Armi portatili

 

Con l'invenzione della polvere ebbero origine dapprima le artiglierie e poco più tardi le armi da fuoco portatili. Queste ultime presero il posto a poco a poco delle piccole armi da getto antiche, fromba arco, balestra, come le artiglierie si sostituirono alle grosse, balista, catapulta, brida (corvo dei Romani), mangano del Medio Evo. Da studiosi delle antichità fu dimostrato, che la forza delle armi da getto antiche non era così inferiore a quella delle armi da fuoco, che loro successero, come si è proclivi a credere. Nell'XI secolo e più ancora nel XII secolo la balestra (fig. 142/a), che spesse volte veniva tesa con una carrucola, raggiunse una considerevole elasticità ed il suo proietto fu ingegnosamente costrutto nel modo più conveniente per vincere la resistenza dell'aria e rompere i corpi più resistenti. Noi vediamo questi primi potenti strali o saette, foggiati a ghianda oppure di forma parabolica e colla punta di ferro, forniti di forti aste di quercia e penne formate a guisa di spirale da sottili lamine di legno di faggio.
 

Tre differenti mestieri, armaiuolo, fucinatore ed intagliatore concorrevano alla costruzione di tali dardi e secondo determinate regole d'arte. Talora alla loro parte anteriore si diede la forma di una mazza foggiata a stella od a diadema, gli acuti spigoli della quale facilitavano la rottura delle imbrunite corazze di metallo, come analogamente si pratica per lo stesso scopo nei grossi proietti moderni tagliandone la punta a spigoli acuti. Sta il Fatto, che i balestrieri dell'XI e XII secolo erano in grado di penetrare coi loro strali, ad una distanza di 150 a 200 passi, gli scudi e le corazze degli impetuosi assalitori e di uccidere molti nemici con altrettanta rapidità, che coll'azione di palle da fucile.

Perciò al secondo Sinodo Laterano nel 1139 veniva vietato l'uso della balestra sotto minaccia di gravi pene, come ordigno nuovo troppo pericoloso al diritto delle genti. La balestra cinese a ripetizione, esistente nel museo d'artiglieria di Parigi, dimostra che fino d'allora era già venuta l'idea dell'arma a ripetizione. Ne diamo la forma nella figura 142/b, come uno dei più ingegnosi tipi di armi da guerra di quei tempi. L'arte del dardeggiare, trar d'arco e più tardi del balestrare va unita colle più antiche e belle tradizioni di ogni popolo, e la pratica di tali esercizi arrivò fino ai nostri giorni. Basta nominare Esaù, Nembrod e Davide, Ercole ed Ulisse, Egil, Guglielmo Tell e Robin Hood per richiamare alla memoria le più predilette usanze dei popoli di tutte le età. Non è quindi a meravigliarsi se le primissime armi da fuoco, ancora imperfette, prendessero solo a poco a poco, anche in Europa, il sopravvento sui loro più vecchi tipi.

Tra i più rinomati tiratori d'arco dei tempi antichi sono annoverati i Sisti, i Parti ed i Persi; ancor oggi tribù nomadi dell'Asia, Africa ed America usano quest'arma offensiva, la cui antichità conta mille anni. I migliori frombolieri furono gli abitanti delle Baleari, dell'Acarnania e gli Achei.Il tirar di frombola fu usato ancora nel 1572 all'assedio di Sancère e quello d'arco all'assedio di Ostenda nei 1602-1604. Nel 1627 si videro tiratori d'arco e di balestra inglesi all'assedio di Ney e ci rimangono scarse notizie dei destri arcieri, ad esempio dei Baschiri, che seguirono gli eserciti russi nel 1814 attraverso la Germania contro la Francia.
 

L'uso di queste armi prirnitive si estese nel Medio Evo con le così dette bande di arcieri, che erano organizzate in Germania, nei Paesi Bassi e specialmente nel Belgio. Le prime cosidette canne a mano od a pugno, le quali lanciavano palle di mezza libbra di piombo, dovevano essere maneggiate da due uomini disposte sopra un grossolano cavalletto (fig. 143). Sulla comparsa d'armi a fuoco a mano portatili e maneggiabili da un uomo solo, esistono varie opinioni molto contraddittorie. La balestra era già qualche volta formata da un tubo di ferro e lanciava la stessa palla di piombo, per cui era del tutto somigliante ad una canna da fuoco fornita di grande incassatura; senonché questa doveva acquistare nella fabbricazione una resistenza sufficiente per una nuova forza d'impulsione senza avere un gran peso.

La prima arma portatile da fuoco fu lo schioppo dal latino scloppus (in francese baton a feu) e si Hanno le prime notizie dei suo impiego nella storia del fatto d'armi di Forlì avvenuto nel 1281 fra il conte Guido di Montefeltro e Giovanni d'Appia generale al servizio del Papa. La canna dello schioppo era disposta sopra un pezzo di legno, detta manico, teniere e poi cassa, di forma diritta e con un incavo per l'appoggio dell'arma sopra la spalla. Secondo alcuni le armi da fuoco sarebbero state importate dai Mori in Spagna e successivamente sarebbero poi passate in Francia, Germania, ecc. Verso il 1480 troviamo gli archibusi, i quali con una incassatura prolungata posteriormente, come quella della balestra, avevano un calcio ancora molto incomodo.

Il tiratore per sparare l'arma sosteneva il calcio col braccio sinistro, mentre colla mano destra dava fuoco, per mezzo di una miccia accesa, ad una piccola quantità di polvere applicata sopra e dentro il foro di culatta, che comunicava l'accensione alla carica interna. L'uso dell'archibugio si estese in Italia nella seconda metà del secolo XV. Esso però era per la piccola portata e precisione poco apprezzato; d'altra parta andava aumentando lo spessore delle armature per resistere al sempre crescente numero di armi da fuoco.

Si sentì quindi il bisogno di archibugi più potenti e questi furono denominati moschetti. I moschetti più pesanti, lanciavano palle di piombo del peso di 65 fino a 115 grammi e con sufficiente precisione. Avevano però il doppio od il triplo del peso dei nostri moderni fucili da guerra. Potevano bensì all'occorrenza essere trasportati e maneggiati da un uomo solo, ma richiedevano speciali apparecchi per appoggiarli e diminuire il rinculo troppo forte.

Questi apparecchi consistevano specialmente, dapprima in un uncino o ciocco sporgente sotto l'imboccatura della canna, col quale si sospendeva l'arma oppure si appoggiava saldamente su di uno spigolo di muro o su un parapetto qualunque, per cui ne venne la designazione di archibugio a crocco. Più tardi s'impiegò una forcella, che si piantava sul terreno e sulla quale si appoggiava l'arma. Pare, che prima dell'anno 1521 alcune compagnie di tiragliatori spagnuoli di Carlo V fossero armate di armi da fuoco guernite di cassa relativamente comode, di considerevole portata e di moderato peso, le quali lanciavano probabilmente palle di piombo di tre mezze oncie. Queste possono essere considerate come i primi modelli di armi da Fuoco per fanteria, sebbene fossero ancora la metà più pesanti di quelle usato al giorno d'oggi.
 

La continua tendenza a semplificare il modo di dar fuoco alla carica, conduceva all'invenzione nel XV secolo del serpentino o draghetto (fig. 144), che costituì il primo elemento dei meccanismi, che si costrussero più tardi.

Presentava un cane, rozzamente foggiato a forma di serpente o drago, di cui la testa stringeva un pezzo di spugna oppure l'estremità accesa di una miccia.

Il focone era praticato nel fianco destro della canna, ed il punto di sbocco circondato da uno scodellino o bacinetto, nel quale si collocava una piccola quantità di polvere destinata ad essere infiammata dalla miccia. Il cane Funzionava come una leva e premendo sopra di un grilletto, fissato alla sua estremità, portava la miccia a contatto della polvere del bacinetto. Al principio del XVI secolo (1517) un orologiaio di Norimberga inventa l'acciarino a ruota (fig. 145) che, non rinnegando la sua origine, ha qualche cosa della complicazione e fragilità di una ruota d'orologio.

Questo congegno consisteva in una rotella d'acciaio montata sopra di un albero trasversale alla cartella, il quale era collegato per mezzo di una catenella ad una molla a gomito fissa alla cartella stessa. All'albero si poteva applicare una chiave e con questa farlo girare ed obbligare la catenella ad avvolgersi sull'albero stesso, mettendo in tensione la molla. Una specie di scatto, penetrando col suo becco in una tacca della ruota, manteneva la molla tesa.

Il cane portava fra le ganasce un pezzo di pirite e, volendo far fuoco, si abbassava in modo che la pirite andasse a contatto della ruota montata. Agendo quindi allo scatto rimaneva libera 1a ruota, che, per effetto della molla, girava rapidamente fregando contro la pirite e produceva scintille, le quali cadevano sul polverino d'innesco del bacinetto. L'invenzione fatta poco dopo dagli Spagnuoli dell'acciarino a martellina o copri-bacinetto (fig. 146) si avvicina già alquanto alla costruzione dell'acciarino a pietra focaia, che vedremo più avanti. La martellina costituita da una lastra metallica girevole a cerniera, serviva per coprire il bacinetto, per cui l'arma si poteva trasportare innescata senza inconvenienti. Il cane per mezzo d'una molla di scatto veniva spinto contro la superficie d'acciaio scanalata della martellina, che si rovesciava indietro e scopriva la polvere contenuta nel bacinetto.
 

Gli acciarini a miccia durarono predominanti durante tutta la guerra dei trent'anni, e si conservarono, per la loro semplicità, assai più lungamente negli usi di guerra, che gli acciarini a ruota. Essi furono impiegati fin nel XVII secolo, quantunque nei 1650 fossero già stati inventati in Italia gli acciarini a pietra (focili), che avevano nelle loro parti principati il meccanismo dell'acciarino usato ancora adesso. Negli acciarini a pietra (fig. 147) il cane E portava fra le ganasce una pietra focaia F e, lasciato libero dallo scatto B, prendeva un movimento di rotazione, per cui battendo colla pietra focaia sulla batteria o martellina G, produceva scintille.

Nello stesso tempo la martellina essendo gettata all'indietro, si scopriva L'innescatura, che veniva accesa dalle scintille e comunicava il fuoco alla carica. L'effetto delle scintille era però incerto specialmente in tempo piovoso e quando la pietra era alquanto consumata dall'uso. Gl'ingegneri militari di quei tempi Vauban e Bockler raccomandarono tuttavia l'uso di tali acciarini, che poteansi impiegare tanto a miccia che con pietra focaia. Verso la metà del secolo XVI si usa la cartuccia e verso la fine del secolo successivo Gustavo Adolfo adotta la giberna di cuoio indurito, capace di contenere 10 cartucce, abolendo la bandoliera ed il corno per la polvere d'innesco. Sul finire dello stesso secolo si munì la canna di un mirino o di tiri piccolo Tubo o mira con tacca in culatta; l'altezza di questi punti non era però calcolata in relazione colla traiettoria percorsa dal proietto. Nella guerra dei trent'anni si armava un terzo della fanteria di picca, come arma indispensabile, per un combattente di fanteria, e subito dopo ne veniva l'idea di farne un'arma sola col fucile. Difatti nel 1575 si allestisce a Bajona la prima baionetta, il cui manico s'introduceva nella canna. Circa 40 anni più tardi la fanteria di Luigi XIV adottava la baionetta con manico cavo e ghiera, che s'investiva sulla canna in modo di non impedire il fuoco; sistema usato fino ai nostri tempi. Nel XVIII secolo si fecero gli ulteriori miglioramenti, coi quali l'arma da fuoco, passando per progressivi alleggerimenti fino a 5 Kg. arrivava ad una completa attitudine per la guerra e ad essere l'unica arma della fanteria.

Così nel 1730 sotto Federico Guglielmo I veniva introdotta in Prussia, per opera di Leopoldo di Dessavia la bacchetta di ferro, alla quale era data nel 1774 la forma cilindrica dal principe di Brunswich. Sotto Federico il Grande, al quale si deve specialmente il merito della spedita e regolare esecuzione del fuoco a salve, con cui ottenne formidabili risultati, hanno origine i foconi conici. Questi hanno il vantaggio di lasciar scorrete nel loro interno la polvere della carica di scoppio, per cui non occorre più la sovrapposizione nello scodellino di una speciale innescatura. L'incassatura era però ancora assai difettosa; il calcio era corto, diritto ed a spigoli acuti e non permetteva un comodo maneggio né un esatto puntamento.


Solo con un accurato addestramento della truppa e con un approssimativo puntamento orizzontale si raggiungeva un'azione regolata, simile a tiro a metraglia, per mezzo di linee facienti fuoco a salve.

Nei 1786 si scopre il clorato di potassa e due anni dopo il Berthollet indica le proprietà esplodenti del fulminato di mercurio, che porta un nuovo progresso nella costruzione delle armi portatili da fuoco. Infatti nel 1807 lo scozzese Forsyth, armaiuolo, aveva un brevetto in Inghilterra per un acciarino a percussione; nel 1808 e nel 1812 il francese Pauli otteneva pure due brevetti per analoghi meccanismi. Alcuni vogliono sia stato Inventare dell'acciarino a percussione un capitano inglese, Fergusson, il quale visse alla fine del XVIII secolo e fece la guerra americana in un reggimento assiano. Nei primi tentativi colla materia fulminante si fecero pillole d'innescamento avvolte in cera polverizzata con zolfo poi s'incollò la materia fulminante su di un nastro che si collocava in un serbatoio. Nel movimento del cane il nastro si svolgeva automaticamente presentando ad ogni colpo la materia fulminante all'azione del cane stesso.

Nel 1814 l'inglese Giuseppe Egg inventava la cassula fulminante, che si disponeva sul luminello. Questo sistema veniva adottato nei 1843 presso tutte le nazioni eccettuato in Austria, dove si conservò il sistema Console, nel quale vi è ancora la martellina, ma alquanto ridotta, ed il fuoco viene comunicato alla carica per mezzo di piccoli tubicini carichi di materia fulminante (zunder) trattenuti dalla martellina stessa in prossimità del focone. La più importante scoperta, alla quale anche i proietti delle nostre recenti armi da fuoco devono la regolarità della loro traiettoria, è quella della rigatura. Questa consiste in più intagli sinuosi a forma di spirale, praticati internamente nelle canne, i quali comunicano al proietto un movimento di rotazione attorno al suo asse longitudinale e quindi una tendenza a mantenersi nella sua prima direzione. Gli archibusi e gli schioppi rigati (in francese carabine) sono d'invenzione tedesca.
 

La maggior parte della gloria di questa ingegnosa invenzione si vuole attribuire a Gaspare Zollner di Vienna nel 1480, oppure ad Augusto Kotter di Norimberga nel 1520, ed ancora a Wolf Danner, pure di Norimberga.

Tutti questi maestri dimostrano però di non avere una chiara idea dello scopo della rigatura e quindi della rotazione del proietto, cioè di regolare la direzione dell'asse del medesimo. Essi col rigare la canna e forzarvi una palla coperta da uno strato di grasso, pensarono solo a vincere, per mezzo del movimento rotatorio, la resistenza dell'aria. Le prime armi portatili rigate furono esperimentate nel 1498 a Lipsia in un tiro al bersaglio e subito dopo adottate dal corpo tedesco degli archibugieri borghesi. Nella guerra di campagna non comparvero che sul principio del secolo XVII tra le truppe polacche ed usate dagli archibugieri in maggior numero. Ne furono pure armate le compagnie di cacciatori ed archibugieri fondato dal Langravio Guglielmo di Assia nel 1631 e dall'Elettore Max di Baviera nel 1641.

Nel secolo successivo le armi rigate fecero pochi progressi nell'uso militare. Federico il Grande possedette alcune compagnie sciolte di scelti cacciatori e di questi ne troviamo pure in diversi contingenti tedeschi allo scoppiare della rivoluzione francese. Ma per poter far entrare il proietto nelle righe lo si fece di diametro un po' maggiore di quello dell'anima e, per farlo andare sino in fondo di questa, si spingeva per mezzo di una bacchetta di Ferro ed a colpi di rnazzuolo. Il caricamento riusciva quindi lentissimo, per cui al principio del secolo XIX le armi rigate erano quasi abbandonate. Nel 1827 il capitano Delvigne proponeva in Francia di forzare la pallottola al fondo dell'anima, piuttosto che nell'introdurla.

Perciò fornì la canna di un lungo vitone, che si avvitava nella parte posteriore della medesima e nel quale era praticata una camera a polvere di diametro minore del calibro. La pallottola sferica di diametro minore del calibro dell'anima scorreva facilmente al fondo dell'anima e si appoggiava sull'orifizio della camera; pochi colpi di bacchetta. bastavano per schiacciarla, ossia dilatarla in senso normale all'asse della canna in modo da essere obbligata a penetrare nelle righe. Il proietto però, quantunque compresso da una bacchetta con capocchia incavata, rimaneva sformato irregolarmente ed in parte chiudeva la camera a polvere comprimendo la carica che vi era contenuta. Questo sistema fu adottato in Piemonte dietro proposta del capitano Alessandro Lamarmora nel 1836 nelle carabine del corpo dei bersaglieri, che si stava organizzando allora. Nel 1837 il colonnello Pontcharra applicò alla pallottola un tacco di legno per impedire, che una parte di essa restasse alloggiata nella camera a polvere.

Ma il tacco di legno si rompeva nello sparo ed i pezzi riuscivano dannosi ai vicini. Nel 1842 il colonnello d'artiglieria Thouvenin soppresse la camera ed avvitò sul fondo del vitone uno stelo d'acciaio, sull'estremità del quale si appoggiava la pallottola; a colpi di bacchetta si obbligava quindi ad entrare nelle righe. In questo sistema il cambiamento di forma nel proietto era più regolare e la penetrazione nelle righe più perfetta, agendo lo stelo a guisa di cuneo. Tuttavia con queste armi da fuoco e coi proietti sferici le gittate erano ancora molto scarse, il tiro poco radente e gli effetti deboli. Si pensò ai proietti oblunghi, ma questi colla sola azione della bacchetta subivano un troppo leggero forzamento il quale non bastava ad imprimere la rotazione necessaria per vincere la resistenza deviatrice dell'aria.

Al capitano Miniè era riservato di trovare un nuovo e miglior modo di ottenere la penetrazione del proietto nelle righe, per mezzo dell'azione dei gas prodotti dalla stessa carica esplodente; per cui tutte le disposizioni speciali summenzionate delle canne diventarono inutili. Egli propose un proietto cilindro-ogivale, il quale nella parte posteriore aveva una cavità di forma tronco-conica, in cui era introdotto un piccolo tacco, pure tronco-conico, di ferro in modo da non riempirla completamente.

All'atto dello sparo il tacco veniva spinto dalla forza dei gas nell'interno della cavità e faceva dilatare a guisa di cuneo le pareti del proietto producendone il forzamento prima che esso avesse fatto molto cammino nella canna.

La fig. 152 ci rappresenta uno dei meglio riusciti modelli di questo sistema, cioè il proietto Minié introdotto nell'armata russa col suo tacco d'acciaio. Lo schioppo rigato rappresentato dalle fig.151 ci dà la forma esteriore dell'arma da fuoco portatile da guerra come essa, con piccole modificazioni durò fino all'adozione universale della carica posteriore, in tutti gli eserciti europei eccetto che nel prussiano. L'operaio belga Peeters proponeva di sopprimere il tacco nella pallottola Minié essendo i gas soli sufficienti per produrre l'espansione voluta nella pallottola; si ebbe così il forzamento del proietto ad espansione. Il Piemonte adottò per i bersaglieri nell'agosto dell'anno 1856 una carabina senza stelo, che lanciava la pallottola belga e fu detta carabina da bersaglieri, Mod. 1856. Un altro mezzo per ottenere la penetrazione del proietto nelle righe fu duello del forzamento per compressione ideato nel 1852 dal Charrin. Egli costrusse un proietto cilindro-ogivale fornito nella parte cilindrica di due profonde scanalature. Nello sparo la spinta dei gas schiacciava la parte posteriore del proietto contro la parte anteriore, che reagiva per inerzia.

Lo stesso Charrin proponeva un altro proietto, che era fornito, oltre che delle scanalature, della cavità nella parte posteriore, per cui veniva forzato per compressione e per espansione. La fig, 153/a ci rappresenta il proietto a compressione, analogo al precedente, proposto dal tenente d'artiglieria Lorenz in Austria, perciò chiamato proietto austriaco.

Al sistema a compressione appartengono pure i proietti svizzeri della fig. 153/b , i quali rappresentano il più importante progresso, inquantoché nella loro costruzione si è seguito il principio del piccolo calibro fino all'estremo limite possibile. A due condizioni principali si riduce la costruzione delle armi rigate sotto il punto di vista scientifico più recente: la rigatura per ingenerare rotazione e stabilità di direzione nel proietto; proietto oblungo per contrapporre alla resistenza dell'aria un piccolo diametro rispetto al peso del proietto.


Coll'adozione del piccolo calibro di 10-11 mm., di fronte ai primi calibri di 13 e di 17-18 mm. e del proietto a compressione, la giustezza di tiro delle armi da fuoco portatili raggiunse un grado, oltre il quale non era da aspettarsi un aumento tranne che sotto il punto di vista della conservazione dei mezzi di tiro e del materiale dei proietti.Questo calibro era solo possibile coll'introduzione dell'acciaio fuso come materiale per le canne. L'acciaio inoltre presenta assai più grande consistenza allo storcersi o piegarsi, che non il ferro battuto usato prima; e la resistenza al curvarsi è una qualità indispensabile per le armi da fuoco portatili, specialmente nell'uso militare in cui per essere impiegate anche come armi da punta ed in fuoco molto interrotto, sono legate ad una determinata lunghezza di canna di circa un metro.

Ricordiamo ancora il proietto cilindro-sferico, proposto dai capitarlo Nessler durante la guerra di Crimea, proietto fornito della cavità posteriore per sopprimere il vento coll'espansione. Fu adottato in Piemonte nel 1856 per tutti i fucili a canna liscia e fu conservato in servizio fino alla formazione dell'esercito italiano. Vari altri sisterni furono ideati per imprimere la rotazione al proietto senza praticare le righe nelle canne, facendo queste a sezione poligonale od elittica. Così si ebbe il sistema Whitworth a sezione di poligono esagonale, il sistema Westley-Richard ed il sistema Henry a sezione di poligono ottagonale, il sistema lancaster a sezione elittica, ecc, Questi sistemi sono però di assai difficile fabbricazione e quindi molto costosi.

Armi a retrocarica. - Le armi da fuoco portatili avevano già raggiunto coll'introduzione della rigatura, dei proietti oblunghi e dei piccoli calibri un'efficacia e portata di tiro prima sconosciuti; ma avevano ancora l'inconveniente del caricamento oltremodo lento e minuto per mezzo della bacchetta e coll'innesco disgiunto dalla cartuccia. Coll'adozione delle armi a retrocarica si ottenne essenzialmente un modo di caricare più comodo e più celere, quindi aumento nella celerità di tiro; nello stesso tempo si rese possibile al tiratore di caricare in qualunque posizione del corpo e di trarre così il maggior profitto dal terreno per coprirsi, diminuendo in conseguenza le perdite prodotte dal fuoco nemico. Si comprende pertanto di quanto si sia rialzato colla retrocarica il valore tattico delle armi da fuoco portatili e la superiorità acquistata dalla fanteria armata con fucili a retrocarica su quella fornita di fucili ad avancarica.

La prima idea di collegare l'innesco per l'accensione della carica colla cartuccia e di liberare così il tiratore dal portar seco e di applicare colpo per colpo uno speciale mezzo di accensione, si deve all'inventore del fucile ad ago Nicolò Dreyse, dapprima magnano, più tardi membro del Consiglio commerciale in Sommerda (morto nel 1867). Egli costrusse dapprima nel 1829 un fucile ad avancarica, nel quale l'accensione dell'innesco era prodotta da uno spillo. Nel 1836 ridusse il suo fucile a retrocarica fornendolo di una cartuccia, la quale riuniva in sé proietto. carica ed innesco. E notorio come fin dal quarantesimo anno del Presente secolo Federico Guglielmo IV adottasse nell'armata prussiana, malgrado le difficoltà incontrate in alcune vecchie autorità, il fucile ad ago; come questo fosse osservato con diffidenza da tutti gli altri Stati nell'anno 1864 ed ancor più nel 1866 come la superiorità dimostrata specialmente nella campagna di Boemia del 1866, ponesse quest'arma al primo posto, venisse presa per modello, e servisse come punto di partenza in tutti gli Stati agli studi ed esperienze per stabilire un sistema di chiusura conveniente per le loro armi portatili. Prima di descrivere i fucili ad ago, i quali meritano il primato, come le prime armi a retrocarica comparse sui campi di battaglia europei, daremo un rapido sguardo ai sistemi di retrocarica venuti in uso nei tempi moderni.
 

Nel 1801 Thiess di Norimberga proponeva un fucile con chiusura a cuneo tenuto a posto durante lo sparo da una molla; nel 1812 Pauli aveva il brevetto per un fucile a retrocarica in cui la canna a bilico sia di un perno si alzava in culatta per la carica; nel 1831 era costrutto il fucile David con culatta mobile a cerniera. Ma. tutti questi sistemi avevano ancora la cartuccia separata dall'innesco e quindi erano assai imperfetti e non da prendere in considerazione. Una buona arma a retrocarica è solamente concepibile con una cartuccia unica, cioè coll'innesco unito alla medesima. Rispetto alla diversità della materia del bossolo delle cartuccie, i fucili a retrocarica si suddividono in quelli con cartuccia a bossolo combustibile, ossia cartuccia di carta, ed in quelli con cartuccia a bossolo non combustibile, formato ordinariamente di metallo, ossia con cartuccia metallica.

Nella cartuccia di carta il meccanismo di chiusura deve impedire la sfuggita dei gas, nella parte posteriore della canna, per mezzo del cosiddetto anello dell'anima, che noi abbiamo già visto nelle artiglierie a retrocarica. Il rappresentante generale e, per così dire, il padre di questo gruppo è il fucile ad ago prussiano e vi appartengono tutte le armi da esso derivate, fra le quali quella dei francesi, Modello 1866, denominata comunemente, dal suo inventore, fucile Chassepot.

Le difficoltà per avere un buon anello dell'anima per la chiusura sono considerevoli. Siccome l'anello metallico con piccole cariche di polvere, non é abbastanza arrendevole, Chassepot lo scelse, come vedremo più avanti, di caoutchouc; ma questo, a lungo andare, non resiste alle alte temperature di combustione della polvere. Per togliere di mezzo tale difficoltà l'industria dell'America del Nord sceglieva nella sua nuova arma a retrocarica, impiegata nella grande guerra civile del 1861-65, la cartuccia metallica fornita di un bossolo, che era incaricato della chiusura ermetica della culatta; per cui ad ogni tiro si aveva un nuovo anello di chiusura assai resistente.
 

Un tipo dello stesso genere era stato proposto fin dal 1850 dall'armaiuolo parigino Lefaucheux nella sua cartuccia a metraglia per i fucili a retrocarica da caccia. Gli Americani costruivano i bossoli da cartuccie di lamina di rame e disponevano l'innesco nell'orlo incavato del lembo, che sporge attorno al fondo del bossolo e che serve di presa. L'infiammazione avveniva per mezzo di un ago oppure di un percussore giacente nell'otturatore; sul percussore agiva il cane di un comune acciarino a percussione. In tal modo sono formati i sistemi Remington, Peabody, Spencer, Henry (questi ultimi due a ripetizione). Le cartuccie di rame con orlo infiammabile (fig. 154/a) furono di varie forme nelle Potenze europee secondo i sistemi di retrocarica, che esse andarono adottando precipitosamente nel 1866 onde avere nella loro fanteria un armamento simile al prussiana. L'Inghilterra prese un'altra via; costruì il bossolo della cartuccia di due parti principali, un fondo di cappello ed una parte cilindrica avvolta da sottile lamina d'ottone, ed, invece dell'innesco ad orlo. adottò quello più pratico, il centrale, contenuto in una cassala collocata nel mezzo del fondo della cartuccia (fig. 154/b). Bentosto si pervenne coi continui progressi dell'arte tecnica a formare bossoli di cartucce in un sol pezzo di ottone, più resistente del rame, e si raggiunse l'attuale tipo diffusissimo in Europa di cartuccia metallica (fig. 155).

Resta ora a dare uno sguardo ai sistemi di meccanismi di chiusura e di scatto delle armi a retrocarica e raggruppare i medesimi sotto punti di vista fra loro comuni. Il fucile ad ago di Dreyse, come già abbiamo detto, servì come punto di partenza di un gran numero di meccanismi di chiusura, i quali vennero designati col nome di chiusura a cilindro od a percussione. Dietro la parte posteriore aperta della canna havvi un cilindro di determinata lunghezza, denominalo comunemente otturatore, scanalato per ricevere il meccanismo di scatto o per lo meno la parte più importante del medesimo. L'otturatore è scorrevole ed è dotato del doppio movimento di traslazione nel senso dell'asse della canna e di rotazione attorno all'asse stesso; il primo per scoprire e chiudere la culatta, il secondo per avere l'appoggio necessario per resistere all'azione della carica. Esso si muove generalmente in un pezzo di culatta scanalato od avvitato alla canna, detto culatta mobile e chiude l'anima penetrando per un certo tratto nella medesima, oppure imboccando la culatta od infine arrestandosi sul vivo della culatta. La molla, che mette in movimento l'ago o il percussore per le cartucce metalliche, ha comunemente la figura contorta di una spirale e viene denominata molla a spirale. Questa chiusura dicesi quindi a cilindro con scatto a molla-spirale. Il movimento speciale dell'otturatore e la disposizione dello scatto esigono in questo gruppo una rilevante lunghezza e lateralmente spazio sufficiente al tiratore per il maneggio del meccanismo. Appartengono a questo gruppo il nostro fucile trasformato, il Wetterli, il Chassepot, il Mauser, ecc.

Altro gruppo di armi a retrocarica è quello, in cui l'otturatore è girevole attorno ad un asse parallelo a quello della canna ed ha talora un movimento di scorrimento per far funzionare il congegno estrattore. Tali otturatori sono pure collocati in una culatta mobile ed esigono, per potersi chiudere, che la cartuccia sia spinta colla mano completamente nella camera della canna. Il meccanismo di scatto è separato dal congegno di chiusura. Appartengono a questo gruppo i meccanismi di chiusura dei fucili: Snider, Schneider, Werndl. Un terzo gruppo comprende le armi a retrocarica ad otturatore girevole attorno ad un asse perpendicolare a quello della canna; di queste armi in alcune l'asse di rotazione è collocato sulla canna, in altre fuori della medesima. Nelle prime l'otturatore scopre la parte superiore della canna situata oltre il vivo di culatta, e si può chiudere senza che la cartuccia sia del tutto introdotta nella camera. Tali sono i sistemi di chiusura Albini, Terssen, Berdan 1° ecc.


Nelle seconde è annessa alla culatta una scatola a pareti metalliche, tra le quali è compreso tutto il congegno di chiusura. Questi otturatori richiedono che la cartuccia sia spinta intieramente colla mano nella canna. Sono di questo genere i sistemi Remington, Peabody, Martini Werder, ecc. Il sistema che incontrò maggior favore è stato finora quello a cilindro del primo gruppo. Una parte assai importante delle armi a retrocarica è l'estrattore che, agendo sull'orlo di presa della cartuccia, può farla uscire dalla camera e proiettarla fuori dell'arma. Nei sistemi più perfezionati ha un'azione del tutto automatica, per cui l'estrazione ed espulsione dei bossoli delle cartucce sparate sono combinate con i movimenti dell'otturatore. Perciò la conformazione e disposizione dell'estrattore varia secondo la specie del congegno di chiusura. Sebbene le perfezionate armi del tempo presente permettano una prodigiosa celerità di fuoco, tuttavia si riconosce ancora la necessità di aumentarla in certi istanti e di mettere il tiratore in condizione di poter fare un determinato numero di tiri consecutivamente, senza che abbia ad ogni colpo da introdurre una nuova cartuccia nell'arma. Ciò si ottenne colle armi a ripetizione, già ideate nei primi secoli. A queste armi è unito un magazzeno o serbatoio capace di contenere parecchie cartucce, le quali, per mezzo di apposito meccanismo, sono successivamente condotte automaticamente nella canna; cosicché il tiratore può vuotare il magazzeno, senza bisogno di provvedere l'arma di nuove munizioni. La maggior parte dei serbatoi ha la forma di un tubo disposto lungo il fusto della cassa, oppure nel calcio e nell'impugnatura; una sottile molla a spirale obbliga le cartucce contenute nel serbatoio ad uscire per essere portate dal congegno di ripetizione nella canna.

Il merito di aver ridato la vita a siffatte armi si deve, come vedremo più sotto, agli Americani. Le rimanenti parti delle armi a retrocarica da guerra, come cassa e fornimenti, sono state prese senza quasi alcuna variazione da quelle ad avancarica.
 

Nei modelli, che nascondono i loro meccanismi di chiusura e di scatto in scatole metalliche della grossezza del fusto, quest'ultimo consta di due parti distinte, del calcio e della cassa, le quali si congiungono per mezzo della scatola metallica stessa. Tutte le parti in ferro, compresa la canna, sono brunite. La bacchetta serve come scaricatore. Come arma bianca la fanteria si prevale quasi sempre e dappertutto della baionetta.

Le righe volgono da sinistra a destra, ad eccezione di quelle dell'arma francese, e fanno, nelle armi del calibro di 11 mm., un giro della lunghezza di 50 calibri. Nella descrizione dei tipi principali di armi da fuoco portatili a retrocarica, comincieremo dal fucile ad ago, di cui diamo nella fig. 156 il meccanismo di chiusura e di scatto in sezione, nella fig. 157 l'arma in posizione aperta e pronta per essere caricata, nella fig. 158 coll'otturatore chiuso pronta per lo sparo.

Il meccanismo di scatto (fig. 156 ), che è disposto in prolungamento della canna, nella, parte posteriore della medesima, consiste essenzialmente nei tre cilindri cavi spinti uno nell'altro, dei quali l'esteriore, detto culatta mobile, superiormente presenta speciali aperture ed è avvitato colla stia testa alla parte posteriore delta canna. I due cilindri interni, otturatore e tubetto, si muovono entro la culatta mobile nella direzione del prolungamento dell'asse della canna. L'otturatore è un tubo cilindrico aperto alle due estremità, di cui quella anteriore termina internamente con una superficie tronco-conica destinata ad abbracciare la corrispondente della canna; esso racchiude il tubetto, che a sua volta contiene lo stelo e la molla a spirale.

Il maneggio, la carica, l'armare ed il comunicare il fuoco, ossia lo sparo, avvengono con piccoli e semplici movimenti, coi quali l'otturatore, per mezzo del suo manubrio sporgente in fuori, è mosso avanti, indietro ed il tubetto è girato, tirato fuori all'estremità posteriore oppure spinto con forza dentro e, mediante una molla piatta fissa alta testa del medesimo, fissato nella sua posizione. L'infiammazione della carica avviene per mezzo dell'ago fissato nello stelo, che, spinto fuori dalla molla spirale, attraversa la polvere e col perforare l'innesco della cartuccia produce l'esplosione. Il proietto oblungo, del peso di grammi 31 è contenuto in un tacco di cartapesta compressa, il quale lo attornia nella metà posteriore e nello sparo resta serrato fra il proiettile e la parete della canna. In questo tacco vi è fortemente incastrato l'innesco composto di clorato di potassa e solfuro d'antimonio. Tutta la cartuccia è formata da un bossolo cilindrico di carta comune, nel quale si mette dapprima la carica di grammi 4,85 di polvere e poi il tacco d'innescamento col proietto; il bossolo è infine strozzato alla punta, legato e quindi ingrassato.

Con tali disposizioni erano essenzialmente conformati i fucili, i moschetti e le carabine della fanteria, dei cacciatori e della cavalleria tedeschi fin dalla campagna contro i Francesi nell'anno 1870-71; solo i Bavaresi erano armati di altri fucili. Dopo il 1866, che segnò l'apoteosi del fucile Dreyse, tutte le Potenze si affrettarono a ridurre a retrocarica i loro vecchi fucili. L'Italia ridusse il fucile, M° 1860, la carabina dei bersaglieri M°1856, ed i moschetti d'artiglieria, M° 1841, secondo il sistema Carcano derivato da quello Dreyse. Tale fucile trasformato costituì per diversi anni l'armamento dell'esercito italiano e deve ancora servire per la milizia territoriale; va però scomparendo lasciando il posto al Vetterli. Il sistema Carcano è analogo a quello del Dreyse colle seguenti modificazioni: la molla piatta è applicata alla testa dello stelo, anziché al tubetto; l'estremità libera della molla stessa, quando l'arma è pronta per lo sparo, sporge con un dente da un'apertura praticata nel cilindro presso l'orifizio posteriore; il tubetto, tutto inserito nel cilindro, comprime la molla spirale e si oppone alla reazione della medesima mediante un dente impegnato entro una finestra aperta nel cilindro; lo stelo è fornito dalla parte posteriore di un bottone. I movimenti per la carica e lo sparo sono: armare lo spillo premendo sul nasello del tubetto e girandolo a destra; aprire la culatta tirando indietro l'otturatore per mezzo del manubrio; collocare a sito la cartuccia; chiudere la culatta spingendo avanti l'otturatore; agire sul grilletto.

Carattere distintivo della trasformazione italiana si è che, quantunque la cartuccia non sia metallica, tuttavia le sfuggite di gas non sono impedite dalla speciale conformazione del meccanismo di chiusura, ma da un fondello di panno situato nella parte posteriore della cartuccia.

Questa è di carta, il proietto, ad espansione, è calzato da un tacco di carta compressa, che porta l'innesco fulminante composto di clorato di potassa, di solfuro d'antimonio, di zolfo e di carbone. Dopo la campagna 1870-71 e precisamente nell'estate del 1872 è introdotto nell'esercito prussiano un fucile costrutto dall'armaiuolo Mauser, colla collaborazione del suo fratello Paolo, in Oberndorf nel Wúrtemberg. Questo fucile, che costituisce un miglioramento di quello dei Dreyse, veniva sperimentato ed approvato dalla Scuola Militare di Spandau e prendeva il nome volgarmente di fucile Mauser, ufficialmente di fucile M° 1871. Ha il calibro di 11 mm., una cartuccia con bossolo di ottone ad innesco centrale, proietto di piombo massiccio, e la carica vi si può eseguire in due movimenti, fatta astrazione del mettere la cartuccia, cioè coll'aprire e chiudere la culatta. Il meccanismo di chiusura è a cilindro, quello di scatto a molla spirale; il meccanismo di sicurezza è costituito da un albero, al quale si può imprimere un movimento di rotazione per mezzo di un nasello.

La chiusura ermetica è data dalla cartuccia metallica ed è sufficiente il semplice combaciamento della testa mobile e dell'otturatore (figg. 160 e 161) contro il fondo della cartuccia per impedire la rottura del bossolo, permettendo nello stesso tempo una carica relativamente forte di 1/5 del peso del proietto (proietto grammi 25, carica grammi 5). Raggiunge così una velocità iniziale di m. 440 con una traiettoria tesa ed una portata di 1600 m. La canna è d'acciaio brunita con righe molto piatte, le quali fanno, nella lunghezza della canna di cm. 85, un giro di m. 1,50. Per le piccole distanze il puntamento si fa con un alzo stabile, per le più grandi con un alzo a cerniera, che si abbassa o si alza secondo la distanza a cui si tira ed è graduato fino a 1600 metri.

Le figure 160 e 161 ci rappresentano il fucile, sezionato. nella posizione chiusa e di sparo e, nella sua forma esteriore, in posizione aperta. Per aprire la culatta si volge in alto ed a sinistra il manubrio a dell'otturatore b, e lo si tira indietro finché l'anello d'arresto m abbia urtato contro la sporgenza w della culatta mobile h. La noce d è indipendente dal movimento di rotazione dell'otturatore, poiché è trattenuta dal rinforzo l che, prima di tirar indietro l'otturatore, rimane fermo nello spacco della culatta mobile. Però nel girare l'otturatore, questo e la noce si urtano in e e ne avviene uno scostamento indietro della noce e del percussore ad essa collegato, e conseguentemente una parziale compressione della molla spirale avvolta attorno al percussore. Contemporaneamente l'uncino sporgente g, dell'estrattore fermato alla testa mobile di chiusura c, agisce sull'orlo di presa del bossolo della cartuccia sparata, che viene trascinato cosi nel movimento indietro di tutto il meccanismo e, con un leggero volgere dell'arena dalla parte destra, gettato fuori. L'otturatore è fornito di una guida t, che lo dirige nei suoi movimenti ed è scorrevole entro lo spacco superiore della culatta mobile. Dopo questo primo tempo dell'aprire la culatta si mette una cartuccia nella camera di caricamento e si chiude la culatta. Nello spingere perciò avanti il manubrio dell'otturatore tutto il meccanismo è spinto fino all'imboccatura della canna, la cartuccia vi è introdotta ed il fucile si arma, ossia, mentre la noce ed il percussore sono tenuti fermi dal nasello, la molla spirale viene serrata. Il manubrio a nel girare a destra, scivola sopra un piano q simile a vite e chiude quindi fortemente la canna. Agendo allora sul grilletto si fa abbassare il dente di scatto e la noce, non più trattenuta è portata avanti dalla forza elastica della molla spirale, ed il percussore sboccando dalla testa dell'otturatore urta nell'innesco della cartuccia e ne determina l'accensione.

Il peso del fucile senza baionetta è di Kg. 4,5, colla baionetta di Kg. 5,3. La lunghezza del fucile senza baionetta è di mm. 1350, colla baionetta di mm. 1820. L'armata tedesca è fornita di un fucile di fanteria, di un moschetto da cacciatori e di una carabina del descritto sistema. Anche la Baviera, che aveva dapprima adottato il suo fucile Werder, ha in ultimo accettato il Modello 1871.

La Francia, con decreto imperiale del 30 agosto 1868, adottava per l'esercito i1 fucile Chassepot ad ago, di piccolo calibro (11 mm.). Questo fucile era stato presentato nel 1858 da Chassepot, allora operaio nelle officine del Dépot central de d'artillerie, perfezionato e ridotto dal noto tenente colonnello Kessler ad un fucile basato sui principii sviluppati dal maggiore von Plonnies sulla costruzione delle armi da fuoco portatili. Il meccanismo di scatto del fucile Chassepot, che noi presentiamo in sezione nella fig. 162, richiede per caricarlo tre movimenti. Dapprima si tira indietro la noce A e con questa lo stelo o , che porta unito l'ago ed, attorno al suo gambo, avvolta la molla spirale. In questo movimento, facilitato dalla rotella R, il risalto l della testa della noce si allontana dallo spacco dell'otturatore B e permette perciò di girare quest'ultimo e di portarlo indietro per scoprire la canna. Introdotta la cartuccia, si riporta avanti l'otturatore, il dente di scatto s arresta il movimento della noce ed allora abbattendo a destra il manubrio si viene a disporre la scanalatura di scatto in direzione del risalto y. Agendo sul grilletto d si fa abbassare il dente di scatto, si svincola la noce, che per l'azione della molla spirale scorre avanti assieme allo stelo e spillo ed avviene così lo sparo.

La condensazione dei gas viene chiusa per mezzo di un anello di caoutchouc K collocato nella parte anteriore dell'otturatore e compresso dalla testa mobile P, Che serve nello stesso tempo come tubo dell'ago. Per effetto dei gas l'anello si allarga nello sparo ed ottura ermeticamente lo spazio fra la canna e l'otturatore. La cartuccia è formata da un bossolo di carta coperto da sottilissima stoffa di seta, nel fondo del quale è disposta una cassula di rame contenente l'innesco e fermata per mezzo di un disco superiore di caoutchouc e di un disco inferiore di cartone. La carica é di grammi 5,5 e la pallottola è contenuta in un tubo tronco-conico di carta unito al bossolo per mezzo di un filo di canape; la pallottola pesa 25 grammi ed è a forzamento a compressione.

Il fucile Chassepot, quantunque balisticamente superiore al fucile ad ago Dreyse, ha tuttavia nella guerra 1870-71 dimostrato di avere alcuni difetti dovuti principalmente all'anello di caoutchouc ed alla cartuccia di carta. Questa veniva perciò cambiata, nell'anno dopo la guerra, in cartuccia metallica e nello stesso tempo veniva adottato un nuovo fucile del quale il meccanismo di chiusura e di scatto era derivato dal fucile Chassepot, ma trasformato dal capitano Gras.

Ufficialmente chiamasi fucile di fanteria M° 74. Esso ha, come il fucile Beaumont dei Paesi Bassi, molta analogia col fucile Mauser. Diamo nella fig. 163 la sezione longitudinale del fucile Gras, nella fig. 164 la figura esterna del suo meccanismo. Come la Germania e la Francia anche la Russia e l'Italia adottarono nei loro nuovi sistemi di fucili la chiusura a cilindro con scatto a molla spirale, però essenzialmente differenti da quelli sin qui menzionati. Il fucile russo, costruzione del generale americano Berdan, è rappresentato dalle figg. 165 e 166 ; il fucile italiano dello svizzero Vetterli (1882) è rappresentato nella figg. 167 e 168. Bastano poche parole per spiegare i due fucili Gras e Berdan. La forma della culatta mobile risulta chiaramente dalla figura.

L'otturatore K è nel fucile Gras stretto dalla sporgenza v e segue quest'ultima diretto dalla guida esistente verso la parte anteriore. Nel Berdan la testa della chiusura è avvitata all'otturatore e prende parte al suo movimento di rotazione, mentre nel Mauser e Gras la testa di chiusura non ha movimento di rotazione. Gli estrattori E sono collocati in ambedue i sistemi sopra il cilindro e gli espulsori nella parete inferiore della culatta mobile. La molla a spirale è collocata analogarnente, che nel Mauser.

Il Gras si arma nell'aprire la culatta per mezzo di un piano contorto, il Berdan all'incontro si arma nel chiudere la culatta, nel quale movimento la noce S che abbraccia l'otturatore, è arrestata dal dente di scatto e per conseguenza anche il percussore; il cilindro continuando la sua corsa in avanti comprime la molla spirale f sul percuotitoio e la tiene compressa mediante l'appoggio, che il manubrio prende contro la spalletta della culatta mobile.

Dalla commissione incaricata in Italia di studiare i vari sistemi di chiusura e di scatto delle nuove armi a retrocarica adottate dalle diverse potenze europee, veniva adottata per l'esercito il sistema di chiusura Vetterli sopprimendovi la ripetizione.

Le nuove armi costrutte con tale sistema vennero denominate M°1870. La fig. 168 ci rappresenta l'arma colla culatta aperta e la fig. 167 in posizione chiusa e pronta per lo sparo.

La spirale viene coperta e protetta con un manicotto, che rimane Imprigionato fra la noce a manubrio ed il bottone estremo avvitato all'otturatore. L'estrattore a gancio (fig. 169) è unito ad incastro al cilindro verso la sua parte centrale, ed è a molla tanto dalla parte del gancio, quanto dalla patte opposta, che prende nome di coda dell'estrattore, e si protende fin dentro il corpo della noce, dove trova un apposito alloggiamento.


 

Con questa disposizione, quando il cilindro è fuori del tubo di culatta, come è indicato nella fig. 168, la noce, in grazia della coda 1 a molla dell'estrattore, rimane stabile al cilindro, come fosse fissata al cilindro stesso. Spingendo il cilindro contro l'orifizio dell'anima la coda dell'estrattore incontra una chiavetta che, come si vede chiaramente in figura, attraversa, a guisa di corda, il tubo di culatta.

La coda l'estrattore allora si abbassa ed abbandona l'alloggiamento della noce, la quale perciò rimane libera di rotare quando venga abbattuto il manubrio 2 per mettere le alette in posizione di appoggio. Nell'aprire la culatta, la corsa retrograda del sistema è limitata dalla stessa chiavetta ora nominata, quando contro di essa viene ad urtare un gradino, elle si trova sulla testa del gancio estrattore (fig. 169). Per rimuovere totalmente il cilindro basta rimuovere prima la chiavetta in discorso. Lo scatto è una spranghetta che si unisce a snodo col grilletto nel modo indicato chiaramente dalla fig. 170.

Il tubo di culatta infine ha l'apertura di caricamento alquanto sulla destra (fig. 168), e dal fondo di esso tubo sporge la testa di un espulsore.
Per mettere l'arma in posizione di sicurezza, basta operare allo scatto ed alla noce a manubrio; sollevare cioè il manubrio della noce ed abbatterlo poi tenendo contemporaneamente abbassato lo scatto per mezzo del grilletto.

Per evitare qualunque disattenzione, cui potrebbe qualcuno andare incontro nel fare la doppia manovra indicata, il capitano d'artiglieria cav. Antonio Clavarino ora maggiore della riserva e Direttore della Officina metallurgica Delta, a Genova, ideò di provvedere lo scatto di una sporgenza. laterale, come si vede chiaramente nella fig. 170, ed imperniare poi presso l'orifizio posteriore del tubo di culatta una leva a fulcro centrale, un braccio della quale rimane normalmente aderente all'impugnatura (e lo si vede indicato col numero 3 nella fig. 168), mentre l'altro braccio, internato nella cassa, si protende fino a toccare la sporgenza laterale dello scatto.

Con l'aggiunta di questa leva, che dicesi leva di sicurezza, per porre l'arma in posizione di sicurezza, colla certezza di evitare qualunque accidente, basta sollevare il manubrio della noce, sollevare poi la coda 3 della leva (e con ciò si abbassa lo scatto), abbattere per ultimo nuovamente il manubrio senza più occuparsi dello scatto.

La posizione della coda 3 della leva è tale, che nel compiere l'ultimo movimento ora accennato, il manubrio stesso della noce riconduce la leva, e quindi lo scatto, nella posizione normale che loro si compete, (Armi da fuoco, del capitano d'artiglieria C. Corvetto-Arti ed industrie, vol. 1, 78). La cartuccia per armi M° 1570 è metallica con bossolo prima di tombak (lega di rame e zinco) poi di ottone; l'innesco è collocato al centro della base del bossolo, la quale ha un orlo sporgente all'ingiro. La materia fulminante, solfuro di antimonio, clorato di potassio e fulminato di mercurio, è contenuta in una cassula di rame, in cui è introdotta un'incudinetta. La pallottola è di piombo, con anello di forzamento e del peso di grammi 20; la carica di 4 grammi e tra la carica ed il proietto si dispone un disco di cartone.

Il fucile di fanteria a retrocarica M° 1870 ha la canna di acciaio brunita, del calibro di mm. 10,35, rigata con 4 righe ad elica del passo di m. 0,66 ed inclinata da sinistra a destra. Esso è fornito di un alzo quadrante. Dello stesso modello furono costruiti il moschetto per fanteria M° 1870, di cui vennero armati i Carabinieri Reali e le Compagnie Alpine ed il moschetto da cavalleria M° 1870. Il sistema Beaumont, adottato in Olanda, è simile a quello del Gras e Mauser sennonché il percussore è spinto da una molla a lamina invece che da una molla a spirale. Menzioneremo ora alcuni tipi di meccanismi di chiusura, in cui l'otturatore è girevole attorno ad un asse parallelo oppure perpendicolare a quello della canna.

La fig. 171 ci dà la forma del fucile della fanteria svizzera trasformato dal professore Amsler in Sciaffusa. La chiusura si fa per mezzo del manubrio c dell'otturatore a, il quale ha una cerniera speciale, per cui facilmente si può sollevare e rovesciare sulla parte posteriore della canna. In questo movimento l'estrattore b getta fuori il bossolo della cartuccia sparata.

Introdotta la nuova cartuccia l'otturatore è di nuovo chiuso ed il manubrio c prende una posizione fissa. Si presenta allora di fronte al cane il percussore fatto a guisa di un luminello, collocato nell'otturatore, e l'arma è pronta per lo sparo. Come nuovo modello la Svizzera ha adottato il fucile Vetterli a ripetizione, che vedremo più avanti. La figura 172 ci presenta il sistema dell'armaiuolo Wanzl, dal quale furono trasformati i fucili ad avancarica austriaci in fucili a retrocarica. L'otturatore b si gira, come quello di Amsler, attorno alla cerniera c annessa alla canna e racchiude, come lo stesso di Amsler, il percussore sf, visibile nella sezione. L'otturatore chiuso si fissa per mezzo di un traversino d attaccato alla noce introdotto dalla parte posteriore dell'otturatore e per conseguenza col muovere avanti ed indietro lo scatto. La cartuccia è, come nell'Amsler, del sistema americano. I nuovi fucili austriaci hanno il calibro di mm.11 e sono costrutti secondo il sistema dell'armaiuolo Giuseppe Verndl della Stiria nell'Austria superiore, sistema introdotto nel 1867.

Le figg. 173-174 ci indicano il meccanismo di chiusura a cilindro B, il quale è aperto dal manubrio b 1 e scopre l'anello di chiusura a 2. La carica si fa in tre movimenti. 1° armare il fucile col sollevare il cane; 2° aprire l'otturatore ed espellere il bossolo della cartuccia sparata col volgere a destra il cilindro; l'espulsore D é formato da un albero cilindrico d con due bracci d 2 e d 4 inclinati fra loro ad angolo retto. Esso è disposto nella rispettiva scanalatura della culatta mobile in modo, che, fatto girare il cilindro per scoprir la canna, nello scostarsi dell'otturatore da quest'ultima, il dente del braccio d 4 obbliga a girare l'albero dell'estrattore, che trascina indietro il braccio d 2, il quale a sua volta col dente d 3 porta indietro il bossolo della cartuccia sparata; 3° chiudere col volgere a sinistra il cilindro.

Le armi adottate dagli Stati del Nord, Svezia, Norvegia e Danimarca, sono costrutte secondo il sistema Remington (Remington e Sons in Ilion, Staat New York) (figg. 176-177). Il meccanismo di scatto e di chiusura si trova, come in tutte le nuove armi americane, in una solida scatola metallica, alla quale é fissata anteriormente la canna colla cassa e posteriormente è assicurato il calcio.

Per la carica richiede i seguenti movimenti: 1° Armare il massiccio cane c provveduto nella parte inferiore di noce con tacca di scatto, contro cui il grilletto funziona come scatto; 2° girare indietro l'otturatore B, che contiene il percussore, per scoprire la canna; 3° introdurre la cartuccia; 4° spingere avanti e chiudere l'otturatore, che è tenuto fisso nella sua posizione dal bilanciere d. La fig. 176 rappresenta l'arma aperta ed armata; la fig. 177 chiusa e sparata. Il cane col suo contorno anteriore contrasta contro il contorno posteriore dell'otturatore ed impedisce a questo di poter rotare indietro nello sparo. L'estrattore è una spranghetta inserita lateralmente a sinistra nell'interno della camera; l'otturatore nel girare indietro quando viene aperto, urta in esso e lo obbliga a muoversi e cacciare il bossolo fuori della camera. Nella fig. 175 noi vediamo il fucile di Enfield, trasformato da Snider del quale era armata la fanteria inglese nel periodo di transizione. Il suo otturatore massiccio a non gira sulla canna, come nell'Amsler e nel Wanzl ma su un lato della medesima.

La molla spirale, visibile nella figura, comprime continuamente l'otturatore contro la canna. La cartuccia è quella già descritta più sopra con innesco centrale. Il percussore si trova nell'otturatore. Il meccanismo di scatto è quello primitivo, in cui il cane urta colla punta contro la cassula della cartuccia. La guardia nazionale mobile francese adottava nel 1870-71 una costruzione analoga modificata, sotto il nonne di fusil à tabatiere Anche l'Olanda e la Turchia trasformarono i loro fucili antichi secondo il sistema Snider.

La fig, 179 rappresenta un fucile ideato dall'americano H. O. Peapody nel 1862; con questo sistema venne costrutto un gran numero di fucili dalla ProvidenceTool-Company (Rhode-Island). Il meccanismo di chiusura servi di tipo a tutti i sistemi con rotazione a bilancia (in francese à bascule). Esso è, come nei fucili americani rappresentati più avanti nelle figg. 182-184, maneggiato per mezzo di un ponticello E, che funziona come leva per obbligare il blocco, che costituisce l'otturatore, a ruotare attorno al suo perno a mediante il braccio pili corto.

Il ponticello D ha il suo perno in b; se si spinge avanti il suo braccio incurvato, si abbassa il più corto e quindi anche il blocco otturatore, e la canna è aperta per la carica. Nello stesso tempo che s'abbassa l'otturatore, questo mette in movimento la leva F, che lancia fuori il bossolo della cartuccia sparata. Introdotta la nuova cartuccia, si tira indietro il braccio incurvato o di maneggio, l'otturatore è rialzato dal braccio corto e la canna viene chiusa. La molla G a due braccia assicura l'andata dell'otturatore a posto. Questo è provveduto sulla faccia laterale destra del percuotitoio per cartucce ad innesco periferico.

Il cane doveva essere armato con movimento a parte, per cui lo svizzero Martini di Frauenfeld ideò di riunire anche tale funzione col movimento dell'otturatore per mezzo di un anello di catena, che collegava il ponticello colla parte inferiore del cane. Siccome però questi due movimenti simultanei, dell'armare il cane ed aprire la culatta, richiedevano molta forza, egli sostituì all'acciarino un meccanismo di scatto a molla spirale avvolta attorno ad uno stelo, che si può muovere avanti ed indietro nell'otturatore.

Nello spingere avanti il braccio di maneggio retrocede il percuotitoio e la molla spirale viene contemporaneamente compressa e tesa. Questo fucile, di cui diamo la forma nella fig. 180, fu scelto fra 65 concorrenti ed introdotto nell'armata inglese nel 1871 con un calibro di 11 mm. e sotto il nome di fucile Martini-henry.

Il meccanismo richiede due movimenti per la carica: 1° Spingere avanti il braccio di maneggio, per cui si apre la culatta, si estrae il bossolo della cartuccia sparata e si arma la molla spirale; 2° tirare indietro il braccio di maneggio, per cui si chiude la culatta, ha cartuccia è ad innesco centrale. Nella posizione di sparo o di riposo il braccio di maneggio è tenuto aderente alla impugnatura per mezzo di una molla di pressione. Un'altra modificazione ciel meccanismo Peabody troviamo nel fucile bavarese Werder, tosi denominato dal suo costruttore J. L. Werder Direttore, tecnico nella fabbrica d'armi di Kramer-Klett in Norimberga (morto nel 1885). Il fucile Werder, che fece eccellente prova nella campagna del 1870-71, ha un calibro di mm. 11 ed una cartuccia metallica con innesco centrale.


Il meccanismo di scatto e di chiusura é indicato dalla fig. 181. Supponendo l'arma sparata e che si voglia ricaricare, si spinge avanti il grilletto, si toglie così il contrasto del braccio d col corrispondente braccio dell'otturatore; questo si abbassa per l'azione della molla f a due branche e per proprio peso e dà luogo, col battere sul braccio posteriore dell'estrattore e a forchetta, ad una energica espulsione del bossolo vuoto della cartuccia sparata. Aperta così la culatta s'introduce la nuova cartuccia. L'arma viene quindi chiusa ed armata col tirare indietro il cane b, il quale con una rotella di sfregamento b' di bronzo preme sotto l'otturatore A e lo risolleva, e colla sua parte inferiore, a guisa di noce, intacca nel grilletto, che funziona come scatto; la molla h del grilletto impedisce l'uscire di quest'ultimo dalla tacca della noce-cane. Tirando indietro il grilletto, come è indicato con una freccia nella figura, si distacca il braccio interno dalla tacca di scatto e la molla g a forma di omega spinge con forza la parte superiore del cane contro il percussore i. Appena cessa l'azione del cane sul percussore, questo è spinto indietro dalla molla elastica a forma spirale K e non presenta più incaglio nell'aprire l'arma. Per la carica occorrono quindi due movimenti: 1° Spingere avanti il sostegno d per aprire la culatta ed espellere il bossolo della cartuccia sparata; 2° tirare indietro il cane b per armare e chiudere la culatta. Come già si è menzionato la Baviera adottò in seguito anche il fucile tedesco M° 71.

Armi a ripetizione. — Le armi da fuoco portatili finora menzionate sono così dette ad una carica sola, perché esse richiedono ad ogni sparo l'introduzione di una cartuccia colla mano del tiratore, ciò che è causa specialmente di perdita di tempo quando le cartuccie devono essere levate una per volta dalla giberna. Perciò, quantunque si fosse già raggiunto un bel grado di celerità di fuoco, riducendo a due i movimenti della carica, come si è visto più sopra, tuttavia si cercò di aumentarla ancora colle armi a ripetizione od a serbatoio, le quali portano, in un serbatoio o magazzino variamente disposto, un certo numero di cartucce, che ad una ad una sono a loro volta portate alla canna per mezzo di un meccanismo speciale.
 

I1 fucile dell'americano Cristoforo M. Spencer è la prima e, fino ad oggi, ancora l'unica arma a ripetizione, che si sia esperimentata in maggiori proporzioni come arma da guerra in campagna. La cavalleria turca si presentò nella guerra contro la Russia nel 1877-78 con carabine di Spencer e nella guerra americana del 1860-64 i generali Grant e Sheridan espressero una favorevole opinione sulla loro efficacia. Fu pure uno dei primi fucili a ripetizione adottati in Francia. Nel 1870 durante la ritirata dell'armata della Loire, un reggimento di esploratori a cavallo, fornito di fucile Spencer, arrestò la marcia avanzante delle colonne tedesche. Il primo esemplare di questo fucile fu costrutto nel 1862.

Il serbatoio del fucile Spencer contiene sette cartucce, è collocato nel calcio in un tubo speciale e può togliersi per essere caricato. Il braccio di maneggio b ha il suo perno in k (figg. 182/a e 182/b). Se si spinge avanti il braccio b, per mezzo dello stelo d esso trae dietro il pezzo c, l'otturatore a e ne segue contemporaneamente la compressione della molla spirale e.

Con ulteriore pressione di b tutto il sistema va nella posizione indicata dalia fig. 182/b; nello stesso tempo h lancia fuori al disopra di f il bossolo della cartuccia sparata ed una nuova cartuccia p avanza dal serbatoio spinta dalla molla spirale r superiormente al pezzo di chiusura c. Col tirare indietro il braccio b, si porta di nuovo il sistema a poco a poco nella posizione della fig. 182/a, per cui la cartuccia p entra nella canna. Quest'ultima viene chiusa per mezzo dell'otturatore a, il quale dalla molla spirale e è portato all'altezza voluta. Il percussore si trova nell'otturatore. Il cane deve essere armato a parte. Per l'impiego di quest'arma sono quindi necessari i seguenti movimenti, essendo il serbatoio carico: 1° Armare il cane; 2° Spingere avanti il braccio di maneggio b; 3° Tirare indietro lo stesso braccio di maneggio; 4° Premere sul grilletto. Una delle prime armi a ripetizione è pure il fucile costrutto da B. Tyter Henry di New Haven nel Connecticut, dalla New Haven-Arms-Company fabbricato in gran copia e che prese il nome dall'inventore.


Esso serviva già nella guerra americana e diede buoni risultati nelle prove in Aravia. È rappresentato nelle figg. 183 e 184. Il serbatoio é collocato nel fusto, contiene 15 cartucce. Il serbatoio lu poi modificato dai Winchester, presidente della Arms-Company menzionata, in modo che si possono introdurre le cartucce da un'apertura praticata sulla faccia destra della scatola di culatta e chiusa da una lamina d'acciaio a molla, che agisce come una valvola. Il fucile venne perciò denominato in seguito Henry-Winchester.

Supponendo il serbatoio riempito di cartucce, la carica e l'accensione si eseguiscono: 1° Collo spingere avanti il guardamano f, per cui viene tirato indietro, per mezzo del braccio superiore corto f e l'anello di catena e e, lo stelo a; questo nello stesso tempo, coll'uncino collocato alla sua estremità anteriore, funziona da estrattore e colla sua estremità posteriore spinge il cane h nella posizione di sparo.  Quasi contemporaneamente il guardamano f mette in movimento la leva d, la quale solleva all'altezza della canna aperta una cartuccia inoltratasi dal serbatoio nello scompartimento a forma di cassetta; 2° Col tirare indietro il guardamano f.

Con questo movimento è spinto avanti lo stelo a ed introdotta la cartuccia nella canna. L'elevatore d si abbassa e riceve dal serbatoio una nuova cartuccia. Il fucile è pronto per lo sparo. Premendo sul grilletto il cane colpisce nello stelo u, spinge con quest'ultimo il percussore fornito di due punte ottuse contro l'orlo della cartuccia, e comunica il fuoco alla carica. Il maneggio del fucile Henry-Winchester è assai semplice, poichè riempito il magazzino, ciò che non presenta difficoltà alcuna, richiede solamente due movimenti per la carica ad ogni sparo, cioè spingere avanti e tirare indietro il guardamano.

Ne fece uso la Francia durante la guerra del 1870-71 e parecchi reggimenti dell'armata della Loire e dell'armata dell'Est ne erano provvisti nel 1871. Durante la guerra d'Oriente, nel 1878 la cavalleria irregolare ottomana era armata di fucili Henry-Winchester a 16 colpi. Alla difesa di Plewna, Osman Pacha, che ebbe una parte cosi brillante in quella guerra, lo impiegò per il tiro a piccole distanze.

Perciò egli fece distribuire, in ciascun battaglione, a due compagnie fucili Henry-Winchester e ad altre due compagnie fucili Martini. Finché i Russi furono lontani i Turchi impiegarono i fucili Martini, allorché si avvicinarono i Turchi si servirono dell'Henry-Winchester, i cui effetti a 300 o 400 metri sono terribili.

Un perfezionamento assai ingegnoso di quest'arma è il fucile a ripetizione Vetterli introdotto dalla Svizzera nel 1869. Allo scatto a cane è sostituito lo scatto a molla spirale. Il meccanismo di chiusura e di scatto è quello che abbiamo già visto nelle armi italiane M° 1870, salvo alcune varianti dipendenti dall'aggiunta del sistema a ripetizione. Il serbatoio (fig. 185) è, come nel fucile precedente, disposto lungo il fusto dell'incassatura ed è capace di contenere 11 cartucce. L'elevatore Z è composto di una cassetta, Formata da due scompartimenti, dei quali il superiore è sul prolungamento del serbatoio, e di una leva angolare girevole attorno ad un perno, della quale un braccio s'incastra in una scanalatura praticata nell'otturatore e l'altro penetra nello scompartimento inferiore della cassetta. Supponendo il serbatoio carico e che una dodicesima cartuccia sia nello scompartimento superiore della cassetta, come indica la fig. 185, se noi solleviamo il manubrio e portiamo indietro l'otturatore, l'estremità anteriore della scanalatura suddetta va ad agire sul braccio della leva angolare e l'obbliga a portarsi indietro. Conseguentemente l'altro braccio fa sollevare la cassetta in modo che il suo scompartimento superiore va a trovarsi in corrispondenza della camera di caricamento dell'arma. In questa posizione la cassetta impedisce alle altre cartucce di uscire dal serbatoio. Se noi riportiamo avanti l'otturatore la cartuccia, che si trova nello scompartimento superiore della cassetta, è spinta nella canna dell'otturatore stesso e l'estremità posteriore della scanalatura, urtando nuovamente nel braccio della leva, lo obbliga ad avanzare c la cassetta elevatrice ritorna al suo posto primitivo.

Allora una nuova cartuccia passa dal serbatoio nella cassetta e l'arma è pronta per lo sparo. Questo meccanismo permette di fare 13 colpi senza ricaricare l'arma poiché, 11 cartucce sono contenute nel serbatoio, una è nella cassetta dell'elevatore e la tredicesima nella camera di caricamento. Esso fu fornito di una leva di sicurezza simile a quella adottata per le nostre armi M° 1870.

I movimenti per la carica e lo sparo si riducono quindi a; 1° Sollevare il manubrio e tirare indietro l'otturatore; 2° Spingere avanti l'otturatore ed abbattere il manubrio a destra; 3° Puntare e premere sul grilletto.

La cartuccia ha bossolo di rame ed innesco periferico; la pallottola è a doppio forzamento e pesa grammi 20,2; la carica di polvere pesa grammi 3,75. Il fucile Vetterli fu costrutto in Austria-Ungheria nella fabbrica d'armi di Heyer; esso è assai superiore al fucile Spencer. Un primo modello fu prodotto nel 1867 e poi perfezionato nel 1870. È fornito di un alzo graduato fino a 1800 metri. Si possono sparare le 13 cartucce in 25 secondi, ossia 80 cartucce al minuto. Presso i grandi eserciti europei per molto tempo non si adottarono armi a ripetizione ritenendo sufficiente la celerità del fuoco del fucile ad una carica sola e che per il considerevole aumento nel consumo delle munizioni, portato dalle armi stesse, non ne fosse più assicurato il rifornimento sul campo di battaglia. Inoltre si temeva la maggiore complicazione del loro meccanismo, il loro peso considerevole, la più difficile manutenzione ed il prezzo più elevato. I modelli esperimentati, come quelli dello Spencer, dell'Henry ed anche del Vetterli, già adottato dalla, Svizzera, erano costrutti per cartuccie corte con proietto poco pesante e corrispondente piccola carica di polvere, per cui avevano in sè un reale svantaggio balistico, specialmente nella piccola distanza di tiro. Infine l'uso di armi a ripetizione in alcune campagne, come quelle dei francesi in Tunisia e nel Tonchino, non aveva messo in evidenza la foro superiorità sulle armi ad una carica sola. Ed anche ammessa tale superiorità, le guerre in Italia del 1859 e franco-prussiana del 1870 avevano dimostrato, che l'armamento della fanteria non è assolutamente di prima importanza di fronte a quello dell'artiglieria.

La posizione del serbatoio nel calcio ha il vantaggio, che esso esercita nessuna influenza sfavorevole sul centro di gravità dell'arma e l'introduzione della cartuccia non richiede una complicata disposizione. Il numero però delle cartuccie, che può contenere il serbatoio, è naturalmente piccolo e si dovrebbe ancora diminuire colle cartucce più lunghe di quelle del fucile Spencer; questo fucile non può quindi avere un avvenire, se non con una qualche speciale modificazione. Il serbatoio nel fusto a cassa permette un maggior numero di cartucce, ma ha lo svantaggio, che, quando è pieno, il centro di gravità dell'arma è portato verso la parte anteriore, e cambia di nuovo posto quando il serbatoio è vuoto; il forte riscaldamento della canna, che avviene nel tiro rapido, esercita una influenza dannosa sulle cartucce del serbatoio; infine sono necessari meccanismi complicati per l'introduzione delle cartuccie. Quindi, mentre nel 1870 vi erano poche prospettive di una diffusione più ampia dei fucili a ripetizione e che questi dovessero diventare l'arma principale per la fanteria, la guerra Russo-Turca del 1877-1878 portava invece un rivolgimento nelle idee. Tutte le nazioni rivolsero gli occhi alla potente azione del fuoco rapido della fanteria turca col suo fucile a ripetizione Vinchester, specialmente nell'attacco dei Russi sulle posizioni fortificate di Plewna, come si menzionò più sopra. Dopo quest'epoca seguirono studi ed esperienze sulle armi a ripetizione presso tutte le nazioni con eguale perseveranza e vari sistemi furono inventati ed adottati, dei quali noi accenneremo solo i tipi più spiccati ed importanti, che servirono di base ad altre costruzioni.

Primieramente noi consideriamo una costruzione dell'americano Hotchkis (morto nel 1885 in Parigi), il quale combinò in modo assai semplice il serbatoio nel calcio con meccanismo di chiusura a cilindro. Il serbatoio, che contiene 6 cartucce, è molto più facile a caricare, che non quello dello Spencer ed il fucile si può impiegare a volontà tanto ad una carica sola come a più cariche ossia a ripetizione (fig. 186). Nelle esperienze fattane nell'America del Nord, quest'arma diede buonissimi risultati.

Ma la maggior parte dei nuovi meccanismi comparsi, che sembrano dover avere un migliore avvenire, appartiene alla categoria dei fucili a ripetizione con serbatoio nella cassa. Da Henry e Vetterli veniva proposto un elevatore a forma di cucchiaia, disposto in un intaglio praticato inferiormente alla culatta mobile e girevole attorno ad un asse trasversale giacente superiormente alla sua parte posteriore, come nella chiusura a tabacchiera. Questa cucchiaia si abbassa colla sua parte anteriore per ricevere una cartuccia dal serbatoio e si solleva di nuovo per portare la medesima posteriormente alla canna; da questa posizione la cartuccia viene introdotta nella canna per mezzo dell'otturatore, quando viene spinto avanti. I movimenti della cucchiaia sono combinati con quelli del meccanismo di chiusura a cilindro scorrevole e sono quindi automatici. Tale disposizione a cucchiaia dell'elevatore venne dapprima adottata nel fucile a ripetizione sistema Frúhwirth, a serbatoio nella cassa, destinato per armare la gendarmeria austriaca.

La troviamo quindi introdotta nel sistema a ripetizione Gras-Kropatschek, che adottato nel 1878 per la marina francese, prestò ottimi servizi nelle campagne della Tunisia e del Tonkino (V. fucile Kropatschek nella fig. 187). Quando la culatta è chiusa e l'arma in posizione di sparo, la cucchiaia L è abbattuta anteriormente e dal serbatoio passa una cartuccia nella medesima. Tirando indietro l'otturatore la cucchiaia si solleva e nello stesso tempo viene espulso il bossolo della cartuccia sparata e la nuova cartuccia si presenta sul prolungamento dell'anima. Collo spingere avanti l'otturatore s'introduce la cartuccia nella canna; ed abbattendo il manubrio contro la spalletta, la cucchiaia si abbassa di nuovo per ricevere un'altra cartuccia dal serbatoio.

Le due posizioni delle cucchiaia sono assicurate per mezzo di una molla. Il fucile si può adoperare a volontà a ripetizione o ad una carica sola. Una simile disposizione fu portata dal Vetterli al fucile Gras per ridurlo a ripetizione. Su analogo principio si basa la trasformazione del fucile Mauser in fucile a ripetizione (fig. 188) adottata dalla Germania. Simile costruzione del maggiore del genio Pietro Bertoldo veniva applicata nel 1884 al fucile M°1870 per la marina italiana (fig. 189 e 190). Il serbatoio, posto lungo il fusto, è costituito da un tubo di ottone ed è capace di contenere otto cartucce. Il meccanismo a ripetizione consiste in una leva L ed una sottoleva.

La leva, foggiata a becco nella parte anteriore e sorretta da due orecchiette dentro spaccatura praticata nella culatta mobile, gira attorno ad un asse trasversale per effetto dello scorrimento dell'otturatore; se questo è tirato indietro si abbassa per ricevere la cartuccia dal serbatoio, se l'otturatore è spinto avanti la leva si solleva per mettere la cartuccia in direzione della canna. La sottoleva sottile lastra d'acciaio, che da una parte è imperniata alla leva e dall'altra é ripiegata a gomito, arresta le cartucce del serbatoio non lasciandole uscire che una per volta. L'arma si può usare a volontà a ripetizione od a caricamento successivo per mezzo di una chiavetta, che si lascia in posizione normale nel primo caso, e si estrae nel secondo caso in modo che l'otturatore, avendo una corsa minore, non può far funzionare la leva, che rimane sollevata. Nel 1886 una commissione, della quale facevano parte i colonnelli Lebel, Gras e Bonnet, adottava in Francia un fucile a ripetizione, che prese il nome di fucile Mod. 1886; viene anche denominato fucile Lebel impropriamente, poiché diversi ufficiali concorsero allo studio e costruzione del medesimo.

Il sistema di chiusura del fucile francese Mod. 1886 (figg. 191 e 192) è a cilindro e come quella del fucile Gras, che abbiamo visto più sopra, con una piccola modificazione intesa a togliere l'inconveniente principale dei sistemi a chiusura a cilindro.

La pressione dei gas sviluppati all'atto dello sparo s'esercita contro la testa mobile dell'otturatore, la quale, appoggiandosi sul cilindro, a questo comunica la pressione che subisce, ed il cilindro a sua volta la trasmette al rinforzo della scatola di culatta. Ne viene che all'atto dello sparo l'arma tende a girare. Inoltre la pressione dei gas è sufficiente a produrre guasti, in un tiro prolungato, alle diverse parti che formano il meccanismo di chiusura e scatto.

Per togliere questo inconveniente il colonnello Gras guarnì la parte anteriore della culatta mobile del fucile Mod. 1886 di due alette di appoggio che ricevono direttamente la pressione dei gas e la trasmettono simmetricamente alla parte posteriore del fucile fino alla spalla del tiratore.

Il meccanismo a ripetizione (fig. 193) è a cucchiara con serbatoio nel fusto come nel fucile Mauser. Si compone della cucchiara z, del braccio del cucchiaio e, dell'arresto delle cartucce colla sua molla, di una leva di manovra e del dente di scatto t col suo grilletto. La cucchiara z (fig. 192) serve a sollevare le cartucce, che riceve dal magazzino spinte da una molla spirale alla canna ed a chiudere il magazzino stesso mediante il suo becco, quando si trova nella posizione elevata.

Sulla sua parte posteriore è applicato un braccio di leva a gomito, girevole attorno ad un perno; sotto alla cucchiara agisce un mollone a branche. La leva di manovra fa corpo col braccio della cucchiara e serve ad abbassare od alzare quest'ultima di 5 a 6 mm.

La presa di questa leva sporge dalla parte inferiore destra della culatta. Tirando indietro l'otturatore, una delle alette n della sua testa mobile venendo ad urtare contro il braccio e della cucchiara, costringe quest'ultima a sollevarsi ed a presentare una cartuccia alla camera, nello stesso tempo la cucchiara chiude col suo becco l'apertura del serbatoio. Spingendo avanti l'otturatore, questo spinge a sua volta la cartuccia sollevata nella camera, la cucchiara si abbassa per riceverne un'altra, e l'arma è pronta per lo sparo.

Quando si eseguisce il tiro a ripetizione la presa della leva di manovra è spinta in avanti ed il braccio della cucchiara rialzato; quando si vuol eseguire il tiro successivo ossia ad un colpo, si smuove verso l'indietro la presa medesima, e con questo movimento si fa abbassare il braccio del cucchiaio rendendolo indipendente dall'otturatore ed immobile.
 

La Francia impiega pure, oltre al fucile Mod. 1886, il fucile Kropatchek, di cui sono armate la flotta e la fanteria di marina, ed il fucile Gras trasformato a ripetizione, press'appoco nello stesso modo con cui fu trasformato il fucile tedesco Mauser, e che porta la denominazione di fucile modello 1884 e 1885.

Nell'anno 1880 la Svezia e Norvegia adottava per la fanteria un fucile a ripetizione secondo il sistema dell'ing. Jarmann (fig. 194). Il meccanismo di chiusura e di scatto funziona pressapoco come quello del fucile Gras. Il serbatoio è costituito da una scatola in lamiera di ferro, che può contenere 6 cartucce; si applica lateralmente sulla destra dell'arma all'altezza del tubo di culatta. Ingegnosa costruzione di fucile a ripetizione con elevatore, moventesi verticalmente, è pure quella dell'instancabile inventore, tanto nel campo delle armi da guerra come da caccia, Francesco Dreyse di Sommerda figlio dell'inventore del fucile ad ago. Il meccanismo a ripetizione è rappresentato dalla figura 195.

Mentre tutte le costruzioni fin qui menzionate di congegni a ripetizione sono rimaste fedeli ai principii degli americani del Nord, noi incontriamo pure soventi sistemi del tutto nuovi ed originali. A questi appartiene il sistema del serbatoio a forma di tamburo di revolver disposto immediatamente dietro alla parte posteriore della canna, come nelle costruzioni di Roper, Spitalsky ed altri.

Assai ingegnoso è inoltre il serbatoio a fascio di tubi-serbatoi girevole nel calcio dell'ingegnere capo austriaco Mannlicher, che è rappresentato nelle figure 196 e 197. Esso è conformato per le cartuccie del fucile austriaco Werndl ed è composto di tre tubi a cinque cartuccie ciascuno. In ognuno di questi tubi havvi una molla spirale, la quale spinge avanti le cartucce. Il fascio di tubi è fornito di tamburo (fig. 197), per la rotazione automatica, e di scanalature a chiocciola per regolare il succedersi delle cartucce all'apertura di culatta.

Il tamburo è infilato sui tubi ed il movimento di rotazione è impresso al medesimo per mezzo di una punta a molla di un cursore, che viene condotto avanti ed indietro dal cilindro otturatore nelle sue corse avanzanti e retrograde. Ad ogni giro è spinto nella canna la cartuccia anteriore del tubo superiore. Inconveniente principale di questo sistema, oltre il complicato meccanismo, è la difficoltà di riempire i serbatoi, ciò che impedisce soventi di valersi della ripetizione dopo esaurito il primo caricamento.

Il tamburo è infilato sui tubi ed il movimento di rotazione è impresso al medesimo per mezzo di una punta a molla di un cursore, che viene condotto avanti ed indietro dal cilindro otturatore nelle sue corse avanzanti e retrograde. Ad ogni giro è spinto nella canna la cartuccia anteriore del tubo superiore. Inconveniente principale di questo sistema, oltre il complicato meccanismo, é la difficoltà di riempire i serbatoi, ciò che impedisce soventi di valersi della ripetizione dopo esaurito il primo caricamento. Un altro sistema a serbatoio nel calcio dello stesso inventore consiste in un tubo di forma schiacciata, nel quale sono contenute le cartuccie appoggiate obliquamente una contro l'altra colla pallottola in basso.

Le cartucce sono spinte da una molla a spirale e, seguendo il profilo del fondo del serbatoio, al disotto della culatta, si rialzano progressivamente colla pallottola fino a disporsi quasi orizzontalmente sotto l'otturatore, dal quale sono condotte innanzi ed introdotte nella canna. Il serbatoio può contenere 11 cartucce.

Il funzionamento di questo sistema è assai semplice, ma il caricamento del serbatoio è lungo e la disposizione delle cartucce porta troppo indietro il centro di gravità dell'arma. I fucili a ripetizione fin qui accennati hanno il serbatoio che fa parte integrante dell'arena e provveduto del meccanismo necessario per condurre le cartucce alla camera; vennero perciò chiamati armi a ripetizione a serbatoio fisso.

Ma questi sistemi hanno sempre l'inconveniente dell'aumento di peso e dello squilibrio prodotto nell'arma dalle cartucce contenute nel serbatoio. Inoltre dovendo ridurre a ripetizione una grande quantità. di fucili già esistenti, esigevano una rilevante spesa di trasformazione. Per evitare tali inconvenienti si fecero nuovi studi e per successivi perfezionamenti si passò ai serbatoi amovibili, cioè da unirsi all'arma solo quando si vuole fare il tiro a ripetizione. Uno di questi sistemi è quello dell'armaiuolo austriaco Kruka, il quale già aveva dato il modo di trasformazione del fucile russo ad avancarica in fucile a retrocarica; quest'ultimo, cosidetto fucile Kruka, era simile allo Snider e formava nel 1877 e 1878 l'armamento della fanteria russa.
 

Il caricatore Kruka (fig. 198) consisteva in una custodia di cartone, nella quale alloggiavano 10 cartucce disposte come a ventaglio, e che veniva fissata all'incassatura dell'arma in vicinanza del punto d'introduzione delle cartucce. Serviva solo a facilitare al tiratore il caricamento, estraendo più comodamente e celermente le cartucce dalla custodia per introdurle nella canna, senza fare il movimento necessario per prenderle dalla giberna.

Vuotato un caricatore si sostituiva con un altro riempito. Da questo caricatore avevano origine i serbatoi sollevantisi, nei quali le cartuccie erano, per mezzo di un meccanismo, portate automaticamente all'arma.Nella fig. 199 diamo una di tali disposizioni di Luigi Lowe fabbricante in Berlino.

Il serbatoio a forma di U abbraccia la cassa, all'altezza della culatta mobile e può essere, a piacimento, tolto ed applicato all'arma. Contiene 11 cartucce disposte una sopra l'altra, ed introdotte dalla parte superiore di destra munita di un coperchio a cerniera, le quali tendono sempre ad uscire per effetto di una molla che le spinge verso il coperchio. Questa molla porta all'estremità libera un bottone, il quale scorre in apposita feritoia K praticata sul contorno esterno del serbatoio e serve per mantenere la molla compressa quando si carica il serbatoio.

Sui coperchio vi è un arresto a ripetizione a molla, il quale può prendere tre posizioni; nella posizione estrema di sinistra per mette al coperchio di girare completamente sulla cerniera; nella posizione intermedia ne impedisce l'apertura; nella posizione estrema di destra permette al coperchio di sollevarsi quanto è necessario, perché una cartuccia, spinta dalla molla del serbatoio, possa uscir fuori e cadere nell'apertura del tubo di culatta, mentre una sporgenza del coperchio stesso arresta la cartuccia sottostante.

Per caricare il serbatoio si comprime mediante il bottone la molla, si porta l'arresto a sinistra e si apre il coperchio; riempito il serbatoio si chiude il coperchio e si porta l'arresto in posizione intermedia. Per eseguire il tiro a ripetizione, supposto il serbatoio carico, s'introduce una cartuccia nella camera, si chiude la culatta appoggiando il manubrio dell'otturatore sul coperchio, si porta l'arresto a destra e col bottone si lascia in libertà la molla. Partito il colpo se si rialza il manubrio, si solleva pure il coperchio per effetto delta molla, che spinge disotto, e lascia passare una cartuccia trattenendo la successiva. Abbassato di nuovo il manubrio, questo chiude il coperchio ed una cartuccia entra nella sua concavità per cadere nella culatta quando si riaprirà l'otturatore. I serbatoi amovibili hanno tuttavia l'inconveniente di essere causa di complicazione nell'arredamento del soldato obbligato a trasportarti. Perciò ultimamente sorsero nuovi sistemi misti, cioè a serbatoio fisso per ciò che riguarda l'applicazione del serbatoio, ed a serbatoio amovibile per ciò che riflette il caricamento.

A questi sistemi appartengono quello ideato dal capitano Vitali ed adottato in Italia per il fucile Mod. 1870 e quello seguito dall'Austria secondo le proposte dell'ingegnere Mannlicher. Il fucile Mannlicher (fgg. 200 e 201), di cui è armata presentemente la fanteria austriaca è pure provvisto di un serbatoio amovibile. L'otturazione di quest'arma è assicurata da un anello b; la chiusura a cilindro fu trasformata in modo che per aprire e chiudere basta far avanzare o retrocedere il cilindro, senza essere obbligati di farlo girare a destra od a sinistra. Un tiratore esercitato può tirare col fucile Mannlicher, trentacinque colpi al minuto. Tutte le cartuccia, che il soldato porta con sè in campagna e quelle contenute nei carri per munizioni di fanteria, sono divise in tanti pacchetti di 5 cartuccie ciascuno, detti caricatori. Il caricatore, formato di lamiera sottilissima, è introdotto entro una scatola-serbatoio fissata al fucile sotto al meccanismo di chiusura e sul dinanzi del guardamano.

Un mollone ad omega agisce su di una leva snodata z, che spinge il braccio p a rialzarsi continuamente con disposizione quasi orizzontale entro il serbatoio e con esso il caricatore m colle cartuccia. Quando si vuole usare l'arma a ripetizione si ritrae l'otturatore, s'introduce un caricatore entro il serbatoio dall'alto al basso; la prima cartuccia, che rimane così lievemente sporgente davanti al grano del cilindro, è presa dall'otturatore nell'atto della chiusura e spinta avanti nella camera.

La leva q, con molletta posteriore, serve a fissare la posizione del caricatore per mezzo del suo becco, che contrasta sopra una sporgenza del caricatore stesso e, quando quest'ultimo è vuoto, a spingerlo all'ingiù e farlo uscire per l'apertura o. Allora viene introdotto un altro caricatore. Quando si vuole eseguire il caricamento successivo, ossia ad un colpo, si mantiene il serbatoio vuoto e la leva snodata sta rialzata ed offre appoggio alla cartuccia tratta dalla giberna. L'arma non può essere usata a caricamento successivo conservando il serbatoio carico.

La figura 200 ci rappresenta il facile a ripetizione austriaco Mod. 1888 aperto pel caricamento a ripetizione, la fig. 201 lo stesso, dopo introdotta l'ultima cartuccia del caricatore oppure a caricamento successivo, pronto per lo sparo.Il fucile Mod. 1888 adottato dalla Germania, rappresentato dalle figg. 202, 203, 204, 205 e 206 è del tipo Mauser nel congegno di chiusura e di scatto e del tipo Mannlicher nel meccanismo di ripetizione. La canna solcata da 4 righe ad elica è avvolta da un manicotto m, che ha per scopo di rendere uniformi le dilatazioni prodotte in essa da un forte riscaldamento, di rendere più regolari le vibrazioni all'atto dello sparo e di rendere possibile il maneggio dell'arma quando la canna è molto riscaldata. Il manicotto è avvitato alla culatta, porta il mirino e l'alzo ed è trattenuto alla cassa da due fascette, delle quali l'anteriore porta il fermo per la sciabola-baionetta. 

La scatola-serbatoio si prolunga all'indietro in modo da formare il ponticello ed ha un'apertura in fondo per l'uscita del caricatore, quando è vuoto. Le cartucce sono spinte in alto da un elevatore z, il quale è messo in azione da un piuolo a molla d. Il caricatore p è simile a quello del fucile austriaco e contiene 5 cartucce; s'introduce pure dall'alto al basso ed è tenuto a posto dalla leva f. Il modo di caricamento normale è coi caricatori ossia a ripetizione; si può però eseguire anche il caricamento successivo tenendo vuoto il serbatoio. Il sistema del capitano dell'artiglieria italiana Vitali, che qui vogliamo accennare è quello che, in seguito ai buoni risultati delle esperienze fatte sul finire del 1888, è stato definitivamente adottato, per la trasformazione e per le nuove costruzioni dei fucili e moschetti da truppe speciali del calibro da mm. 10, 35, che ora prendono il nome di armi a tiro rapirlo Mod. 70-87.

La fig. 207 ci rappresenta il fucile regolamentare italiano a tiro rapido M°70-87. Al vecchio fucile Mod. 1870 viene aggiunta una scatola-serbatoio fatta con robusta lamiera d'acciaio e collegata colle rimanenti parti del congegno e colla cassa dell'arma per inezia di due talloni disposti alla sommità delle sue testate, di cui uno anteriore con foro a chiocciola per l'avvitatura della bacchetta, l'altro posteriore con anello per la vite anteriore di cadetta.

La scatola-serbatoio è inoltre munita di due sportelli con sporgenza d'arresto e perno ribadito, i quali si aprono lateralmente. In due rigonfiamenti verticali ad arco di circolo praticati nel mezzo dei fianchi della scatola serbatoio trova alloggiamento la molla spirale elevatrice, la quale viene coperta da un cappelletto.

Quest'ultimo è fornito di una suola lunga quanto le cartucce, la quale serve a sostenerle e sollevarle spinte dalla molla spirale; di più ha due gambe che, penetrando in apposite guide della scatola, regolano il movimento del cappelletto. Sul fondo della scatola è praticato un foro, che serve a dare uscita all'acqua, che vi potesse penetrare. Il cappelletto collegato colla molla spirale si può introdurre nel serbatoio e levare aprendo gli sportelli. Due molle applicate all'esterno delle pareti, che fiancheggiano l'apertura inferiore (fig. 208) della culatta mobile e penetrano nell'apertura stessa con due denti d'arresto delle cartucce, sono disposte in modo che, quando l'otturatore é tirato indietro, lasciano sporgere una piccola parte della cartuccia superiore entro la corsia del cilindro e non permettono l'uscita alle cartucce, se non quando queste siano condotte a sgusciare in avanti.

Per meglio spingere il fondello della cartuccia, onde introdurre questa nella camera, ed a sostenerlo quando si suole estrarre il bossolo dopo lo sparo, è stato aggiunto sotto alla testa del cilindro un peduncolo, che scorre entro un apposito solco praticato nel fondo della culatta e penetra entro un incastro preparato nella canna. La cassa, in corrispondenza dello spacco praticato per la scatola-serbatoio, venne rinforzata con una piastra metallica; le nuove casse sono costruite anche con maggior spessore di legno. Il serbatoio è aperto o chiuso per mezzo di un anello d'arresto infilato nella culatta mobile e girevole attorno ad essa dietro all'apertura di caricamento, il quale ha nella parte inferiore una sporgenza a forma di labbro e nella parte superiore un bottone.

Il labbro si può interporre o non fra la culatta ed il serbatoio; il bottone filettato si fa girare verso sinistra quando si vuol aprire il serbatoio, verso destra quando si vuol chiudere. L'anello é impedito di scorrere da una vite penetrante attraverso ad una sua finestra circolare ed è tenuto aderente colla culatta mobile da una molla d'attrito, a lamina corta e convessa, posta sotto l'anello in apposito incasso della culatta stessa.
 

Per accelerare il caricamento del serbatoio quando occorre ed in un prolungato fuoco a ripetizione, le cartucce, come nel Mannlicher, sono preparate in pacchetti di 4 cartucce formati dai caricatori. Il caricatore (fig. 209) è costituito di un regolo di legno dolce, lungo quanto la cartuccia, il quale alle sue estremità ha due bandelle di lamiera d'acciaio inchiodate al legno, prolungate in basso ad angolo retto e foggiate a nicchia per ricevere le quattro cartucce. Il regolo di legno è attraversato nel mezzo da una funicella con nodo di presa; la parte superiore del medesimo è imbiancata ed ha una freccia in nero per indicare il senso, in cui devesi introdurre il caricatore nella scatola. Il caricatore s'introduce nella scatola-serbatoio per l'apertura superiore della culatta; quando é tutto entrato nell'apertura si tira la funicella in modo di estrarre il caricatore fuori dell'arena senza le cartucce, le quali rimangono nel serbatoio trattenute dalle due molle di culatta. L'arma può essere così caricata con cinque cartuccie sciolte, di cui quattro si spingono col pollice una per volta nel serbatoio e la quinta nella camera; può inoltre essere conservata col serbatoio pieno ed usata frattanto a caricamento successivo.

Il fucile così modificato pesa Kg. 4,500. La sciabola-baionetta rimane immutata. Allo stesso sistema Mod. 70-87 si stanno pure trasformando tutti i moschetti da truppe speciali Mod. 1870. La cartuccia a pallottola ha il bossolo d'ottone con innesco centrale. La pallottola, del peso di 20 grammi, è di piombo puro e rivestita di sottile foglia di rame; ha quattro fasce, di cui una ha diametro maggiore delle altre (mm. 10,85) e dicesi anello di forzamento. La carica è di 4,15 grammi; la cartuccia completa pesa grammi 32,8. Con questa cartuccia si ha una velocità iniziale di 490 m., mentre prima era di 435 m., spazio battuto più esteso e traiettoria più radente.

La cartuccia a metraglia è costituita da un bossolo più lungo e da un proietto composto di una pallottola di piombo e da nove segmenti cilindrici, pure di piombo disposti sotto alla pallottola in tre strati tenuti assieme da un bossoletto di carta pergamenata in modo da formare un cilindro. La carica è di 3 grammi ed è separata dalla mitraglia da un disco di feltro, La cartuccia completa pesa grammi 46,10. Prima di addivenire all'adozione del sistema accennato si fecero in Italia molti studi ed esperimenti, che risalgono fino al 1868-1870 e furono solo deliberatamente intesi alla scelta di una buona arma a più colpi negli ultimi mesi del 1872. Fra i numerosi sistemi di armi a ripetizione esaminati ed esperimentati citiamo quelli del Vetterli, Bertoldo, Nieger ed Engel di Dòbling, del capitano dell'artiglieria italiana cav. Antonio Clavarino del Kropatschek, deli'lHotchkiss, del Verndl Schano, Keane Vitali, Lee, Kruka ed altri (Vedi Rivista d'Artiglieria e Genio, anno 1885, vol. I, pag. 5; Studi sulle armi a ripetizione fatti in Italia, del tenente colonnello d'artiglieria, IppolitoVigliezzi)

Tutto il nostro esercito è presentemente fornito di armi a tiro rapido Mod. 70-87. Il nostro fucile ha il vantaggio in confronto ai sistemi a magazzino nel fusto, come quelli adottati in Germania ed in Francia, di non dar luogo a squilibrio dell'arma, di avere assai maggiore facilità di caricamento del serbatoio e di avere la possibilità di ricaricare quest'ultimo durante il fuoco accelerato senza elle avvenga notevole interruzione nel tiro; possibilità consentita solo dal Mannlicher e dagli altri derivati dal Lee.
 

Inoltre il serbatoio può essere conservato pieno mentre si usa il caricamento successivo, ciò che il Mannlicher non consente. Anche quando il serbatoio è inutilizzato per qualche guasto l'arma funziona sempre bene a caricamento successivo, mentre nel Mannlicher e negli altri sistemi a serbatoio nel fusto, per la loro complicazione negli organi, molte sono le cause, per le quali diventa inservibile. Infine i sottili tubi e le delicate molle a spirale dei serbatoi nel fusto e la molla spirale elevatrice del Mannlicher non danno le stesse garanzie di buon funzionamento delle parti semplici e robuste del serbatoio del nostro fucile, anche in armi, che abbiano subite le peripezie di una guerra. A questi vantaggi si aggiunga quello molto importante di poter effettuare la riduzione a ripetizione delle vecchie armi Mod. 1870 facilmente, celermente e con poca spesa.

Il sistema dell'americano Lee, rappresentato nelle fig. 210, ha il serbatoio, contenente 5 cartuccie, formato di lamiera sottile che si può facilmente ricambiare e si applica all'arma solo quando si vuole fare il tiro a ripetizione.

Le cartucce vengono spinte verticalmente dal basso in alto da una molla a spirale; la cartuccia superiore penetra colla pallottola in un incavo emisferico e mantiene le altre a posto mediante il contrasto del suo orlo contro un restringimento dei bordi dell'apertura. Se si tira indietro l'otturatore, questo, agendo sull'orlo della cartuccia, la trae alquanto indietro in modo da liberarla dal contrasto e potersi sollevare per effetto della molla sottostante. La celerità di fuoco, che si raggiunge per mezzo dei fucili a ripetizione è tale, che si ammette universalmente, che il tiratore sia in grado di fare in 2 o 3 secondi un tiro ben puntato, mentre nella carica colla giberna si devono calcolare 5 a 6 secondi per ogni sparo. Di qui si arguisce quale superiorità debbano avere i fucili a ripetizione sui fucili ad un colpo solo, specialmente quelli che sono in grado di continuare per un certo tempo, senza interruzione di tiro, la carica a ripetizione. D'altra parte non si può distogliere il pensiero dal grande pericolo di spreco di munizioni, che portano con sé tali armi, e dalla difficoltà di opporsi al medesimo, la quale si può vincere solo con una ferrea disciplina. Tuttavia continui tentativi tendono ad aumentare la celerità di tiro; ultimamente all'inglese Maxim veniva l'idea di trar profitto, per eseguire automaticamente tutti i movimenti della carica, della reazione prodotta dallo scoppio dei gas ossia della forza del rinculo dell'arma come forza motrice; per cui non rimarrebbe al soldato, che puntare e premere sul grilletto (V. Rivista d'Artiglieria e Genio, 1887, febbraio, vol. 1, pag. 165). La Svizzera, che in questi ultimi anni si è distinta negli studi sulle armi portatili, è pure quella che apre la via in un nuovo campo di miglioramento, cioè nel campo balistico.

Il professore svizzero Hebler in Zurigo ed il maggiore Rubin già da vari anni cercano di ottenere una notevole diminuzione di calibro nelle armi da guerra. Per lungo tempo si è creduto, che coi calibri di 10,5 ed 11 mm. si fosse raggiunto il minor limite di calibro concepibile. Ma nel 1871 il maggiore Rubin, allora direttore della fabbrica di munizioni da guerra di Thoune, presentava al dipartimento militare federale un fucile, del calibro di 9 mm., il quale tirava una palla rivestita da un involucro di rame. Le esperienze fatte su questo fucile condussero bentosto alla fabbricazione di armi dei calibri di 8 mm. ed anche di mm. 7,5. Nel 1879, il professore Hebler, i lavori del quale sono universalmente conosciuti e stimati, pubblicò la descrizione del suo fucile, di cui il calibro non è che di mm. 7,5. La velocità iniziale del proietto è di 560 metri, il peso della cartuccia di grammi 14,60; il fucile stesso non pesa che 4 chilogrammi.

Il proietto, rivestito d'acciaio, non è cilindrico, ma alla sua estremità anteriore termina per una parte conica seguita da una parte ogivale; la sua lunghezza totale è di mm. 50. Il soldato armato di questo fucile può portare 140 cartucce, mentre quello fornito del fucile Mauser non potrebbe portarne che 80. I primi esperimenti col fucile Hebler furono fatti in Spagna alla Scuola di Tiro militare di Toledo. La palla, a 400 metri di distanza, attraversò 10 assicelle di 3 mm. di spessore ciascuna. A quelli che obbiettano, che una palla del calibro di min. 7,5 non può produrre ferite serie, il sig. Hebler risponde coll'aneddoto seguente: "Io tiravo su di un bersaglio collocato a 900 metri; uno dei miei amici, il sig. Wengi, che rilevava i punti colpiti, restò disgraziatamente dietro il bersaglio e fu colpito nel braccio. La palla non arrivò all'osso, pur tuttavia il mio amico fu ammalato per tre mesi ".

Il professore Hebler otteneva così un grande alleggerimento del proietto, nonché una conformazione, favorevole per vincere la resistenza dell'aria, per cui ne derivava un grande aumento di celerità, precisione, distanza ed efficacia di tiro. La traiettoria del fucile Hebler riesce quindi assai tesa, e la precisione di tiro è ancora aumentata dai rivestimento in acciaio del proietto, poiché questo subisce meno l'influenza delle ineguaglianze dell'anima della canna. Inoltre la diminuzione nel peso della cartuccia porta l'altro vantaggio non indifferente della possibilità di aumentare il numero delle cartucce, che il soldato può trasportare con sé in guerra e di far fronte ai maggior consumo proveniente dall'introduzione delle armi a ripetizione. La precedente carica di polvere non veniva con tutto ciò a diminuire anzi si poteva aumentare coll'impiego di polveri speciali a lenta combustione. La velocità iniziale era così portata a metri 550 e 600, mentre prima si arrivava al massimo a 450 metri. Però colla forte diminuzione di calibro si fece tanto più sensibile l'impiombatura della canna, che oggidì si cerca d'impedire per mezzo di un involucro di carta, che avvolge il proietto.
 

Inoltre coll'aumento nella velocità e nella inclinazione delle righe avveniva più facilmente la deformazione del proietto. Perciò si costruirono le pallottole di piombo indurito e più resistente e si applicò alle medesime uno strato di rame oppure degli anelli dello stesso metallo. Il proprietario di una fabbrica di macchine, Lorenz di Carlshrue, pare abbia dato una migliore soluzione col suo proietto di piombo fornito di una sottile camicia di ottone o di acciaio rivestita internamente ed esternamente d'una sfoglia di stagno o di zinco (fig. 211). Questo nuovo proietto costituisce un reale progresso tanto sotto il punto di vista dell'azione balistica, come anche dell'umanità.

Poiché le ferite, che produce, sono meno pericolose di quelle che si formano coi proietti ordinari, che subiscono sempre deformazioni irregolari, e non avviene più, come prima, quel micidiale schizzare attorno del piombo nella parte colpita.

Cosicché mentre si avranno più uomini fuori di combattimento, le ferite saranno meno frequentemente mortali. Ampi miglioramenti si sono pure raggiunti intesi ad ottenere una polvere da sparo, che abbia la minima forza dilaniatrice, con minor imbrattamento dell'arma, minore sviluppo di fumo e che non sia causa di una forza di rinculo nell'arma troppo forte. Nel 1887 lo Schenker riusciva a fabbricare una polvere senza fumo, che resiste meglio della polvere nera alle influenze atmosferiche e che s'impiegherà esclusivamente nel fucile Hebler. In Francia coll'adozione del suo fucile Mod. 1886, era pure introdotta la polvere senza fumo trovata dal sig. Wieille ingegnere delle arti e manifatture. L'adozione del fucile a ripetizione di piccolo calibro e quella della polvere senza fumo è ormai un fatto compiuto presso tutte le nazioni europee ad eccezione della Russia, per la quale il rinnovamento dell'armamento trova un ostacolo insormontabile nella spesa enorme che esige, avendo questa nazione un'armata attiva di più di un milione d'uomini.

Tuttavia proseguono gli studi per trovare tipi di fucili superiori in bontà a quelli finora costrutti e già presso gli eserciti, che primi hanno adottate le armi a ripetizione di piccolo calibro, si comincia a pensare alla necessità di dover fra breve far una nuova trasformazione per portarli all'altezza dei perfezionamenti già proposti o che si possono prevedere. In Italia, quantunque siano ultimati gli studi per la riduzione del calibro, tuttavia non fu ancora introdotta tale innovazione per ragioni economiche e perché l'attuale nostro fucile ha già un calibro relativamente piccolo (10,35) in confronto a quello antico delle altre nazioni. Si utilizzarono però gli ultimi perfezionamenti introdotti nel proietto e nella polvere. La nuova cartuccia, da poco tempo adottata, ha una pallottola di piombo con rivestimento di ottone del peso di 16 gr. che viene lanciata con una velocità iniziale di 620 metri circa, mentre colla cartuccia antica il proietto di piombo senza rivestimento, pesante 20 gr. aveva una velocità iniziale di soli 435 m. circa. Tale aumento nella velocità iniziate oltre che all'alleggerimento del proietto, è dovuto in gran parte alla maggior potenza balistica della nuova polvere senza fumo, balistite, adottata recentemente come abbiamo già visto parlando delle munizioni delle artiglierie. La distanza di tiro si è così portata fino a 1800 metri, e la traiettoria è così tesa che, nello spazio di mezzo chilometro, si solleva appena fino all'altezza media di un uomo, e spazza per così dire il terreno, rendendo affatto inaccessibile al nemico una posizione che abbia avanti a sè una certa estensione di terreno scoperto e libero.

 I due specchi, che riproduciamo, in appendice, dall'Annuario scientifico ed industriale (Milano 1890) indicano chiaramente i fucili adottati dalle diverse nazioni, i sistemi ai quali appartengono, i dati principali relativi ai medesimi ed alle cartucce e le polveri usate presentemente. La ragione principale, che indusse le nazioni all'introduzione delle armi a ripetizione, sta specialmente nell'accrescere il valore morale della fanteria, nell'ispirare confidenza al soldato che sa di avere in mano un'arma sempre pronta a far fuoco. Ma sarebbe temerario il voler già assegnare al fucile a ripetizione la parte, che esso avrà nelle guerre future e quale sarà l'influenza della sua adozione sulla tattica e sulle combinazioni strategiche. Tutto quello che si può dire si è che le battaglie future, in grazia del fucile di piccolo calibro ed a ripetizione, assumeranno una fisionomia affatto differente da quelle combattute fin qui, saranno assai corte e micidiali ed avranno probabilmente in un tempo brevissimo sei fasi distinte; spiegamento delle colonne d'attacco; fuoco a salve e fuoco rapido a ripetizione; fuoco rapido, possibilmente a ripetizione, alle distanze più brevi; attacco alla baionetta; vittoria o disfatta. Non vogliamo terminare quanto concerne i fucili senza dare un cenno degli esperimenti fatti per applicare l'elettricità alle armi da fuoco portatili. Da parecchi anni in tutti i paesi si fanno attive ricerche per sciogliere questo problema, che a noi pare d'altronde di perfetta inutilità tenuto conto delle condizioni attuali delle nostre risorse per la produzione dell'elettricità. La sola soluzione veramente pratica fu data, nel 1883, da un armaiolo di Liegi, Pieper, che presentò all'Esposizione universale d'elettricità di Vienna un fucile elettrico, il quale certamente non sarà ammesso negli usi di guerra, ma che offre particolarità curiose. Il calcio del fucile (fig. 212) è forato per tutta la sua lunghezza.
 

Il canale C, contiene una bacchetta di ferro T, che comunica col grilletto D. Premendo su quest'ultimo la bacchetta di ferro T è messa a contatto con un'altra bacchetta più corta, che tocca la carica della cartuccia. Il tiratore porta nella sua saccoccia un piccolo accumulatore elettrico, i cui poli, al momento del tiro, sono legati all'estremità del calcio P.

Allora se si preme il grilletto, la corrente passa nella bacchetta T e la scintilla elettrica infiamma l'innesco, che dà fuoco alla carica della cartuccia. Si può così infiammare se si vuole, la carica dalla parte anteriore ed ottenere una combustione più completa ed una perdita meno considerevole di gas. Il fucile si può aprire in R a cerniera come nei fucili da caccia ed ha chiusura a cilindro; A è la canna. Questo apparecchio assai ingegnoso è per ora inutile. Tuttavia chi può dire, che prima che termini il secolo gli eserciti non siano forniti di fucili e fors'anche di cannoni elettrici, e che i nuovi fucili a ripetizione diventino oggetti da musei come già i vecchi fucili ad avancarica? L’elettricità è così feconda di sorprese, che non vi sarebbe a farne meraviglia. Allo scopo di soddisfare la curiosità dei nostri lettori diamo infine un cenno del fucile a gas liquefatto, ideato dal sig. Paolo Giffard, che fece recentemente un gran chiasso, ma che risultò un’arma da sala o giocattolo e non impiegabile come fucile da caccia e tanto meno carne arma da guerra.

Il fucile Giffard (fig. 213) funziona per mezzo dell’acido carbonico liquefatto contenuto in un serbatoio avente la forma di una grande cartuccia disposta sotto la canna, come si vede dalla figura.La forza di propulsione quindi è prodotta dal gas acido carbonico liquefatto e compresso, che riprende il suo stato gazoso. Il serbatoio, che racchiude questo gas è costituito da un tubo f di acciaio, chiuso anteriormente da un tappo, dello stesso metallo, avvitato e saldato La parte posteriore del serbatoio porta una valvola automatica a molla regolata da una vite d; un percussore p batte sulla valvola per aprirla momentaneamente.

Quando si fa scattare il cane come nei fucili ordinari, esso batte sul percussore, e questo sulla valvola. Ad ogni colpo sfugge dal serbatoio o cartuccia una piccola quantità di liquido, che si trasforma istantaneamente in gas e fornisce la pressione necessaria per lanciare la pallottola. La canna d’acciaio è avvitata nella culatta metallica, che porta il caricatore d del proietto. L’estremità posteriore della canna è chiusa da un bottone metallico e, che serve a regolare il tiro e che può essere a volontà tolto per esaminare l’interno. La volatilizzazione del gas liquefatto non sarebbe immediata, ma progressiva e raggiungerebbe la sua massima. espansione soltanto all’uscita dalla canna, per cui sono evitate le pressioni violente ed istantanee sulle pareti della canna, come pure il riscaldamento. Il tiro, anzi, raffredda la canna, perché la dilatazione del gas assorbe calore. La detonazione è debolissima e non produce né fiamma né fumo. La cartuccia o serbatoio, dell’acido carbonico liquido, può servire per sparare da cento a cinquecento colpi consecutivi.

Abbiamo già detto quale risultato abbiano avuti gli esperimenti di quest’arma, d’altronde assai ingegnosa. Terminiamo questi brevi cenni sulle armi a ripetizione riportando qui sotto il coefficiente stabilito, per ognuno dei principali fucili moderni, dal prof. Hebler nel suo lavoro: Il più piccolo calibro od il fucile dell’avvenire della fanteria (Zurigo e Lipsia 1891, libreria A. Muller); coefficiente, che può servire a fare un confronto fra i rispettivi valori dei fucili stessi.

Il fucile francese Mod. 74 avrebbe un coefficiente = 97; il Mauser Mod. 71 = 100 il Vetterli Mod. 69 = 177; il Kropatschek (Portogallo) Mod. 86 = 362; Mannlicher Mod. 88 =413; . fucile francese Mod. 86 = 433; Mannlicher Mod. 88-89 = 469; fucile tedesco Mod. 88 =474; fucile belga Mod. 89 = 516; fucile svizzero Mod.89 = 542. Al fucile del calibro di mm. 7,5, inventato da lui, l’autore dà il coefficiente 574.

Edizioni per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro (2005-2009). E' vietata ogni forma di riproduzione per qualsiasi scopo.


 


 

visitatore n.

perché questo sito | mappa del sito | disclaimer | home

madm