Sviluppo storico delle armi, artiglierie ed armi portatili

 

Lo sviluppo storico delle armi va di conserva colla storia della guerra, che a sua volta cammina di pari passo colla storia dell'umanità. Fin dai tempi delle palafitte, dalle più antiche testimonianze e dalla storia moderna risulta evidente questa verità, che la guerra è ancora per l'umanità purtroppo un mezzo del suo progresso. La continua preparazione alla lotta colle armi in mano pei sommi beni della vita. E' una condizione d'esistenza e mantiene dappertutto tra i popoli le più pure virtù umane, l'amor patrio e lo spirito d'abnegazione. Soltanto quel popolo che non rifugge dalla guerra, come ultima ratio come estrinsecazione del supremo suo convincimento e che getta risolutamente la sua spada sulla bilancia, allorché da un prepotente vicino gli si minaccia un'umiliazione, rimarrà all'altezza dei tempi e manterrà costantemente un posto onorevole nella storia. Le lotte dell'antichità più remota consistevano specialmente in liti dì famiglie, razzie, come ai nostri giorni presso i popoli ancora barbari. Le armi perciò, nel materiale e nella conformazione, andavano d'accordo essenzialmente colle usanze di quei tempi antichissimi.

Le prime tracce di ordinati strumenti da guerra si trovano nella storia degli Egiziani. In questa è segnalato Sesostris (2275 av. C.), il quale comandava un numeroso e ben organizzato esercito. Più esatte notizie d'arte militare e di milizie si cominciano avere solo nell'anno 550 av. C. I Persiani e dopo di loro i Greci predominano dal 550 al 250 av. C. Per l'organizzazione dei loro mezzi di guerra animati e non animati; ma il rozzo empirismo dei primi, deve cedere alla metodica condotta di guerra dei secondi, specialmente degli Ateniesi. Uomini come Milziade, Ifitrate, Epaminonda, Filippo di Macedonia insegnano a trar profitto del terreno e fanno progredire la tattica elementare mentre altri, come Senofonte ed Alessandro, nell'impiego dei grandi mezzi di guerra, ovvero per usare un'espressione più tecnica, nella strategia, stabiliscono già massime che contengono la maggior parte degli elementi di questa scienza."Gli eserciti non avevano uniformità alcuna armandosi qual di stagno, qual di rame o d'oro, chi adoprava lancia chi spada, chi combatteva in carro, chi a piede, e ognuno pensava a se e ai propri uomini.

L'elmo degli eroi d'Omero è generalmente di rame, senza né visiera, né mentoniera. Il cimiero per lo più portava una piuma; quel d'Achille un gran pennacchio d'oro: quel d'Ettore una chioma equina. La corazza di rame copriva dal collo all'addome e affibiavasi alle spalle. Achille uccide Polidoro per di dietro, mentre abbassandosi i ganci d'oro troppo larghi lasciavano aperta la corazza" (Iliade, XX, 413); sotto di questa scendeva più basso la cotta di maglia. Di guanti non è cenno tra gli armati; i coturni erano di cuoio grosso e salivano oltre il ginocchio."Qualche eroe è chiamato cavaliere ma poco o punto combattevasi a cavallo; bensì in carro, a due ruote, e con due o tre o quattro cavalli, aventi un nome. Andromaca pettinava i cavalli del marito metteva dell'orzo nella mangiatoia e li confortava con vino pei giorni di battaglia. I carri di guerra avevano sul davanti un sedile pel cocchiere il quale però talora stava a cavallo. I cavalli aveano la briglia col morso, lunghe redini di cuoio, riparati il petto e i fianchi; non appare cenno di sproni né di ferrature; e sebbene Aristofane nomini i cavalli dall'unghia di rame, pure Senofonte insegna come indurire e arrotondare lo zoccolo dei puledri senza parlar del ferrarli né ferrata era la cavalleria romana. Senofonte dice che Cairo riformò gli antichi carri troiani, perché non servivano che alle scaramucce benché montati dal fiore dei prodi; sicché trecento carri con trecento combattenti esigevano milleduecento cavalli e trecento cocchieri, scelti fra i più arditi fedeli. Nei nuovi carri le ruote furono più robuste e più lungo l'asse; il sedile posto davanti, era una torre dì legno grosso, ove il cocchiere, armato di tutto punto e scoperto sol gli occhi, stava chiuso fin all'altezza del cubito; ai due estremi dell'asse eran attaccate falci, talché, non tanto il cavaliere, quanto il carro serviva alla guerra". (Vedi Documenti alla Storia Universale di Cesare Cantù Torino, Unione Tip.Editrice).

Nel periodo dai 250 av. C. fino al 50 dopo C. i Romani colla loro energica politica, colla loro inflessibilità nelle sorti avverse prendono il primato. La forza degli altri popoli deve cedere davanti alla loro ben ordinata organizzazione militare fondata sull'obbligo del servizio militare esteso a tutti e mantenuta da una ferrea disciplina. La tattica della legione forte di ben 5000 uomini, ordinata in frazioni (manipoli), era decisamente superiore a quella della falange greca non maneggevole, adatta solo per terreno affatto piano, I Romani armavano la loro fanteria di spada, giavellotto, lancia e di uno scudo lungo dapprincipio, detto clipeo più corto di poi. La loro cavalleria fino ad Annibale fu male in armi, senza corazza, con scudo di cuoio: fu migliorata dopo che i Romani conobbero la superiorità dei Greci e dei Cartaginesi. Ed allora venne fornita d'elmo, corazza, scudo oblungo, schinieri, giavellotto, doppia lancia e spada curva. Essi appresero l'arte della guerra da Tarquinio il Vecchio, originario di Corinto e dagli Etruschi, e le loro milizie fiorirono specialmente nelle guerre sostenute dopo la venuta di Pirro in Italia, ossia nelle ultime e gigantesche lotte che condussero alla caduta di Cartagine e della Numanzìa, e nella spedizione di Metello contro Giugurta (anno 109 av. C.). Da quest'ultima epoca ebbe termine la tattica dei Scipioni e si mutò il primo ordinamento della legione romana. E noto a quale alto grado portassero le discipline militari i grandi capitani, che altrettanto aggiunsero di gloria alla repubblica di Roma, quanto la rovinarono colle loro discordie, Mario, Scilla, Pompeo e più di tutti Cesare, il maggior genio di guerra che vanti l'antichità, e che solo ai giorni nostri fu agguagliato, se non superato da Napoleone.

L'arte della guerra salita per essi a tutta la perfezione consentita dallo stato delle scienze e delle altre arti di quei tempi, cominciò a decadere col Romano impero, disparve dopo Belisario e Narsete e le invasioni dei Barbari ne fecero smarrire fin le ultime orme. A misura che si corruppero i costumi romani e che i ricchi trovarono più comodi gli ozi e le delizie della città, il servizio militare non fu più tenuto in onore; le legioni allora si fecero necessariamente più pesanti, finché diventarono falangi. Queste grosse legioni erano inoltre circondate da macchine da guerra, dimodoché non gli uomini proteggevano le macchine, ma queste quelli. L'esercito romano faceva, in seguito, passaggio ad un esercito di arrolati mercenari che ai tempi di Costantino il Grande raggiungeva una forza di 645,000 uomini. E qui riprendiamo l'eruditissimo libro Sulla Guerra di Cesare Cantù (Dottrine e fatti relativi alla storia universale): " A principio non conoscevasi altro modo d'assalto che la scalata o la mina. Parte degli assalitori coll'arco e la fionda scostavano i difensori dalle mura, mentre altri, sollevando lo scudo sopra la testa in modo da presentar un tetto, a guisa della scaglia d'una tartaruga, venivano a scalare; ovvero sotto una piccola galleria, che i Latini chiamarono masculus e noi mina scalzavano parte delle mura al piede, e vi formavano un camerone che empivano di materie combustibili, dando fuoco alle quali, aprivasi una breccia e per di là venivasi all'assalto. "La difesa era tanto superiore all'attacco, che molti anni duravano gli assedi, nè riuscivano ordinariamente che per stratagemmi o tradimenti. Si pensò dunque a perfezionare l'attacco e s'inventarono gatti, cioè gallerie artificiali per approcciarsi alle mura, poi torri e molti palchi, con arieti e ponti levatoi; onde, nel mentre dall'alto gli assalitori dominavano gli assediati, quei di sotto bersagliavano le mura, o, gettato il ponte, vi salivano. Chiamavansi elepoli, cioè prendicità, ed erano di molto costo e di maneggio difficile. Ma più frequente adoperavasi l'ariete, enorme trave colla testa ferrata, chiuso in un edificio di legno robusto a schiena di mulo, ove sospendeasi con canapi o catene; o si collocava sopra una serie di cilindri continui paralleli, tirandolo innanzi-indietro con corde, poi dandogli la spinta.

"La catapulta aveva due traverse attaccate con cinghie di canapo o di nervi, secondo le quali, tendeansi quei bracci per avventar poi il proietto nello sbandarsi; alcune potevano fin lanciar travi e pietre da trecento libbre e raggiungere la distanza di due stadi, se crediamo a Giuseppe Ebreo.

"La balista che vogliono inventata dai fenici, aveva un braccio solo, che tendeasi colla corda attaccata ad uno scanatojo: gettava pietre o palle di ferro o dardi incendiari con forza poco inferiore alla polvere. Se più piccola e portatile dicevasi scorpione Poteasi con questi tirar di punto in bianco o colla parabola, regolando il getto col quadrante, come pratichiamo noi per puntare i mortai.

"Primi i Macedoni mostrarono nell'arte negli assedi e Filippo comparve a quello di Bisanzio con gran treno di torri, baliste catapulte, fabbricate da Poildo; all'assedio di Perinto aveva torri alte 80 cubiti Diade e Cherea, scolari di Polido servirono d'ingegneri ad Alessandro e insegnarono macchine nuove; faceano essi le torri quadrate a molti palchi, dando alla base due settimi e talora il terzo o la metà dell'altezza totale; poi restringendole di piano in piano sicché l'ultimo era appena quattro quinti della larghezza del primo. Fanno Diade inventore del trapano, ariete puntuto, che giravasi sopra cilindri; del corvo scalcinatore; del tollenon, macchina ascendente, colla quale portavansi di colpo molti uomini sul muro. Egli non voleva che una torre avesse men di 60 .cubiti d'altezza e le grandi fin 120 montate su grosse ruote piene. Che si usassero più grandi non si trova. Demetrio assediando Salamina ebbe una torre di 90 cubiti, servita da tremila quattrocento uomini, se Diodoro dice il vero; ma si affondò in una mina scavata dagli assediati. Demetrio fu famoso nell'arte di espugnar le città sicché fu detto Poliorcete".

Le scienze aveano progredito, e non credettero avvilirsi col rivolgere le speculazioni sopra cose materiali, onde col loro aiuto le macchine si fecero più grandi e solide, con esatte proporzioni, che ne moltiplicarono l'effetto. Sebbene la poliorcetica degli antichi fosse, come la nostra, piantata sulla geometria sulla meccanica non si vede che avessero, un sistema regolare di difesa e di attacco, come è dopo il Macchi e il Vauban, ma lo modificavano in ciascun assedio. Si rese famoso Archimede all'assedio di Siracusa nel preparare macchine per lanciar in distanza le più tese e maggiori baliste e catapulte colle quali colpiva da lungi le navi. Tralasciamo per brevità di riportarne la descrizione, che il lettore potrà trovare nell'opera più sopra citata del Cantù. Caduta la civiltà, romana cadeva pure l'arte militare, che ne segue sempre le fasi. I barbari vincevano col valore personale, in essi non vi era arte, combattevano in grandi masse disordinate come gli Orientali. Di tattica vi era quasi assenza completa.; il primo ad avanzarsi contro il nemico era il capo, gli altri lo seguivano. Carlo Magno colla mole potente del suo impero, fu quello che mise loro un freno, che innalzò una barriera insuperabile alle masse che irrompevano da ogni parte. Egli è l'unica e grande figura militare di quest'epoca ed il suo modo di agire dietro disegni determinati e l'operare dietro questi con avvedutezza e prontezza fa arguire, che usasse strategia nelle sue guerre; ma la tattica manca completamente.

Con esso spunta il feudalismo, il suo impero vastissimo non potendo essere amministrato da un uomo solo, fu da lui diviso in tante frazioni che erano sotto il comando di guerrieri sottoposti all'imperatore. Ciascun capo di frazione doveva portare con sé in guerra un certo numero di soldati, dei quali rimaneva capitano. Morto Carlo Magno questi feudatari si elessero a vita, divisero il loro territorio in altre parti assegnandole a vassalli ai quali poi obbedirono i valvassori ed a questi i valvassini, I feudi da ereditari si resero a poco a poco anche liberi ed infine del tutto indipendenti, di fatto, se non in apparenza, ed il potere del re diventò nullo. Il feudalismo influì anche sulla tattica; in mezzo alle masse disordinate dei barbari la cavalleria aveva un grand'effetto, era potentissima, ed in ciò e nello spirito d'indipendenza, allora predominante, vuolsi trovare la ragione della sua prevalenza nel Medio-Evo. Il reclutamento si faceva in caso di guerra all'ordine del potere reale centrale con bandi al quale ordine ciascun feudatario doveva condurre un certo numero di armati.

L'armamento era arbitrario; trovando più comodo e più utile il combattere a cavallo, erano tutti cavalieri coperti di ferro con lancia e spada; alcuni si facevano seguire da servi dei quali parte erano pure a cavallo, palafrenieri, parte a piedi. Quindi la fanteria era spregiata, suo principale incarico era di gettarsi addosso all'avversario per finirlo appena questo era abbattuto dal cavaliere. In battaglia i cavalieri si mettevano a spalliere uno daccanto all'altro e dato il segnale della zuffa, ciascuno si cercava un antagonista, per cui il combattimento diventava una somma di duelli. In tale completa assenza di strategia e di tattica, noi vediamo compiersi una delle più grandi campagne, le crociate, le quali, quantunque non meritino di essere studiate sotto il punto di vista militare, ebbero però una grande influenza sulla civiltà  e ne esercitarono per riverbero sull’arte militare mettendo nuovamente in onore la fanteria. L’affluire del popolo nelle crociate, il trovarsi in Terrasanta i nostri cavalieri di fronte alle eroiche fanterie dei Mussulmani condotte dal leggendario Saladino, l’armamento della democrazia durante l’assenza dei feudatari, la formazione dei comuni con proprie milizie, l’esperienza delle vittorie della fanteria svizzera, furono le principali cause del risorgimento della fanteria, che coll’invenzione delle armi da fuoco doveva acquistare in seguito una non più contestata supremazia fino ai nostri tempi. Il sistema delle truppe permanenti e nazionali cedeva a poco a poco il posto a truppe mercenarie, le quali, nelle continue guerre del seguente periodo dal 1350 al 1650, si svilupparono in bande arrolate solo per la durata di ogni guerra, cosiddette compagnie di ventura ed anche in eserciti stabili serventi per tutta la vita. Le compagnie da ventura e la loro condotta di guerra, raggiunsero il loro apogeo nel corso dal XV al XVI secolo, in Italia per mezzo dei condottieri, in Germania coi Lanzichenecchi;

I duci di queste bande, tra i quali si fecero potenti, in Italia, Carmagnola, Sforza, ecc. in Germania, Frundsberg ecc. conducevano i combattimenti con molta arte, cercando la vittoria più con abili evoluzioni, che colla distruzione delle forze nemiche. Cosi quanto più la guerra durava lungo tempo, tanto più era lucrativa per i condottieri e pei Soldati. Circa le armi di quei tempi ricorriamo ancora all’opera più sopra citata del Cantù. "Armi in asta erano: la zagaglia, la partigianao mezza picca, la picca, lunghissima asta, il gianettone. lo squarcione, detto da squarciare, lo spuntone che aveva un ferro quadrato non molto grosso ed acuto, il giavellotto che era un dardo a foggia di mezza picca con un ferro in cima di tre lati terminati in punta. Il mazzafrusto era un’asta lunga quattro braccia, e legatavi una fionda di cuoio, gettavansi le pietre a due mani a foggia di manganella. Lo stocco era più acuto della spada e quadrangolare. La chiaverina era pure arma in asta lunga e sottile da lanciar con mano; e usavanla i birri.

Altre armi menzionate sono i bordoni, i lancioni, i trafieri gli scimpi, i coltellacci, i ronconi, i falgoni da cavezzo, le asce, le scuri". La balestra, raffinamento dell'arco, tendeasi con una manovella, e lanciava grossi dardi e palle, che trapassavano le armi più solide. Trovasi primamente ricordata alla decadenza dell'impero da Vegezio e dal Commeno; i barbari invasori non sembra la conoscessero, né ricompare che sotto Luigi il Grosso. Bolzone dicevasi una sorta di freccia con capoccia invece di punta, che si tirava con una grossa balestra a bolzone.

Delle balestre le une erano leggiere e maneggevoli da un solo pedone; le altre, dette grosse, lanciavano dardi più gravi e più lontano; le prime dicevansi anche archi e si tendevano a mano (fig. 1) le seconde si caricavano coi piedi. Moschetti diceansi le freccie lanciate colle baliste; i quadrelli erano saette con quattro ali; altra specie erano i verrettoni. "Il concilio Lateranense II (1139) c. 29 vieta fra Cristiani usar baliste, arco, frecce; e di fatto nelle prime due crociate non si usò che lance e spade, sicché i fanti si trovarono quasi disarmati, nè erano tenuti in conto; ma alla terza si pregiò di più la fanteria, usossi balestra e corazza e scudi coperti di saldo cuojo, che resistevano ai dardi dei Saraceni, nelle cui cronache spesso questi soldati tutti coperti di frecce nemiche son raffrontati al porco spino. I balestrieri furono sempre pochi, né costituiti in corpo… Carlo VI nel 1410 stabilì una compagnia di sessanta balestrieri per difendere Parigi, con esenzione da taglie e gabelle. Alla battaglia della Bicocca (1522), secondo Guglielmo da Bellay, non v'era che un solo balestriero ma valentissimo. Dì poi si usò sempre mantenere quest'esercizio, e davansi premi ai migliori; ma Francesco I aveva abolito quel corpo.

"A difesa servivano la barbuta o diciamo elmetto, la rotella o scudo rotondo, la targa, scudo di legno o di cuoio, il giaco, arma di dosso fatta di maglie di ferro attrecciate. Il pavese, così forse detto dai Pavesi, era uno scudo quadrato e ad embrice. Il brocchiere era uno scudo dal cui mezzo sorgeva un ponzone con cui e rintuzzar la spada nemica, e percuotere da vicino l'avversario." "Cavalli di Frisia, più anticamente triboli si dicevano alcuni ferri con quattro punte una ferma per terra, le altre tre sporgenti in alto e a lato; soleansi conficcar in terra per trafiggere i piedi della cavalleria ed ebber nome dalla somiglianza che avevano col tribolo acquatico."I nostri adoperarono qualche volta anche il fuoco greco; non che essi lo facessero,ma somministrato dai principi orientali; così fecero i Veneziani nella battaglia, che contro Roberto Guiscardo diedero a favor degli Imperatori di Costantinopoli.

Focile diceasi nelle Cronache quella lunga canna di cuoio, con cui quel fuoco si slanciava. Il fuoco greco, o fuoco di mare o fuoco liquido, era fatto con cera, pece solfo ed altre materie combustibili. Collinico, architetto egiziano che se ne crede inventore (672) non fece altro che aggiungere le macchine o canne di ferro, colle quali Costantino Pagonato bruciò l'armata navale degli Arabi presso Cirico. Menzione ne é fin sotto Valentiniano, trovandosi citato da Vegezio.

Ma gli Arabi ne introdussero una nuova specie fatta col petrolio o nafta, di cui erano sorgenti presso Bagdad. La sua virtù infiammabile fin dai tempi di Alessandro si conosceva, ma non si vede usato in guerra. All'assedio di Acri (1188) Ebu el-Chejas se ne servì pel primo; e benché affatto diverso, fu però dai Latini nominato fuoco greco. I Greci lo diceano fuoco di Media. (Renaudot, Vita di Saladino.mss.)."Alcuni telegrafi troviamo; per esempio, la guarnigione pisana posta in Lucca, minacciata di sollevazione, fece mettere sulla torre ghibellina segni, che osservati e ripetuti dalle guardie poste sul monte San Giuliano dieder a conoscere il pericolo a Pisa, giacché i contadini non lasciavano passar corrieri (Reverini, Ann. Lucens,lib. VII, pag. 946, 948)."

Le artiglierie e le armi da fuoco portatili poco stimate ai tempi di Carlo VIII (1450-1500) non attecchirono che più tardi perché erano poco maneggevoli e di poco effetto. Infatti le armi da fuoco portatili nei loro primi tempi non avevano che la portata di 400 a 500 metri, minore di quella della balestra, e per adoperarle bisognava far uso di una forcella, sulla quale erano adagiate con una piastra per impedire gli effetti del rinculo contro la spalla del soldato. Questi attrezzi le rendevano troppo pesanti ad essere trasportate e per di più in un'atmosfera assai umida riusciva difficilissimo il comunicare il fuoco alla carica.

L'artiglieria, come si vedrà in seguito quantunque avesse preso notevole sviluppo, nelle guerre, che ebbe Carlo V imperatore in Italia, in Francia, in Germania e nelle Fiandre, ed in quelle degli Olandesi contro Filippo II, tuttavia mancava di mobilità, per cui le bocche a fuoco non s'impiegavano che nella difesa delle piazze e nelle battaglie difensive collocandole per tempo in determinate posizioni dove rimanevano per tutta la durata del combattimento. Ma a poco a poco progredendo le armi da fuoco fecero anch'esse sentire i loro effetti sulle pesanti fanterie, e gli svizzeri, malgrado il loro valore, dovettero soccombere sotto la potente azione delle artiglierie di Francesco I nella battaglia di Marignano. Noi incontriamo reali progressi verso la fine del periodo, nella quale epoca la riformatrice attività di un Gustavo Adolfo nel modificare convenientemente la guerra campale e di un Moritz di Orange, la guerra d'assedio e di difesa, accresceva la potenza delle armi da fuoco. Ai tempi di Gustavo Adolfo si usava la picca ed il moschetto, perciò egli divise la sua fanteria in picchieri ed in moschettieri . Riducendo il peso delle armi portatili, della carica e del proietto in tali proporzioni, che il rinculo nello sparo potesse essere sopportato dalla spalla del soldato, abolì la forcella e la piastra; tale alleggerimento portò una prevalenza nel numero dei moschettieri sui picchieri. Gustavo Adolfo fu il primo ad avere un'artiglieria da campagna leggiera, che potesse seguire il movimento delle truppe; ne assegnò a ciascun reggimento di fanteria e formò così l'artiglieria reggimentale. Nello stesso modo che rese più mobile la fanteria e l'artiglieria, condusse anche la cavalleria, per la quale adottò l'arme da fuoco, all'acquisto del suo elemento principale, cioè dell'energica offensiva. Il duca Sullì gran maestro d'artiglieria sotto Enrico IV, si rese anche in special modo benemerito dell'importanza dell'artiglieria e dell'ingegneria, col riformare gli statuti dell'arma e collo studio di un sapiente maneggio di questo ramo.

Nel seguente periodo dal 1650-1790 un lungo intervallo di pace portò una certa artifiziosa condotta di guerra, la quale rendeva poco decisive le campagne. Federico il Grande comprese, che, coll'impiegare con mano maestra le forme della tattica lineare sui campi di battaglia e con ardite operazioni strategiche, si rendeva padrone dei suoi nemici; egli insegnò a supplire colla manovra al numero, a portare nei combattimenti il forte delle sue forze contro il debole del nemico. Ma ad onta di un esercito, che possedeva al più alto grado le tre qualità principali, l'ordine, l'obbedienza ed il valore, e che annoverava tra i suoi capitani un Leopoldo di Dessau, un Ziete e Seidlitz, la guerra per il possesso della Slesia durava sette anni. Ciò aveva la sua ragione nella relativamente scarsa forza delle armate, nell'insufficiente sistema di rifornimento delle munizioni e vettovaglie alla truppa, per le grandi difficoltà di muovere il carreggio, dipendenti dalle poche strade e cattive e dal misero stato dell'agricoltura, infine nell'usanza di stare in campagna solo durante la buona stagione.

Alla Rivoluzione del 1790, ed al suo gran figlio Napoleone I era riservato l'insegnamento di quella condotta di guerra, che ancora oggi ha valore nei suoi principi fondamentali. la Rivoluzione francese, la quale gettava a soqquadro le idee fino allora sostenute nella società, doveva portare anche una rivoluzione nell'arte militare. Al suo apparire cambia la tattica, il sistema d'organizzazione degli eserciti e risorge la strategia di Alessandro e di Annibale. Napoleone, al dire di tutti gli storici e degli stessi suoi avversari, fu il più grande organizzatore ed il più gran condottiero di eserciti; seppe concepire disegni straordinari ed in poco tempo eseguirli, occuparsi contemporaneamente delle cose grandi e piccole. Nella strategia ebbe vastità di vedute e semplicità di attuazione; mirava sempre all'offensiva ed a disorganizzare l'esercito nemico, evitava gli assedi, cercava le battaglie e cercava di renderle il più possibile risolutive. Napoleone I, lui stesso artigliere, fondava la vera tattica dell'artiglieria col suo impiego in grandi masse. Egli dava a questa eccellente arma, che prima di lui era in piccoli reparti annessi al battaglioni di fanteria oppure in grosse batterie non maneggevoli, l'indipendenza e la mobilità e ne ricavava quei prodigiosi mezzi di vittoria, che stanno appunto nel suo conveniente impiego. Le battaglie di Friedland e di Vagram sono vere battaglie d'artiglieria;Dresda e Lipsia nell'anno 1813 sono celebri per le terribili cannonate,con le quali Napoleone resisteva alla superiorità di forze e sosteneva la sua giovane fanteria ed i reggimenti di cavalleria.

Caduto Napoleone successero 30 anni di pace completa, nei quali tutte le innovazioni nate dalla Rivoluzione francese andarono perfezionandosi ed altre ancora ne avvennero. Tra queste la leva, che non era più risorta completamente dai bei tempi di Roma. Essa. fu introdotta da tutti gli Stati eccetto l'Inghilterra ed il Papa, che si attennero ancora agli antichi sistemi. In Prussia fu applicata nel 1807, nel quale anno, dopo le disfatte patite da Napoleone, si stabili pure un'organizzazione tale, che nel minor tempo possibile si potesse avere il maggior numero di soldati istruiti. Il sistema prussiano veniva adottato dalle altre potenze, cosicché gli eserciti permanenti, nello stretto senso della parola, vanno scomparendo e la pluralità dei popoli europei acconsente al sacrificio di prendere una organizzazione militare, alla quale serve come tipo la formazione dell'esercito prussiano, creazione di Marnhost e Gneisenau.Gli eserciti popolari vi si sostituiscono col loro inesauribile materiale d'uomini e si studia continuamente a disporre e preparare ogni cosa per il caso di una guerra in modo, che in poco tempo i grossi eserciti moderni si possano trovare nel luogo d'azione, mentre alle frontiere si costruiscono forti, si sbarrano i passi principali, si lavora a renderli inaccessibili. Col continuato perfezionamento nelle armi, coll'uso della forza del vapore per accelerare i trasporti delle truppe e materiali da guerra, coll'uso del telegrafo elettro-magnetico, dei telefoni,dell'aerostatica, dei piccioni viaggiatori pel miglioramento del servizio di corrispondenza,col collegamento colle grandi industrie pei migliori e più grandi rifornimenti dei bisogni dell'esercito, si rende possibile ai nostri giorni, a vantaggio dei popoli, la rapida decisione delle guerre. L'artiglieria in quest'epoca fa progressi immensi e diventa un'arma sempre più importante. I Piemontesi con essa ottengono successi nel 1848 e 1849, e le vittorie dei Tedeschi in Francia, 1870-71, vengono pure ascritte principalmente ai terribili effetti della loro artiglieria. Ne fanno fede il generale francese Wimpffen nella sua relazione sulla battaglia di Sedan, ed i francesi stessi prigionieri, che, subito dopo la battaglia di Gravelotte, dicevano ai vincitori tedeschi: Votre artillerie nous a crible. Ma di essa ci occuperemo qui appresso più specialmente.

L'artiglieria nel suo successivo perfezionamento fino ai nostri giorni. - Nelle prime artiglierie dette baliste, catapulte, mangani, ecc., si sfruttò la tensione dei materiali elastici per imprimere forza viva di proiezione a grossi globi di pietra. Più tardi quando si scopersero le proprietà balistiche della polvere pirica fatta esplodere in tubi chiusi da una parte, le artiglierie presero il nome generico di bombarde. Non si conosce con precisione nè quando nè dove si impiegarono per la prima volta le bombarde, solo si può accertare che in Europa divennero d'uso generale sul finire del 1300 Le bombarde erano ad anima molto lunga o corta a seconda del tiro radente od arcato.
 

Dal 1370 data la più antica descrizione di bombarda, che a noi sia giunta e trovasi in una cronaca di Andrea Redusio trevisano citato dal Muratori: Imperciocché la bombarda uno strumento dì ferro con tromba anteriore larga, nella quale mettesi una pietra rotonda ragguagliata alla tromba, la quale ha posteriormente congiunto un cannone lungo due volte la tromba, ma più sottile, nel quale viene messa una polvere negra artificiale con salnitro e zolfo e carbon di salce pei foro del predetto cannone verso la bocca, ecc. (Cronicon Tarvisinum Andrea de Redesius, in Moratori, Rer. Ital, t. XIX. col. 754).

Non conoscendosi in quel l'epoca l'arte di fondere i metalli in grandi masse resistenti si fabbricavano le bombarde con verghe dì ferro fucinate a sezione trapezia e ravvicinate fra loro come le doghe di una botte per formare un tubo rinforzato esternamente con cerchi pure di ferro. Le bombarde constavano di due parti: una tromba e un cannone o gola o coda. Alcune si caricavano dalla culatta ed allora il cannone prendeva il nome di mascolo.
Le palle delle bombarde facevansi di pietra calcare onde facilitarne la lavorazione; quelle delle piccole bombarde erano comunemente di piombo o di ferro colato, ma usavansi pure di bronzo o di stagno od anche di piombo con al centro un dado di ferro per dare al proietto maggior forza di penetrazione.

Le cariche erano piccole in confronto al peso del proietto, specialmente nelle grosse bombarde e ciò in conseguenza della loro debolezza dipendente dalla imperfetta fabbricazione. Nelle bombarde lunghe ad avancarica per introdurre la polvere nella camera si faceva uso di cucchiara e per comunicare il fuoco alla carica, dopo di aver riempito il focone o foro di culatta di polvere da fuoco e sparsane anche intorno, si adoperavano bacchette di ferro ad uncinetto, che si facevano arroventare in adatti fornelli a carbone, i quali erano pure compresi fra gli attrezzi occorrenti pel servizio delle bombarde.

Le bombarde molto corte, in un pezzo solo e generalmente tronco coniche tanto nell'anima che esternamente, si dissero fin d'allora, per la loro forma mortai.

Sul principio del 1400 si sviluppò l'arte di  fondere metalli in masse ragguardevoli e ciò specialmente in Italia. Allora sì cominciarono a fare piccole bocche a fuoco di bronzo con proietti pure di bronzo e di questi i più piccoli cominciarono a farsi anche dì piombo. Le bocche a fuoco di bronzo furono conosciute del XVI secolo. Sotto nomi diversi, fra i quali i più noti sono di spingarda, cerbottana, passavolante, basilisco, ecc. Erano provviste di due perni detti orecchioni con i quali si assicuravano ad una forchetta impiantata nei muri o nelle feritoie dei rampari In queste bocche a fuoco, dobbiamo rintracciare l'origine delle armi da fuoco portatili e delle odierne artiglierie. Infatti, col successivo alleggerimento delle canne e del proietto si ottenne più tardi di eseguire il tiro a braccio sciolto, venendo così gradatamente ai moschetti e fucili, col successivo ingrandimento delle canne stesse e colla sostituzione di un sostegno munito di ruote (affusto) alla forchetta impiantata nei muri o nelle feritoie dei rampari si giunse a costrurre grosse bocche da fuoco che succedettero dovunque alle bombarde ad anima lunga e presero il nome generico di cannoni.Il proietto lanciato dai cannoni era una palla di ghisa. Le bocche a fuoco, che si gettavano in bronzo, erano la maggior parte vere opere d'arte nell'esteriore ornamento ed erano fornite di iscrizioni, la maggior parte delle quali consistevano nella data della fondita e nel nome del fonditore.Un cannone di bronzo gettato nell'anno 1507 in Breslavia portava questa lunga iscrizione:
 
"Ich bin lank und eben, "
Leonart Diokariette Geceugmesthr
Hot mich angeben.
Ich bin gros,
Meister Georg Kanengiesser mich gos."
"Io sono lungo e liscio
Leonardo Diokariete
Mi ha disegnato.
Io sono grande:
Mastro Giorgio fonditore mi fuse."

Nel museo d'artiglieria di Woolwich si trova pure una boccafuoco sulla quale è effigiato un contadino con un cesto pieno di melanzane e l'iscrizione:

"Ich bin furwar ein grober Baur,
Wer frisst mein Ayr,
Es wird i'm saur."
"Io sono davvero un rozzo villano,
chi mangia la mia frutta,
La trovi acida."

Le artiglierie portavano anche un nome come ai giorni nostri: Nel XV secolo i principi ed i bombardieri usavano appellare te loro artiglierie con nomi strani di uccelli rapaci e di serpenti velenosi ingegnandosi che la terribilità dei nome crescesse colla maggior possanza del pezzo.
Fù quindi assai ragionevole che alla più terribile bocca da fuoco nuovamente inventata, cadente quel secolo, fosse imposto il nome più spaventoso che andasse allora per le bocche degli uomini, chiamandolo Basilisco (Promis, Dell'arte dell'ingegnere e dell'artigliere in Italia, dalla sua origine sino al principio del XVI secolo, e degli scrittori di essa dal 1285 al 1560).

"Nello stesso modo ebbero origine certamente i nomi di serpentina, colubrina, sagro e falcone, ecc. Alcune denominazioni delle artiglierie ricordavano città, come: Trevisana, Veneziana, Pescatina, altre erano tolte da animali, come: Vipera Lionfante, Liona, Bufalo; altre il principe o persone di sua famiglia come: Enea, Vittoria, Silvia, Paolina, Galeazzina, Sforzesca, altre infine accennavano a baldanza e bravura, come: Diluvio, Rovina, Non più parole, Terremoto, Gran Diavolo; e v'erano pure nomi di dignità, di cose sacre di cose o segni astrologici o del tutto fantastici (V. A. Clavarino, Le artiglierie dalle origini ai nostri giorni. Esposizione storica delle mutazioni avvenute specialmente in Italia Giornale d' Artiglieria Genio, anno 1883). "In secoli così felici per le arti e nei quali tanta cura ponevasi nel far belle e ricche le armi, parve necessario sfoggiare ornamenti nelle artiglierie, e fecersi ricchissime sì nella fusione che coll'aiuto del cesello, della qualcosa sono testimonianza quei pezzi che ancora si conservano: e per se stesso dice il Biringuccio di non aver mai fuse artiglierie senza che vi adattasse figure, teste di uomini o di animali, vasi e simili cose. Anzi a tanto trascorse codesto lusso di ornare, che si giunse a mutare persino la forma della cosa, ed una bombarda eravi nel castello di Milano, l'anno 1460, colata di ferro, la quale è in forma d'uno Lione; proprio a vedere pare che a giacere stia, dice il Filarete. Le quali strane forme, dovevano per certo nuocere non poco allo scopo, ( Promis, opera succitata).

Di queste vecchie artiglierie, che tuttora si conservano, havvene alcune che sono veramente da ammirarsi come capolavori dell'arte della scultura e del getto. Nel "Recueil des bouches à feu les plus remarquables" del generale francese Marion sono disegnate molte di queste artiglierie, fra cui varie sono italiane od opera di gettatori italiani. Ma sulle antiche artiglierie sarà anche fruttuosamente consultata la pregevolissima opera di Luigi Bonaparte: Etudes sur le passé et l'avvenir de l'artillerie.

In quei tempi, dopo essersi riavuti dal primo spavento e meraviglia,era naturale che si cercasse di estendere oltre i limiti l'azione della ancora poco conosciuta polvere da fuoco e che fin d'allora si cercasse di costruire bocche a fuoco mostruose.

L'Elettore di Brandeburgo ha già nel 1414 un cannone da 24 libbre Faule Crete, il sultano Amurat fa gettare in Turchia nel 1422 un cannone di bronzo, che lanciava 1100 libbre di pietruzze, ed i Gantesi (Fiandra) hanno nel1452 all'assedio di Ondenarde una boccafuoco costruita con spranghe di ferro del peso d 33,000 libbre, chiamata Tolle Grete von Gent, detta anche Dulle Griete o Margot la folle, della quale la camera conteneva 140 libbre di polvere e la rispettiva palla di pietra pesava 680 libbre. Se noi consideriamo la forma del Tollen Crete, risalta subito agli occhi con quale enorme dispendio si potesse ottenere un colpo solo da tale boccafuoco.

La Tollen Grete dovette però nel 1452 restare ferma fuori di Ondenarde (fù però riconquistata più di 100 anni dopo dagli stessi Gantesì e trovasi ancora oggi in quel luogo) e scoppiò la boccafuoco mostruosa dei Turchi, colla quale questi volevano abbattere le mura all'assedio di Costantinopoli. Risorse di nuovo nel nostro secolo la tendenza alle colossali dimensioni di cannoni e si elevò in cinquant'anni in Inghilterra dal mortaio di Palmerston alla bocca da fuoco che lanciava bombe del peso di 1500 Kg.; ma questa al quarto sparo scoppiò. L'introduzione dei proietti oblunghi e delle artiglierie rigate permise, come vedremo più avanti, di lanciare proietti molto pesanti, come pure il progresso della tecnica odierna permette un ordinato e celere maneggio di colossali cannoni e proietti.Fin dal secolo XV furono immaginate macchine a più colpi, precursori delle mitragliere, disponendo artiglierie piccole, sopra uno stesso ceppo o carro.

La storia ricorda fra gli altri, carri a tre solai, detti organi, con piccole artiglierie a ciascun piano usate dallo Scaligero contro il signor di Carrara nel 1387, carri che portavano ognuno 144 bombarde, 48 per solaio,le quali sparavansi per serie di 12 tutte in una volta. A quei tempi avevasi infine già l'idea di lanciare colle artiglierie, oltre alle palle, fuochi artificiali, bigoncie di forma adatta all'anima e piene di sassi per incendiare od offendere con maggiore efficacia.

Dal XV secolo alla metà del successivo, il primato nella costruzione delle armi spettò certamente agli Italiani, come risulta dalle cronache dei tempi e dalla stessa etimologia dei nomi dati ai primi materiali d'artiglieria. Nel lungo periodo di pace della seconda metà del secolo XV, che precedette la calata dei Francesi con Carlo VIII, lo studio dei grossi materiali da getto progredì maggiormente in Francia, nelle Fiandre ed in Germania, dove si combatterono in gran parte le guerre di quell'epoca, e si poterono raccogliere i dati dell'esperienza.

L'esempio del Duca di Borgogna, che aveva portate le sue artiglierie fino in Svizzera, aveva fatto nascere il desiderio di possedere un materiale d'artiglieria più mobile e meglio adatto alla guerra. Una rivoluzione importante agevolò questa riforma; L'arte metallurgica avendo fatto notevoli progressi, fu possibile gettare artiglierie più leggiere ed in pari tempo più ricche di metallo nei punti in cui la combustione della carica fornisce maggiori tensioni interne. Inoltre si poterono colle nuove bocche da fuoco tirare palle di ferro anziché di pietra, ciò che costituì un notevole progresso.

Le bombarde lasciano allora il posto a cannoni di minor calibro, di bronzo, con due orecchioni cilindrici sporgenti lateralmente, sui quali appoggiano ed attorno a quali possono essere fatti girare sull'affusto onde dare la voluta inclinazione. In queste artiglierie e nei loro affusti si trovano quindi le forme generali che benché modificate nei loro particolari, non sono ancora state abbandonate ai nostri giorni Le nuove artiglierie si chiamarono cannoni, colubrine e falconi e di esse fa cenno lo storico Guicciardini nel parlare della calata in Italia di Carlo VIII. I particolari però e le regole della loro costruzione non si conobbero in Italia che sul principio del secolo XVI, quando vi furono combattute nuove guerre collo intervento dei Francesi sotto Luigi XII e Francesco I. Nella Pirotecnica del Biringuccio si trova la descrizione dei nuovi cannoni.

Carlo VIII nella sua calata in Italia traeva seco due parchi, uno detto d'assedio che comprendeva 36 cannoni da 48 libbre del peso ciascuno di 6000 Kg., ed un parco da campagna composto di 92 bocche da fuoco tra colubrine, mezze colubrine e falconetti. I cannoni avevano in culatta la grossezza di 3/4 di diametro, ed alla bocca 1/3 di calibro, senza l'aggetto della rispettiva cornice; le colubrine erano del calibro di 30 libbre, grosse in culatta 1 calibro ed alla bocca da 1/2 ad1/3 di calibro; i falconetti tiravano una palla di 3 a 4 libbre ed avevano sezione analoga a quella delle colubrine. I cannoni erano generalmente lunghi da 20 a 25 calibri cioè da 20 a 25 volte quanto il diametro delle loro bocche, la forma, ordinaria degli affusti era a ruote con due sponde, oggi chiamate cosce, le quali erano lunghe come la bocca da fuoco e riunite da calastrelli e chiavarde. Le due sponde poggiavano sopra una sala di legno rinforzata con manicotti di ferro.

 

Un rilevante progresso si nota nella costruzione delle ruote generalmente del diametro di 7 ad 8 calibri. Esse sono già a campanatura, ossia con 12 razze piantate nelle mortise del mozzo ed a due a due in un gavello in modo da riuscire alquanto inclinate all'infuori, almeno quanto la grossezza del gavello, onde questo non prema il razzo per punta. In tal modo la ruota, oltre al resistere meglio agli urti esterni laterali più elastica e quindi più resistente agli urti, che prova nel traino in senso normale all'asse della sala.

Dapprincipio le ruote sono a tarenghi ossia con quattro cerchi di ferro, larghi quanto i gavelli ed uniti a questi per mezzo di chiavarde; in seguito ai tarenghi si sostituisce un cerchio continuo posto a caldo sui gavelli, il quale raffreddando esercita una pressione sui gavelli stessi. In complesso quindi le ruote applicate ai primi affusti erano costrutte secondo principii tuttora in uso e ciò si comprende se si considera, che l'industria delle costruzioni in legname precedette d'assai quella dei metalli.


Per caricare le bocche da fuoco si faceva uso ancora della cucchiara e per dar fuoco si empiva il focone di polvere fina, che si accendeva avvicinandole un'asta butta-fuoco terminata in un pezzo di fune o miccia accesa. Per puntare usavansi traguardi di varie foggie ed anche un alzo, che aveva una base un ritto provvisto dì vari fori corrispondenti alle varie inclinazioni, che si dovevano dare alla bocca da fuoco ed un pendolo che indicava se l'alzo era disposto verticalmente sulla culatta del pezzo. Il Tartaglia, illustre matematico di questi tempi, diede nozioni sul movimento dei proietti e sul modo di regolare il tiro colle artiglierie, ed ideò e fece adottare una squadra per puntare le bocche da fuoco. L'uso di tale squadra estesosi nel XVI secolo, si mantenne quasi esclusivamente nei due secoli seguenti, specialmente in Italia ed in Francia, e ritardò la generalizzazione degli alzi, che non furono rimessi in onore che ai tempi del Gribeauval. Le artiglierie di Carlo VIII furono bentosto imitate dalle nazioni europee, ma si cadde nell'esagerazione specialmente per riguardo alla lunghezza delle bocche da fuoco. Ritenevasi che col fare più lunga l'anima si aumentasse la potenza della bocca da fuoco, ciò che realmente avviene, ma solo fino ad un certo punto. Si hanno quindi esempi di colubrine di smisurata grandezza, come quella impiegata dagli Ugonotti nella difesa della Rochelle e come la colubrina di Nancy lunga più di 21 piedi. In quest'epoca si cominciò pure a far uso del calibro della bocca da fuoco come misura comune pei materiali d'artiglieria, mentre prima era generalmente espressa in libbre e rappresentava il peso del proietto sferico, che lanciava la bocca da fuoco. Nelle guerre che Carlo V ebbe a sostenere in Italia, in Francia, in Germania, e nelle Fiandre l'artiglieria prese considerevole sviluppo. Meritata rinomanza su tutti glì altri avevano acquistata i fonditori tedeschi ed i fiamminghi. In Italia portava vanto l'artiglieria veneta. Erano valentissimi maestri fonditori a servizio di quella repubblica già fin dagli ultimi anni del XV eccolo, gli Alberghetti. Tramandandosi di padre in figlio la professione, la mantennero per circa tre secoli (A. Clavarino Le artiglierie dalle origini ai nostri giorni.).

Dobbiamo alla Pratica manuale dell'artiglieria di Luigi Colliado, spagnuolo, ingegnere di S. M. Cattolica per lo Stato di Milano (Pratica manuale dell'artiglieria composta da Luigi Colliado, ingegnero del Real Esercito di S. Maestà Cattolica in Italia. In Milano 1606, traduzione dallo spagnuolo) le notizie più accertate del sistema di bocche a fuoco di quest'epoca.

I cannoni variavano moltissimo di calibro da 120 libbre di palla fino a 12 ed anche meno. Dal cannone diminuito e dalle molte varietà del cannone formossi l'archibuso. Varietà del cannone per minore calibro e minor lunghezza erano; i sagri, i falconi, i vuglierii o terabus, i cortaldi, i falconetti, le serpentine, ecc. I cannoni da batteria destinati a far le breccie con grossi proietti lanciati con cariche limitate erano dei calibri da 45 a 60 libbre ed avevano in culatta la grossezza di 6/8 di calibro, 5/8 in corrispondenza degli orecchioni e 3/8 alla bocca, mentre la lunghezza dell'anima era di 18 calibri. Si costrussero però cannoni da batteria di specie assai svariate con grossezza di pareti molto differenti, alcuni dei quali lanciavano palle fin di 300 libbre. Rispetto alla grossezza si dividevano, in sottili, comuni e rinforzati, e per la lunghezza in ordinari, straordinari e bastardi, prendendo altresì dal calibro le divisioni di quarto cannone, di mezzo, d'intiero, di doppio e di cannone basilisco.

Quest'ultima divisione durava ancora sul finire del secolo XVII e sul principio del XVIII. I cannoni petrieri lanciavano palle di pietra da 14 a 100 e più libbre; erano provvisti di una camera di diametro da 1/6 ad ¼ di quella dell'anima ed erano lunghi 8 1/2 calibri. Usavasi inoltre il mortaio pel tiro arcato con camera di 1/4 di quello della bocca e lungo generalmente da 2 a 2 calibri e ½. Le colubrine portavano diverse denominazioni a seconda del calibro da 1/2 libbra fino a 50 libbre di palla di ferro ed avevano lo scopo di tirare lontano. Ad eccezione della più piccola detta smeriglio lunga dai 38 ai 40 calibri e della Mojana o Mezzana, specialmente destinata all'armamento delle navi, la quale misurava 26 calibri, tutte le altre colubrine erano lunghe 32 calibri. Gli affusti consistevano ancora generalmente in due panconi di legno detti cosce, tenuti collegati da quattro traverse o calastrelli; essi appoggiavano sopra una sala e due ruote. Nella faccia superiore delle cosce erano intagliate le orecchioniere a distanza di 3 calibri dalla testata e profonde 2/3 di calibro; servivano a contenere gli orecchioni delle bocche da fuoco e quindi a sorreggere queste.

Anche nei minuti materiali di servizio si osserva un evidente progresso, poiché per caricare le bocche da fuoco vengono allora costruite una cucchiara, un calcatoio, una lanata, un cavastracci, le forme dei quali sono molto simili a quelle degli analoghi strumenti impiegati nelle bocche da fuoco dei sistemi più recenti ad avancarica. Ma la soverchia varietà dei calibri delle artiglierie pregiudicava considerevolmente, poiché conveniva tenere apparecchiata una proporzionata quantità di palle di diversa specie, mancando una delle quali, il pezzo rimaneva inoperoso; oltre a ciò facilmente cagionava confusione nei campi di battaglia. Questi inconvenienti molte volte esperimentati nelle guerre, che devastarono l'Italia, da Francesco I e Carlo V in poi furono cagione che verso la metà del secolo XVI, preso per unità il cannone intero, che fu determinato secondo i luoghi a 48,50 e fino a 60 libbre di palla, si ragguagliassero gli altri cannoni alle proporzioni di quello, chiamandosi Doppio cannone, Mezzo, Quarto ed Ottavo di cannone. Rimasero però i nomi e l'uso di molte artiglierie; e per maggior comodità si distinsero anche colla sola indicazione del peso della palla che lanciavano. Carlo V ebbe per il primo il merito di avere introdotto l'unità di sistema per le bocche da fuoco; egli fissò in modo stabile i calibri delle artiglierie, che sì sarebbero fuse nei suoi Stati limitandone il numero a sei compresa una piccola bombarda a mortaio, destinato a lanciare palle di pietra con tiri arcati. I sei calibri furono i seguenti:

Il pezzo da 40 o cannone con palla di 40 libbre,

Il pezzo da 24 o colubrina con palla di 24 libbre,

Il pezzo da 12 detto mezza colubrina.,

Il pezzo da 6 detto falcone,

Il pezzo da 3 detto falconetto.

Il mortaio.

Sul finire del secolo XVI un'innovazione importantissima era introdotta dagli Olandesi. Questi, sollevatisi contro Filippo il successore di Carlo V organizzarono con molta cura la loro artiglieria. Ad essi devesi attribuire l'invenzione del tiro a granata, cioè il tiro a proietto cavo, scoppiante ripieno internamente di polvere e provvisto di un innesco proprio detto spoletta, destinato a far esplodere al momento opportuno la polvere stessa.

Già da tempo usavansi le granate a mano, palle cave di ghisa ripiene di polvere, alle quali, nel gettarle sul nemico, davasi fuoco in vari modi. Gli Olandesi applicarono alla granata una spoletta consistente in un tubo riempito di polverino o polvere finissima fortemente compressa. Nello sparo della bocca da fuoco si accende il polverino della spoletta. Questo essendo molto compresso, brucia lentamente lungo il tubetto mentre il proiettò fende l'aria, e giunta la combustione all'estremità del tubetto stesso, infiamma la carica di scoppio della granata, la quale viene così frantumata ed i suoi pezzi sono lanciati a distanza. Le scheggie proiettantisi attorno di 100 a 200 passi producono soventi un grande effetto; quadrati di fanteria furono già più facilmente rotti con una sola granata, che per mezzo di uno squadrone di cavalleria. Dapprima le granate si fecero di ferro fucinato divise in due mezze sfere collegate con una caviglia di ferro, più tardi si fecero di un pezzo solo. Al tiro delle granate era dapprima specialmente destinato il mortaio, verso La metà del XVII secolo si lanciarono con bocche a fuoco pure ad anima corta, dette obici introdotte dagli stessi Olandesi.

Gli obici erano più corti dei cannoni e più lunghi dei mortai ed avevano l'anima conformata come quella dei mortai. La causa della minor lunghezza stava nel facilitare il caricamento fatto a braccia d'uomo. In seguito però si allungarono affinché il proietto ne venisse cacciato con più forza e ne risultasse più aggiustato Il tiro. I Russi già andavano forniti di obici lunghi da dieci ad undici bocche, che chiamavano liocorni, i quali da nessuna artiglieria furono per molto tempo imitati. In Francia si adottò per opera del Gran Mastro d'artiglieria Giovanni d'Estrees, durante il regno di Enrico II, il sistema detto dei sei calibri, che s'introduceva uniformemente nelle bocche da fuoco che si costruivano. Ma tale uniformità non fu osservata durante le guerre di religione e Carlo IX dovette nuovamente con editto del 1572 fissare le dimensioni dei sei calibri. Le artiglierie si adoperavano in questi tempi, specialmente nella difesa delle fortificazioni, a seconda dei caratteri che le distinguevano. I cannoni si disponevano per la difesa delle cortine e loro terrapieni, le colubrine per la difesa lontana, i cannoni petrieri per la difesa dei trinceramenti interni, i piccoli calibri servivano per la difesa vicina. Si trovano notizie riguardo all'artiglieria, che seguiva l'esercito in campagna, in un'istruzione per l'artiglieria fatta redigere dal duca di Sully, Gran Mastro d'artiglieria ai tempi di Enrico IV, Per 40.000 uomini si avevano 30 cannoni,i quali dovevano servire per la guerra di campagna e per gli assedi. Di essi alcuni si trainavano con 25 cavalli, altri con 21 e le colubrine minori con 17e 7 cavalli. Secondo il sistema Francese l'attacco era con avantreno a timonella o con una timonella applicata alla coda dell'affusto ed i cavalli si disponevano tutti in fila davanti a quello di stanghe. In Germania avevasi invece l'avantreno a timone con bilancia alla punta di questo ed i cavalli attaccavansi per pariglie. Le bocche da fuoco rimanevano nelle marcie sull'affusto ad eccezione però delle più grosse, che venivano caricate in apposito carro.

Presa posizione,rarissime volte vedevasi l'artiglieria cambiare di posto e difficilmente poteva ritirarsi in caso di disfatta. Si deve a Gustavo Adolfo re di Svezia la creazione di un vero materiale da campagna con affusti leggieri fatti in modo da renderli sufficientemente mobili per manovrare colle truppe. Egli capì l'importanza di rendere più mobile l'artiglieria ed introdusse l'artiglieria da campagna. I calibri dei cannoni, che gli scritti di quell'epoca ci dicono essere stati adoperati dall'artiglieria di Gustavo Adolfo, sono quelli di 3, 4, 6, 12 e 30 libbre (La libbra corrisponde all'incirca a ½ kg. Il pollice corrisponde a cm 2 +2/3.Quindi 12 pollici equivalgono a 32 cm., 8 pollici a 22 cm., 15 pollici a 40 cm.). Fra i minori eravene dei molto corti e leggeri, che potevano essere trainati da uno o due cavalli od anche a braccia nel momento dell'azione. Per la speditezza del servizio Gustavo Adolfo introdusse il cartoccio consistente in un sacchetto contenente la Carica già preparata, al quale si univa talvolta anche il proietto in modo che divenuto più tardi d'impiego generale per le artiglierie campali, si chiamò cartoccio a palla. "Giova tuttavia notare come a preferenza del tiro a palla si eseguisse nei piccoli cannoni il tiro a metraglia, essendo questa costituita da sacchetti ripieni di palle da moschetto ragione per cui uno scrittore nostro d'allora ebbe a chiamarli pezzi a sacchetto. Cariche e proietti erano trasportati in adatti carri a cassa.

É raro, nel leggere le istorie della guerra dei trent'anni e la parte importante, che nei successi del re svedese ebbe l'artiglieria, è raro diciamo, il non sentire ricordati certi cannoni di cuoio i quali secondo taluni, dovevano per l'appunto costituire la sua famosa artiglieria leggiera di reggimento. Or giova qui avvertire, cosa forse superflua che i cannoni cui si allude, e che furono adoperati in modo del tutto eccezionale, non erano di cuoio, bensì di lamiera di rame, con culatta di bronzo o di ferro,e rinforzati all'esterno da fasciature di corde e da una copertura di cuoio. Né un tal modo di costruzione deve ritenersi invenzione del monarca svedese o dei suoi artiglieri; che di cannoni cosiffatti erasene già fabbricati e se ne fabbricarono dopo." (A. Clavarino opera citata).

In Francia il celebre generale d'artiglieria La Valliere sotto Luigi XIV, nel 1732, restringeva le dimensioni delle bocche da fuoco a cannoni da 24, 16, 12, 8, 4 libbre, ad obici da 8 pollici, a mortai da 12 ed 8 pollici ed a petriere da15 pollici. I tubi dei cannoni erano tuttora molto lunghi, da 22 a 26 calibri e molto pesanti, ma le cariche erano già essenzialmente diminuite, poco più del terzo del peso della palla. L'artiglieria austriaca, dietro proposta del suo generale d'artiglieria. principe di Liechtenstein, esprimeva i calibri dell'artiglieria da campagna e stabiliva quelli per l'artiglieria da fortezza. Per la prima adottava i cannoni da 12, 6 e 3 libbre e l'obice da 7 libbre, per la seconda i cannoni da 20, 18 e 12 libbre ed una quantità di mortai. Le bocche da fuoco da campagna erano solamente lunghe 16 calibri e molto leggiere, pregio, che l'artiglieria austriaca conservò fino ai nostri tempi. Federico II re di Prussia incaricava il colonnello Holzmann di alleggerire l'artiglieria destinata ad accompagnare le truppe fatte più mobili pel perfeziona mento delle evoluzioni. Dopo vari esperimenti incontrarono gran favore in Prussia cannoni da 12 e da 6 lunghi 22 calibri e pesanti rispettivamente 243 a 233 proietti. Nella campagna di Slesia nel 1773, nelle artiglierie di Federico II figuravano tre specie di cannoni da 12, 40 leggeri, 40 medi e 40 pesanti.In Italia e nella Svizzera si adoperarono nelle guerre di montagna pezzi da 3 sopra carretti, ed obici da quattro pollici che potevano servire da mortai.

I pezzi erano pesanti solo 100 chilogrammi con proietti di 4 Kg. e venivano trasportati, come ora, a dorso di mulo. Dopo le guerre dei sette anni combattute contro gli Austriaci, i Francesi trovarono che le loro artiglierie erano ancora pesanti. Il generale d'artiglieria Giovanni Gribeauval, che si era distinto specialmente alla difesa di Schweidnitz, ritornato in patria, adottando le riforme attuate dai prussiani e dagli austriaci, proponeva delle innovazioni che dovevano modificare radicalmente il materiale d'artiglieria e rovesciare il sistema di La Valliere, che era in uso da trent'anni. Il sistema di Gribeauval durò molti anni, copiato da tutte le artiglierie europee e si è in alcune parti conservato fino ai tempi moderni. I cannoni da lui costrutti furono ancora in grande quantità, in Francia, trasformati in bocche da fuoco rigate. Le artiglierie da muro ossia d'assedio e da difesa del sistema Gribeauval erano i cannoni da 24, 16, 12, 8 libbre, l'obice da 8 pollici, i mortai da 12, 10, 8 pollici, le petriere da 16 pollici;quelle da campagna erano i cannoni da 12, 8, 4 libbre e l'obice da 6 libbre. Queste bocche da fuoco erano di bronzo, prima fuse poi trapanate, ad eccezione dei mortai, i quali erano fusi a nocciolo. Fra i mortai vi erano taluni studiati dal Gribeauval ed altri studiati dal Gomer; questi ultimi furono quelli che in seguito si adoperarono quasi esclusivamente. Gli affusti si distinguevano pure in affusti da campagna, d'assedio, da piazza o da fortezza, e da mortai. Gli affusti da fortezza si dividevano in affusti di terra e di mare.

Le principali innovazioni introdotte da Gribeauval furono, nelle bocche da fuoco l'adozione dei grani di rame fatti a vite, nei quali era scavato il focone, la determinazione della carica di un peso uguale ad 1/3 di quello del proietto, oppure ad 1/2 quando si voleva un grande effetto, e della lunghezza dei tubi dei cannoni, che ritenne come giusta quella di 18 calibri; l'introduzione degli stoppini e dei butta-fuochi, dei soffioni per comunicare il fuoco alla carica; l'adozione di alzi fissi nelle bocche da fuoco da campagna e mobili per quelle da muro.
 

Negli affusti alla Gribeauval sì notava la cosidetta centinatura di coda, parte arrotondata dell'estremità posteriore delle cosce, la quale poggiava sul suolo quando il pezzo era disposto ad essere sparato e la centinatura di mira ossia il ripiegamento all'insù delle cosce, che trovavasi circa alla metà della loro lunghezza: la prima era fatta allo scopo di diminuire il rinculo dell' affusto, nello sparo del pezzo.

Le due cosce erano divergenti, e riunite da tre calastrelli attraversati da chiavarde. La sala negli affusti da difesa era di ferro e ciò costituiva un progresso; ma tale innovazione non si poté introdurre negli affusti d'assedio. Per contenere gli orecchioni, gli affusti avevano 2 orecchioniere di sparo e due più indietro, di via quelle servivano durante il tiro, queste nelle marce. Molte ferrature erano applicate in diverse parti dell'affusto, sia per rinforzarlo che per sostenere gli attrezzi necessari al servizio della bocca da fuoco. Gli avantreni erano di una forma non molto diversa da quella dei nostri avantreni da piazza; erano a timone e senza cofano.

Le munizioni erano trasportate nei carri appositi o cassoni; però per avere sottomano qualche colpo esistevano cofanetti che si maneggiavano con barelle e venivano messi fra le cosce dell'affusto. Il carro destinato al trasporto delle munizioni, il cassone, era formato da un avantreno e da un retrotreno; quest'ultimo era una specie di telaio, sul quale si disponeva un cassone. Gli affusti d'assedio erano simili di forma a quelli da campagna; avevano le sale di legno e solamente le orecchioniere di sparo; si trainavano vuoti per mezzo di un avantreno. Li seguiva un carro detto carromatto destinato al trasporto delle munizioni, che poco differiva dal nostro mod. 1883. Gli affusti da fortezza avevano fianchi a gradini; di questa forma già si adoperavano sulle navi provveduti di rotelle; Gribeauval li dispose sopra sott'affusti. Gli affusti dei mortai erano costituiti da due cosce di legno collegate da 2 calastrelli.

Lo artiglierie di calibro piccolo formavano l'artiglieria reggimentale; le altre formavano le riserve suddivise in divisioni (batterie) di 8 pezzi dello stesso calibro. Vi erano tre riserve, una al centro e due alle ali: nel centro le grosse artiglierie. I cannonieri erano a piedi, il servizio di trasporto veniva fatto dal treno. Il sistema del Gribeauval durò in Francia fino al 1827, nella quale epoca gli fu sostituito il sistema detto del Comitato. I calibri , coi quali Napoleone vinse tante battaglie e coi quali si fecero gli assedi in questi tempi, erano in gran parte quelli stabiliti da Gribeauval. Il maresciallo Marmont, capo dell'artiglieria di Napoleone, introdusse nel 1803 i pezzi da 3 e da 8 libbre e nell'artiglieria da campagna stabili i cannoni da 6 e da 12 libbre e gli obici corti da 7 libbre. Per altro Napoleone non tenne molto in considerazione gli obici. La carica di questa bocca da fuoco è notoriamente una cosa di mezzo tra quella del cannone e quella del mortaio, potendo gli obici eseguire il tiro di lancio come i cannoni contro bersagli verticali ed il tiro arcato come i mortai contro bersagli orizzontali. Era quindi poco esatta e determinata.

Il proietto principale di queste bocche da fuoco era la granata, palla di ferro fuso riempita di polvere, del tutto uguale alla bomba gettata dal mortaio ad eccezione delle dimensioni più piccole. La granata era munita di spoletta di legno come quella più sopra descritta già usata dagli Olandesi. I micidiali effetti però di questa granata erano molto incerti sia per la poca precisione di tiro degli obici, sia per la irregolarità nel funzionare della spoletta di legno, la quale non si poteva graduare ossia non si poteva misurare il tempo della sua combustione col tagliarla o col forarla, corrispondentemente a tutti i casi, per lo meno, di un aperto combattimento.Al generale belga Bormann, oriundo della Sassonia si deve il merito dell'invenzione della spoletta a tempo con galleria ed al luogotenente Breithaupt, più tardi tenente colonnello dell'artigieria dell'Assia Elettorale, quello della costruzione della spoletta a tempo metallica a coperchio girevole. La spoletta di Bormann fu proposta nel 1835 ed è ancora attualmente in uso presso l'artiglieria belga ed altre artiglierie nel tiro degli shrapnels sferici.

Si compone di un corpo a metallico (fig. 14 ), fatto con lega di due parti di piombo e di una di stagno, di forma cilindrica, il quale contiene la composizione infiammabile b della spoletta in una cavità discoad anello; d è la camera della polvere col di chiusura r. La composizione della spoletta ben compressa nella galleria è coperta da una bandella circolare di ferro stagnato, sulla quale è ancora disposto un anello di piombo di maggior grossezza. Al centro della faccia superiore della spoletta, e proprio al disopra della camera a polvere, esiste un'altra camera, che contiene degli stoppini cosparsi di polverino trattenuti per il loro mezzo ad un intaglio fatto nel massicio e liberi alle estremità. Una rosetta di piombo a forma di calotta sferica serve a ricoprirla. La parte superiore della spoletta è formata da un involucro di metallo, il quale in corrispondenza della sottostante galleria porta una graduazione e divisa in 13 mezzi secondi.

Il modo d'usarla è il seguente: si toglie la rosetta, che copre l'innesco, si fora l'involucro metallico nel punto corrispondente alla distanza a cui si vuol tirare in modo da porre allo scoperto la composizione pirica ed in ultimo, a contatto con quest'ultima, si portano le estremità libere degli stoppini. Nel tiro la vampa della carica infiamma questi stoppini e quasi contemporaneamente la mistura di spoletta, nel punto in cui essi la toccano. Il fuoco si comunica così alla camera a polvere e da questa alla carica di scoppio del proietto. Questa spoletta apprezzata molto all'epoca della sua comparsa è caduta oggimai in disuso. Breithaupt capitano dell'artiglieria assiana nel 1853 proponeva la sua prima spoletta a coperchio girevole. Egli trasformava l'involucro fisso della spoletta Bormann in girevole (fig. 15 ). Nel corpo Z, fatto di una lega di piombo e stagno, è scavata la galleria in comunicazione per una delle sue estremità con la camera a polvere chiusa al disotto da una foglia di piombo. Il disco T, della stessa lega del corpo e rivestito sulla sua faccia inferiore da una rosetta di feltro, fa da coperchio alla galleria; è munito della camera d'innesco o, entro la quale sono disposti degli stoppini; e che,ricoperta all'esterno di una membrana di carta pecora, trovasi al disotto in comunicazione colla galleria. Girando il coperchio si cangia la posizione di questa camera d'innesco rispetto al punto in cui la galleria comunica colla camera a polvere, e rimane quindi anche variata la durata di combustione della spoletta. Con una vite di pressione t di ferro, che passa attraverso il coperchio e si addentra nel corpo, si mantiene fermo il primo, dopo che al medesimo è stata data la voluta posizione.

La vite di pressione ha la testa a forma di prisma esagonale affine di poter essere fatta girare mercè un'apposita chiave. La spoletta si adatta al proietto, avvitandone il corpo nel bocchino; poi si colloca il coperchio facendolo girare della quantità necessaria perché l'indice corrisponda allo zero della graduazione, quindi si mette a posto la vite di pressione serrandola a fondo. La spoletta di Breithaupt diventò in seguito la base di tutte le nuove costruzioni di spolette a tempo.Già Napoleone I aveva riconosciuta l'importanza dei proietti cavi ed i suoi ufficiali d'artiglieria Villantroy e Bairhaus erano autori di artiglierie a bomba. Le primissime costrutte furono mortai, in seguito cannoni a bomba. I più antichi tentativi di lanciare da cannoni proietti cavi, erano per lo più falliti, perchè la carica impiegata era troppo forte ed i proietti scoppiavano nel cannone stesso, che a sua volta per questo scopo era già troppo lungo.

I nuovi cannoni da bomba introdotti nel 1819 erano più corti e l'anima si stringeva in una camera, la quale anche nei mortai ed obici, conteneva la carica necessaria ridotta più piccola e variabile secondo i diversi scopi. Questa possibilità di impiego di cariche variabili, permetteva un cambiamento nel tiro del proietto e quindi agevolava l'uso nel combattere di molteplici proietti cavi, i quali furono, specialmente nella guerra di difesa, adoperati nelle fortezze austriache e prussiane verso il 1815, secondo la proposta del marchese Montalembert. I cannoni a bombe erano preferibili per combattere le navi in legno, che fino al 1860 costituivano l'unico armamento delle flotte e restarono in uso fino ai giorni nostri. Ne è prova la distruzione della flotta turca presso Sinope nel 1853. Ma più tardi i cannoni rigati soddisfecero meglio allo scopo ed i cannoni lisci a bomba diminuirono molto d'importanza. Un importantissimo proietto, che tiene un gran posto specialmente nell'artiglieria da campagna, si esperimentava nel 1803, cioè la granata-mitraglia o mitraglia-granata anche denominata brevemente shrapnel dal nome del suo inventore generale inglese Shrapnel.

La storia delle armi da fuoco annoverava già esempi d'impiego di simili proietti assai prima di quest'epoca; ma essi divenivano universalmente conosciuti nella guerra di Spagna 1808-1813 ed erano, unitamente alle spolette perfezionate nel modo sopradetto, introdotti in tutte le artiglierie. Essi giovavano a mantenere nella artiglieria la sua preponderanza nell'azione del fuoco anche in un tempo, in cui la fanteria minacciava di soprastarle coll'introduzione delle armi da fuoco portatili, rigate, la portata delle quali, col primo proietto usato ossia la palla di ferro piena, non era superata dalla scatola a metraglia. Lo shrapnel è essenzialmente un proietto cavo riempito di pallette di piombo con carica di scoppio e munito di spoletta.

La figura 16 rappresenta uno shrapnel sferico dell'Austria adottato per i cannoni lisci e per gli obici, z è la spoletta Breithaupt, s la carica di scoppio di 3 Lot o mezz'oncia di polvere di fucileria in un tubo d'ottone. Le pallette di piombo, in numero di 190, sono saldamente tenute insieme con sabbia. Per mezzo della graduazione della spoletta si può far scoppiare il proietto in un punto del suo cammino da determinarsi a volontà. Le parti di scoppio (schegge e pallette di piombo) sono lanciate dal punto di scoppio in un fascio, a forma di cono, che va sempre dilatandosi verso il nemico ed hanno allora l'effetto di una intera scarica di fanteria, purché la spoletta sia giustamente costretta e graduata. Dal francese Dambry veniva inventato il cannello fulminante (fig. 17) per dar fuoco alla carica di polvere nelle artiglierie. Esso consiste in un tubicino di sottile latta di ottone ovvero di rame, lungo circa 5 cm. e di diametro tale da poter passare nel focone delle artiglierie, turato in fondo con cera e pece, riempito quasi a metà di polvere da fucileria, fortemente compressa, alla quale si comunica il fuoco mediante un'innescatura fulminante, composta di clorato di potassa e d'antimonio. Questa mistura è chiusa in un tubicino pure di rame, disposto nel cannello sopra la polvere, ove è trattenuto da un piccolo tappo cacciatovi sopra, che a sua volta è trattenuto da una strozzatura operata nel cannello. Un sottile filo di ottone, schiacciato ad una estremità, fatto a sega e chiamato fregatoio è assestato nella mistura fulminante. La parte di questo filo, che esce dal cannello, è raddoppiata e torta in guisa da formare un anello alla sua estremità, quindi ripiegata in basso contro il cannello.

Il cannello è superiormente spaccato in quattro parti, le quali sono ripiegate in fuori e diconsi alette; queste servono ad impedirgli di scendere nel focone oltre il bisogno. L'accensione del cannello si fa col tirare con forza il fregatoio, il quale nel suo movimento fregando la mistura fulminante, ne produce l'infiammazione e così viene accesa anche la sottostante polvere e da questa la carica del pezzo.

Il movimento al fregatoio si comunica mediante una cordicella detta da sparo, a cui è da un capo fermato un gancio di ferro, col quale si attacca all'anello formato dal filo di rame e lungo la medesima scorre un manubrio di legno. Il cannoniere dopo introdotto il cannello nel focone ed agganciato il gancio all'anello, tira con forza la cordicella da sparo tenuta distesa, e così fa partire il colpo. Il cannello fulminante si sostituì ben tosto al cannello stoppinato, alla miccia, ai soffioni ed agli altri mezzi fin allora usati per comunicare il fuoco alla carica. Sul finire della prima metà del presente secolo avveniva nell'artiglieria un'innovazione radicale cioè la sostituzione dei proietti cavi oblunghi (cilindrici sormontati da una testa ogivale) ai proietti sferici. Ragione principale dell'abbandono del proietto sferico sta in ciò che nel medesimo, non essendo possibile in pratica far coincidere il centro di gravità col centro di figura, accade che durante il tragitto del proietto nella sua traiettoria, la resistenza dell'aria applicata al centro di figura produce, trasportata al centro di gravità, una coppia di rotazione che modifica ad ogni istante la direzione del movimento rettilineo, dando luogo a ciò che nel tiro dicesi deviazione.

Siccome l'eccentricità dei proietti, causa di deviazione, è soggetta a cambiare da proietto a proietto, ossia da colpo a colpo, ne viene che cambia pure la deviazione stessa da colpo a colpo, sommandosi o sottraendosi con le deviazioni prodotte da altre cause, come sarebbero: le variazioni nella direzione iniziale, le variazioni nel peso delle cariche e dei proietti, le variazioni nella densità dell'aria, ecc. I proietti oblunghi ebbero appunto lo scopo principale di dare al tiro la massima esattezza, sostituendo alla deviazione incognita, dovuta alla forma sferica dei proietti fino allora usati, una deviazione perfettamente nota, quale si è quella che si ottiene appunto da un proietto oblungo, se lanciato con un movimento rotatorio assai intenso intorno al proprio asse di figura, che è un asse di rotazione stabile. La sostituzione dei proietti oblunghi a quelli sferici, fu preceduta da alcuni tentativi fatti per migliorare l'esattezza del tiro delle artiglierie mantenendo il proietto sferico ed applicando ad esso lo stesso principio che regge il tiro coi proietti oblunghi; imprimere, cioè, al proietto una rotazione iniziale stabile, perfettamente nota, che neutralizzi le rotazioni fortuite, che potrebbero avvenire nel proietto stesso durante il suo cammino sulla traiettoria.

La questione fu risolta con i proietti sferici ad eccentricità artificiale ottenuta con una cavità interna eccentrica e la Prussia adottava nel 1831 un intiero sistema di artiglierie lisce a proietto sferico eccentrico, che dettero buonissimi risultati. Vi fu inoltre chi pensò di assicurare la stabilità del moto rotatorio obbligando il proietto a girare attorno al massimo o minimo asse, e propose proietti lenticolari. Per impedire poi gli urti del proietto nell'interno dell'anima si pensò anche di aggiungere al proietto due alette, che s'impegnassero in due righe praticate nell'anima.
In Italia il S. Robert propose l'uso di proietti eccentrici entro anima a sezione ovale e a generatrici circolari, ma di raggio assai grande; in questo caso il proietto viene ad urtare nel primo istante contro un punto superiore dell'anima e si sviluppa così un movimento epicicloidale. Tutti questi sistemi furono quindi abbandonati colla comparsa dei proietti oblunghi, i quali presentano per la loro forma vantaggi grandissimi di maggior distanza di tiro, maggior velocità iniziale e d'arrivo, maggior penetrazione e resistenza alla rottura.

L'adozione dei proietti oblunghi decise l'abbandono delle artiglierie ad anima liscia ed iniziò l'epoca attuale delle artiglierie rigate. I vantaggi notati nei proietti oblunghi non potevano ottenersi, se non si trovava modo di imprimere al proietto oblungo, nell'interno dell'anima, una rotazione sufficientemente grande intorno al proprio asse di figura, anche per impedire il capovolgimento nell'aria del proietto. Questo problema era già stato risolto nelle armi da fuoco portatili con l'uso di pallottole di piombo forzantisi automaticamente entro righe ad elica praticate nell'anima.
 

Quindi l'uso moderno delle artiglierie rigate devesi anche agli straordinari perfezionamenti praticati nelle armi da fuoco portatili, per cui il tiro delle artiglierie lisce ne era divenuto inferiore di potenza. La storia dei cannoni rigati è però anteriore a questo secolo; infatti se ne ha memoria in vari scrittori militari antichi e tuttora conservansi in alcuni musei d'artiglieria bocche da fuoco di simile genere. Ma l'invenzione loro, per non aver raggiunta allora la sua perfezione e per varie circostanze venne presto abbandonata.


 

Primo a trattar nuovamente di queste artiglierie e ad eseguire esperimenti con esse fu il generale Cavalli, allora capitano dell'artiglieria piemontese. Egli nel 1846, essendo in missione alla Svezia, immaginò un cannone di ferraccio, che si caricava per la culatta e sparava un proietto cilindro-ogivale (fig. 18). L'anima del cannone era solcata da due opposte scanalature o righe, che servivano di guida a due alette elicoidali gettate insieme col proietto.

Furono successivamente eseguiti molti esperimenti sopra nuove invenzioni di questo genere, finchè venne introdotto nell'artiglieria francese l'uso del cannone da quattro rigato. Questi nuovi cannoni mostrarono poi la loro potenza nella guerra del 1859 fatta in Italia dalla Francia e dal Piemonte, alleati per l'indipendenza italiana. Allora fu accettata la rigatura col sistema francese e tutte le Potenze europee armarono i propri eserciti con cannoni rigati. L'esattezza del tiro, già aumentata coll' introduzione dei proietti oblunghi delle artiglierie rigate, fu portata al massimo grado dal sistema della retrocarica inaugurata dalla Prussia fin dal 1861. Con questo sistema si sopprimeva il vento, ossia spazio tra il proietto e l'anima, che esisteva nelle artiglierie ad avancarica e che era necessario per poter caricare. La soppressione del vento si ottiene obbligando il proietto, nello sparo, a percorrere l'anima leggermente forzata, in modo che il suo asse coincida sempre coll'asse dell'anima, ciò che si esprime dicendo che il proietto è centrato per cui puntando sempre nello stesso modo, il proietto esce sempre nella stessa direzione, e rimane cosi eliminata una delle cause principali di deviazione.

Gli Americani avevano già prima tentato di sopprimere il vento, mantenendo il caricamento dalla bocca, coll'applicare, alla parte cilindrica dei proietto, manicotti od anelli di metallo molle (tura-vento), che dilatandosi nello sparo automaticamente per l'azione del gas, si forzavano leggermente nell'anima. Ma questi siate mi, che sopprimevano solo il vento nello sparo e che vennero esperimentati in Europa ed anche accettati, da alcune artiglierie, ad esempio l'inglese, cedettero dinanzi al sistema prussiano. In questo la soppressione di vento si ottiene col forzamento dei proietto per compressione, applicando alla sua parte cilindrica un involucro (camicia) o delle corone di metallo molle, di diametro un po' superiore al diametro dell'anima, ciò che esige naturalmente il caricamento dalla culatta. Tale sistema di soppressione di vento fu preferita in Europa al sistema espansivo americano anche per i vantaggi importantissimi portati dalla retrocarica nel servizio delle bocche da fuoco, cioè caricamento più facile e più spedito, maggiore protezione dei serventi che possono rimanere nascosti durante il caricamento, facilità di verificare lo stato dell'anima, delle bocche da fuoco e di pulitura dell'anima stessa. possibilità di ridurre al minimo la profondità dei terrapieni e delle casematte.

Se a questi vantaggi si aggiunge, che l'esattezza di tiro dei proiettili a forzamento per compressione riesce superiore a quello di forzamento per espansione, si comprende la superiorità definitiva dalla retrocarica oramai accettata da tutti gli eserciti compreso l'inglese, il quale, adottata la retrocarica prima ancora della Prussia, tornava indi a poco all'avancarica per riprendere in questi ultimi tempi la retrocarica. Coll'adozione delle artiglierie rigate con proietto oblungo scoppiante (granata), spariva la bocca da fuoco obice e non rimanevano più, che il cannone ed il mortaio, poiché il carattere distintivo fra il cannone e l'obice era il tiro a palla per il primo ed il tiro a granata per il secondo. Infatti la maggior parte degli eserciti non conservano oggidì che due specie di bocche da fuoco, il cannone ed il mortaio quello destinato ad agire contro bersagli verticali col tiro di lancio, questo contro bersagli orizzontali col tiro arcato. Però per i tiri indiretti d'assedio, ossia per i tiri d'infilata delle facce nelle opere di fortificazione, pei tiri di demolizione dei muri di rivestimento protetti da uno spalto o da altra simile massa coprente, quantunque possano impiegarsi ugualmente i cannoni ordinari, tuttavia è opportuno avere cannoni destinati a tale scopo, che subordinatamente al minor peso della carica massima in esso impiegabile, abbiano grossezza di metallo minore e minore lunghezza d'anima, riuscendo così di peso minore e di più facile impiego. Questi cannoni si distinguono da quelli ordinari col nome di cannoni corti.

In Italia si è preferito chiamarli obici, che abbiamo distinto in obici d’assedio, che non sono altro che cannoni corti, ed obici da difesa, che non sono altro che mortai allungati, destinati cioè al tiro curvo come i mortai, ma capaci di spingere il tiro stesso a distanze assai superiori. Le bocche da fuoco si distinguono ancora presentemente secondo il metallo, con cui sono state fabbricate, bronzo, ghisa, acciaio, ghisa ed acciaio, acciaio e ferro; e secondo il servizio a cui sono destinate. Quest’ultima distinzione era stata introdotta da Gribeauval nel 1767 in Francia e seguita. da’ tutte le artiglierie d’Europa; egli aveva formato due categorie di bocche da fuoco, da campagna e da muro. Ora si chiamano d’assedio, quelle che servono per l’attacco e per la difesa delle piazze forti, da difesa quelle che si adoperano unicamente per la difesa delle piazze forti di terra e di mare, quindi da fortezza e da costa; da campagna quelle destinate a seguire le truppe in campagna. Per le artiglierie da campagna si hanno cannoni ed obici, per le altre cannoni, obici e mortai. A queste distinzioni devesi aggiungere l’artiglieria da montagna destinata alla guerra di montagna ed armata con cannoni speciali di piccolo peso. Giunti così, nel breve sunto fatto dalla storia dell’artiglieria, all’epoca attuale, riteniamo opportuno parlare più diffusamente di quest’arma ed occuparci dello stato presente di ogni suo ramo distintamente, accennando le molteplici innovazioni introdotte ed i meravigliosi. progressi da essa fatti specialmente in questi ultimi tempi. Trattando prima delle artiglierie, propriamente dette, ossia delle bocche da fuoco, degli affusti che le sorreggono, dei proietti e munizioni da esse impiegate e della loro fabbricazione in genere, termineremo questa prima parte con alcuni cenni sui razzi, sulle mitragliere e sui cannoni a tiro rapido e sulle artiglierie delle principali Potenze estere.

Edizioni per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro (2005-2009). E' vietata ogni forma di riproduzione per qualsiasi scopo.


 


 

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