nell'anima di tutti gli italiani; e
domando se, tornando in voi stessi, da vincitori smoderati a persone
ragionevoli, stimate possibile di aver acquistato un collaboratore
in piena efficienza per lo sperato nuovo assetto europeo.
Noi italiani che non possiamo accettare questo
documento perché contrario alla verità, e direi alla nostra più alta
scienza, non possiamo, sotto questo secondo aspetto, dei rapporti
tra i popoli accettarlo, né come italiani curanti dell'onore della
loro Patria né come europei, due sentimenti che confluiscono in uno,
perché l'Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formare
la civiltà europea...
Ma se noi non approveremo questo documento,
cosa ci accadrà? In quale strette ci cacceremmo? Ecco il dubbio e la
perplessità che può travagliare alcuno o parecchi di voi i quali,
nel giudizio di sopra esposto e ragionato del cosiddetto trattato,
so che siete tutti concordi con me ed unanimi, ma pur considerate
l'opportunità contingente di una formale ratifica.
Ora non dirò, ciò che voi ben conoscete, che
vi sono questioni che si sottraggono alla spicciola opportunità
superiore che non è del contingente ma del necessario; e necessaria
e sovrastante a tutto è la tutela della dignità nazionale, retaggio
affidatoci dai nostri padri da difendere in ogni rischio e con ogni
sacrificio. Ma qui posso stornare per me un istante il pensiero da
questa alta sfera che mi sta sempre presente, e, scendendo anch'io
nel campo del contingente, alla domanda su quel che sarà per
accadere, risponderò, dopo avervi ben meditato, che non accadrà
niente, perché in questo documento è scritto che i suoi dettami
saranno messi in esecuzione anche senza l'approvazione dell'Italia:
dichiarazione in cui, sotto lo stile di Brenno, affiora la
consapevolezza della verità che l'Italia ha buona ragione per non
approvarlo.

Potrebbero bensì quei dettami, venire
peggiorati per stimolo di vendetta: ma non credo che si vorrà dare
al mondo di oggi, che proprio non ne ha bisogno, anche questo
spettacolo di nuova cattiveria, e, del resto peggiorarli mi par
difficile, perché non si riesce a immaginarli peggiori e più duri.
Il Governo italiano certamente non si opporrà all'esecuzione del
dettato se sarà necessario, con i suoi decreti o con qualche singolo
provvedimento legislativo; lo seconderà docilmente, il che non
importa approvazione, considerato che anche i condannati a morte
sogliono secondare docilmente, nei suoi gesti, il carnefice che li
mette a morte. Ma l'approvazione NO!
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| Una fase
dei lavori dell'Assemblea Costituente. |
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Non si può costringere il popolo
italiano a dichiarare che è bella una cosa che esso sente come
brutta, e questo con l'intento di umiliarlo e di toglierli il
rispetto di sé stesso che è indispensabile ad un popolo come
ad un individuo, e che solo lo preserva dall'abiezione e dalla
corruzione. Signori deputati, l'atto che siamo chiamati a
commettere, non è una deliberazione su qualche oggetto
secondario e particolare, dove l'errore può essere sempre
riparato e compensato, ma ha carattere solenne, e perciò non
bisogna guardarlo unicamente nella difficoltà e
nell'opportunità del momento, ma portarvi sopra quell'occhio
storico che abbraccia la grande distesa del passato e si volge
riverente e trepido all'avvenire. |
E non vi dirò che coloro che, questi tempi
chiameranno antichi, le generazioni future dell'Italia che non
muore, i nostri nipoti e pronipoti ci terranno responsabili e
rimprovereranno la generazione nostra di aver lasciato vituperare ed
avvilire e inginocchiare la nostra comune madre a ricevere un iniquo
castigo, non vi dirò questo perché so che la rinunzia alla propria
fama è in certi casi estremi richiesta all'uomo che vuole il bene e
vuole evitare il peggio, ma vi dirò che è più grave che le future
generazioni potranno sentire in sé stesse la durevole diminuzione
che l'avvilimento da noi consentito ha prodotto nella tempra
italiana, fiaccandola.
Questo pensiero mi atterrisce e non debbo
tacervelo nel chiudere il mio discorso angoscioso. Lamentele,
rinfacci e proteste che prorompono dai petti di tutti qui non sono
sufficienti. Occorre un atto di volontà, un esplicito NO!
Ricordate che, dopo che la nostra flotta, ubbidendo all'ordine del
Re ed al dovere di servire la Patria, si fu portata a raggiungere la
flotta degli alleati e a combattere al loro fianco, in qualche loro
giornale si lesse che tale cosa le loro flotte non l'avrebbero mai
fatto.
Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari nel
sentire e nel volere a qualsiasi più intransigente popolo della
terra.
Benedetto Croce

Edizione per il web a
cura di Mauro Antonio Di Mauro (2009). E' vietata ogni forma di
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