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Forse Bersaglieri si nasce o forse lo si diventa
quando, un po’ per volta, dai racconti di chi ci ha preceduto, nasce
o si risveglia dentro di noi il desiderio di essere Bersaglieri e di
restarlo sempre.
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Fare le cose bene, farle presto, con la foga
e la purezza dei venti anni. La giovinezza passa, ma Bersaglieri
si resta, per tutta la vita. Il nonno Pietro, al fronte,
Bersagliere come mio padre e come me, era nella trincea delle
frasche, proprio quella che, per altri motivi, restò famosa
anche dopo la fine della Prima Guerra Mondiale.
“Venni a casa, in licenza, - raccontava il nonno – con poche ore
di permesso, per essere presente alla nascita del mio bambino, e
feci appena in tempo ad assistere ai funerali di mia moglie che,
durante il parto, era morta assieme alla nostra creatura. Nella
stessa cassa misero tutti e due. Il ritorno alla trincea, quella
volta, fu ancora più duro. Anche lì c’era sentore di morte, un
odore acuto, penetrante, col quale si respirava. Ricordo il mio
amico terrone, Bambola, si chiamava così. Parlavamo un dialetto
diverso. Mi raccontava della Patria, della Bandiera che non era
una cosa da nulla, da buttare nel cesso, ma una reliquia come le
ossa di S. Gennaro. Mi parlava del Vesuvio, di Pompei, della
pizza e faticavo molto a comprenderlo anche perché io ero
analfabeta e lui, molto istruito, aveva perfino due libri.
Durante la ritirata avevamo messo a bollire in una pentola di
fortuna una gallina sperduta e meno fortunata di noi, quando
fummo presi di mira da un aereo. |
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La
copertina de "La Domenica del Corriere" n. 23 del 6 - 3
giugno 1915, illustrata dal disegnatore Achille Beltrame. |
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Mitragliava a bassa quota e, prima di sparire di
là dagli alberi, ci lasciò illesi, ma dovemmo mangiare quel che
restava della gallina imbrattata di cenere.
Vidi Bambola per l’ultima volta verso la fine
della guerra, sul Piave, mentre si attraversava di corsa un ponte di
barche sul fiume. Il fondo della trincea, quella volta era sabbioso,
impregnato d’acqua, dal fiume vicino. Ci stagnava una fanghiglia
rossastra; qualcuno ci urinava anche. Il riparo era fatto da tronchi
e rami piantati nel suolo, in qualche modo. Un ufficiale a cavallo
ci gridò: ‘Correte, ragazzi, il ponte sta per saltare!!’ Facemmo in
tempo a passare dall’altra parte, ma il mio amico Bambola fu
fulminato, proprio lì, da una scheggia alla schiena. Lo trascinai
sul bordo della strada e lo lasciai sul posto perché non c’era altro
da fare. Bambola era morto, i miei compagni correvano ed io non
potevo perdere il passo. ‘Avanti, si esce allo scoperto,
all’assalto!!’ Dopo il ponte ci si trovò mischiati con un gruppo di
prigionieri austriaci: avevano più fame di noi e con loro dividemmo
il poco rancio.

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Sono entrato in una sala cinematografica
quando, per farmi cosa gradita, mi ci hai portato tu, a vedere
un film di guerra. Nel film non ritrovai il mio ricordo, forse
perché la scena, vista dal di dentro, sembra un’altra cosa. Nel
mio ricordo c’è solo un grande frastuono e gente che grida
mentre si corre tutti insieme. Il rombo dei cannoni è lontano,
le esplosioni sono vicine. E’ vicino anche il crepitio delle
nostre mitragliatrici ed il sibilo dei proiettili che sono
passati sulla nostra testa. Si vede poco, quasi niente e non si
capisce nulla. Fu così che mi trovai con uno di loro infilzato
sulla punta della baionetta. |
Avevo sentito lo scroscio delle ossa rotte ed avevo visto l’altro con
gli occhi sbarrati. Era più giovane di me e pareva che mi chiedesse:
‘Perché l’hai fatto?’ Già, perché l’ho fatto? Ero molto amareggiato
quando più tardi ci ripensavo, mentre il mio amico Bambola cercava di
consolarmi come di solito faceva da vivo.”
Per quella pace che venne dopo anche i bersaglieri pagarono un caro
prezzo.
Paolo Penacchio (21.05.2007)
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