Storie della Grande Guerra

Edizione per il web a cura di Mauro Antonio Di Mauro (2009). E' vietata ogni forma di riproduzione per qualsiasi scopo.


 


 

Così raccontava nonno Pietro

 

Forse Bersaglieri si nasce o forse lo si diventa quando, un po’ per volta, dai racconti di chi ci ha preceduto, nasce o si risveglia dentro di noi il desiderio di essere Bersaglieri e di restarlo sempre.

Fare le cose bene, farle presto, con la foga e la purezza dei venti anni. La giovinezza passa, ma Bersaglieri si resta, per tutta la vita. Il nonno Pietro, al fronte, Bersagliere come mio padre e come me, era nella trincea delle frasche, proprio quella che, per altri motivi, restò famosa anche dopo la fine della Prima Guerra Mondiale.
“Venni a casa, in licenza, - raccontava il nonno – con poche ore di permesso, per essere presente alla nascita del mio bambino, e feci appena in tempo ad assistere ai funerali di mia moglie che, durante il parto, era morta assieme alla nostra creatura. Nella stessa cassa misero tutti e due. Il ritorno alla trincea, quella volta, fu ancora più duro. Anche lì c’era sentore di morte, un odore acuto, penetrante, col quale si respirava. Ricordo il mio amico terrone, Bambola, si chiamava così. Parlavamo un dialetto diverso. Mi raccontava della Patria, della Bandiera che non era una cosa da nulla, da buttare nel cesso, ma una reliquia come le ossa di S. Gennaro. Mi parlava del Vesuvio, di Pompei, della pizza e faticavo molto a comprenderlo anche perché io ero analfabeta e lui, molto istruito, aveva perfino due libri. Durante la ritirata avevamo messo a bollire in una pentola di fortuna una gallina sperduta e meno fortunata di noi, quando fummo presi di mira da un aereo.

La copertina de "La Domenica del Corriere" n. 23 del 6 - 3 giugno 1915, illustrata dal disegnatore Achille Beltrame.

Mitragliava a bassa quota e, prima di sparire di là dagli alberi, ci lasciò illesi, ma dovemmo mangiare quel che restava della gallina imbrattata di cenere.

Vidi Bambola per l’ultima volta verso la fine della guerra, sul Piave, mentre si attraversava di corsa un ponte di barche sul fiume. Il fondo della trincea, quella volta era sabbioso, impregnato d’acqua, dal fiume vicino. Ci stagnava una fanghiglia rossastra; qualcuno ci urinava anche. Il riparo era fatto da tronchi e rami piantati nel suolo, in qualche modo. Un ufficiale a cavallo ci gridò: ‘Correte, ragazzi, il ponte sta per saltare!!’ Facemmo in tempo a passare dall’altra parte, ma il mio amico Bambola fu fulminato, proprio lì, da una scheggia alla schiena. Lo trascinai sul bordo della strada e lo lasciai sul posto perché non c’era altro da fare. Bambola era morto, i miei compagni correvano ed io non potevo perdere il passo. ‘Avanti, si esce allo scoperto, all’assalto!!’ Dopo il ponte ci si trovò mischiati con un gruppo di prigionieri austriaci: avevano più fame di noi e con loro dividemmo il poco rancio.

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Sono entrato in una sala cinematografica quando, per farmi cosa gradita, mi ci hai portato tu, a vedere un film di guerra. Nel film non ritrovai il mio ricordo, forse perché la scena, vista dal di dentro, sembra un’altra cosa. Nel mio ricordo c’è solo un grande frastuono e gente che grida mentre si corre tutti insieme. Il rombo dei cannoni è lontano, le esplosioni sono vicine. E’ vicino anche il crepitio delle nostre mitragliatrici ed il sibilo dei proiettili che sono passati sulla nostra testa. Si vede poco, quasi niente e non si capisce nulla. Fu così che mi trovai con uno di loro infilzato sulla punta della baionetta.

Avevo sentito lo scroscio delle ossa rotte ed avevo visto l’altro con gli occhi sbarrati. Era più giovane di me e pareva che mi chiedesse: ‘Perché l’hai fatto?’ Già, perché l’ho fatto? Ero molto amareggiato quando più tardi ci ripensavo, mentre il mio amico Bambola cercava di consolarmi come di solito faceva da vivo.”
Per quella pace che venne dopo anche i bersaglieri pagarono un caro prezzo.

Paolo Penacchio (21.05.2007)

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Così raccontava nonno Pietro

Così raccontava nonno Pietro
La fine di Cesare Battisti
I nostri soldati seregnesi caduti sul campo dell’onore
Il testamento del sergente Antonio Longoni

 

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